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Nel regno della libertà. Le commedie di Shakespeare

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 19, 2015

Molto rumore per nulla Branagh

Molto rumore per nulla Branagh

Le commedie di Shakespeare, regno della libertà e della fantasia. Incontro con Ekkehart Krippendorff
di Simona Maggiorelli

Che un politologo di professione, dopo aver lungamente insegnato in università europee, americane e in Giappone, si occupasse dei drammi shakespeariani non sembrò strano quando nel 2005 uscì il suo Shakespeare politico. Ora il tedesco Ekkehart Krippendorff ha fatto un passo ulteriore pubblicando un brillante saggio intitolato Le commedie di Shakespeare, come il precedente, edito in Italia da Fazi. In cui  racconta l’universo caleidoscopico di questi testi shakespeariani centrati sulla capacità di immaginare, come l’dentità più profonda degli esseri umani. In Sogno di una notte di mezza estate, in Molto rumore per nulla, così come ne La Tempesta e negli altri testi più “leggeri” del corpus shakesperiano, la fantasia gioca un ruolo fondamentale. E per dirla con Giordano Bruno (autore che il Bardo ben conosceva) non è un’ombra maligna, ma possibilità di conoscere “per vestigia” e possibilità di aprirsi al nuovo.

La bisbetica domata Burton-Taylor

La bisbetica domata Burton-Taylor

«Sono sempre stato affascinato da opere come Macbeth e da drammi storici come Giulio Cesare per il modo in cui analizzano i giochi di potere e ne denunciano la distruttività. Ma a un certo del mio percorso – dice Krippendorff – ho cominciato a interrogarmi sulle commedie. Anch’esse fanno parte dell’universo shakespeariano e non sapevo bene come collocarle. Finché un giorno, arrampicandomi ancora su questa immensa montagna che è l’opera del drammaturgo inglese, ho scoperto che sono in un certo senso lo specchio o, per meglio dire, l’alternativa ai testi politici in senso stretto». Protagonista delle commedie non è l’uomo di potere, l’eroe solitario ma, come sottolinea lo studioso, «l’uomo innamorato e libero». Uscendo dalla dimensione tragica, Shakespeare s’interroga su come sarebbe l’essere umano se non fosse prigioniero di un potere oppressivo. «Per questa via – dice Krippendorff – ha aperto il suo teatro alla fantasia, alla bellezza e alla complessità del rapporto fra uomo e donna. Ha scoperto la serietà e la multi dimensionalità della passione amorosa. Al centro delle commedie c’è l’amore, l’eros, il perdersi e il ritrovarsi degli amanti. E i personaggi delle commedie appaiono particolarmente ricchi di sfaccettature. Non sono figure artificiali, ma estremamente vive e vitali. Tra loro intrecciano una complessa trama di relazioni, all’apparenza brillanti. Tanto che sarei tentato di dire che le commedie sono più intricate e serie degli stessi drammi politici.

(l to r) TOM CONTI, HELEN MIRREN, DAVID STRATHAIRN, ALAN CUMMING, CHRIS COOPER

La tempesta Helen Mirrer

Dunque professore come possiamo inquadrare questa parte del percorso Shakespeariano?

Ho tentato di farlo nel sottotitolo, scrivendo che l’essere umano è libero nelle commedie. Esse schiudono una possibile via di uscita da una brutta realtà politica di oppressione. Il che non vuol dire che tutto sia risolto e che non sorgano problemi. Anzi. La libertà è una dimensione molto difficile da raggiungere e da vivere, come si evince dal rutilante gioco dei personaggi che cambiano di continuo, ruoli e situazioni. Per questo siamo affezionati alle commedie, perché ci fanno ridere, gioire, ma soprattutto perché accendono la fantasia!

Che risultò contagiosa anche per Giuseppe Verdi, come lei racconta in un capitolo di questo suo nuovo libro…

Per tutta la vita Verdi aveva cercato di scrivere una commedia, senza successo. Avrebbe voluto raggiungere il regno della libertà, ma era rimasto sempre legato alla banalità della vita matrimoniale. Fin quando, a più di 90 anni, ha scritto Falstaff. Questa è stata la sua grande vittoria intellettuale: riuscire a trovare la libertà creativa che si respira in quest’opera. Crudelmente è accaduto che Verdi ci riuscisse solo negli ultimi anni, mentre Shakespeare fece questa realizzazione già all’inizio della sua carriera di drammaturgo.

Prospero's book, Greenaway

Prospero’s book, Greenaway

E Mozart in che modo si lega a Shakespeare?

Mozart ha la leggerezza delle commedie shakespeariane. Questa mattina ascoltavo una nuova registrazione di Così fan tutte, è un’opera che gioca con l’allegria e la sofferenza, con gli imprevisti della dialettica amorosa. Come in Shakespeare, anche in Mozart, la passione è un sentimento che tocca molte corde. E la leggerezza piacevole, a ben vedere, rivela un sottofondo serio.

La passione nelle commedie shakespeariane introduce una carica di potenziale emancipazione e una critica indiretta a istituzioni come la famiglia e la Chiesa?

Sì, senz’altro, c’è questo potenziale rivoluzionario, nel senso di rovesciare i vecchi discorsi, quelli più tradizionali. Sotto questo profilo addirittura Mozart ci sfida. Perciò il contenuto delle sue opere è sempre stato ignorato, perché giudicato frivolo, restando alla superficie, senza leggere la storia in profondità.

I personaggi femminili, in particolare, creano scompiglio sottraendosi alla tradizione e ai riti domestici. Caterina, la Bisbetica domata, addirittura se ne infischia. Anche se il padre la stigmatizza come irascibile, selvaggia, litigiosa. Del resto Shakespeare era un uomo del proprio tempo…

beatrice-emma-thompson-reading-sigh-no-more-ladies-while-eating-grapes-in-tuscanyLa bisbetica è un testo che lascia molto alle scelte drammaturgiche e alla sensibilità del pubblico. Se stiamo alla lettera delle parole di Petruccio, per esempio, il personaggio appare come un pretendente maschilista. Con modi da super macho. Ma se si osserva meglio non è esattamente così. Perché alla fine accetta che sia la donna a prevalere. La questione dunque non così scontata come si potrebbe pensare. Shakespeare avrebbe potuto farla facile con l’atteso trionfo del muscolare Petruccio… sarebbe stato facile.Invece sceglie di far vedere in profondità l’ immagine. Un amico mi ha fatto notare per esempio che alla fine Petruccio non vince ma stabilisce un nuovo rapporto fra uomo e donna. Shakespeare non si accontenta di un happy end da farsa. Forse sarebbe stato ugualmente divertente, ma non è ciò che gli interessa. Lui punta ad aprire nuovi orizzonti. E il machismo è solo la scorza.

Nella trama delle commedie importanti sono anche le relazioni sociali dei personaggi, mai isolati e solipsisti come invece appaiono Amleto o Macbeth.

Un tema importante è anche l’amicizia; è centrale in una commedia che amo molto e che purtroppo viene rappresentata di rado,I due gentiluomini di Verona. L’antica amicizia fra due giovani uomini dovrebbe finire in tragedia, Invece Shakespeare fa vedere che resiste al banale primeggiare di uno di questi due ragazzi., facendoci riflettere. Quasi sempre le commedie fanno pensare..

Un filo rosso che attraversa le commedie è anche la “realtà dell’invisibile”, a cui lei dedica uno dei capitoli più appassionati del libro

Ne Il sogno di una notte di mezza estate, Shakespeare dice che ciò che vediamo non è la verità. Come a dire che ciò che veramente conta è la nostra realtà interiore. Dipana questo tema a vari livelli. Anche sul piano politico. Il luogo dove si svolge il dramma è Atene, la città dove è nata la democrazia. Ma a questo si sovrappongono altre realtà. Oppure, per fare un altro esempio, nel sogno si incontra la principessa che fa l’amore con l’asino. E ciò non è assurdo. Non lo è perché non è un sogno realistico ma reale. Come a dire che la verità non è quella che vediamo , ma quella che sentiamo e che fa parte della nostra realtà più profonda. Spietata autenticità @simonamaggiorel

Dal settimanale Left

 

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Anilda Ibrahimi: Racconto chi continuamente si deve reinventare la vita

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 4, 2015

La letteratura italiana scritta da non italiani è (una parte) del nostro futuro? Si chiede Alberto Asor Rosa nella nuova edizione Einaudi di Scrittori e Popolo. Mettendo al centro di un capitolo dedicato alla nuova letteratura italiana scritta da immigrati Rosso come una sposa (Einaudi) di Anilda Ibrahimi e facendone in qualche modo un caposaldo. “Se lo afferma una voce così autorevole come quella del professor Asor Rosa, ogni tentativo di spiegazione da parte mia sembrerebbe ridicola” commenta la scrittrice che nei suoi romanzi racconta di una Albania magica e poverissima, sospesa fra passato e presente ma anche crocevia di culture. “Più che domandarsi a quale categoria incasellare la letteratura scritta da non italiani ( mi farei delle domande soprattutto sul futuro della letteratura italiana che come dice Asor Rosa ha sostanzialmente smesso di cercare un’identità nazionale. Ogni volta che nella storia sono venute meno le coscienze di classe, o comunque gli aggregati culturali collettivi e conseguentemente la coscienza nazionale che ne è la risultante, è venuta meno la produzione letteraria che ne rappresenta l’espressione, con l’ulteriore aggravante -già sottolineata dal professore – della estrema fragilità della coscienza nazionale italiana. Con questi presupposti, non è sorprendente che la letteratura contemporanea sia intrisa di minimalismo, invece la letteratura italiana scritta da non italiani cresce in un modo diverso.

