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Jan Fabre, il guerriero della bellezza

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 7, 2015

Jan Fabre, Virgin warrior. Con Abramovic

Jan Fabre, Virgin warrior. Con Abramovic

Come se avesse aperto un baule di memorie, intime e personalissime, gli oggetti, i disegni, le fotografie, gli scritti di una vita giacevano sparsi negli spazi bianchi del MAXXI durante la personale che il museo romano ha di recente dedicato a Jan Fabre. Quasi fossero messaggi
nella bottiglia gettati nel mare magnum dell’arte. In attesa di essere raccolti da occasionali naviganti. Per il poliedrico scultore, videoartista, regista e coreografo belga l’arte è sempre qui e ora, vive nel rapporto immediato con l’altro per poi nutrire la memoria.

Nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, Fabre gioca con il senso della parola “originale” e di “copia” con lasua Bic art disegnando su stampe di Leonardoe Rembrandt, con la più economica delle penna a sfera. E, soprattutto, privilegia la via anarchica e sovversiva delle azioni di strada e dell’installazione temporanea, per appropriarsi in modo creativo degli spazi urbani, attraverso performance che lasciano tracce solo nella mente di chi l’ha vista.

Jan Fabre

Jan Fabre

E sono emozioni forti quelle che regalano le magnetiche coreografie di questo regista che sa usare il corpo e il movimento dei danzatori come fossero pennelli intinti di colore. Lo ricorda Germano Celant nel volume Stigmata, actions e performances 1976-2013, (Skira) in cui il critico e curatore rilegge l’arte di Jan Fabre nel flusso di una ricerca che, senza soluzione di continuità, va dai primi futuristi russi che nel 1912 cominciarono a dipingere se stessi facendo affiorare la fantasia sulla pelle, fino alla body art degli anni Settanta del Novecento.

Passando attraverso i costumi ideati da Picasso per i balletti russi di Diaghilev, le statue viventi di Piero Manzoni e le antropometrie che Yves Klein realizzava intingendo modelle nude nel colore per poi “stamparle” sulla tela. Parliamo di un percorso storico che ovviamente comprende anche Joseph Beuys, anche se – come rivela lo stesso Fabre intervistato da Celant – l’artista “sciamano” non lo ha mai convinto veramente se non per il modo in cui “assaggiava” i materiali valutandone tutti gli aspetti con artigianale attenzione.

Fabre, Stigmata

Fabre, Stigmata

Semmai lo hanno interessato più gli esperimenti di Fluxus e l’esperienze della videoarte che rifiutano l’idea delle arti visive come qualcosa di statico. Per Fabre, come si evince anche da questo volume costruito come un seducente e inarrestabile flusso di immagini, l’arte è qualcosa di fluido, non più separabile dalla vita. E come la vita irripetibile. «Le mie performance non sono replicabili perché sono sempre legate a un mio momento intimo e romantico», racconta Fabre a Celant. «Un artista non è un attore».

Ma nel caso di Jan Fabre è molte altre cose insieme: costruttore di complesse macchine teatrali, instancabile disegnatore, architetto di visioni, ma anche scienziato, entomologo, «guerriero della bellezza», come lui stesso si definisce. Quasi a voler evocare l’immagine del sapere universale e del genio rinascimentale ricreandola nel nuovo millennio. «La più grande avventura della mente- dice l’artista
– è sempre stata e sempre sarà il tentativo di collegare il campo scientifico con quello umanistico».

(Simona Maggiorelli, dal settimanale Left, febbraio 2014)

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