Articoli

Posts Tagged ‘WU MING’

Nel laboratorio dei #WuMing

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 12, 2015

Wu Ming

Wu Ming

Con i primi tre titoli – Diario di zona di Luigi Chiarella, la riedizione de Il derby del bambino morto di Valerio Marchi e Il tenore partigiano di Lello Saracino – prende forma la collana che il collettivo Wu Ming firma per le Edizioni Alegre. Un trittico a cui presto si aggiungeranno altri «titoli orbitanti», annuncia Wu Ming 1: «alcuni già in corso di stesura, altri ancora in fase di ideazione. Sono quattro o cinque, ma è presto per anticipazioni».
Come è nata la collana e qual è il filo rosso?
Tutto parte da Stefano Tassinari, che ha gettato l’ennesimo ponte della sua vita, prima di morire. Se il movimento antagonista avesse un Genio Pontieri, lui ne sarebbe stato il generale. Ha messo in contatto le edizioni Alegre e un “giro” bolognese di compagne/i, che già si incontrava nelle riunioni della rivista Letteraria. Così ho iniziato a consigliare titoli ad Alegre, e la collaborazione si è infine strutturata in una collana, Quinto Tipo, dedicata – eccolo, il filo rosso – a quei libri che non sono né saggistica né narrativa e attraversano diverse tematiche sperimentando diverse scritture, quelli che di solito i librai non sanno bene dove collocare.
tenore461Come sta evolvendo il progetto di Wu Ming dopo L’armata dei sonnambuli (Einaudi) che raccontava la rivoluzione francese da un punto di vista inedito come il mesmerismo?
L’armata dei sonnambuli è stato il nostro ultimo romanzo storico. Dopo vent’anni passati a esplorare quella forma e a sperimentare lungo i suoi bordi, ne siamo usciti e applichiamo ad altre scritture le lezioni che abbiamo appreso. Il nostro ultimo lavoro collettivo è uscito per Electa Kids si intitola Cantalamappa, ed è un libro per bambine/i, ancorché sui generis Il prossimo sarà una narrazione straniante sulla prima guerra mondiale. Quanto ai lavori “solisti”, ognuno di noi ha titoli in uscita o in fieri, e nessuno di questi è un romanzo storico. Io ho appena pubblicato con Rizzoli Cent’anni a Nordest, una sorta di reportage narrativo sulle contraddizioni di quella parte d’Italia nel centenario della Grande guerra.
I Wu Ming non si sono limitati a un lavoro d’inchiesta a più mani, ma hanno sperimentato nuove forme narrative e di creatività di gruppo. Che cosa significa per te oggi  un progetto di scrittura collettiva?
Che esiste la creatività collettiva non l’abbiamo certo dimostrato noi! Da che mondo è mondo si fanno cose insieme. Bisogna restringere un po’ il raggio, per capire in cosa siamo stati e siamo. Un nostro motto è: “Un po’ più di quel che ti aspetteresti da una band di romanzieri”. Cosa ci si aspetta da una band di romanzieri? Dopo un primo istante di stupore, dato che prima di noi non ne esistevano, ci si aspetta che scriviamo romanzi. E lo facciamo. Insieme a un bel po’ di altre cose di cui ci si accorge man mano.

Che cosa ne pensi del lavoro collettivo avvviato da Vanni Santoni?
È completamente diverso dal nostro. In quel caso si parte dalla procedura (non a caso è scrittura “industriale”). Noi partiamo dalla convivialità. Se c’è questa, le procedure vengono da sé. Comunque massimo rispetto per quel progetto.
Dal 12 al 14 giugno sarete a Roma per il festval di Letteraria. Un’eccezione?
Siamo sempre andati a pochi festival, con una scelta molto oculata, perché detestiamo le grandi kermesse e anche certe artefatte sagre culinarie di paese “travisate” da appuntamenti letterari. Quello di Letteraria però non è un festival, è praticamente il congresso annuale che Alegre tiene a porte aperte, anzi, spalancate. Si incontrano i vari collaboratori della rivista, si presentano i vari progetti, si tracciano linee per il futuro.   Simona Maggiorelli, left

Posted in Libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Lettera d’amore a Istanbul