Perché mantengono un certo legame con la cultura di provenienza?

Si tratta di scrittori che provengono da realtà in cui questa atomizzazione sociale e frantumazione del capitalismo, e quindi delle coscienze collettive, è ancora agli inizi o comunque molto indietro rispetto all’occidente: e questo secondo me è significativo, nel senso di poter ancora offrire quegli spazi di coscienza collettiva fruibile ormai invia di estinzione da queste parti, e che però affondando le proprie radici, rappresenta una funzione naturale della mente umana.

Perché ha scelto l’italiano come lingua letteraria?

Credo che si tratti di una “non scelta” piuttosto. Quante altre alternative mi rimangono? La lingua madre? Agota Krystof diceva: “avrei continuato a scrivere in una lingua che non parlavo più quotidianamente. Non avrei avuto neppure lettori.” Io sono allontanata dal mio paese quasi 21 anni fa. Come avrei fatto a mantenere viva una lingua senza usarla, senza seguire la sua evoluzione, i nuovi significati? E sempre con la Krystof mi viene da dire: “La cosa certa è che avrei scritto in qualsiasi posto e qualsiasi lingua”.

Ha sentito l’esigenza di raccontare storie di personaggi femminili che in fondo non avevamo mai avuto davvero voce?

Cio che racconto non ha a che fare con la scelta della lingua e nemmeno con l’esigenza di raccontare il Paese d’origine. Lo fanno benissimo gli scrittori odierni che vivono là e io francamente non vivo nello struggimento dell’abbandono della terra. Parto da altre parole chiave, tutti i miei personaggi sono in fuga, arrivano da qualche parte. Per loro la parola “arriva” è il momento della rottura, accade qualcosa che cambia tutto, la grande Storia, le piccole storie. I miei personaggi diventano quasi tutti migranti, perdono la loro vita di prima, il loro territorio, e vivono costretti in un continuo “tra”. Tra lingue, tra luoghi, tra passato e presente, tra identità, tra ricordi. Hanno l’esigenza di ricostruire le loro memorie, altrove. Parte tutto dai ricordi, per me sono fratture, anzi frantumi di vite altre che una volta erano mie. Altrove, anche le vite precedenti non mie, diventano mie, si crea una memoria collettiva che cambia continuamente secondo i miei spostamenti. In “Rosso come una sposa” m’interessava soprattutto la trasmissione di madre in figlia di una cultura femminile che la modernità sta spazzando via, ricucire le memorie di altre donne. Vengo da una cultura orale dove la narrazione è stato sempre compito delle donne.

Con il romanzo Non c’è dolcezza torna a portarci in Albania. Facendoci conoscere un paese dove l’arrivo degli zingari era motivo di festa e ogni ospite era “sacro”. Come avverte il clima di razzismo e la paura dei migranti che abita i media e la politica italiana?

I miei romanzi sono pieni di madri. Gli uomini vanno a combattere le guerre o a lavorare fuori casa e le donne rimangono a casa tenendo acceso il fuoco, lavorando la terra, crescendo i bambini, garantendo così la vita. Sono loro che trasmettevano la tradizione dei Saperi e la sapienza femminile. Madri che si spostano insieme ai loro bambini e che diventano minoranze, come accade agli tzigani che devono reinventare una vita quotidianamente ma senza perdere la loro cultura. Raccontare la vita è anche fare politica, quindi ho già risposto come la penso ampiamente nel mio romanzo. Quando però leggo le cronache, la mia impressione che questa trasmissione di cultura si stia interrompendo, che in qualche modo queste popolazioni si stiano in qualche modo… “sradicando” rispetto alla loro parte migliore. Che quell’antica cultura si stia scolorando, ammucchiata da qualche parte come un qualche bagaglio polveroso destinato presto o tardi a rimanere dimenticato in qualche campo abbandonato.

L’amore e gli stracci del tempo unisce all’invenzione narrativa la drammaticità purtroppo reale della guerra nei Balcani. Che cosa l’ha spinta a scrivere “un romanzo storico” su un passato recente?

Non sono partita per scrivere un romanzo storico. Come ho detto prima a me piace raccontare di minoranze che si spostano e che hanno il bisogno di inventare una vita nuova. Le certezze della vita precedente sono sparite nel momento dell’arrivo ed insieme ad esse sparisce anche l’appartenenza geografica e la connotazione culturale. Il passato diventa come un universo parallelo che evolve accanto alla vita nuova in un nuovo luogo. Il mio punto fermo è la nuova identità, non più fissa, non più categorica e non più legato a un luogo ma ad una memoria. Si modifica tutto in un’interazione con il luogo d’arrivo, la cultura, la lingua, l’identificazione dell’individuo e quindi l’integrazione.

La guerra nei Balcani? Tutto passa velocemente, altre guerre nuove sono arrivate e altre ci saranno nel futuro. Nella mia narrazione rappresentano uno sfondo in qualche modo dato, trattandosi di situazioni enormemente più grandi delle forze del singolo ma anche, spesso, degli stessi Stati. Sommovimenti geopolitici di dimensioni tali da essere gestiti a livello di superpotenze, laddove, nel caso della guerra nel Kosovo, probabilmente la posta in gioco era costituita dai rapporti di forza tra macro aggregati: con questi presupposti, che avrebbe dovuto fare l’Italia? Qualsiasi cosa avesse intrapreso di diverso da quello che ha fatto, sarebbe stata tacciata di avventurismo o peggio ancora di forme di colonialismo straccione, e liquidata. Si sarebbe dovuta confrontare con la Russia? O piuttosto con la Nato? Io credo che a volte gli italiani tendano a sopravvalutarsi sotto il profilo della forza come a sottovalutarsi sotto il profilo morale: l’Italia non ha commesso nessun crimine per il semplice fatto che comunque non avrebbe avuto la forza di commetterlo… ma questa è un’altra storia, credo.

Intanto, un’altra storia è cominciata per lei, sta scrivendo un nuovo romanzo?

Si, uscirà prossimamente, sempre per Einaudi, e come tutti i romanzi precedenti inizia con la parola: arriva. Un altro romanzo tra lingue e luoghi, tra passato e presente, tra identità, in un movimento continuo alla ricerca della propria temporalità. E come sempre da sfondo: la grande storia.

Fonte Babylonpost/Globalist

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Pompei, la città riemersa che stregò artisti e scrittori

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 31, 2015

Villa dei misteri, baccante

Villa dei misteri, baccante

Da Ingres a Picasso. La mostra “Pompei e lEuropa, (1748-1943)” al Museo archeologico di Napoli ricostruisce come il mito pompeiano entrò nell’immaginario Dagli scavi del 1748 al drammatico bombardamento del 24 agosto 1943, quando Pompei finì sotto il fuoco “amico”, americano. La mostra Pompei e lEuropa, aperta fino al 2 novembre 2015 nel Museo archeologico nazionale e nell’anfiteatro a Napoli, ripercorre la storia della scoperta e della continua lotta per salvaguardare Pompei, ingaggiata da straordinarie figure di archeologi e soprintendenti come Championnet, Fiorelli, Spinazzola e Maiuri.

Il fondatore della scuola archeologica di Pompei, Giuseppe Fiorelli (1823- 1896), in particolare, trovò il modo di realizzare dei calchi delle drammatiche impronte lasciate dalle persone uccise dalla lava.Venti calchi restaurati per questa occasione ricordano il suo lavoro di studio e di ricerca.

Picasso e Massine a Pompei

Picasso e Massine a Pompei

Ma soprattutto questa esposizione organizzata da Electa (che pubblica il catalogo) racconta il fascino che questa antichissima città, riemersa dopo secoli di oblio, esercitò sugli artisti. Per esempio influenzando e rivitalizzando con i colori dei suoi affreschi e la sensualità delle figure femminili che vi erano raffigurate il classicismo di pittori accademici come Jean-Auguste- Dominique Ingres.

