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Nel laboratorio dei #WuMing

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 12, 2015

Wu Ming

Wu Ming

Con i primi tre titoli – Diario di zona di Luigi Chiarella, la riedizione de Il derby del bambino morto di Valerio Marchi e Il tenore partigiano di Lello Saracino – prende forma la collana che il collettivo Wu Ming firma per le Edizioni Alegre. Un trittico a cui presto si aggiungeranno altri «titoli orbitanti», annuncia Wu Ming 1: «alcuni già in corso di stesura, altri ancora in fase di ideazione. Sono quattro o cinque, ma è presto per anticipazioni».
Come è nata la collana e qual è il filo rosso?
Tutto parte da Stefano Tassinari, che ha gettato l’ennesimo ponte della sua vita, prima di morire. Se il movimento antagonista avesse un Genio Pontieri, lui ne sarebbe stato il generale. Ha messo in contatto le edizioni Alegre e un “giro” bolognese di compagne/i, che già si incontrava nelle riunioni della rivista Letteraria. Così ho iniziato a consigliare titoli ad Alegre, e la collaborazione si è infine strutturata in una collana, Quinto Tipo, dedicata – eccolo, il filo rosso – a quei libri che non sono né saggistica né narrativa e attraversano diverse tematiche sperimentando diverse scritture, quelli che di solito i librai non sanno bene dove collocare.
tenore461Come sta evolvendo il progetto di Wu Ming dopo L’armata dei sonnambuli (Einaudi) che raccontava la rivoluzione francese da un punto di vista inedito come il mesmerismo?
L’armata dei sonnambuli è stato il nostro ultimo romanzo storico. Dopo vent’anni passati a esplorare quella forma e a sperimentare lungo i suoi bordi, ne siamo usciti e applichiamo ad altre scritture le lezioni che abbiamo appreso. Il nostro ultimo lavoro collettivo è uscito per Electa Kids si intitola Cantalamappa, ed è un libro per bambine/i, ancorché sui generis Il prossimo sarà una narrazione straniante sulla prima guerra mondiale. Quanto ai lavori “solisti”, ognuno di noi ha titoli in uscita o in fieri, e nessuno di questi è un romanzo storico. Io ho appena pubblicato con Rizzoli Cent’anni a Nordest, una sorta di reportage narrativo sulle contraddizioni di quella parte d’Italia nel centenario della Grande guerra.
I Wu Ming non si sono limitati a un lavoro d’inchiesta a più mani, ma hanno sperimentato nuove forme narrative e di creatività di gruppo. Che cosa significa per te oggi  un progetto di scrittura collettiva?
Che esiste la creatività collettiva non l’abbiamo certo dimostrato noi! Da che mondo è mondo si fanno cose insieme. Bisogna restringere un po’ il raggio, per capire in cosa siamo stati e siamo. Un nostro motto è: “Un po’ più di quel che ti aspetteresti da una band di romanzieri”. Cosa ci si aspetta da una band di romanzieri? Dopo un primo istante di stupore, dato che prima di noi non ne esistevano, ci si aspetta che scriviamo romanzi. E lo facciamo. Insieme a un bel po’ di altre cose di cui ci si accorge man mano.

Che cosa ne pensi del lavoro collettivo avvviato da Vanni Santoni?
È completamente diverso dal nostro. In quel caso si parte dalla procedura (non a caso è scrittura “industriale”). Noi partiamo dalla convivialità. Se c’è questa, le procedure vengono da sé. Comunque massimo rispetto per quel progetto.
Dal 12 al 14 giugno sarete a Roma per il festval di Letteraria. Un’eccezione?
Siamo sempre andati a pochi festival, con una scelta molto oculata, perché detestiamo le grandi kermesse e anche certe artefatte sagre culinarie di paese “travisate” da appuntamenti letterari. Quello di Letteraria però non è un festival, è praticamente il congresso annuale che Alegre tiene a porte aperte, anzi, spalancate. Si incontrano i vari collaboratori della rivista, si presentano i vari progetti, si tracciano linee per il futuro.   Simona Maggiorelli, left

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Jan Fabre, il guerriero della bellezza

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 7, 2015

Jan Fabre, Virgin warrior. Con Abramovic

Jan Fabre, Virgin warrior. Con Abramovic

Come se avesse aperto un baule di memorie, intime e personalissime, gli oggetti, i disegni, le fotografie, gli scritti di una vita giacevano sparsi negli spazi bianchi del MAXXI durante la personale che il museo romano ha di recente dedicato a Jan Fabre. Quasi fossero messaggi
nella bottiglia gettati nel mare magnum dell’arte. In attesa di essere raccolti da occasionali naviganti. Per il poliedrico scultore, videoartista, regista e coreografo belga l’arte è sempre qui e ora, vive nel rapporto immediato con l’altro per poi nutrire la memoria.

Nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, Fabre gioca con il senso della parola “originale” e di “copia” con lasua Bic art disegnando su stampe di Leonardoe Rembrandt, con la più economica delle penna a sfera. E, soprattutto, privilegia la via anarchica e sovversiva delle azioni di strada e dell’installazione temporanea, per appropriarsi in modo creativo degli spazi urbani, attraverso performance che lasciano tracce solo nella mente di chi l’ha vista.

Jan Fabre

Jan Fabre

E sono emozioni forti quelle che regalano le magnetiche coreografie di questo regista che sa usare il corpo e il movimento dei danzatori come fossero pennelli intinti di colore. Lo ricorda Germano Celant nel volume Stigmata, actions e performances 1976-2013, (Skira) in cui il critico e curatore rilegge l’arte di Jan Fabre nel flusso di una ricerca che, senza soluzione di continuità, va dai primi futuristi russi che nel 1912 cominciarono a dipingere se stessi facendo affiorare la fantasia sulla pelle, fino alla body art degli anni Settanta del Novecento.

Passando attraverso i costumi ideati da Picasso per i balletti russi di Diaghilev, le statue viventi di Piero Manzoni e le antropometrie che Yves Klein realizzava intingendo modelle nude nel colore per poi “stamparle” sulla tela. Parliamo di un percorso storico che ovviamente comprende anche Joseph Beuys, anche se – come rivela lo stesso Fabre intervistato da Celant – l’artista “sciamano” non lo ha mai convinto veramente se non per il modo in cui “assaggiava” i materiali valutandone tutti gli aspetti con artigianale attenzione.

Fabre, Stigmata

Fabre, Stigmata

Semmai lo hanno interessato più gli esperimenti di Fluxus e l’esperienze della videoarte che rifiutano l’idea delle arti visive come qualcosa di statico. Per Fabre, come si evince anche da questo volume costruito come un seducente e inarrestabile flusso di immagini, l’arte è qualcosa di fluido, non più separabile dalla vita. E come la vita irripetibile. «Le mie performance non sono replicabili perché sono sempre legate a un mio momento intimo e romantico», racconta Fabre a Celant. «Un artista non è un attore».

Ma nel caso di Jan Fabre è molte altre cose insieme: costruttore di complesse macchine teatrali, instancabile disegnatore, architetto di visioni, ma anche scienziato, entomologo, «guerriero della bellezza», come lui stesso si definisce. Quasi a voler evocare l’immagine del sapere universale e del genio rinascimentale ricreandola nel nuovo millennio. «La più grande avventura della mente- dice l’artista
– è sempre stata e sempre sarà il tentativo di collegare il campo scientifico con quello umanistico».

(Simona Maggiorelli, dal settimanale Left, febbraio 2014)

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#Leonardo, pittore dei moti dell’animo. A Milano fino al 19 luglio

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 5, 2015

Leonardo La Belle Ferroniere

Leonardo La Belle Ferroniere

Chi è quella misteriosa donna dallo sguardo vivo, che non si fissa sullo spettatore, ma guarda oltre? Volgendosi d’un tratto, come fosse comparso qualcuno che attrae la sua attenzione o per un accadimento improvviso. Nota come la Belle Ferronière (1490-’96) potrebbe essere l’amante di Ludovico il Moro, Cecilia Gallerani, Isabella d’Este o piuttosto Isabella d’Aragona, donna bellissima e fiera che – si narra – seppe reagire anche all’esilio.

Nei secoli si sono inseguite molte ipotesi che, però, sono sempre rimaste tali. Ciò su cui gli studiosi invece concordano è che questo magnetico ritratto del Louvre e ora al centro della mostra milanese Leonardo da Vinci 1452-1519 rappresenta un’autentica rivoluzione nella storia della pittura. Non solo per le valenze plastiche e volumetriche della figura, rese ancor più evidenti qui, in Palazzo Reale, dall’accostamento alla Dama col mazzolino scolpita dal Verrocchio. Ma per il movimento segreto che anima il dipinto e per il genio leonardiano nel rappresentare i moti della mente e l’invisibile dinamica degli affetti. Come traspare già, nelle prime sale, dalla Madonna Dreyfuss (1469) della National Gallery di Washington, per il modo in cui una giovane Maria, tutt’altro che piatta icona sacra, gioca con il figlio.

Ma la mente corre anche all’Ultima cena, affrescata in Santa Maria , ricordando l’ondata di reazioni emotive che suscita nei discepoli la frase di un umanissimo Gesù, senza aureola. Una straordinaria serie di disegni e di schizzi autografi, provenienti dai maggiori musei del mondo e in particolare dalla Royal Collection inglese, raccontano lungo il percorso la ricerca continua di Leonardo sull’espressività dei volti e dei gesti, il suo attento studio del corpo in movimento.