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 9, 2010

Orhan Pamuk presenta il  libro fotografico di un compagno di infannzia e sodale nella ricerca artisticaGli scatti  di Güler offrono la possibilità di vedere «accanto alla modernità, la semplicità e l’ingenuità». E scrive l’autore del romanzo Il mio nome  è rosso: «non è tristezza»

di Simona Maggiorelli

Istanbul

E’ una Istanbul in poetico  bianco e nero, di palazzi antichi, minareti e rigattarie, di nebbia mista a odore di spezie e caffè. Una città dal fascino retrò con baci rubati per le strade e donne velate in luoghi di preghiera. Una capitale in cui, negli anni Cinquanta, la modernità arrivava a passo lento ma inarrestabile fra i resti scintillanti dell’impero ottomano e la voce potente del muezzin. Il fotografo Ara Güler nel libro Istanbul (Mondadori) ha composto una lettera d’amore per immagini dedicata alla sua città natale. Riportando anche lo scrittore e Premio Nobel Orhan Pamuk a rivivere le atmosfere di un’infanzia trascorsa a giocare sul selciato di antiche chiese bizantine e al porto, fra i pescatori, a guardare le navi partire.

«Seduti in un caffè sulle rive del Bosforo non vediamo più i pescatori stendere le reti sul pontile o sulla banchina, Ma d’inverno e in autunno capita ancora che una miriade di pesci affluisca nelle acque del Bosforo e, come nelle fotografie di Ara Güler – annota Pamuk nel libro -l’ingresso del Bosforo o del Corno d’Oro si riempiano improvvisamente di centinaia di migliaia di barche». Un paesaggio che oggi lo scrittore turco osserva da lontano, dalla finestra del suo appartamento di Cihangir dove scrive i suoi romanzi. E queste foto di Güler velate di malinconia, mostrando contasti e inaspettate coesistenze fra vecchio e nuovo, suonano come il perfetto alter ego della vista sulla capitale che Pamuk ha affrescato due anni fa nel libro Istanbul (Einaudi).

Forse non è un caso che entrambi, da giovani, volessero fare i pittori. Gli scatti di Güler offrono la possibilità d vedere «accanto alla modernità, la semplicità e l’ingenuità e – fa giustamente notare Pamuk- non è tristezza». Per quanto poveri siano i carretti e spiazzanti gli asini dei venditori di pane in mezzo a rutilante movimento della capitale, o per quanto sfuggente sia lo sguardo delle donne impaurite e sorprese dall’obiettivo, la sensazione che le immagini di Güler comunicano a prima vista è quella di una contagiosa vitalità, oseremmo quasi dire di allegria.
Perfino nelle fabbriche abbandonate e nelle case fatiscenti l’atmosfera non è mai oppressiva o del tutto disperata. Quasi che l’umanità di chi le abita colorasse i luoghi. E di fronte a questi toccanti quadri hanno il sapore di somma sprezzatura le parole di Ara Güler quando afferma che «la fotografia non è arte» e che le sue immagini hanno un valore puramente documentaristico.

I CANTASTORIE DI  STAMBOUL

Ho voluto offrire in quest’antologia, una rosa di storie che con le mie stesse mani ho raccolto nel variopinto giardino del folklore turco» scriveva lo studioso ungherese Ignácz Kúnos dando alle stampe le fiabe raccolte nel corso dei suoi viaggi attraverso l’Anatolia e ora riproposte da Donzelli in un ricco volume illustrato.
«Non mi sono servito di libri – spiegava Kúnos – dal momento che la Turchia non è terra di lettere, e non esiste nessun libro del genere; ma, quale attento ascoltatore dei cantastorie, mi sono messo a trascriverli. Sono le storie che si possono udire ogni giorno, nei pressi di Stamboul, nelle casette sgangherate che formano questo quartiere di Costantinopoli essenzialmente turco, e che le donne del luogo, intorno al focolare, raccontano ai bambini o alle amiche». Le fiabe turche, proseguiva Kúnos «sono come il cristallo, che riverbera i raggi del sole in una miriade di fulgidi colori; limpide come il cielo sereno; trasparenti come la rugiada su un bocciolo di rosa. In breve, le fiabe turche non sono Le Mille e una notte. Sono, piuttosto, I Mille e un giorno».
Lo studioso di folklore decise di consegnare alla scrittura il patrimonio favolistico popolare di una cruciale terra di confine tra Oriente e Occidente. E perché la circolazione di queste fiabe fosse la più ampia possibile, scelse di trascriverle e pubblicarle in inglese. Prima di oggi quelle storie di Padiscià, sultane, visir, animali parlanti, draghi, spiritelli buoni e dei crudeli non avevano mai raggiunto direttamente il pubblico italiano. La carica immaginifica di queste Fiabe turche edite da Donzelli trova forza anche nella grafica risposta secondo i disegni originali concepiti da Pogány e qui fedelmente riprodotti.