I paesaggi di rovine pompeiane portarono un vento romantico nelle scene ordinate di vedutisti francesi, inglesi e tedeschi. Riuscendo poi a interessare e coinvolgere persino indomiti protagonisti dell’avanguardia novecentesca come Picasso, che visitò Pompei con Jean Cocteau, durante il periodo in cui soggiornavano a Roma per lavorare alle scenografie di uno spettacolo di Diaghilev con i Ballet Russes che debuttò nel 1917.

Il pittore spagnolo stava attraversando un periodo di crisi, d’ispirazione e personale, e da Pompei trasse soprattutto una nota classica e monumentale come si evince dalla gouache su compensato esposta in mostra in cui sono raffigurate due donne che corrono lungo la spiaggia e intitola La corsa.

Picasso, Deux femmes

Picasso, Deux femmes

Curata da Maria Teresa Caracciolo, da Luigi Gallo e dal soprintendente Massimo Osanna, la mostra è pensata come un vero e proprio viaggio in cui l’antico dialoga con il moderno, intercalando reperti e opere otto e novecentesche. In tutto duecento opere provenienti dai più grandi musei italiani e stranieri e riunite nel salone della meridiana del museo archeologico.

A colpire non è solo la forte presa che l’immagine di Pompei ebbe sui pittori, ma anche il fascino che esercitò su architetti come Le Corbusier e su artisti che fecero dell’architettura un ambito di ricerca privilegiato come de Chirico. Interessante, infine, anche la selezione di scatti e immagini che documentano il progresso degli scavi tra Ottocento e Novecento. Mentre la raccolta di testimonianze permette di ricostruire tappe fondamentali per lo sviluppo di un’idea scientifica di archeologia. Vi troviamo per esempio quella di un collezionista e intellettuale come Scipione Maffei, che nel Settecento tematizzò l’importanza del rigore metodologico dello scavo: «… desiderabile soprattutto è, che si risolvano a lavorare per di sopra, levando e trasportando quel monte di cenere… in questo modo la spenta città si farà rinascere, e dopo mille e settecent’anni rivedere il sole: con grandissimo beneficio del paese correrà a Napoli tutta lEuropa erudita…” (Simona Maggiorelli, Left)

 

Pompei è il volto dell’Italia di iggi. Intervista a Francesco Erbani

Sulpicia

Sulpicia

«L’area archeologica è un grande laboratorio di ricerca, con secoli di storia pre romana e sannita da approfondire», dice Francesco Erbani, autore di Pompei Italia. Ma è messa a rischio da degrado e malaffare. E persino da politiche emergenziali

di Simona Maggiorelli

La meraviglia di una città antica riemersa quasi intatta nelle sue strutture urbanistiche, dopo lunghissimi secoli, toccò profondamente la fantasia di viaggiatori, pittori e intellettuali nel XVIII secolo, continuando poi fino ad oggi ad ispirare artisti e scrittori, come racconta la mostra Pompei e lEuropa 1748-1943 in corso al Museo archeologico di Napoli. Ma al contempo, in anni recenti, Pompei è diventata sinonimo di crolli, di vandalismi e abbandono, occupando più le pagine di cronaca nera che quelle di cultura. Evocando in maniera paradigmatica ciò che tristemente sta accadendo al patrimonio del Belpaese. «Pompei racconta molto dell’Italia oggi», nota Francesco Erbani che le ha dedicato un libro Pompei Italia  pubblicato da Feltrinelli: «Basta pensare al modo emergenziale con cui anche di recente si è cercato di fermare il degrado dei resti della città, dei suoi mosaici e affreschi all’aria aperta: non si è fatta più manutenzione ordinaria, non c’è stato più quel monitoraggio che ha funzionato per decine di anni nel prevenire disastri. Ma si affrontano i problemi all’ultimo momento, senza una visione a lungo termine».

Pompei

Pompei

Per il premier Matteo Renzi le soprintendenze sono sinonimo di burocrazia. Ma a produrre danni non è stato piuttosto il progressivo indebolimento di questi preziosi enti di tutela ?

La colpa non è delle strutture territoriali. Ne abbiamo una riprova concreta. La seconda metà degli anni Novanta fu un periodo d’oro, grazie a una precisa programmazione degli interventi. Quando era ministro Veltroni furono rafforzate le strutture territoriali e fu data autonomia amministrativa a Pompei permettendole di trattenere gli incassi. Allora si provò a mettere in sicurezza tutto il sito, (non limitandosi ad interventi su singole domus come si fa oggi), considerando la dimensione urbana di Pompei che la caratterizza rispetto da altre aree archeologiche. Quando lo Stato mette a disposizione le proprie strutture consentendo autonomia le cose funzionano. Poi però quel processo fu interrotto, le persone che lo avevano avviato furono sostituite con altre non altrettanto competenti e quell’esperienza fu lasciata morire dal ministero stesso. Ecco il vero paradosso.

Il ddl Madia approvato l’estate scorsa prevede che le soprintendenze finiscano sotto le prefetture. Ma le passate esperienze di commissariamenti sono state disastrose. In particolare quella di Marcello Fiori. Che ne pensa?

Pompei, calchi

Pompei, calchi

Non so che schema vorrà seguire il governo, ma ho idea che questo sistema delle soprintendenze sotto-ordinate alle prefetture vada contro la stessa riforma Franceschini. È una soluzione improvvida, scombinata, inapplicabile. I risultati a Pompei sotto i commissari sono stati un disastro dopo l’altro, resi evidenti dal crollo della Schola Armaturarum e dai processi a cui ora è sottoposto Fiori. Per esemplificare l’eccesso di vincoli che ci sarebbe in Italia il premier Renzi cita sempre le soprintendenze, lasciando intendere di voler cancellare questo tipo di attività di tutela. Questa sua insofferenza, manifestata più volte, trova espressione nel meccanismo di silenzio assenso che taglia le unghie alle soprintendenze, mortificandone le competenze, dopo che sono state sguarnite di personale e umiliate oltre misura.

I disservizi e gli scarsi introiti di Pompei vengono paragonati ai risultati della mostra su Pompei del British museum che in pochi mesi nel 2013 fece mezzo milione di visitatori e 10 milioni di sterline. E c’è chi dice: basta tutela puntiamo sulla valorizzazione…

Anche in questo caso Pompei è paradigmatica. Non si può valorizzare senza tutelare. I beni artistici vanno conservati perché trasmettono sapere, conoscenza, identità culturale condivisa. A Pompei arrivano ogni anno 2 milioni e mezzo di visitatori, il sito archeologico non è un limone da spremere, ma bisognerebbe pensare a come fare in modo che il turismo porti benefici a questa cittadina di 600mila abitanti, stretta fra mafia e disoccupazione.

Fra i venti nuovi direttori di musei c’è anche un giovane archeologo tedesco, Gabriel Zuchtriegel, che andrà a dirigere l’area di Paestum, non avendo mai diretto un museo, mentre l’ archeologico di Napoli dove sono conservati molti reperti pompeiani sarà diretto da un etruscologo, Paolo Giulierini.

Per quel posto a Paestum aveva fatto domanda anche Maria Paola Guidobaldi, che ad Ercolano come direttrice dell’area arechologica ha fatto un lavoro esemplare, di tutela e valorizzazione, fra pubblico e privato, (tanto evocato oggi). Dal 2001 ad Ercolano è in corso il fruttuoso esperimento della fondazione Packard. Lei ne è stata artefice e protagonista. Chi meglio di lei avrebbe potuto estendere a Pompei ciò che è avvenuto ad Ercolano? Non c’entra la “partita” Germania-Italia ma è un fatto di competenze acquisite. A Maria Pia Guidobaldi è stato preferito questo giovanissimo archeologo, Zuchtriegel, che non ha esperienza di gestione e che si occupava da consulente esterno del grande progetto Pompei solo da marzo scorso.

Se si investisse in ricerca e su chi ha competenza Pompei, come lei accenna nel suo libro, potrebbe rivelare ancora molte sorprese?

Pompei è uno straordinario laboratorio di ricerca. Sono 44 gli ettari scavati su 66 della intera area archeologica. Più che continuare a scavare negli anni 90 si capì che occorreva studiarne la storia. Importante è l’approfondimento stratigrafico dei molti secoli che precedono il 79 d.C. anno dell’eruzione. Pompei fu città romana solo nell’ultima fase, dal VI sec a. C. in poi, fu una città sannita. quello è uno straordinario campo di indagine che ha dato e sta continuando a dare molti frutti. Quanto alle continue nuove scoperte nel libro cito il caso di un giovane ricercatore che nel 2003 ha trovato un’iscrizione nel tempio di Apollo, un omaggio al console Mummio. Mi auguro che il lavoro di restauro del grande progetto Pompei non solo garantisca una messa in sicurezza ma anche indagine e studio, spero che questa grande occasione che non va persa. ( agosto, 2015)

Pompei, riaprono sei domus, il 24 dicembre 2015

Sei domus pompeiane riaprono il 24 dicembre, dopo lunghi lavori di restauro realizzati nell’ambito del progetto Grande Pompei. Tornerà visitabile così  la fullonica di Stephanus, una tintoria con vasche per il trattamento delle stoffe, dove venivano colorati i tessuti e che alle pareti presenta ancora parte degli affascinanti affreschi in rosso.

Fullonica_of_Stephanus,_Pompeii_03Si trova sulla centralissima via dell’Abbondanza. Altre case riaprono in via Regio I, nel vicolo di Menandro e in alri punti del sito pompeiano. Si tratta della casa del Criptoportico che nel 79 d.C., il giorno dell’eruzione, era in corso di ristrutturazione. E poi quelle di Paquio Proculo, che rivestiva una carica pubblica simile a quella di un sindaco e quella del Sacerdos Amandus, di Fabius o di Amandius e dell’Efebo, così chiamata per il portalampada in bronzo oggi conservato al Museo archeologico nazionale di Napoli.

Dopo anni di crolli e di  interventi emergenziali che, operando in deroga alle leggi, invece di sanare, hanno spesso provocato nuovi problemi, il soprintendente Massimo Osanna insieme al  generale dei carabinieri Giovanni Nistri mettono a  segnano un passo importante nell’ambito del progetto Grande Pompei. Il 24 dicembre il ministro Dario Franceschini, presentando i restauri a Pompei,  traccerà il bilancio dell’intervento finanziato da Unione europea e governo con 105 milioni di euro.

Un film di Pappi Corsicato

dal film di Pappi CorsicatoSi intitola Pompei, eternal emotion il cortometraggio di Pappi Corsicato, prodotto dalla Scabec- Società campana beni culturali che sarà proiettato il 24 dicembre alle 11 all’Auditorium di Pompei. Nato come promo, della durata di dieci minuti  il film  assomiglia più a un’opera di videoarte che a un documentario promozionale. Per l’impatto emorivo delle immagini, che ricreano memorie antiche, per  la luce e il taglio poetico. Dopo molti film di successo, ed aver girato docufilm su artisti come il maestro dell’arte povera Mario Merz, Corsicato con questo corto ha scelto di raccontare una giornata pompeiana, dalle prime luci dell’alba sino al tramonto. Luoghi, persone, case, affreschi, calchi, tutto appare in sequenza in una dimensione quasi onirica. Il regista de I vesuviani e di Chimera, ha coinvolto nel film alcuni  turisti. «L’idea di mettere in scena dei calchi viventi – spiega il regista – è nata dal voler evocare lo struggente e contraddittorio sentimento della vita e della morte che convive quando si è a Pompei . Da una parte la vitalità che procede in una direzione e da un’altra la fissità più assoluta».

 

Pompei nella mostra Mito e natura a Milano.

Lo splendido tuffo di un uomo che non ha paura del mare ci colpisce forse più di ogni altra opera scelta per la mostra Mito e natura, dalla Grecia a Pompei aperta  fino al 10 gennaio 2016 in Palazzo Reale a Milano. Il nuotatore è sicuro di sé, non ha esitazioni di fronte all’acqua cristallina della Magna Grecia. Ma questa immagine che ci giunge dal lontano passato, ritrovata sulla lastra di una tomba del 480 a.C., potrebbe voler dire altro da quello che noi immaginiamo parlando di acque limpide e profonde. In quella parte di Sud d’Italia, infatti, si sviluppò la scuola pitagorica. E questo tipo di figura simboleggava il passaggio dalla vita al regno dei morti, spiegano Gemma Chiesa e Angela Pontrandolfo nel catalogo Electa che accompagna la mostra.

La tomba del tuffatore

La tomba del tuffatore

Al contempo la celebre immagine della tomba del tuffatore ci racconta che il rapporto con la natura era molto cambiato dai tempi più antichi e dell’epos omerico, quando ancora era avvertita come una forza pericolosa, sovrastante e indomabile. Il percorso espositivo organizzato dalle due curatrici secondo un percorso tematico e cronologico (dal VIII sec. a. C. al II sec. d. C.) racconta bene il passaggio che avvenne nel V secolo a. C., quando si strutturò il Logos e la polis divenne ordinata, con una netta divisione degli spazi urbani: quelli pubblici riservati a una elite di uomini aristocratici e liberi e quelli privati in cui erano rinchiuse le donne e gli schiavi. Questa visione della società trovò un preciso riflesso nel modo di rappresentare l’ambiente. Lo si evince perlopiù dallo studio di vasi dipinti, non potendo contare su esempi di pittura greca antica che – diversamente dalla statuaria e dal vaselleme – perlopiù non è arrivata fino a noi.

MitoNatura Nell’epoca classica della filosofia greca si passò dunque da una visione panteistica, dalla rappresentazione di tempeste e venti “incarnate” da figure di dei, a una visione della natura addomesticata, contenuta in forma chiare e definite. Un mutamento che appare ancora più evidente guardando i reperti romani esposti a Milano e provenienti dai maggiori musei italiani e internazionali. Ma soprattutto lo si nota osservando i preziosi lacerti di affreschi pompeiani. Negli interni delle ville patrizie comparivano spesso giardini dipinti che arrivavano ad avere il nitore e l’effetto illusionistico di un trompe-l’œil, in cui ogni dettaglio botanico appare riprodotto in maniera analitica. Non un alito di vento scompiglia questi giardini delle delizie, immobili e decorativi. Poi il Settecento illuminista riprenderà questa moda declinandola in giardini geometrici.

@simonamaggiorel

Parte il restauro della Schola armaturarum. 8 gennaio 2016

A Pompei, nel luogo del crollo che cinque anni fa scatenò l’indignazione internazionale e l’atto di accusa del presidente Giorgio Napolitano (“una vergogna per l’Italia” disse, chiedendo “spiegazioni immediate e senza ipocrisie”) è iniziata l’operazione recupero. Termine dei lavori febbraio 2016. Sarà installata una copertura temporanea per la protezione delle strutture originarie della Schola, alte un metro e mezzo e rivestite da affreschi. Un sistema di giunti e tubi darà vita a un edificio provvisionale costituito da tre ali, larghe 3 metri, che seguono e inglobano il perimetro dell’edificio antico. Gli appoggi saranno disposti sia all’interno che all’esterno dell’area, senza in ogni caso intaccare il pavimento.”. Il progetto, coordinato dal funzionario archeologo Alberta Martellone, e redatto dagli architetti Paolo Righetto e Mariano Nuzzo e dall’archeologo Mario Grimaldi, è stato elaborato dopo un accurato rilievo laser scanner realizzato dall’architetto Raffaele Martinelli. L’architetto Marina Cesira D’Innocenzo è invece il responsabile unico del procedimento. Dopo il crollo del novembre 2010 che portò alla decisione del governo Berlusconi (ministri Galan e Fitto) – sollecitati dal commissario europeo Johannes Hahn – poi perfezionata dal governo Monti (ministri Barce e Ornaghi) – di avviare un progetto straordinario di messa in sicurezza e di manutenzione degli scavi, l’area venne sottoposta a sequestro dalla procura di Torre Annunziata. Il Grande progetto Pompei da 105 milioni di euro fu inviato all’Ue a dicembre 2011 e approvato a febbraio 2012, i primi bandi pubblicati ad aprile. Ma per lunghi mesi la Schola è rimasta così, recintata e inaccessibile, coperta da teli bianchi. ( fonte: Repubblica Napoli)

 

 

 

 

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#Majakovskij il poeta suicidato dal regime.

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 23, 2015

Majakovskij futurista

Majakovskij futurista

«A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare... Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta. Lilja, amami…Come si dice, l’incidente è chiuso. La barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici». Così Vladimir Majakovskij lasciava scritto prima di suicidarsi il 14 aprile 1930. Ma molti aspetti di quel gesto restano ancora oscuri. Perché quel biglietto d’addio potrebbe essere un collage di versi precedenti. Perché la pistola non era la sua Mauser. Perché c’è chi dice aver visto una scala esterna, poi sparita, che arrivava allo «studio-barchetta» dove fu trovato il cadavere. Perché agli incontri della Lef fondata nel 1923 dal poeta e alle sue serate prendevano parte anche sinistri uomini dei servizi di Stalin. Come Agranov che frequentava – e sorvegliava segretamente – l’intelligencija moscovita. E ancora, perché la versione di Veronika che era con lui quella mattina mostra molte incongruenze. Perché gli amici Šklovskij, Rodcenko, Pasternak, Tatlin, non se l’aspettavano. «Negli ultimi giorni non mostrava alcun segno di disagio psichico, e nulla faceva presagire la tragedia» ricostruisce Serena Vitale nel libro Il defunto odiava i pettegolezzi (Adelphi). E molto altro ancora si scopre leggendo questo volume, pieno di indizi che invitano a interrogarsi su quel suicidio. La slavista si è finta “detective”facendo una ricerca a tappeto negli archivi e tuffandosi nei giornali dell’epoca. Ma non si è limitata a scrivere un avvincente libro-inchiesta. La sua prosa incalzante e febbrile invita a riscoprire questo «immenso poeta» che era diventato assai scomodo per il regime stalinista. In testi come La cimice (1928) e Il bagno (1929) Majakovskij stigmatizzava il filisteismo di ex rivoluzionari diventati burocrati e denunciava il ritorno all’ordine che aveva ucciso la bella utopia del socialismo e la ricerca.