Leonardo, schizzi, royal collection

Leonardo, schizzi, royal collection

Un interesse verso la natura e l’essere umano nel suo complesso basato sull’intuizione e sulla «sperienza» più che sui libri canonici rifiutando la ripetizione acritica imposta dalla Chiesa e da conventicole intellettuali. Con ciò questa vasta e rigorosa esposizione, frutto di 5 anni di studio sotto la guida di Pietro C. Marani e Maria Teresa Fiorio, non alimenta il mito ottocentesco di un inarrivabile Leonardo nato dal vuoto più assoluto.

Grazie al contributo di esperti come il direttore del Museo della scienza di Firenze, Paolo Galluzzi, e di altri studiosi di rango internazionale nelle 12 sale della mostra, collegate da nessi e rimandi tematici, i due curatori hanno ricostruito filologicamente le fonti leonardiane: non solo quelle artistiche e liberamente reinterpretate (la scultura antica, Paolo Uccello, il Verrocchio, il Pollaiolo, la pittura fiamminga ecc.).

Ma anche quelle scientifiche, legate alle scoperte del proprio tempo da cui trasse spunto per le proprie originali invenzioni. Permettendo così al visitatore di comprendere meglio la vera identità di Leonardo e il suo poliedrico talento di pittore, architetto, ingegnere. Seguendo l’evoluzione del suo pensiero, attraverso gli scritti e nel disegno inteso come libera espressione, come strumento di conoscenza e poi di progettazione di macchine, edifici, scenografie teatrali, automi, ali per volare e strumenti musicali per la vita di corte. A cui prendeva parte suonando la lira e proponendo raffinati e arditi giochi letterari.

Leonardo, studio per la Battaglia di Anghiari

Leonardo, studio per la Battaglia di Anghiari

Ricchi di citazioni dai testi antichi, benché si definisse «omo sanza lettere». Sfoggiando figure letterarie come l’uccello che batté la coda sulla labbra di lui bambino. L’artista la presentò come una delle sue prime memorie d’infanzia. E Freud la interpretò in chiave omosessuale «scambiando quello che era con tutta probabilità un prestito letterario per un sogno a sfondo sessuale», come rivela lo storico dell’arte Edoardo Villata, autore del saggio Il sogno di Leonardo, pubblicato nel ricco catalogo edito da Skira (che ha prodotto la mostra con 4,5 milioni di euro).

L’unità della conoscenza e l’osmosi continua fra i diversi campi del sapere, che Leonardo collegava con sorprendenti nessi analogici, costituiscono il vero filo rosso che percorre gli oltre seimila testi autografi giunti fino a noi, insieme a un esiguo numero di dipinti e una grande messe di disegni, a penna, stilo e gesso. Un vero e proprio tesoro che permette di cogliere il processo inventivo leonardiano, di vedere all’opera la sua immaginazione creativa nell’esecuzione di rapidi schizzi, realizzati liberamente, lasciandosi prendere la mano, senza filtri razionali.

Leonardo, studio

Leonardo, studio

Fin dalla giovanile Veduta del Valdarno del 5 agosto del 1473, proveniente dagli Uffizi, in cui tratteggiava l’incessante trasformazione degli elementi naturali, anticipando lo sfumato, per arrivare poi, a fine mostra, alle tempestose visioni degli ultimi anni, in cui il tratto non è più rettilineo ma fatto da avvolgenti e vorticose linee curve. Le misure auree dell’uomo vitruviano a poco a poco, lasciano il posto al dinamismo e alla fresca immediatezza dei modernissimi schizzi per la Madonna con il gatto, per arrivare a realizzazioni come il vibrante profilo di cavallo bianco che appare in un guizzo di luce, in pochi suggestivi accenni, da un fondo di carta azzurra. Questa è una delle tante perle offerte, fino al 19 luglio, da questa mostra.

Come il dialogo fra Leonardo, Giovanni Bellini e Antonello da Messina che nasce dal confronto fra il Ritratto di musico (1485) dell’Ambrosiana, il Poeta laureato (1432) del pittore veneziano e il Ritratto di uomo (1465-70) dal sorriso malizioso e dallo sguardo indagatore che arriva da Cefalù. Un tris di opere in cui giunge a compimento quella trasformazione radicale della ritrattistica quattrocentesca raccontata da Enrico Castelnuovo nel saggio Ritratto e società in Italia (ripubblicato ora da Einaudi): «Nel XV secolo l’immagine dipinta o scolpita assunse un ruolo di celebrazione del potere e di una civiltà come in poche altre epoche», scriveva il grande storico dell’arte scomparso un anno fa. Un aspetto anche propagandistico che toccò il vertice nella Firenze medicea. Proprio in quella koinè in cui si formò Leonardo. Che diversamente da tanti artisti a lui coevi, abbandonò il valore celebrativo, solenne ed eroico, del ritratto (generalmente di profilo esemplato sulla monetazione antica) per rappresentare soggetti “anonimi”, straordinariamente vitali, innervati di movimento, in ritratti che ancora ci parlano.

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Piero della Francesca, l’artista scienziato. La mostra di Reggio Emilia prorogata fino al 28 giugno

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 31, 2015

piero-copProrogata fino al 28 giugno la mostra che riunisce per la prima volta a Reggio Emilia l’intero corpus dell’opera grafica del maestro che dipinse la città ideale

di Simona Maggiorelli

La prospettiva nell’arte italiana emerge con la pittura di Giotto (1267 c.a- 1337), considerato non a caso dai contemporanei il fondatore de “la nuova maniera”. Ma fra gli studiosi la disputa è accesa. E c’è chi puntualizza che per parlare di prospettiva lineare bisogna aspettare il Rinascimento. Così se a Giotto va riconosciuto il genio di saper creare, come per magia, una profondità spaziale in cui i corpi (non più dipinti grandi o piccoli a seconda del ruolo sociale) trovavano una loro collocazione naturale nello spazio, bisogna attendere l’età di Leon Battista Alberti (1404-1472) e di Piero (1416 -1492) per poter parlare di prospettiva su basi matematiche. Come ben racconta la mostra Piero della Francesca, il disegno fra arte e scienza curata da Filippo Camerota del Museo Galileo di Firenze, dall’architetto Francesco Paolo Di Teodoro e dall’ordinario di geometria Luigi Grasselli.
Prorogata fino al 28 giugno 2015, l’esposizione nelle sale di Palazzo Magnani a Reggio Emilia è incentrata su una copia del De prospectiva pingendi conservato nella Biblioteca Panizzi, che mostra correzioni e note sottilissime, ai margini, di mano dello stesso Piero. Fu il primo trattato illustrato su questo argomento. Ed ebbe una straordinaria fortuna nel secondo Quattrocento.

Si racconta che Leonardo da Vinci, studioso dell’uomo vitruviano e delle misure auree, dopo aver saputo dal matematico Luca Pacioli dell’esistenza di quest’opera di Piero decise di rinunciare a scriverne una propria sul tema. Verità o fola che sia, certo è che il De prospectiva ricevette anche da pittori delle generazioni successive un’attenzione straordinaria. Compresi artisti stranieri come Albrecht Dürer, di cui a Reggio Emilia sono esposti tre disegni dalla British library e straordinarie incisioni provenienti dalla Galleria dei disegni e delle stampe degli Uffizi.

Mario Merz, La città ideale

Mario Merz, La città ideale

Intorno al prezioso codice emiliano i curatori sono riusciti a raccogliere l’intero corpus grafico e teorico di Piero della Francesca, ricostruendo così per la prima volta dalla morte dell’artista la sua bottega con i 7 esemplari, tra latini e volgari, del De Prospectiva Pingendi (tre dei quali conservati a Bordeaux, Londra e Parigi), i due codici dell’Abaco (dedicato alla mercatura), l’unico esemplare del Libellus de quinque corporibus regularibus e l’Archimede, opera che Piero lesse grazie alle trascrizioni arabe del testo greco e volle trascrivere illustrandolo con suoi disegni. In mostra a ricostruire l’importanza degli studi di matematica e di geometria di Piero per la storia della scienza è il matematico Odifreddi in una vivace audioguida che racconta il lavoro di Piero nelle risoluzioni algebriche e nella prospettiva geometrica, basata su quella euclidea trasmessa da copisti arabi.
Così, di sala in sala, il labirintico percorso espositivo che segue le vie segrete di Palazzo Magnani con i suoi molti saliscendi, ci permette di entrare in un affascinante mondo di botteghe di pittori e di matematici rinascimentali che condividevano gli stessi strumenti: compassi, righe di legno e di carta, squadre e oggetti curiosi come peli di coda di cavallo, fili sottilissimi come la seta, che servivano a simulare il raggio visivo della linea prospettica. Gli appassionati d’arte tuttavia non resteranno delusi: in mezzo ai disegni di Piero tradotti in modelli tridimensionali e multimediali per illustrare la logica delle costruzioni geometriche, fanno capolino opere come l’affresco staccato di San Ludovico da Tolosa (1460) di Sansepolcro che sembra rileggere in chiave pittorica l’agile e lucente statua di Donatello. E poi opere di maestri del XV e XVI secolo come Lorenzo Ghiberti, di cui è esposta una prova per la porta del Battistero, uno schizzo del Ghirlandaio per Santa Maria Novella in cui la prospettiva è appena accennata ma già abbastanza evidente e una straordinaria testa di Giovanni Bellini tratteggiata in un vertiginoso scorcio, oltreché schizzi degli architetti toscani Francesco di Giorgio, Antonio da Sangallo il Giovane, Baldassarre Peruzzi e dello stesso Michelangelo che schizza in prospettiva, a mano libera, una soluzione per la scala aggettante della biblioteca Laurenziana.