QUELLA BISANZIO CHE PER I CATTOLICI ERA IL MALE
Per secoli gli studi medievali occidentali Bisanzio era stata considerata più che altro come una coda tardiva e decadente dell’antichità greco-romana. E quando uno studioso russo come Georg Ostrogorsky cominciò a dimostrare con i suoi libri quanta importanza avesse avuto nello sviluppo della civiltà, in Europa di metà ’900 ancora c’era chi sgranava gli occhi. «Che quell’impero millenario, oggetto di pregiudizi tenaci e secolari rancori confessionali da parte della Chiesa di Roma, non meritasse il disdegno da cui era tradizionalmente circondato fu per molti una vera rivelazione» annota Mario Gallina nell’introduzione al libro di Ivan Djuric’ Il crepuscolo di Bisanzio (Donzelli, 412 pagine, 19,50 euro). Cresciuto intellettualmente nella scuola di studi bizantini che Ostrogorsky fondò a Belgrado dopo essere stato cacciato dalla Germania nazista, Djuric’ mette a profitto la lezione del maestro, dimostrando l’infondatezza scientifica di quei pregiudizi che avevano sempre dipinto Bisanzio come il regno del “Male”, incarnato in un esasperato politicismo e nella decadenza dello spirito pubblico. Al centro di questo studio che si legge come un romanzo in primis gli eventi storici del XIV quando Bisanzio «non era più padrona di sé e fu costretta a fare i conti con il suo declino».        s.m.

Lo “SCONTRO” DI CIVILTA^ SECONDO WU MING
Dieci  anni fa esordirono firmandosi Luther Blissett. La vicenda si svolgeva nella Istanbul del 1555 e in Q si ripercorreva a ritroso la storia d’Europa e le guerre interne alla cristianità. Oggi, quello stesso collettivo di scrittori si firma Wu Ming e ritorna a parlare delle guerre ai confini dell’Impero ottomano. Questa volta in Altai (Einaudi, 411 pagine, 19,50 euro) le gesta narrate da Wu Ming muovono da Venezia.
Siamo nel 1569 e un boato scuote la notte.
È l’Arsenale che va a fuoco, subito si apre la caccia al colpevole. Un agente della Serenissima fugge verso oriente, smarrito, «l’anima rigirata come un paio di brache». Approderà a Costantinopoli. Qui conosce Giuseppe Nasi, nemico e spauracchio d’Europa, potente giudeo che dal Bosforo lancia una sfida al mondo e a due millenni di oppressione. Intanto, sempre ai confini dell’Impero, un altro uomo si mette in viaggio, per l’ultimo appuntamento con la Storia. Gli echi di rivolte, intrighi, scontri di civiltà incalzano. Nicosia, Famagosta, Lepanto: uomini e navi corrono verso lo scontro finale tra islam e cristianesimo. Tra Oriente e Occidente. Mondi divisi e diversi in tutto. Anche negli effluvi. «Ogni città ha un odore di fondo: Venezia è muffa e salmastro, Salonicco sa di piscio, Costantinopoli di terra bagnata e fatica e sogno».

IL REGNO DEI SIGNORI DEGLI ORIZZONTI
A Est, dal Mar Rosso lungo il Nilo sino all’Algeria; a Ovest, dal Mar Caspio fino alle porte di Vienna lungo il Danubio. Quella degli Ottomani è stata una storia di espansione e declino durata 600 anni. Comincia al termine del XIII secolo ai piedi delle montagne dell’Anatolia, da qui si muove travolgendo il potere bizantino fino ad arrivare alla costruzione di un impero che all’epoca del suo massimo splendore si estendeva, appunto, dal Danubio al Nilo. L’impero era islamico, ma molti dei suoi sudditi non erano musulmani e nessuno cercava di convertirli. Nel saggio storico I signori degli orizzonti (Einaudi, 356 pagine, 32 euro) Jason Goodwin ci accompagna lungo un viaggio che segue ora il ritmo di vita all’interno dell’Impero ora il modo in cui gli Ottomani combattevano o andavano per mare. L’impressione che si prova è di trovarsi davvero nel regno dei «signori degli orizzonti». Non meno intriganti sono i tre libri che hanno come protagonista Yashim, l’eunuco detective che vive nella Istanbul dell’Ottocento. Ne Il ritratto di Bellini, Il serpente di pietra e L’albero dei giannizzeri, tutti pubblicati per Einaudi, attraverso le inchieste del saggio Yashim, Goodwin offre un elegantissimo affresco dell’antica grandezza della capitale imperiale ottomana. La cui storia non può prescindere dai rapporti, anche culturali, con Venezia e Vienna.

dal quotidiano Terra 5 dicembre 2009

Posted in Fotografia, Libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: