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All’ombra di un sogno. Quando erano i tedeschi ad emigrare

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 23, 2015

Heimat di Edgar Reitz

Heimat di Edgar Reitz

Nell’Ottocento il Brasile fu miraggio per tanti tedeschi, costretti a partire. Il regista Edgar Reitz ne racconta la storia nell’Altra Heimat. Evocando i migranti di oggi.

di Simona Maggiorelli

L’opera di Edgar Reitz è un unicum nella storia del cinema: attraverso la vicenda della famiglia Simon, seguita nel corso di trent’anni con la trilogia Heimat che si dipana per quasi sessanta ore, tratteggia un affresco di storia tedesca in un arco di tempo che va dal 1919 al 1982. Un unicum per durata, coerenza, rigore, ma soprattutto per la forza poetica di questo straordinario racconto cinematografico. Per trovare un’impresa paragonabile a quella del maestro del Nuovo Cinema Tedesco, oggi ottantatreenne, bisogna forse guardare alla letteratura. Non tanto ad autori come Proust spesso accostatogli, quanto all’epos, alle antiche saghe in cui i cavalieri cadetti andavano alla queste, alla ricerca di un’immagine di donna ideale e fortuna. A suggerire questo paragone è il respiro epico del cinema di Reitz, la sua capacità di cogliere il senso umano e universale che si cela dietro le avventure e disavventure dei singoli personaggi che, come Jakob, protagonista del suo nuovo film L’altra Heimat, cronaca di un sogno, spesso sono dei sognatori, dei visionari. Persone mosse dalla capacità d’immaginare un mondo diverso, sempre in cerca di spazi nuovi, anche interiori. Perché, come dice il maestro, «prendersi dei rischi per cercare uno spazio vitale appartiene alla natura umana».
All’inizio di questo appassionante capitolo della saga dei Simon (coprodotto da Ripley’s film, Viggo e Nexo digital) il regista ci mostra il giovane a lume di candela mentre di notte divora libri sulle popolazioni indigene del Sud America, tentando di imparare la loro lingua, nella speranza di poter lasciare la fredda e povera Germania dell’Ottocento per andare a stare con gli indiani. Qui, la parola tedesca Heimat, che evoca la casa e il posto del cuore, assume i contorni del Brasile fantasticato da Jakob quando, sfuggendo al lavoro di fabbro e alle botte per le sue continue assenze, solo sulla collina si immerge nella lettura mettendosi una penna in testa. Un Brasile abitato da uccelli giganti, colorati, meravigliosi, come confida alla ragazzina di cui è innamorato. Così una storia di fame e di emigrazione diventa storia d’amore e di apertura verso orizzonti sconosciuti. Nonostante l’impossibilità di partire davvero, nonostante l’amata si dia ad altro e nonostante la durezza della vita a Schabbach, villaggio immaginario dell’Hunsrück, regione d’origine del regista. Che è tornato in Italia per parlare di questa sua ultima impresa, presentata al Festival del cinema di Venezia nel 2013.

Heimat, cronaca di un sogno

Heimat, cronaca di un sogno

Il film esce nelle sale italiane a più di trent’anni dall’esordio della serie Heimat, dopo Heimat 2, cronaca di una giovinezza (1992) e Heimat 3, cronaca di una svolta epocale (2004). Di fatto, mentre la ricca Germania attuale, guidata dalla intransigente Angela Merkel, è diventata la meta più ambita dai migranti che partono dal sud del mondo, quella raccontata da Reitz in questo nuovo Die Andere Heimat è la Germania del XIX secolo devastata da guerre, carestie ed epidemie, da cui tanti tedeschi furono costretti a scappare. E se la vicenda dell’adolescente Jokob s’iscrive nella migliore tradizione tedesca del Bildungsroman, il romanzo di formazione), del tutto nuovo è invece il senso della storia che Reitz intende far emergere dalla sua rilettura di ciò che accadeva circa 160 anni fa. Come lui stesso ci ha detto in un incontro a Roma.
Edgar Reitz, i tedeschi come gl’italiani, si sono dimenticati di quando erano costretti a emigrare?
Sono ormai pochi gli europei che si ‘ricordano’ le ondate migratorie del XIX secolo. È interessante vedere che oggi molti discendenti degli immigrati di allora in America del Sud e del Nord, iniziano a interessarsi alle loro radici europee e cercano contatto con la loro terra di provenienza.
Ricostruire quel periodo permette di leggere più in profondità ciò che sta accadendo oggi riguardo all’immigrazione?
È molto difficile riuscire a trasmettere la comprensione per le migrazioni attuali. Posso solo sperare che il mio film dia un piccolo contributo in questo senso.
Perché ha scelto per l’altra Heimat il 1843 e quel preciso periodo storico?
Molte sfaccettature del nostro modo di vedere e comprendere la libertà sono nate nel XIX secolo, quando gli europei erano ancora costretti a combattere per la pura sopravvivenza.
Per leggere lo Zeitgeist e comprendere ciò che è accaduto, la cronaca non basta?
È proprio questa per me una delle ragioni del fare cinema: cercare di andare più a fondo di quanto non possano fare le cronache o certi libri di storia.
Da dove nasce la scelta del bianco e nero?
Viviamo oggi, circondati da milioni di immagini a colori che ci perseguitano in ogni circostanza del quotidiano. Persino nella propria casa attraverso gli schermi del computer e della televisione. Non volevo aggiungere altre immagini colorate a questa inflazione cromatica. La scelta del bianco e nero deriva anche da tutto questo.
L’immaginazione letteraria quanto conta nel suo lavoro?
Il protagonista del mio film con la sua passione per i libri rappresenta un’eccezione nel piccolo paese dal quale viene. La sua visione di una vita migliore – come tutte le utopie – non è trasportabile nella vita reale. Jakob, il sognatore, è proprio colui che alla fine finisce per rimanere a casa mentre gli altri, realisti come suo fratello Gustav, sono coloro che veramente abbandonano la loro terra. È questa la storia che racconto ne L’altra Heimat.

(simona Maggiorelli -dal settimanale Left)

Edgar Reitz

Edgar Reitz

Edgar Reitz, Haben die Deutschen  ( und generell die Europäer) ihre eigene Auswanderung vergessen? Erlaubt die. Rekonstruktion dieser Zeit ein tieferes Verständnis für das was aktuell mit der Migration passiert?

Es sind nur noch Einzelne Europäer, die sich an die Auswanderungswellen des 19.Jhs erinnern. Interessant ist,

dass viele Nachkommen der damaligen Auswanderer in Nord- und Südamerika beginnen, sich für ihre

europäischen Wurzeln zu interessieren und Kontakt zur ehemaligen Heimat suchen. Das Verständnis für die

aktuellen Migrationen ist allerdings schwer zu vermitteln. Ich kann nur hoffen, dass mein Film einen Beitrag

dazu liefert.

Warum ist es gerade heute so wichtig über die Zeit von 1843 zu sprechen?

Viele unserer heutigen Vorstellungen von Freiheit und Gerechtigkeit sind im 19. Jahrhundert entstanden als

die Europäer noch um das nackte Überleben kämpfen mussten.

 Wie wichtig ist es den Zeitgeist lesen zu können um zu einem Verständnis des Geschehens zu gelangen? Oft

erlaubt die reine Faktenrekonstruktion nicht ein tieferes Verständnis der Ereignisse? Erlaubt in diesem Sinn

der Film einen größeren Tiefgang als die aktuelle  Chronik?

Ja. Dies ist einer der Gründe, Filme zu machen.

Sì. È una delle ragioni per fare cinema.

Warum die Wahl des S/W  in einem Werk, dass sich über viele Stunden seit Heimat 1 entwickelt hat… Kann

man bei Ihrem Kino von Epos sprechen, auch auf Grund der poetischen Kraft welche die filmische Erzählung

entwickelt?

Wir leben heute umgeben von Millionen von bunten bewegten Bildern, die uns in allen Situationen des

Alltags verfolgen, auch zu Hause auf den Fernseh- und Computerbildschirmen. Ich wollte dieser Bilder-

Inflation nicht noch weitere bunte Bilder hinzufügen. Deswegen entscheide ich mich seit vielen Jahren für

den Schwarzweiß-Film und die damit verbundene Einfachheit und Schönheit einer Bildsprache, mit der die

Filmgeschichte angefangen und wunderbare Werke hervorgebracht hat.

Die Auswanderer von DIE ANDERE HEIMAT träumen indem sie über Südamerika lesen. Was ist die wahre

Kraft der Literatur? Wie sehr inspiriert sie Ihre Arbeit?

Der Protagonist meines Films ist mit seiner Liebe zu den Büchern eine Ausnahmeerscheinung in seiner

dörflichen Umgebung. Seine Vision eines besseren Lebens ist – wie alle Utopien – nicht in die Realität

transponierbar. Jakob, der Träumer, ist am Ende derjenige, der zu Hause bleibt, während die anderen,

Realisten wie sein Bruder Gustav, das Land tatsächlich verlassen. Der Träumer ist eben nicht der

Auswanderer. Das ist die wahre Geschichte, die in DIE ANDERE HEIMAT erzählt wird.

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