Piero della Francesca

Piero della Francesca

E poi, come accennavamo, vibranti opere grafiche di Dürer che conobbe i manoscritti di Piero e li usò per dare profondità prospettica alle sue opere grafiche, come quelli qui esposte. Stampe che idealmente dialogano con i disegni di Piero intesi come strumenti di progettazione e di ricerca dall’artista che conobbe il suo maggior successo alla corte di Urbino, in una vivace koinè culturale di studi umanistici e scientifici. E se grande risalto al genio di Piero nell’immaginare la città ideale è dato qui accendendo i riflettori su una affascinante tela preparatoria dell’omonima opera conservata ad Urbino, i curatori tuttavia sono ben attenti a non tradire il proprio scopo primario: far emergere parimenti quello che ingiustamente è considerato un Piero minore, l’autore di una vasta opera grafica, trascurato «per un preconcetto specialistico proprio dei nostri tempi – si legge nell’introduzione al catalogo -, ma tanto più grave quando ci si occupa di Rinascimento, che non separava le diverse discipline, trattando talune grandi personalità della storia dell’arte come se il loro essere contemporaneamente scienziati e artisti fosse una sorta di scissione». Rischiando in questo caso di non comprendere il senso dell’opera di Piero nella sua inscindibile unitarietà.

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L’arte del bene comune. Le nuove frontiere della #PublicArt

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 28, 2015

Anish kapoor

Anish kapoor

La scultura celebrativa è morta. Ma crescono interventi creativi in spazi pubblici. Che rivendicano un valore civile. Per il modo in cui riescono a ridisegnare i luoghi e a stimolare relazioni. Il punto di vista di tre studiosi:  Anna Detheridge, Michele Dantini e Christian Caliandro

di Simona Maggiorelli

Le sue sculture concave, su specchi d’acqua, accendono magnetici fuochi, in grigi paesaggi di provincia del Nord Europa. A Chicago, invece, la superficie riflettente del suo gigantesco “fagiolo” cattura l’immagine di grattacieli e di passanti, restituendole rovesciate, deformate, aprendo il Millennium Park ad un orizzonte onirico e imprevisto. Sono i “sortilegi” dell’arte in spazi pubblici, quando sculture, fontane e installazioni non si limitano a celebrare l’esistente, ma riescono addirittura a ridisegnare l’intorno. È questo il caso delle sculture – installazioni dell’anglo indiano Anish Kapoor, ma anche di tanti altri artisti di talento, che dopo la fine della scultura intesa in senso celebrativo e monumentale, hanno trovato forme e linguaggi nuovi per fare opere site specific, che  sovvertono l’ordinario in maniera creativa, coinvolgendo i cittadini in modo invisibile e profondo.

Gibellina

Gibellina

Di questo tema, vastissimo, si è occupata Anna Detheridge in Scultori della speranza, un bel libro uscito nel 2012 per Einaudi e ora alla base dell’attività formativa dell’associazione no profit Connecting Cultures, fondata dalla giornalista e studiosa. Che precisa: «Quando parliamo di Public Art , non volendo essere superficiali, dobbiamo specificare i diversi ambiti. E avere ben presente che dalla metà degli anni Sessanta in poi lo scenario è diventato più complesso: si è sviluppata una sensibilità nuova. Il mondo è più mediatico. Lo vediamo attraverso una “finestra” già selezionata per noi. Per cui identificare l’arte tout court con le antiche tecniche non è più corretto».

Per parlare di Public Art, insomma, non basta mettere una scultura in una rotatoria. «Anche perché spesso è fatta dal cugino del sindaco. E gli esiti sono terrificanti», chiosa Detheridge. Occorre invece che le opere, qualunque sia la loro forma, abbiano un rapporto con il contesto inteso non solo in senso architettonico ma anche sociale. «Un artista deve saper valutare se lo spazio in cui interviene è vuoto o pieno, se c’è troppo rumore ecc. Per dare risposte adeguate. Tutto questo richiede non solo una sensibilità ma anche una specifica formazione».

Arte all'arte- Chianti

Arte all’arte- Chianti

Solo così l’arte pubblica può innescare anche un processo di coesione, di interrelazione. «Fare arte negli spazi pubblici non vuol dire andare verso l’altro in termini assistenziali o puramente sociali» sottolinea Detheridge. «Un artista dovrebbe dire: siamo in questo luogo, condividiamo questo spazio e vediamo cosa possiamo fare insieme. Perché la partecipazione abbia un senso per te e per me». Anche per questo Anna Detheridge considera semplicistico propagandare, come è stato fatto a Roma dall’assessorato alla cultura, interventi di Street Art nei quartieri più a rischio, come un progetto di recupero delle periferie e di lotta al degrado. «È chiaro che ai gravissimi problemi di disonestà e di criminalità non basta rispondere con graffiti o sculture. Ciò che può fare l’arte è offrire una nuova visione e avviare la possibilità di un cambiamento. Ma l’arte ha a che fare con la  relazione,con la sensibilità. Aspetti che evidentemente questo sistema criminale ha completamente calpestato».
In generale, però, in Italia«non mancano esempi in cui gli artisti sono riusciti a costruire, non solo dei luoghi ameni, ma davvero vivi e di scambio», assicura Detheridge. Magari dove meno te lo aspetti.

In provincia o in piccoli borghi del Chianti, con iniziative come Arte all’Arte. Un intervento riuscito è, secondo la studiosa, quello realizzato da Alberto Garutti al Teatro comunale di Peccioli in provincia di Pisa. «Non si tratta propriamente di un’opera di ristrutturazione  – precisa Detheridge -. È il risultato di una relazione. L’artista qui ha fatto qualcosa di specifico, proprio per gli abitanti della zona. Non si tratta di fabbricare oggetti in più, ma di tessere rapporti. In questo modo un’opera diventa un dispositivo e il risultato estetico non è più la sola cosa che conti».

Stalker, mappa di Roma

Stalker, mappa di Roma

Un classico esempio di questo tipo di arte pensata come avvio di un processo potenzialmente trasformativo è quello del gruppo Stalker al Corviale, dove per lungo tempo architetti e artisti hanno lavorato con la popolazione. «Purtroppo, in Italia, questo tipo di intervento non ha alcun tipo di definizione e non viene riconosciuto. Così  – denuncia Detheridge – queste realizzazioni vengono disperse, inficiate. Perché non se ne comprende l’importanza e nessuna istituzione le promuove. Ma anche se si tratta di segni apparentemente effimeri avevano la speranza, l’intenzionalità, di cambiare le cose, di ampliare un pochino la sensibilità . Fare il processo all’architettura oggi non serve. Alla fine del modernismo costruire una casa lunga  un km forse non era un’idea così brillante. Ma è anche vero che Corviale è stato abbandonato dalle istituzioni, si è lasciato che diventasse un ghetto».
Nel libro Scultori della speranza Anna Detheridge ricorda casi in cui edifici storici, invece, hanno assunto significati importanti per una comunità e che sono stati recuperati e ricostruiti con ogni sforzo possibile. Quello più emblematico riguarda il ponte di Mostar in Bosnia, che fu fatto saltare nel 1993, diventando l’icona della città. «L’aspetto più emozionante di questo ponte è che appare più simile a una scultura collettiva che a un’opera classica», osserva Anna Detheridge nel suo libro.

«Un ponte è qualcosa che unisce due rive e che si percorre a piedi o a cavallo, per secoli o decenni. È parte dell’uso quotidiano: diviene un riferimento affettivo prima che estetico. La stessa cosa vale per edifici pubblici di rilievo per la collettività», commenta Michele Dantini, docente di storia dell’arte contemporanea all’Università del Piemonte orientale, che pubblicato a un nuovo libro su arte, scienza e sfera pubblica edito da Doppiozero. «Non credo che oggi l’arte, e forse neppure l’architettura, si proponga obiettivi tanto ambiziosi. Ma – aggiunge – apprezzo molto taluni interventi di Jochen Gerz, artista tedesco di tradizione concettuale interpretata in chiave Public Art. E progetti ambientali, ad esempio il giardino di Gilles Clement a Lille: interdetto alle persone, è riservato all’autoriproduzione delle “vagabonde”, cioè le piante pioniere. Chiunque si prenda cura di qualcuno o qualcosa conduce la sua piccola o grande battaglia contro marginalità, violenza e degrado». Al tempo stesso, però,confessa Dantini «diffido di “abbellimenti” solo estetici, che non siano concretamente servizi. Ma non esistono regole certe. Anche la bellezza può essere un dono e divenire un’ “utilità” che porta durevole beneficio».

SanBa, street art a San basilio-Roma

SanBa, street art a San basilio-Roma

Di Public Art, e più in generale di arte contemporanea come “bene comune”, si è discusso agli Strati della cultura, una tre giorni organizzata dall’Arci a Ferrara, a cui hanno preso parte studiosi di arte contemporanea e non solo. Fra questi, oltre allo stesso Michele Dantini, il critico Christian Caliandro, autore con Pier Luigi Sacco di Italia Reloaded (il Mulino, 2012) e di Italia revolution (Bompiani, 2013). Un dittico che si appresta a diventare trilogia con un nuovo volume in cui lo storico dell’arte che si è formato in Normale approfondisce la riflessione sulle trasformazioni a cui sta andando incontro la nostra identità culturale. «Esempi brillanti ed efficaci di intervento nello spazio pubblico ce ne sono molti in Italia», dichiara Caliandro, che ha organizzato nel gennaio 2015 a Bari un convegno dal titolo La cultura e la città nuova, il ruolo delle pratiche creative in una comunità urbana.

«Penso al progetto con cui Gian Maria Tosatti sta riattivando luoghi abbandonati a Napoli e che invita a riflettere sulla nostra identità e su come potremo essere. Ma anche al progetto in barriera a Torino realizzato da Alessandro Bulgini, con opere favolose ed effimere come disegni geometrici a gessetto». Per quanto riguarda Roma, Caliandro segnala le opere di Blu e tutto il progetto Sanba a San Basilio. «L’importante è che l’arte contemporanea nelle città non si accontenti di operazioni decorative», avverte. «I problemi, le sfide e le nuove opportunità chiedono all’arte di riconfigurare in modo radicale il rapporto con la società e con il tessuto urbano. Le chiedono di uscire dal recinto e di immaginare nuove pratiche di partecipazione non retorica, sganciate dalla logica dei grandi eventi».
Le trappole della moda, del conformismo, della finta democratizzazione delle pratiche culturali, sono comunque in agguato. Così come la retorica ogni volta che amministratori comunali e politici cominciano a parlare di arte pubblica, di comunità e via di questo passo. « Spesso la cultura viene usata in chiave auto celebrativa e auto assolutoria», rileva Caliandro. «Dimenticando che il suo compito principale è favorire lo sviluppo di identità individuali e collettive, non di oscurarle. Il ruolo dell’arte e della cultura è sempre stato quello di elaborare i traumi, non di coprirli. Anche se è il lavoro più faticoso, doloroso, scomodo e critico che ci sia». Sul piano concreto della vita di tutti i giorni però, come è emerso con chiarezza anche durante gli Strati della cultura, la crescente consapevolezza da parte dei cittadini dell’importanza della difesa dei beni comuni (arte compresa) si scontra con lo scempio di politiche emergenzialiste, dissennate, di de-tutela e svendita del patrimonio pubblico. E non solo. Come denunciano da tempo le associazioni di categoria di storici dell’arte, archeologi e degli altri professionisti dei beni culturali il problema più grosso in questo settore riguarda l’occupazione giovanile. «Il lavoro culturale in Italia non è retribuito. Siamo ben oltre la precarizzazione», commenta Caliandro. «È una cosa che appartiene al territorio dello spettrale per quanto riguarda garanzie e salari. E tutto questo si riflette anche sulle modalità in cui la città stabilisce il rapporto con l’arte e con la cultura. Non basta la difesa dei monumenti, dell’arte, del paesaggio, ma tutti gli aspetti vanno riconnessi. Deve diventare una difesa dei valori umani. E una sfida per introdurre elementi di innovazione radicale».

dal settimanale Left luglio 2014

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Una Biennale di importanza Capitale

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 8, 2015

Susana Pilar_ Dominadora inmater

Susana Pilar_ Dominadora inmater

Indaga i conflitti e torna ad interrogare la politica la 56esima Biennale internazionale d’arte, che si apre il 9 maggio nei Giardini nell’Arsenale e in altre aree nevralgiche di Venezia. Così lascia intendere la scelta curatoriale di Okwui Enwezor che ha ideato la mostra All the world’s future (aperta fino al 22 novembre) pensando che la crisi possa essere un’occasione creativa e che tensioni sociali e tempi instabili come quelli che stiamo vivendo cimentino la vitalità e la fantasia degli artisti nell’immaginare mondi futuri, più umani e sostenibili.

«Fin dalla sua prima edizione nel 1895 la Biennale di Venezia si è sempre collocata nel punto di confluenza di molti cambiamenti sociopolitici e di radicali fratture storiche nel campo dell’arte, della cultura, della politica, della tecnologia e dell’economia», sottolinea Okwui Enwezor, raccontando di essere rimasto molto colpito nel ritrovare casualmente in archivio materiali sulla Biennale del 1974, un’edizione quasi totalmente a sostegno del popolo cileno, dopo il golpe di Pinochet dell’11 settembre 1973.

«Cento anni dopo la prima guerra mondiale e 75 anni dopo l’inizio della seconda ora, il panorama mondiale appare di nuovo in frantumi, segnato dalla crisi economica, dalla politica secessionista e da una catastrofe umanitaria che si consuma nei mari, nei deserti e nelle regioni di confine, mentre immigrati, rifugiati e popoli disperati cercano rifugio in terre apparentemente più ricche e tranquille», dice il critico e curatore di origini nigeriane.

Shilpa Gupta_I live under your sky too_animated light installation

Shilpa Gupta_I live under your sky too_animated light installation

«Ovunque si volga lo sguardo sembra di scorgere incertezza e una sempre più profonda instabilità in tutte le regioni del mondo», aggiunge evocando l’immagine dell’Angelus Novus di Klee ai cui piedi -secondo la lettura di Walter Benjamin – si accumulano, sempre più alte, le macerie della distruzione moderna.

«Gli artisti hanno sempre cercato di rappresentare i momenti tumultuosi, come quello che stiamo vivendo. L’arte – dice Enwezor – ha sempre tentato di dare una forma e un’espressione alla tensione che percorre i nostri tempi. La società post-industriale e quella tecnologica e digitale, la migrazione di massa versus i viaggi di massa,i disastri ambientali e le guerre, la modernità e la post-modernità, tutto questo ha prodotto nuovi spunti per artisti, scrittori, cineasti, performer, compositori, musicisti». Con questa premessa Okwui Enwezor ha invitato 136 artisti da 53 Paesi diversi (88 presenti per la prima volta alla Biennale) a creare opere in maggioranza site specific o comunque realizzate per questa occasione.

Biennale d'arte 2015Così dopo le Illuminazioni di Bice Curiger e il mondo enciclopedico fantasticato da Massimiliano Gioni, il critico di origini nigeriane e direttore della Haus der Kunst di Monaco, propone di tornare a confrontarsi con il presente, con il crescente divario fra nord e sud del mondo, con l’ingiustizia sociale e la negazione dei diritti fondamentali che caratterizza questa fase del capitalismo avanzato in Occidente. Lo fa chiedendo ad artisti noti e meno noti di sviluppare il proprio «inner song», metaforicamente un canto intimo e personale, con cui dialogare con gli altri in questo variopinto «parlamento di forme», in un panorama di «immagini dialettiche», in cui nomi emergenti figurano accanto ad alcuni maestri del passato.

Ad alcuni protagonisti dell’avanguardia del secondo Novecento sono dedicate delle “stanze” personali, quasi delle piccole mostre nella mostra.

Fra loro ritroviamo un pioniere della videodanza come Bruce Neuman, artisti che hanno attraversato in modo originale la stagione dell’arte povera come Pino Pascali e Fabio Mauri e che continuano ad esserne rappresentanti ispirati e poetici come Janis Kounellis. E poi ancora “nuovi selvaggi” come il tedesco Georg Baselitz con le sue figure a testa in giù e talenti malinconici e inquieti come Christian Boltanski e Marlene Dumas, qui in veste inedita di autrice di piccoli quadri intimi.

Bruce Nauman

Bruce Nauman

Ma è soprattutto l’ondata di giovani artisti provenienti dal grande continente africano, dal Medio Oriente e dall’Asia che sbarcherà in Laguna, a destare la nostra curiosità. Okwui Enwezor presenta le loro proposte insieme nuove creazioni di artisti under 40 già affermati e trendy come il cinese Cao Fei e l’inglese Steve McQueen. Ma interessante si annuncia anche il dialogo a distanza fra l’arte atea e iconoclasta dell’algerino Adel Abdessemed e il lirismo pittorico dell’attivista egiziano Inji Efflaton che negli anni 60, in carcere, riusciva ad eludere la censura con un linguaggio poetico apparentemente lontano dalla realtà. In questa Biennale ampio spazio anche al cinema, con i docufilm “d’emergenza” e autoprodotti dal collettivo siriano Abounaddara, fondato nel 2010, con le produzioni multimediali della piattaforma editoriale E-Flux Journal fondata nel 2008 a New York e di Raqs media collective nato in India nel 1994.

Steve MacQueen Ashes

Steve MacQueen Ashes

La mostra internazionale di arti visive, con All the world’s future, si apre decisamente al cinema e al teatro politico, ma anche ai canti di lavoro e, con con un pizzico di provocazione, alla lettura integrale del Capitale di Marx, che nell’Arena (agorà e cuore pulsante dell’intera manifestazione) proseguirà senza soluzione di continuità per tutta la durata della Biennale 2015, fino a novembre. «Perché il capitale è il grande dramma della nostra epoca» spiega Enwezor . Non tanto per celebrare un pedissequo ritorno a Marx i cui strumenti critici oggi non ci bastano più. Ma perché «oggi il capitale incombe più qualsiasi altro elemento su ogni sfera dell’esistenza, dalle predazioni dell’economia politica alla rapacità dell’industria finanziaria. Lo sfruttamento della natura attraverso la sua mercificazione sotto forma di risorse naturali, il crescente sistema di disparità e l’indebolimento del contratto sociale hanno di recente imposto il bisogno di un cambiamento». A poco a poco il solipsismo della lettura sarà contaminato con recital di canti di lavoro, libretti, letture di copioni, discussioni, assemblee plenarie e proiezioni di film dedicati a diverse teorie ed esplorazioni del Capitale. Ma non solo. Seguendo questo filo rosso Olaf Nicolai presenta una performance, ispirata alla composizione di Luigi Nono, Non consumiamo Marx. Il collettivo Tomorrow cercherà di immaginare i personaggi e le figure che potrebbero utilizzare il repertorio di Marx nel contesto contemporaneo in Tales on Das Kapital. Mentre Mason Moran, con il suo Staged, mapperà i canti di lavoro e Jeremy Deller, sulla base di materiali d’archivio esplorerà il tema delle condizioni di vita e di lavoro nelle fabbriche, a partire dalla fine del XIX secolo.

El-Anatsui

El-Anatsui

«L’intento è quello di avvicinare lo spettatore a una realtà complessa attraverso un’esperienza multisensoriale – dice Enwezor – proponendo pratiche artistiche provenienti da Africa, Asia, Australia, Europa, Nord e Sud America, come ricerca di nuove connessioni con l’impegno con cui gli artisti indagano la condizione umana». Dopo aver diretto Documenta 11 e alcune delle Biennali più importanti in giro per il mondo, da Gwangju, a Tokyo a Johannesburg, e dopo libri come Contemporary African Art Since 1980 (Damiani, 2009) e Antinomies of Art and Culture: Modernity, Postmodernity, Contemporaneit (Duke University Press, 2008), Enwezor mette a valore la sua profonda conoscenza dell’arte contemporanea africana e della diaspora, del modernismo e dell’architettura post-coloniale in questa Biennale che accende i riflettori sulla vitalità creativa di Paesi, esclusi dal canone occidentale e che portano nuova linfa nell’esausto sistema internazionale dell’arte in cui da un ventennio dominano sempre i soliti nomi (sponsorizzati da un manipolo di ricchi collezionisti e sostenuti da massicce operazioni di marketing).

BiennaleArte2015Coerente con questa impostazione di apertura appare anche la scelta di assegnare il Leone d’oro alla carriera all’artista ghanese El Anatsu. «Per il suo lavoro di promozione di artisti contemporanei africani sulla scena globale». E la forza della sua poetica visiva «capace di coniugare in modo originale innovazione formale e tradizione». El Anatsu fin dagli anni 70 trasforma i residui del passato coloniale in opere d’arte, realizzando immaginifici tappeti e cangianti arazzi con cavi di rame e migliaia di tappi di bottiglie di liquori. Su vassoi ispirati a quelli usati dai mercanti kumasi per esporre la propria merce, incide motivi adinkra e altri disegni, che assumono forme grafiche dinamiche. Le sue opere oggi finalmente rivestono intere pareti e creano tende spettacolari, colate d’oro e di colori, nei maggiori musei del contemporaneo e la Biennale di Enwezor ne festeggia il riconoscimento internazionale. (simona maggiorelli)

dal settimanale Left maggio 2016

La svolta politica della Biennale – la recensione di Left, giugno 2015

Ci voleva un curatore cosmopolita, aperto alla multidisciplinarità e fortemente radicato in una visione politica e sociale dell’arte, come Okwui Enwezor, per dare una positiva svolta alla Biennale dell’arte di Venezia, liberandola dal mainstream anglo-americano improntato al concettualismo più arido e al gigantismo di opere tardo Pop.

Con la mostra All the world’s future, Enwezor porta in laguna testimonianze fresche e vitali dalla nuova, vastissima, scena africana, ma anche dall’Asia e dall’underground Usa ed europeo. Senza compartimentizzare generi e provenienze culturali. Ma al contrario creando fertili e impreviste situazioni di dialogo. Come quella all’inizio del percorso, fra storiche opere dell’americano Bruce Nauman in cui campeggiano parole come “umano”, “vita”, “passioni”, “morte”, colorate da luci neon, accanto alla selva di coltelli creata dall’algerino Adel Abdessemed, e ironicamente intitolata Ninfee. Due modi assai diversi di raccontare le tappe della vita e che indirettamente illuminano nodi culturali, tensioni e conflitti che attraversano i rispettivi Paesi d’origine. Ma potremmo fare molti altri esempi per dire come Enwezor sia riuscito a mantenere le promesse (vedi Left n. 16) nel realizzare una mostra aperta al nuovo, fortemente innervata da temi politici e in cui molto spazio è riservato al dramma che vivono oggi i migranti.

Tema su cui il curatore di origini nigeriane invita a riflettere anche con il muro di valigie che Fabio Mauri realizzò negli anni Settanta. Nel padiglione giapponese invece lo ritroviamo evocato da un barcone sotto una pioggia di chiavi appese (in foto). Un filo rosso quello del viaggio, dello sradicamento, che attraversa molti padiglioni nazionali. Declinato in modo suggestivo, con lacerti di giornali, monumenti abbattuti e paesaggi imprigionati dietro grate nel padiglione armeno che con la mostra Armenity nel Monastero Mekhitarista dell’Isola di San Lazzaro (fino al 22 novembre, catalogo Skira) ha vinto il Leone d’oro di questa 56esima Biennale. Un muro attraversa anche il padiglione messicano, evocando quel confine-barriera che è diventato luogo di morte per tanti latinos che cercano di attraversarlo inseguendo il miraggio di una vita migliore negli Usa. L’arte non descrive i fatti, racconta per immagini potenti. Tanto potenti che c’è chi nell’amministrazione veneziana si è sentito urtato dalla “moschea” ideata dall’artista svizzero Christoph Buchel nella chiesa privata di Santa Maria della Misericordia, costringendo il padiglione islandese che ospitava l’ installazione a chiuderla in fretta e furia.

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Alle radici di piazza Tahrir, con il romanzo di Ala al-Aswani

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 28, 2015

Cairo, 1940

Cairo, 1940

«Siamo nati dalla sua fantasia e adesso siamo nella vita» dicono Kamel e Saliha allo scrittore ‘Ala al-Aswani cogliendolo di sorpresa. Comincia così, tra sogno e veglia, il nuovo libro del romanziere egiziano, Cairo Automobile Club (Feltrinelli).

Ambientato all’epoca di Re Farouk, è un potente affresco della società egiziana negli anni Quaranta, oppressa dal colonialismo inglese, mentre il re corrotto e connivente perpetuava, con i pascià, un sistema di dominio arcaico e “schiavista”. Al contempo, però, è anche un polifonico e vitale ritratto di persone “comuni” non più disposte a chinare la testa.

Giovani ribelli, studenti e perfino madri di famiglia che inconsciamente già preparavano la rivoluzione. «L’immaginazione a volte supera la realtà»: quella rivolta che ‘Ala al-Aswani immaginò nel 2008 iniziando a scrivere questo romanzo sarebbe esplosa nel 2011 invadendo pacificamente piazza Tahrir. “Costringendo” lo scrittore (e dentista) a uscire dal suo studio per unirsi alla protesta contro il regime di Mubarak.

cover«Per dirla con una formula, la narrativa è la realtà più l’immaginazione. Solo dal rapporto profondo con le persone nascono libri “vivi”», dice al-Aswani. E proprio dall’esperienza fortissima di quei giorni sono nate poi indirettamente alcune delle pagine più belle della seconda parte di questo romanzo, che al-Aswani ha presentato al Salone Off di Torino.

Un libro che in filigrana lascia intravedere nessi inediti fra gli anni Quaranta e il 2011. «Sicuramente c’è un parallelismo fra queste due epoche storiche- conferma lo scrittore – . In entrambi i periodi tutti pensavano che il regime fosse sul punto di cadere, ma nessuno sapeva cosa sarebbe successo dopo».

Cairo 1954

Cairo 1954

Forse, azzardando, si potrebbe notare che la storia dei due giovani protagonisti di Cairo Automobile Club sembra prefigurare quella di tanti ragazzi di piazza Tahrir anche per il ricorrere nei loro discorsi di parole come «libertà», «dignità», e per il rifiuto della violenza: dopo la morte del padre causata dal pestaggio da parte del datore di lavoro, Kemal e Saliha scelgono la rivolta, ma non si lasciano accecare dall’odio.

«La non violenza ha avuto un ruolo importante a piazza Tahir e l’ho voluto sottolineare nel libro», racconta ‘Ala al-Aswani. «Io credo che da questo punto di vista la rivoluzione egiziana abbia rappresentato un modello per altre venute dopo. In particolare Mubarak e il suo entourage avevano disseminato cecchini in città, che prendevano la mira con laser colorati. Era impossibile prevedere chi sarebbe morto. In piazza si vedevano questi tondini rossi e arancioni che viaggiavano sulla gente. Quando si fermavano sulla testa di qualcuno non c’era scampo. Ho vissuto di persona quei momenti – aggiunge lo scrittore – nonostante l’incertezza della vita e questa estrema precarietà, i manifestanti hanno sempre urlato la non violenza. In quel modo sono riusciti a rovesciare Mubarak».

Ala Al Aswani

Ala Al Aswani

Insieme alla non violenza, era anche l’aspetto cosmopolita della piazza e la quasi totale assenza di fondamentalismo religioso a colpire l’occhio dell’osservatore.

Nel racconto del Cairo anni Quaranta che ‘Ala al-Aswani ci offre pare di poterne scorgere alcuni prodromi: in primo piano ci sono i rapporti fra le persone, non questioni di fede. E incontriamo «gli sguardi torvi e pieni di odio» di alcuni fondamentalisti solo di sfuggita.

Passando dal romanzo alla storia, viene da chiedersi come dalla società egiziana sia potuto nascere un movimento oscurantista come quello wahabita. «Non dobbiamo dimenticare – spiega ‘Ala al-Aswani – che l’Egitto è musulmano da 15 secoli. Nei precedenti 35 è stato cosmopolita. Questo ha lasciato segni forti nella cultura degli egiziani,piuttosto laica. I rapporti sono basati su elementi molto più umani, c’è un rispetto profondo per la differenze. In Egitto vivono tanti greci, italiani, armeni».

Qual è allora la radice del fondamentalismo? «Il wahabismo era sempre stato una corrente minoritaria, ma ha avuto un boom grazie agli introiti della vendita del petrolio negli anni Settanta: miliardi di dollari. L’Europa non è esclusa da queste campagne di promozione foraggiate con i soldi del petrolio». Negli anni raccontati da questo romanzo, di tutto ciò, quasi non c’è traccia. Forse anche per questo brillano alcuni personaggi femminili, immagini vitali di ragazze non costrette a nascondersi. Come la musulmana Salhia, che Aisha prepara alla notte di nozze evitando con cura toni «da predica del venerdì».

Piazza Tahrir

Piazza Tahrir

E poi ecco affascinanti figure di donna in lotta contro i pregiudizi, come l’ebrea Odette, amante del britannico Wright. La sessualità e la dialettica fra uomo e donna è il filo rosso e forte che attraversa tutto il romanzo. «La letteratura è la vita scritta sulla carta» commenta al-Aswani. «Quello che leggiamo deve richiamare ciò che c’è di più significativo, profondo e bello nella vita reale. Come la sessualità. Non facciamo l’amore solo per piacere. Ma anche per cercare qualcosa nel rapporto con l’altra, per conoscere l’altro, perché vogliamo scoprire il nostro partner. Il sesso è uno degli aspetti più preziosi della nostra vita. E la letteratura non può assolutamente ignorare i lati più profondi della nostra personalità».

Letteratura e vita hanno un rapporto profondo, dunque, da ultimo, passando dalla pagina scritta alla realtà, che cosa sta accadendo in Egitto con il governo di al-Sisi e cosa ne è della rivoluzione? «Occorre una premessa – risponde lo scrittore – la rivoluzione è un cambiamento umano e come tale ha bisogno di tempo per raggiungere i suoi scopi. Non è una partita di calcio che dura 90 minuti per cui al 91esimo si può già sapere chi ha vinto o perso, è un processo in continuo divenire e quando si è messo in moto non si può più fermare. Prendiamo la Rivoluzione francese, per esempio, dopo tre anni non aveva ottenuto nulla di specifico, nulla di quello che avrebbero voluto i rivoluzionari. Però il processo è ancora in corso. E ha portato un forte cambiamento culturale nella mentalità delle persone» ( Simona Maggiorelli)

dal settimanale Left

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Gli scritti partigiani di Luciano Bianciardi

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 26, 2015

Luciano Bianciardi

Luciano Bianciardi

Non solo un intellettuale contro. Ma un “uomo libero” che scriveva con l’intento civile di far aprire gli occhi ai lettori. Così Gian Paolo Serino racconta lo scrittore grossetano in un’agile antologia

E’ una piccola, preziosa, summa del “Bianciardi pensiero” quella distillata da Gian Paolo Serino per le Edizioni Clichy di Firenze. Ripercorrendo l’intero corpus delle opere dello scrittore grossetano il direttore editoriale della rivista Satisfiction ne ha tratto tasselli per tracciare uno sfaccettato ritratto dello scrittore grossetano e una mappa della sua Milano bianciardiana: ovvero quella dei quartieri popolari, delle osterie, di bar ritrovo di intellettuali male in arnese e di artisti allora emergenti come Enzo Jannacci, di cui fu mentore e amico.

Una parte della città a cui Luciano Bianciardi, arrivato nel 1954 dalla Maremma per lavorare come traduttore alla Feltrinelli, contrapponeva quella delle banche, degli uffici dirigenziali, della burocrazia asburgica, degli scempi edilizi. Ma dall’agile volume Luciano Bianciardi, il precario esistenziale composto da Serino non emerge solo lo scrittore che, prima del boom e con altri accenti rispetto a Pasolini, smascherava il mito del benessere legato ai consumi, che ha inventato la critica televisiva elogiando (ironicamente) la schietta, lampante, mediocrità di Mike, prototipo dell’italiano medio e demistificando la tv del dolore usata per indottrinare.

Bianciardi non si limitava a stigmatizzare l’uso della tv come strumento di distrazione di massa e a denunciare i meccanismi di un mercato editoriale che già puntava al profitto senza badare alla qualità dei contenuti. Seguendo un ritmo narrativo e una «cronologia emotiva» nella scelta dei brani, Serino sa far emergere «la passione di un intellettuale che si pone contro certi comportamenti dominanti non con un atteggiamento anticonformista di maniera, ma per cercare di aprire gli occhi ai lettori».
Da questi estratti da Il lavoro culturale (Feltrinelli) e da articoli usciti su riviste e giornali (ABC, L’Avanti!, Notizie letterarie, Guerin Sportivo ecc.) emerge anche il tentativo bianciardiano di ripensare il ruolo degli intellettuali nell’Italia del dopoguerra e di darsi un compito politico e civile.

Anche per questo, uscendo dagli uffici sotto vuoto della Feltrinelli frequentati da intellettuali precari come lui, si “perdeva” nella metropoli raccontandone le strade lunghe e scure, la vita dentro grigi palazzi popolari, dove i bambini crescono al chiuso senza aver mai scorrazzato per i campi o visto una mucca.
Gli operai sono invisibili in questa «Milano che non produce nulla, ma vende e baratta». Che pullula di ragionieri con i manicotti e di “colletti bianchi”, disposti «a scriversi in fronte “carogna”» e a prendere a calci i lavoratori. Del resto l’anarchico Bianciardi, che era stato liberal-socialista quando studiava alla Normale di Pisa (improntata allo «spirito risorgimentale, laicizzante di Carducci») e poi azionista, aveva capito molto presto da che parte stare.

Come racconta la figlia Luciana, curatrice dei due volumi dell’Antimeridiano (Isbn e Ex-Cogita) che contiene tutta l’opera dello scrittore scomparso nel 1971, già quando era al ginnasio Luciano Bianciardi prese le distanze dal padre accusandolo di non essersi schierato apertamente contro il fascismo. Perciò decise di fare due anni in uno per fare l’esame di maturità prima possibile e potersene andare da casa.

Serino_ bianciardi

Serino_ bianciardi

«Non è stato difficile, nella provincia in cui sono nato e cresciuto, capire abbastanza chiaramente, pur senza la scelta di un partito politico, come stanno le cose in Italia, chi ha ragione e chi ha torto», scriveva in “Lettera da Milano” apparsa su Il Contemporaneo nel febbraio del ’55. «Basta muoversi appena un poco, vedere come questa gente vive (e muore) e la scelta viene da sé. Sui libri poi si troverà, semmai, la conferma di quel che si è visto e di quel che si è deciso e si stabilirà da quel momento in avanti, di servirsi dei libri per aiutare chi ha ragione ad averla nei fatti, oltreché nei diritti. Non c’è dubbio». Una testimonianza analoga si trova in un testo tratto da Belfagor e antologizzato nel libro di Serino, critico e direttore di Satisfiction.
Lettore appassionato di Gramsci, vicino al sindacalista Di Vittorio, non prese mai la tessera del Pci, ma fu sempre scrittore militante. Basta pensare all’inchiesta-reportage scritta con Carlo Cassola sui minatori in Maremma e a pagine toccanti come “Ira e lacrime a Ribolla”: articolo uscito nel 1954 su Il Contemporaneo, dopo l’esplosione in una miniera in cui morirono 43 lavoratori del gruppo Montecatini. ( Simona Maggiorelli)

dal settimanale Left

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All’ombra di un sogno. Quando erano i tedeschi ad emigrare

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 23, 2015

Heimat di Edgar Reitz

Heimat di Edgar Reitz

Nell’Ottocento il Brasile fu miraggio per tanti tedeschi, costretti a partire. Il regista Edgar Reitz ne racconta la storia nell’Altra Heimat. Evocando i migranti di oggi.

di Simona Maggiorelli

L’opera di Edgar Reitz è un unicum nella storia del cinema: attraverso la vicenda della famiglia Simon, seguita nel corso di trent’anni con la trilogia Heimat che si dipana per quasi sessanta ore, tratteggia un affresco di storia tedesca in un arco di tempo che va dal 1919 al 1982. Un unicum per durata, coerenza, rigore, ma soprattutto per la forza poetica di questo straordinario racconto cinematografico. Per trovare un’impresa paragonabile a quella del maestro del Nuovo Cinema Tedesco, oggi ottantatreenne, bisogna forse guardare alla letteratura. Non tanto ad autori come Proust spesso accostatogli, quanto all’epos, alle antiche saghe in cui i cavalieri cadetti andavano alla queste, alla ricerca di un’immagine di donna ideale e fortuna. A suggerire questo paragone è il respiro epico del cinema di Reitz, la sua capacità di cogliere il senso umano e universale che si cela dietro le avventure e disavventure dei singoli personaggi che, come Jakob, protagonista del suo nuovo film L’altra Heimat, cronaca di un sogno, spesso sono dei sognatori, dei visionari. Persone mosse dalla capacità d’immaginare un mondo diverso, sempre in cerca di spazi nuovi, anche interiori. Perché, come dice il maestro, «prendersi dei rischi per cercare uno spazio vitale appartiene alla natura umana».
All’inizio di questo appassionante capitolo della saga dei Simon (coprodotto da Ripley’s film, Viggo e Nexo digital) il regista ci mostra il giovane a lume di candela mentre di notte divora libri sulle popolazioni indigene del Sud America, tentando di imparare la loro lingua, nella speranza di poter lasciare la fredda e povera Germania dell’Ottocento per andare a stare con gli indiani. Qui, la parola tedesca Heimat, che evoca la casa e il posto del cuore, assume i contorni del Brasile fantasticato da Jakob quando, sfuggendo al lavoro di fabbro e alle botte per le sue continue assenze, solo sulla collina si immerge nella lettura mettendosi una penna in testa. Un Brasile abitato da uccelli giganti, colorati, meravigliosi, come confida alla ragazzina di cui è innamorato. Così una storia di fame e di emigrazione diventa storia d’amore e di apertura verso orizzonti sconosciuti. Nonostante l’impossibilità di partire davvero, nonostante l’amata si dia ad altro e nonostante la durezza della vita a Schabbach, villaggio immaginario dell’Hunsrück, regione d’origine del regista. Che è tornato in Italia per parlare di questa sua ultima impresa, presentata al Festival del cinema di Venezia nel 2013.

Heimat, cronaca di un sogno

Heimat, cronaca di un sogno

Il film esce nelle sale italiane a più di trent’anni dall’esordio della serie Heimat, dopo Heimat 2, cronaca di una giovinezza (1992) e Heimat 3, cronaca di una svolta epocale (2004). Di fatto, mentre la ricca Germania attuale, guidata dalla intransigente Angela Merkel, è diventata la meta più ambita dai migranti che partono dal sud del mondo, quella raccontata da Reitz in questo nuovo Die Andere Heimat è la Germania del XIX secolo devastata da guerre, carestie ed epidemie, da cui tanti tedeschi furono costretti a scappare. E se la vicenda dell’adolescente Jokob s’iscrive nella migliore tradizione tedesca del Bildungsroman, il romanzo di formazione), del tutto nuovo è invece il senso della storia che Reitz intende far emergere dalla sua rilettura di ciò che accadeva circa 160 anni fa. Come lui stesso ci ha detto in un incontro a Roma.
Edgar Reitz, i tedeschi come gl’italiani, si sono dimenticati di quando erano costretti a emigrare?
Sono ormai pochi gli europei che si ‘ricordano’ le ondate migratorie del XIX secolo. È interessante vedere che oggi molti discendenti degli immigrati di allora in America del Sud e del Nord, iniziano a interessarsi alle loro radici europee e cercano contatto con la loro terra di provenienza.
Ricostruire quel periodo permette di leggere più in profondità ciò che sta accadendo oggi riguardo all’immigrazione?
È molto difficile riuscire a trasmettere la comprensione per le migrazioni attuali. Posso solo sperare che il mio film dia un piccolo contributo in questo senso.
Perché ha scelto per l’altra Heimat il 1843 e quel preciso periodo storico?
Molte sfaccettature del nostro modo di vedere e comprendere la libertà sono nate nel XIX secolo, quando gli europei erano ancora costretti a combattere per la pura sopravvivenza.
Per leggere lo Zeitgeist e comprendere ciò che è accaduto, la cronaca non basta?
È proprio questa per me una delle ragioni del fare cinema: cercare di andare più a fondo di quanto non possano fare le cronache o certi libri di storia.
Da dove nasce la scelta del bianco e nero?
Viviamo oggi, circondati da milioni di immagini a colori che ci perseguitano in ogni circostanza del quotidiano. Persino nella propria casa attraverso gli schermi del computer e della televisione. Non volevo aggiungere altre immagini colorate a questa inflazione cromatica. La scelta del bianco e nero deriva anche da tutto questo.
L’immaginazione letteraria quanto conta nel suo lavoro?
Il protagonista del mio film con la sua passione per i libri rappresenta un’eccezione nel piccolo paese dal quale viene. La sua visione di una vita migliore – come tutte le utopie – non è trasportabile nella vita reale. Jakob, il sognatore, è proprio colui che alla fine finisce per rimanere a casa mentre gli altri, realisti come suo fratello Gustav, sono coloro che veramente abbandonano la loro terra. È questa la storia che racconto ne L’altra Heimat.

(simona Maggiorelli -dal settimanale Left)

Edgar Reitz

Edgar Reitz

Edgar Reitz, Haben die Deutschen  ( und generell die Europäer) ihre eigene Auswanderung vergessen? Erlaubt die. Rekonstruktion dieser Zeit ein tieferes Verständnis für das was aktuell mit der Migration passiert?

Es sind nur noch Einzelne Europäer, die sich an die Auswanderungswellen des 19.Jhs erinnern. Interessant ist,

dass viele Nachkommen der damaligen Auswanderer in Nord- und Südamerika beginnen, sich für ihre

europäischen Wurzeln zu interessieren und Kontakt zur ehemaligen Heimat suchen. Das Verständnis für die

aktuellen Migrationen ist allerdings schwer zu vermitteln. Ich kann nur hoffen, dass mein Film einen Beitrag

dazu liefert.

Warum ist es gerade heute so wichtig über die Zeit von 1843 zu sprechen?

Viele unserer heutigen Vorstellungen von Freiheit und Gerechtigkeit sind im 19. Jahrhundert entstanden als

die Europäer noch um das nackte Überleben kämpfen mussten.

 Wie wichtig ist es den Zeitgeist lesen zu können um zu einem Verständnis des Geschehens zu gelangen? Oft

erlaubt die reine Faktenrekonstruktion nicht ein tieferes Verständnis der Ereignisse? Erlaubt in diesem Sinn

der Film einen größeren Tiefgang als die aktuelle  Chronik?

Ja. Dies ist einer der Gründe, Filme zu machen.

Sì. È una delle ragioni per fare cinema.

Warum die Wahl des S/W  in einem Werk, dass sich über viele Stunden seit Heimat 1 entwickelt hat… Kann

man bei Ihrem Kino von Epos sprechen, auch auf Grund der poetischen Kraft welche die filmische Erzählung

entwickelt?

Wir leben heute umgeben von Millionen von bunten bewegten Bildern, die uns in allen Situationen des

Alltags verfolgen, auch zu Hause auf den Fernseh- und Computerbildschirmen. Ich wollte dieser Bilder-

Inflation nicht noch weitere bunte Bilder hinzufügen. Deswegen entscheide ich mich seit vielen Jahren für

den Schwarzweiß-Film und die damit verbundene Einfachheit und Schönheit einer Bildsprache, mit der die

Filmgeschichte angefangen und wunderbare Werke hervorgebracht hat.

Die Auswanderer von DIE ANDERE HEIMAT träumen indem sie über Südamerika lesen. Was ist die wahre

Kraft der Literatur? Wie sehr inspiriert sie Ihre Arbeit?

Der Protagonist meines Films ist mit seiner Liebe zu den Büchern eine Ausnahmeerscheinung in seiner

dörflichen Umgebung. Seine Vision eines besseren Lebens ist – wie alle Utopien – nicht in die Realität

transponierbar. Jakob, der Träumer, ist am Ende derjenige, der zu Hause bleibt, während die anderen,

Realisten wie sein Bruder Gustav, das Land tatsächlich verlassen. Der Träumer ist eben nicht der

Auswanderer. Das ist die wahre Geschichte, die in DIE ANDERE HEIMAT erzählt wird.

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Uno scatto di libertà. La storia di Samìa.#stragemigranti

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 22, 2015

Samìa

Samìa

«Una piccola guerriera che corre per la libertà». Così il padre di Samìa Yusuf Omar, con orgoglio, raccontava sua figlia. La più piccola di sei fratelli, in una famiglia molto povera di Mogadiscio. Ma «nata con un talento: andava più veloce degli altri». Già da bambina Samia correva per gioco, ma anche per scappare dai pericoli della guerra in Somalia. E poi da adolescente, anche per sfuggire al destino di “reclusione” in casa riservato alle donne in un Paese così fondamentalista. Testarda e tenace, Samia inseguiva un sogno: partecipare alle Olimpiadi. Riuscendo ad allenarsi anche in una città in cui lo stadio era utilizzato come parcheggio di armamenti e mezzi da guerra. Fino ad essere davvero selezionata per rappresentare la Somalia alle Olimpiadi di Pechino del 2008.

Come racconta lo scrittore Giuseppe Catozzella nel romanzo Non dirmi che hai paura (Feltrinelli. Premio Strega giovani 2014), rievocando quel giorno straordinario in cui Samìa si trovò ai blocchi di partenza dei 200 metri accanto a campionesse di tutto il mondo. Lei esile, delicata, senza l’attrezzatura adatta, accanto ad atlete che, al confronto, sembravano delle culturiste.

non_dirmi_che_hai_pauraAnche se poi non bastò per vincere la gara, Samia decise di correre senza velo, per non esserne rallentata. E quella scelta, d’un tratto, ne fece «il punto di riferimento delle donne che lottano per i propri diritti , ma anche il bersaglio dei fondamentalisti nel mondo musulmano», ricorda Catozzella che ha ricostruito con passione la storia di questa ragazza, purtroppo finita tragicamente il 21 agosto del 2012, a largo di Lampedusa mentre, con altri migranti, tentava di raggiungere l’Italia. «Per 18 mesi aveva attraversato a piedi le aree desertiche della Libia per potersi imbarcare. Seguendo le orme della sorella maggiore, Hodan, che vive in Finlandia, come rifugiata», dice lo scrittore. Proprio grazie a Hodan, che dopo molte esitazioni, generosamente, gli ha permesso di leggere le lettere e i diari di Samia, Catozzella è riuscito a trovare dentro di sé una voce femminile, per raccontare in modo emotivamente forte, coinvolgente, tutta la vicenda.

La protagonista e voce narrante di Non dirmi che hai paura non è un’eroina tragica, ma una ragazzina viva e vitale che come tanti altri migranti cerca di realizzare un sogno, un progetto di vita, spinta da esigenze insopprimibili di libertà e di realizzazione umana. «Mi ero imbattuto nella sua storia per caso, nel 2012, mentre mi trovavo nelle isole Lamu per fare ricerche sui campi Taliban in vista di un nuovo libro», racconta il romanziere e ambasciatore Onu per i rifugiati, che il 4 ottobre 2014 ha  partecipato ai “Dialoghi mediterranei” organizzati dal Festival Sabir a Lampedusa.

catozzella«Quando ho saputo di Samia ho avvertito un istantaneo e, per certi versi inspiegabile, senso di responsabilità, proprio in quanto italiano. Io ero arrivato a casa sua, a Mogadiscio, comodamente a bordo di un aereo. E lei invece voleva arrivare a casa mia e non c’è mai arrivata. Al contempo la sua storia mi ha comunicato da subito una fortissima carica di coraggio e di libertà. Alle spalle avevo un libro sulla mafia al Nord. Dentro di me cercavo fortemente una storia che parlasse di coraggio. Mi volevo liberare in qualche modo da quei racconti così neri».

C’era anche l’urgenza di dare una rappresentazione dei migranti diversa da quella che offrono per lo più le cronache dei giornali? «Sì, ma questa è stata una presa di coscienza un po’ secondaria», risponde Catozzella. «Certo, questa storia permetteva di ascoltare e raccontare dall’interno l’epica dei migranti. Di ridare loro un volto, una voce. Arrivando a far immedesimare il lettore nel personaggio di un migrante. Quasi che alla fine della lettura si potesse sentire, egli stesso, un po’ un migrante. Questa è stata la scommessa che ho voluto tentare». Scommessa riuscita diremmo anche per le numerose scuole che hanno adottato questo testo, già tradotto in venti Paesi (e che presto diventerà anche un film).

Sfidando la fatuità di certa letteratura pop che va per la maggiore sui media, Catozzella non teme l’espressione «Letteratura civile». Citando fra i suoi modelli Beppe Fenoglio, l’autore di Una questione privata, «inarrivabile, per limpidezza del linguaggio. Il suo modo di raccontare è acuminato, doloroso, verissimo. Quando leggi Partigiano Johnny “vivi” quel periodo straordinario che fu la Resistenza». Catozzella è ancora romanticamente convinto che la letteratura (la bellezza) possa cambiare il mondo? «Credo che possa smuovere profondamente le menti, e aiutare anche piccoli cambiamenti concreti. Quando sono stato nominato ambasciatore Unhcr ho strappato una promessa: che l’Onu faccia in modo che la famiglia di Samia possa ricongiungersi insieme a Hodan, a Helsinki. È un piccolo gesto generato, alla fine, dalla letteratura. Più in generale – prosegue lo scrittore milanese – penso che la letteratura abbia il potere di accendere consapevolezze nuove, discorsi nuovi, fare addirittura rivelazioni. Se un romanzo è riuscito, comunica attraverso l’emozione, attraverso un contatto profondo con il lettore, che talora assume una consapevolezza nuova. La cronaca non ha questo “potere”». A volte è troppo piatta e, nell’aderenza assoluta alla realtà, finisce per tradirne il senso? «Esattamente. La letteratura invece confronta la realtà spiccia con l’universale. In questo modo cerca di renderla infinita, imperitura. Bisogna sempre puntare al massimo, poi si tratta di vedere se ci si riesce. La cronaca però non ci riesce mai, perché genera saturazione. Si occupa principalmente di quantità. All’opposto la letteratura si dovrebbe occupare di qualità e della stoffa della vita. La cronaca non entra nella vita, si occupa di tutto il contorno.

di Simona Maggiorelli, dal settimanale Left, luglio 2014



migranti, nel Mediterraneo

migranti, nel Mediterraneo

Non chiamatela fatale tragedia

Vergogna e responsabilità. Sono le sole due parole con cui posso commentare questo ennesimo naufragio di migranti», dice Giuseppe Catozzella, che nel libro Non dirmi che hai paura (Feltrinelli, Premio Strega) ha raccontato la storia di Samìa, l’atleta somala che partecipò alle olimpiadi di Pechino del 2008 e che sognava di raggiungere Lampedusa per andare in Finlandia. «Provo vergogna, in quanto italiano e europeo. E mi sento responsabile per queste morti» aggiunge lo scrittore e ambasciatore dell’Agenzia Onu per i rifugiati. «Spero che un giorno le generazioni future si chiedano come sia stato possibile che noi restassimo solo a guardare. Come noi ce lo siamo chiesto dei nostri nonni di fronte all’Olocausto. Tutti sapevano. Tutta Europa sapeva. Eppure è accaduto lo stesso. La nostra è una doppia responsabilità. Nostra e dei governanti a cui abbiamo demandato il compito di prendere decisioni». Come quelle che hanno generato chiusure e politiche razziste. «Dobbiamo essere onesti e dire che le guerre in Africa le abbiamo sempre cercate e alimentate noi. Così come i vari fondamentalismi, da cui è nato l’Isis. Che è oggi una delle ragioni per cui così tanti ragazzi e ragazze scappano dall’Africa e dal Medio Oriente. Generiamo e alimentiamo conflitti e quando chi fugge dalle bombe viene da noi, lo respingiamo e lo facciamo morire».
Tragedia è la parola che si legge più spesso. Come se queste morti fossero ineluttabili, un destino, dovuto al fato. E non una strage che ha cause e responsabilità.
Il linguaggio usato dai media è perlopiù banalizzante e semplificatorio. Rientra nella logica giornalistica puntare tutto sulla notizia. Gli approfondimenti sono rari. Dello stillicidio di morti quotidiane di migranti non si parla. Bisogna aspettare che anneghino almeno centinaia di persone. Oggi come nell’ottobre 2013. Il linguaggio usato da giornali e tv è del tutto auto assolutorio. Si parla di tragedia, appunto. E questi ragazzi vengono comunemente definiti clandestini, illegali. Invece sono giovani costretti a scappare da distruzioni, carestie, persecuzioni. Non si riesce a vivere in un Paese che è in guerra da quando sei nato. Perché la guerra ti toglie ogni futuro. Se vuoi guardare avanti devi partire. Sai che con questi barconi potresti non arrivare mai. Ma sei forzato a farlo lo stesso.
Queste stragi di migranti sono il fallimento dell’Europa, rivelano ignoranza e mancanza di una visione dei rapporti fra nord e sud del mondo?
Sono il segno del fallimento dei valori a cui l’Europa dice di ispirarsi. Noi saremmo quelli che portano la democrazia nel mondo meno civilizzato. Qual è il vero volto della nostra democrazia? Quello di chi alimenta conflitti per il proprio tornaconto e poi non accoglie chi tenta di salvarsi? Se la nostra civiltà è questa, che valore ha? La verità, purtroppo, è che l’Europa crede che la morte sia il miglior deterrente possibile. Pensa che facendo morire questi ragazzi si sparga la voce e smettano di partire. Questa è una visione assolutamente miope e stupida. Nella storia ci siamo sempre spostati. Le migrazioni sono più forti della morte. E nessuno è mai riuscito a fermarle.
Parlare di accoglienza, come carità, non rischia di essere un altro modo per negare l’identità di queste persone che vengono per lavorare, che pagano le tasse, portando una ricchezza anche e soprattutto culturale?
Tutto questo viene assolutamente negato. Ciò che prevale è una visione miope, senza prospettiva. Manca uno sguardo a lungo termine. Come accade in alcune piccole aziende. Quando c’è crisi e gli affari vanno male, tendono a tagliare, per conservare un piccolo spazio. Può funzionare nell’immediato, ma lentamente porta al tracollo. La possibilità di circolare, di fare incontri, di avviare nuove iniziative è un fattore di crescita. Non solo dal punto di vista del capitale umano. Questi ragazzi sono disponibili a fare lavori che noi non facciamo più. Ma non è solo questo. Fanno anche nascere interessanti scambi fra Stati. La comunità somala o congolese, quella tunisina o egiziana, per esempio, stimolano rapporti fra il nostro e il loro Paese che altrimenti non esisterebbero. Sono potenziali scambi economici. Ma viene sottovalutato. Questi rapporti sono elementi di crescita culturale. Ma tutto questo viene cancellato.
Con il suo libro, 100mila copie vendute in Italia e tradotto in 22 Paesi, continua a viaggiare la storia di Samìa?
Sì, sono tantissime le persone che hanno risposto; è veramente incredibile come la storia silenziosa di una migrante sia riuscita ad arrivare a così tanta gente. Generando piccoli miracoli come la corsa annuale, in suo nome, promossa dall’Onu a Mogadiscio. La prima edizione si è tenuta lo scorso agosto. Abbiamo corso mentre si sentivano le granate e i colpi di kalashnikov. Abbiamo corso per la libertà e il sogno dei migranti. E per la prima volta Samìa è stata ricordata pubblicamente nel suo Paese da rappresentanti del governo. (Simona Maggiorelli) dal settimanale Left , aprile 2015

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