Rodčenko, Aleksandr Michajlovič (1891-1956)

Rodčenko, Aleksandr Michajlovič (1891-1956)

Lui si era gettato con entusiasmo nella lotta di liberazione dallo zarismo, aveva lasciato la Georgia perché non sopportava l’immobilismo della provincia, si era trasferito a Mosca cogliendone i più vivi fermenti politici (finì in carcere a soli 14 anni per attività clandestina) ma anche e soprattutto artistici. A Mosca le novità dell’avanguardia parigina erano più conosciute che nel resto d’Europa, come notava Angelo Maria Ripellino in Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia (Einaudi, 1959), e più di recente Remo Faccani nella prefazione a La nuvola in calzoni di Majakovskij (Einaudi, 2012).
La ricerca pittorica iniziata con Van Gogh e Cézanne che con Picasso e Matisse si apriva a un nuovo modo di fare immagini, abbandonando la fredda visione razionale della realtà, era giunta come una onda travolgente anche a Mosca arrivando a lambire l’Istituto d’arte dove studiava Majakovkij (dal quale poi fu espulso). Lui, con un’ardita blusa gialla, nel 1912, si era dato al teatro futurista e cercava forme nuove, fuori dalla rigida accademia. Poi la passione per il cinema, per il foto montaggio, per la grafica e, insieme, l’incontro con l’attrice Lilja Brik che divenne la sua musa e amante, mentre suo marito, il commerciante Osjp Brick, divenne editore pubblicando La nuvola in calzoni. Tre anni dopo, nel 1919, cominciò la loro convivenza, in una kommunalka. «Io ero la moglie di Volodja, lo tradivo come lui tradiva me. E tutte le chiacchiere sul triangolo e sull’amour à trois non hanno niente a che vedere con quello che in realtà c’era fra noi», disse poi Lilja. Majakovskij aveva letto Che fare? di Cernyševskij che metteva in discussione il modello della famiglia borghese e sapeva di Ol’ga Pavlova Lopuchova, antesignana della «donna nuova» che in pieno Ottocento cercava di liberarsi «da secolari catene».

LiljaBrik&Maiakovskij

LiljaBrik&Maiakovskij

«La stessa Aleksandra Kollontaj che lottò per liberare il rapporto uomo donna dal bigottismo si ispirò alla loro vicenda nel presentare un decreto sui danni della gelosia», ricorda Vitale. Ma la sua iniziativa fu ben presto bloccata da Lenin. Nonostante lui stesso, benché sposato, quando era all’estero avesse avuto un’amante. «Il primo provvedimento legislativo che fu preso dopo l’ottobre 1917 riguardava il matrimonio che veniva spogliato di ogni significato religioso ma anche statale, tanto che era facilissimo divorziare. Ben presto però si tornò a celebrare la famiglia tradizionale e negli anni Trenta la Russia diventerà un Paese ultra puritano», nota la scrittrice. Intanto «nel 1919 si era insediata la Ceka, la commissione creata da Lenin e Dzeržinskij “per combattere la controrivoluzione e il sabotaggio”, che operava come una sorta di gladio, di scudo della dittatura proletaria».

Lijia e Vladimir

Lijia e Vladimir

Con l’arrivo di Stalin al potere, la stretta autoritaria diventò una morsa mortale. Non solo per Majakovskij ma anche per molti altri artisti. Al suicidio di Sergej Esenin seguiranno altre sparizioni e casi di morte violenta fra gli scrittori, repressioni, “purghe”. Intanto sul piano dell’arte l’imposizione di un piatto naturalismo come stile di Stato farà sì che gli spazi per Majakovskij si restringano molto. Cominciano gli attacchi, il poeta viene isolato e calunniato. Il perfido Gor’kij (che nel ‘34 figurerà fra i fondatori del realismo socialista) mise in giro la voce che il poeta fosse affetto dalla sifilide, «malattia del capitalismo». È in questo clima che avviene il suicidio.

Ma anche dopo la sua scomparsa il regime non smetterà di accanirsi sulla sua memoria. In risposta ad una lettera a Stalin di Lilja Brik nel 1935, Majakovskij fu imposto nelle scuole come poeta di regime, in versione censurata, adattata, stravolta. Ma già all’indomani della sua morte si erano messi a dissezionarne il cervello. Per studiarlo era stato creato il Gim, diretto dal tedesco Oskar Vogt. Con una cieca ideologia materialista e riduzionista che annullava la realtà psichica e l’identità umana, «la scienza sovietica tentò lungamente di carpire il segreto della grandezza e della genialità. Invano. Né le esangui fettine del parencefalo di Majakovskij fecero la benché minima luce sul mistero della poesia» scrive l’autrice di questo bel libro (e dall’affascinante Il bottone di Puškin, Adelphi).

Mayakovsky-with-Scottie-1924

Mayakovsky-with-Scottie-1924

«Il cervello di Lenin veniva usato come unità di misura. Era l’epoca in cui il positivismo pensava che le sue dimensioni contassero. Oggi sappiamo che non dimostrano nulla. Ma allora in Russia c’era una scuola tedesca che pensava di fabbricare l’uomo nuovo in un modo che ricorda l’eugenetica nazista. Ciò che mi ha sempre colpito – rimarca Serena Vitale – è che dopo quell’intervento gli studi su Majakovskij hanno taciuto. Dopo la riabilitazione postuma, che è stata una sorta di consacrazione, sono rimasti questi cervelli che sono a Mosca, in un museo… degli orrori». Una mummificazione per tentare di ingabbiare Majakovskij, la poesia, l’irrazionale? «Potevano affettare tutto quello che volevano, ma uno la poesia c’è l’ha o non ce l’ha. E Majakovskij era la poesia allo stato puro, incandescente, magma, lava». Perciò prima di scrivere questa inchiesta l’ha tradotto ? «Il Majakovskij che perlopiù si conosce in traduzione è molto sbiadito. Ne trasmettono una versione grigia, ideologizzata. Inaccettabile per me. Poi per cucire questo libro ho usato come filo rosso una passione per Majakovskij che spero di trasmettere. È stato davvero uno dei grandi del Novecento. Era un uomo-poeta, il monumento è ciò che gli si addice di meno».

Capì che una vera rivoluzione ha bisogno di un linguaggio nuovo? «Ebbe questa idea prima della rivoluzione di ottobre, da futurista. Poi cercò di indirizzare questa carica iconoclasta verso qualcosa di costruttivo, mettendola al servizio della rivoluzione. E fu leale. Chi vuole farne una specie di vittima, di dissidente, non dice il vero. Non sopportava che la rivoluzione si stesse impietrendo, in una dimensione di routine, fissa. La «vita dei giorni» per lui doveva essere sempre sulle barricate. La vita tristanzuola, ormai piccolo borghese, non faceva per lui. Ma va anche detto – sottolinea Vitale – che non era facile capire cosa stava accadendo. A parte Pasternak e Mandel’štam, che avevano fiuto politico, in molti non compresero. E Majakovskij non ne aveva. Lui era poesia e rivoluzione, l’ideologia gli era totalmente estranea».

Ma non voleva rinunciare all’idea di un’umanità nuova, basata sull’uguaglianza, al sogno di una società più giusta. «Non voleva rinunciare a quegli ideali. Era come se dicesse superiamo questo momento terribile. Ricorda un po’ Le tre sorelle di Cechov: «Fra cento o duecento anni la vita diventerà più bella». E lui scriveva: «Fra cent’anni io alzerò i miei libretti come il libretto del partito». Il suo requiem è stato il poema A piena voce: era un messaggio al futuro. Se si svegliasse oggi Majakovskij, poveretto! Lui credeva davvero che ci sarebbe stata una società migliore, senza storpi, monchi e mendicanti. Il mio libro nasce per rendergli omaggio, per farlo parlare con i posteri». Oggi si troverebbe davanti Putin che, fra molto altro, ha chiuso il museo Majakovskij. «In questo molta responsabilità ha l’oligarchia di Mosca, perché quel palazzo al centro di Mosca ora vale miliardi. Non oso immaginare cosa potrà accadere a tutte le cose meravigliose che conteneva, libri, documenti, quadri dell’epoca». (Simona Maggiorelli, left)

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Un immaginario viaggio nell’Henan

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 21, 2015

acrobatiE’ un affascinante viaggio immaginario nell’Henan la mostra Tesori della Cina Imperiale, L’età della rinascita fra gli Han e i Tang (206 a.C. – 907 d.C.), aperta fino al 28 febbraio 2015 nelle sale quattrocentesche di Palazzo Venezia a Roma.
Curata da Tian Kai, direttore del Museo provinciale dello Henan, invita a conoscere la regione del Regno di mezzo che fu la culla dell’arte cinese all’epoca della dinastia Han, arrivando poi a toccare il suo massimo splendore durante la dinastia Tang. Nell’Henan, lungo la via della seta, si trovano spettacolari pitture rupestri di tradizione buddista che si dipanano in una sequenza di 1350 grotte e poi in un’infinita serie di nicchie e pagode.

Queste affascinanti e gigantesche pitture policrome sono raccontate (necessariamente) solo attraverso fotografie nel percorso espositivo romano. Mentre lo sviluppo all’epoca della dinastia Han di un’estetica, per la prima volta autonoma da principi morali, celebrativi e didattici, viene esemplata attraverso la selezione di un centinaio di ceramiche, sculture e di reperti funerari: riproduzioni in miniatura delle dimore dei defunti, che venivano deposte nelle loro tomba e impressionanti vesti funerarie composte da oltre duemila tessere di giada cucite con filo d’oro. Quella in mostra a Roma apparteneva a un nobile della dinastia Han, che regnò tra il 206 a.C. e il 25 d.C. in questa vasta pianura centrale della Cina.
r1x3hxFzQnOpO_4hb_oAmb9MR5j0XBq-pcDJtaFvAAoSe sotto la dinastia Han, come scrive Nicoletta Celli, nel saggio “Arte e archeologia”, pubblicato nel secondo volume de La Cina (Einaudi) si svilupparono pittura e calligrafia come forme autonome d’arte, insieme ad una nuova sensibilità verso il paesaggio come immagine del microcosmo individuale, sotto la dinasta Tang fiorì una raffinata statuaria, in ceramica e in altri materiali, che vedeva per la prima volta le donne diventare protagoniste, rappresentate mentre fanno musica e si prendono cura di sé, in abiti eleganti e con elaborate acconciature.

Come si può notare dal vivo, confrontando sculture di epoche diverse, nel passaggio dall’epoca Han a quella Tang, a poco a poco la figura umana – quella femminile in modo particolare – perde rigidità e piattezza. Le delicate sculture Tang presentano immagini femminili morbide e in movimento. Dame a cavallo, prese da attività artistiche e letterarie o in conversazione. Sempre con movimenti eleganti ma mai affettati, mentre gli sguardi sono rivolti allo spazio circostante, regalandoci la sensazione che lo scorrere del tempo sia poeticamente sospeso. (Simona Maggiorelli, Left)

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Il fuoco vivo di #AlbertoBurri. Una grande retrospettiva al @Guggenheim di New York

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 27, 2015

Alberto Burri, combustione

Alberto Burri, combustione

Nel centenario della nascita il museo Guggenheim di New York, dal 9 ottobre, rende omaggio ad Alberto Burri (1915-1995) con una grande retrospettiva, la più completa dedicata all’artista umbro negli ultimi 35 anni in America.  Un evento che allarga lo sguardo internazionale sull’artista umbro, dopo l’importante convegno che si è tenuto il 26 e il 27 giugno a Città di Castello, città natale dell’artista, intitolato Au rendez-vous des amis:, organizzato dalla Fondazione Burri ,a cui  hanno partecipano direttori di musei italiani e stranieri, critici e artisti che hanno fatto la storia dell’arte degli ultimi cinquant’anni come Emilio Castellani e maestri dell’Arte povera come Janis Kounellis, Michelangelo Pistoletto, Gilberto Zorio, Eliseo Mattiacci e Hidetoshi Nagasawa con Ettore Spalletti. Ma anche star come Joseph Kosuth, insieme ad artisti già affermati delle generazioni più giovani.  Il Guggenheim offre dunque un’occasione storica per ricordare e conoscere più da vicino questo schivo artista che ha anticipato l’Arte povera e reinterpretato l’Informale, usando materiali umili come tela, cera e carbone per realizzare opere che denunciano la distruzione e gli abissali buchi neri causati dal nazismo. Fin dagli anni Quaranta, Burri ha saputo sviluppare un proprio percorso nell’astrattismo, senza mai perdere di vista l’umano. Anzi riuscendo a evocare dimensioni profonde con una pittura materica e inquieta, libera da ogni intento mimetico e figurativo.
«Burri nasce alla pittura, maturo», scrive Vittorio Brandi Rubiu nell’agile monografia Alberto Burri, (Castelvecchi, 2015), ricordando le circostanze estreme in cui divenne pittore. Accadde quando, medico e capitano che si rifiutava di collaborare, fu rinchiuso in un lager in Texas. «Burri era tutto d’un pezzo, gli americani lo trattavano come nemico. E lui si mise a dipingere».

Non lo fece iniziando dal disegno dal vero, ma usando carbone e sacchi di juta per rappresentare forme emerse dalla fantasia, ritorte, poi ribollenti e bituminose e fiammeggianti. Che ci parlano di una realtà umana lacerata ma non vinta, resistente nonostante le ferite che ha dentro. Pittura come riscatto dalla prigionia. Come passionale rifiuto della coartazione e della violenza. Forse per questo la tavolozza di Burri non ha colori piatti, eterei, dissanguati.

Il rosso e il nero primeggiano insieme ai colori caldi della terra. Come Fontana cercava una nuova dimensione spaziale, non solo fisica. Anche se il senso delle sue tele e cellophane è più drammatico. Come ha colto con una straordinaria sequenza Aurelio Amendola, che nel 1976 fotografò l’artista al lavoro, mentre realizzava una delle sue celebri combustioni, bruciando un pezzo di plastica, slabbrato, dai margini neri.

È possibile trovare maggiori informazioni sugli eventi legati alla celebrazione del centenario su http://www.burricentenario.com

(Simona Maggiorelli, left)

8 ottobre 2015  Presentazione della mostra di New York

Il Guggenheim di New York dedica una grande retrospettiva ad Alberto Burri dal 9 ottobre al 6 gennaio 2016. Per celebrare il centenario della nascita dell’artista umbro il museo nel cuore di Manhattan ne ripercorre tutta l’opera con la mostra The Trauma of Painting, organizzata da Emily Braun e realizzata con la collaborazione della Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri che per questa occasione pubblica il catalogo completo delle opere di Burri in edizione bilingue.

L’intento, raccontano i curatori, è  “esplorare la bellezza e la complessità del processo creativo che sta alla base delle opere di Burri”, tornando – a 35 anni di distanza dall’ultima mostra newyorkese dedicata all’artista –   ad approfondire la  figura di questo protagonista della scena artistica del secondo dopoguerra,  nel quadro dei rapporti tra Stati Uniti e Europa negli anni Cinquanta e Sessanta.

E  prima ancora, a partire dalla dolorosa esperienza che Burri fece proprio negli Usa,  quando  l’artista, che era medico caporale, fu fatto prigioniero nel 1943 e venne portato dagli americani in un campo di concentramento a Hereford, in Texas.  In questo luogo di detenzione Burri, cercando di resistere in quella drammatica condizione, prese a disegnare e a creare utilizzando il carbone, lacerti di juta e altri materiali poverissimi.

La mostra al Guggenheim approfondisce poi la svolta che prese la ricerca di Burri al suo ritorno in Italia nel 1946 quando cominciò a creare quadri astratti caratterizzati da un sottile grafismo. Dal 1949, poi, ecco i Catrami, opere monocrome in cui” il colore viene ridotto alla sua funzione più semplice e perentoria e incisiva”, per dirla con le parole dello stesso Burri.  Era il primo passo verso un’attenzione alla materia che si sarebbe fatta, negli anni successivi, sempre più esclusiva. L’artista umbro aveva così sviluppato in modo originalissimo uno spunto che aveva colto nell’ambiente romano e in particolare nel lavoro di Enrico Prampolini che già nel periodo futurista aveva realizzato opere con parti di colore e di sabbie e che nel 1944 aveva pubblicato arte Polimaterica. Come il Museo Guggenheim mette bene in evidenza con la sua straordinaria collezione, questo era un filone di ricerca che più o meno negli stessi anni era stato sviluppato da Jackson Pollock che, invece, aveva tratto ispirazione dalle “pitture di sabbia” della tradizione indiana in America.

Un altro importante capitolo della mostra nel museo newyorkese  è dedicato ai  Gobbi con cui Burri cancellava ogni divisione fra scultura e pittura.  Il primo Gobbo nacque nel 1950  incastrando sul retro del quadro un frammento di legno che rende irregolare la superficie del dipinto.  In quello stesso anno Alberto Burri realizzò il primo Sacco, un quadro eseguito intelaiando un frammento di tela proveniente da un sacco usato con le cuciture e i rattoppi bene in vista. Negli anni successivi riprese certi effetti di sgocciolatura del colore già presenti nei Catrami e aggiunse ai frammenti  altri materiali di recupero, stracci, lembi di tessuto. Nello stesso tempo cominciò a servirsi d’altri residui, dalle carte alle lamiere, dai legni bruciati alla plastica. Nel 1954 la prima Combustione, il primo intervento con il fuoco su cellotex

Alberto Burri rompe decisamente con la tradizione facendo della materia la vera protagonista dell’opera, ma non si tratta di materia bruta e inerte, in quanto dopo il trauma della guerra, diventa materia viva, carne e sangue di chi era stato al fronte e in senso più universale di un’umanità non arresa di fronte alla distruzione e alla violenza.

 

Gibellina, completato il Grande Cretto di Burri. Sabato l’inaugurazione

Il Grande Cretto completato

Gibellina (Tp). Verrà inaugurato sabato 17 ottobre  alle 17  il Grande Cretto di Alberto Burri finalmente completato, a trent’anni dall’inizio dei lavori di realizzazione (1985-2015). Il cantiere di completamento si è chiuso a maggio, integrando i 66mila mq fino a raggiungere gli 86mila previsti nel progetto originario.
In occasione delle celebrazioni del centenario della nascita di Burri (1915; cfr il Focus sull’artista allegato a «Il Giornale dell’Arte» di ottobre) la Regione Sicilia, il Comune di Gibellina e la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri presenteranno l’opera completata, mentre la seconda parte dei lavori già finanziata e in attesa di imminente inizio, prevede il restauro completo.

Annunciata anche la realizzazione di una sede per accogliere i visitatori, punto informazioni e insieme presidio per preservare l’opera, oltre che la realizzazione di un’adeguata segnaletica.

Gibellina si prepara a celebrare l’evento con una serie di appuntamenti, tra cui, per la prima edizione del «Cretto Earth Fest», AUDIOGHOST 68 (h. 20.00), un’installazione visiva e sonora partecipata (realizzata dal Comune di Gibellina grazie al contributo della multinazionale energetica E.ON ) appositamente concepita per il Grande Cretto dall’artista britannico Robert Del Naja, del gruppo musicale Massive Attack, e da Giancarlo Neri. Tra le «vene» del Cretto mille attori-spettatori si muoveranno come lucciole percorrendo l’antico tracciato viario della cittadina distrutta dal terremoto, trasformata da Burri in opera d’arte, un grande spettacolo di luci e suoni diffusi da centinaia di piccole radio disseminate sulla sua superficie.

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Dopo 35 anni Burri si prende tutto il Guggenheim Per il centenario di Burri rinasce il Teatro Continuo e si restaura il Grande Cretto

di Giusi Diana, edizione online, 15 ottobre 2015

 

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#TaharBenJelloun: Le donne dell’Islam, in cerca di lbertà @TaobukFestival

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 23, 2015

Creatura di sabbia

Creatura di sabbia

In occasione dell’uscita del libro di Tahar Ben Jelloun E’ questo l’Islam che ci fa paura (Bompiani) il 25 settembre il Taobuk festival di Taormina premia lo scrittore franco -algerino. Qui una nostra intervista a Ben Jelloun che incontrammo per il quotidiano Il Giorno

L’INTERVISTA/ Tahar Ben Jelloun

di Simona Maggiorelli

Le trame dell’eros,  la ricerca del rapporto fra uomo e donna, in cui insieme agli abiti si abbandonano le gerarchie dei ruoli, delle identità sociali. Dopo romanzi e saggi di taglio  più strettamente sociale sul razzismo, sullo sradicamento, sulla lontananza, lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun  propone ora un doppio intrigante viaggio letterario alla scoperta del nostro universo meno razionale, più intimo e profondo. Bompiani ha  pubblicato il suo “Amori stregati” e Fabbri ha mandato in libreria , una sua riscrittura della “Bella addormentata” , per i più piccoli, in chiave da “Mille e una notte”.

Al fondo dei due diversi lavori un’interessante indagine sul  femminile, in un confronto  tra Oriente e Occidente giocato a livello di “imagerie”

Signor Ben Jelloun, il re del Marocco  Mohammed VI ha annunciato un nuovo codice di diritto matrimoniale.  Una possibilità di svolta che genera molte aspettative e speranze.
“E’ una riforma che deve ancora passare per il parlamento, con ogni probabilità troverà l’opposizione degli islamisti del PJD, il partito della giustizia e dello sviluppo. Ma anche dei  partiti tradizionalisti come l’ Istiqlal. Comunque resta importante che il re abbia avuto il coraggio di proporre un nuovo codice della famiglia, dopo averlo messo a punto con una commissione per ben due anni”.

Se passasse cosa potremmo aspettarci?
” Non possiamo sperare che le mentalità più oltranziste evolvano allo stesso ritmo. Ci saranno delle resistenze, ma il Marocco non sarà più fra i paesi Arabi ad avere il codice della famiglia più retrogrado. Si avvicinerà alla Tunisia, lasciandosi alle spalle l’Algeria”.

Tahar Ben Jelloun

Tahar Ben Jelloun

Cosa porterà per le donne sul piano giuridico e sociale?
” La liberazione delle donne non si decreta. Riguarda tutti i cittadini.
Ci vorrà una grossa campagna d’informazione  progressista, moderna. Tante donne lottano da tempo. Ora, l’aspetto giuridico sta dalla loro parte. Prima, non era così”.

Qual è stato il contribuito dei movimenti delle donne morocchine a questa svolta?
“In Marocco esistono numerose associazioni di donne, associazioni coraggiose, solide e determinate. La loro voce è stata ascoltata. Senza la loro presenza sul terreno, questa riforma avrebbe aspettato ancora diversi anni”.

E il Nobel per la pace a Shirin Ebadi inciderà?
“E’ un fantastico colpo da maestro. L’Accademia Nobel ha  dato un notevole aiuto alle donne musulmane che lottano per la propria libertà. Mi pare una scelta inaspettata e felicissima”.

Colpisce la recente notizia di due sorelle espulse dal liceo perché portavano il velo. Cosa sta accadendo fra le generazioni di giovani donne nate in Francia da famiglie arabe?
“Il velo è un simbolo politico ed ideologico. E’ un segno di appartenenza ad una comunità. Il problema sta nel fatto che siamo una società laica. La libertà degli individui è reale, ma lo è anche il dovere di rispettare la scuola pubblica. La separazione fra chiesa è stato sancita dalla legge francese fin dal 1905, è stata ottenuta dopo lunghe lotte. Bisogna rispettare questa vittoria. Le giovani donne in Francia hanno bisogno di sentirsi accettate, integrate. Indossano il velo perché sentono di essere rigettate; affermano così una loro identità. Si tratta, in ogni caso di una minoranza, anche se è molto rumorosa”.

Lei ha scritto due volumi, sul razzismo e sull’islam spiegato ai giovani. Cosa ha detto loro? Quali sono le vere radici del fondamentalismo?
“Il fondamentalismo ha una base comune: il fanatismo e l’ignoranza. Che sia islamico o cristiano, si tratta di un anacronismo pericoloso perché giustifica la guerra”.

Nel suo nuovo libro “Amori stregati”, lei ha scritto pagine bellissime sull’eros, sulla libertà interiore che le donne arabe hanno nel rapporto d’amore. E’ possibile che  nella cultura islamica alle donne venga riconosciuta sul piano della vita intima e sessuale più dignità e libertà di quanto non faccia l’Occidente?
“In “Amori stregati”, racconto delle finzioni; sono la testimonianza indiretta dell’immaginario delle donne la cui condizione giuridica è infelice. L’islam, come le altre due religioni monoteiste, diffida delle donne. Un versetto dice più o meno questo delle donne: “la loro capacità di furbizia è immensa !”. Furbizia è inteso qui nel senso negativo. Allora, le donne costruiscono la loro vita secondo la loro capacità di immaginare, di arrangiarsi, di scansare la legge. Strappano la loro libertà dalle mani dei loro dominatori. Hanno dei poteri insospettabili. E meno male. Ma è anche vero che”Amori stregati” rispecchia una realtà abbastanza presente nel Marocco di oggi: il ricorso alla magia e alla stregoneria è un modo per reagire contro una realtà opprimente. Anche gli uomini ci credono”.

Nell’Islam comunque non sembra esserci una condanna del femminile e del corpo come  storicamente è avvenuto in Occidente, con tanto di caccia alle streghe…
“Nel islam, le sessualità non è tabù. Insegnare l’educazione sessuale nelle scuole viene addirittura consigliato. Il profeta Muhammad è stato sposato nove volte. Amava le donne. La sua prima moglie fu la sua padrona, la donna per la quale lavorava; era più vecchia di lui e non indossava il velo. Sono gli islamici che hanno fatto di tutto per snaturare l’islam e per farne una religione oscura e fanatica”.

da Il Giorno / Il Resto del Carlino / La Nazione 17 ottobre 2003

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William Darlymple vince il premio #Kapuściński con Il ritorno del re

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 11, 2015

Darlymple, il ritorno di un re

Darlymple, il ritorno di un re

Ne Il ritorno di un re, William Darlymple racconta la «prima, disastrosa invasione occidentale in Afghanistan». “Emulata” da Bush. Dopo aver vinto il Premio Hemingway si aggiudica anche il premio #Kapuściński. Lo storico  giornalista e scrittore scozzese è al Festival della letteratura di viaggio a Roma il 12 settembre per ricevere il riconoscimento

Nella primavera del 1839 gli inglesi invasero per la prima volta l’Afghanistan. Guidati da ufficiali in marsina rossa, circa ventimila soldati ingaggiati dalla Compagnia delle Indie orientali si avventurarono in quelle terre impervie e lontane per rimettere sul trono Shah Shuja (1786-1842), pensando che avrebbe aiutato la Gran Bretagna nel contrastare l’avanzata napoleonica verso l’India. Dopo due anni di tatticismi, doppi giochi e mosse sbagliate dettate dalla sottovalutazione dell’altro, quello che era considerato l’esercito più forte al mondo fu sbaragliato dalle tribù afghane, benché mal equipaggiate e in lotta fra loro.
La prima guerra anglo-afghana, conosciuta anche come Auckland’s Folly, fu la maggiore disfatta dell’Impero britannico nel XIX secolo. «Ma non è bastata come monito», rimarca William Darlymple che nel libro Il ritorno di un re (Adelphi) ha ricostruito quella rocambolesca vicenda traendone un volume di oltre seicento pagine che ha il ritmo avvincente di un racconto cinematografico. Per scriverlo, lo storico scozzese ha impiegato cinque anni, in gran parte spesi facendo ricerche su fonti poco o niente considerate dalla storiografia occidentale: manoscritti, lettere, documenti e poemi epici scovati in archivi afghani, russi, indiani e pachistani.
Dalrymple600- shah ShujaDopo libri di viaggio e molti reportage che lo hanno portato a rischiare la vita in territori di crisi, dall’Iran durante la Rivoluzione alla Palestina assediata dagli israeliani, William Darlymple ha composto questo affascinante affresco storico, che ci fa entrare nelle sontuose corti degli ultimi discendenti delle contrapposte dinastie Sadozai e Barakzai. E mentre racconta i teatrali riti di corte con cui il re fantoccio cercava di mascherare la perdita di potere, mentre ci parla di poeti sufi, di grandi calligrafi e miniaturisti, di caravanserragli e di feroci faide fra Sikh e Pashtun, lo scrittore scozzese smaschera il colonialismo inglese, l’intento predatorio della missione basata su un’ideologia utilitaristica che credeva nella natura civilizzatrice del mercato. Al contempo mette in luce il Grande Gioco imbastito dalle potenze europee per il controllo di quella regione che, ancora oggi, non è terminato.
Ladies_cabul1848b«Anche per questo forse Il ritorno di un re ha avuto un successo internazionale maggiore rispetto ai miei precedenti lavori di carattere storico», commenta Darlymple, che a Lignano Sabbiadoro ha ricevuto il Premio Hemingway 2015. «Questa non è una storia di carattere antiquario ma riguarda l’attualità. È cruciale e determinante per il presente. E al tempo stesso ha una trama fantastica, con una qualità epica innata. Sarei stato uno stupido se non fossi riuscito a trarne un buon libro date le premesse. E un irresponsabile viste le conseguenze di quegli eventi, con ripetute invasioni dell’Afghanistan».
Quella volta (era il 1842) in Gran Bretagna tornò un solo sopravvissuto, il resto dei soldati morirono oppure furono catturati. E capita ancora oggi che qualche afghano dica di avere fra i propri antenati un inglese. Darlymple assicura di averne incontrati più di uno durante i suoi avventurosi viaggi in Afghanistan. Perlopiù fuori dalle principali città, nelle gole e nei luoghi selvaggi dove avvennero gli scontri. Con l’unica protezione di un rilevatore satellitare ad alta tecnologia che avrebbe permesso di localizzarlo nel caso fosse stato rapito. Un minuscolo gioiello d’ingegneria che lo scrittore ha poi restituito all’ufficiale inglese che glielo aveva prestato. Felice di non averlo mai usato.

lady-sale-in-the-ilnCosì dopo aver portato i lettori ne La terra dei Moghul bianchi e aver raccontato L’assedio di Delhi, ovvero la storia della rivolta dei soldati indiani dell’esercito dell’India britannica, William Darlymple mostra tutte le complesse sfaccettature di una vicenda e di personaggi che spesso non sono quello che sembrano. A cominciare dallo stesso stesso Shah Shuja che gli inglesi immaginavano come un “troglodita”, conquistabile con qualche spada istoriata e qualche suppellettile, mentre si rivelò essere un uomo colto, che stupiva i rozzi soldati inglesi per i suoi modi eleganti, per la dignità con cui affrontava la mala sorte e l’attenzione che riservava alla moglie Waga Begun, donna niente affatto di secondo piano che si batté poi per la sua liberazione.
Lo stesso Ranjit Singh, il Leone del Punjab che scandalizzava gli inglesi per i suoi disinibiti rapporti con le donne, li sorprendeva con spettacoli di danzatrici, battute di caccia al cervo e visite ai monumenti, ma aveva anche saputo costruire un sistema di intelligence e aveva sburocratizzato il regno.
«Se decidi di scrivere un libro di carattere storico, per prima cosa ti devi mettere alla ricerca di un tema che, pur essendo ambientato nel passato, insegni qualcosa. Che non tratti solo del passato morto e finito, degli uomini che ormai non ci sono più», dice Darlymple. «La storia della prima disastrosa incursione inglese in Afghanistan nel 1839 ci mostra quanto l’avere una mente piena di pregiudizi razzisti apra alla sconfitta. Ma non solo. Ci mostra quanto sia pericolosa l’ideologia occidentale e cristiana» sottolinea lo scrittore. «Ci dice molto delle ferite provocate in Afghanistan da un Occidente cristiano che cerca di imporre le proprie idee di bene e male, i propri costumi, la propria moralità e pregiudizi. E ci fa anche vedere che l’imperialismo alla fine fallisce completamente. Shah Shuja, il sovrano fantoccio imposto dagli inglesi, li fece andare incontro a una totale e storica sconfitta. Tanto che ancora oggi -fa notare Darlymple – i confini dell’Afghanistan sono tracciati là dove i britannici furono battuti. Il moderno Afghanistan, paradossalmente, è figlio di quel disastro. È una lezione che avremmo dovremmo saper leggere».

The Remnants of an Army 1879 Elizabeth Butler (Lady Butler) 1846-1933

The Remnants of an Army 1879 Elizabeth Butler (Lady Butler) 1846-1933

In realtà ne Il ritorno di un re questo significato più profondo della vicenda resta latente. Quello di Darlymple non è un libro a tesi, appesantito da intenti didattici. Tutt’altro. La narrazione, seducente, procede al galoppo come i suoi protagonisti. «Il punto è che mi sono imbattuto in una storia straordinaria dal punto di vista umano, perché i personaggi che la popolano sono estremamente vivi», spiega l’autore. «Le persone che vi presero parte furono donne e uomini eccezionali. Incontriamo personaggi come Jan Vitkevic, un avventuriero polacco che a 14 anni era stato scoperto a scrivere slogan anti russi e fu mandato al confino nelle steppa per poi diventare, ironia della sorte, una grande spia russa nel Grande Gioco; un uomo che rimase affascinato dalla cultura turca e imparò molte lingue fra cui l’arabo, il persiano, le lingue dell’Uzbekistan, del Tagikistan e oltre». Ma interessante è anche la sua controparte: Alexander Burns (cugino del poeta Robert Burns), «una sorta di James Bond ante litteram, ossessionato dal mito di Alessandro Magno». Poi c’è Lord Hockland, «il vice governatore inglese che era più crudele di George Bush e che, come lui, decise di intraprendere una guerra in Afghanistan senza sapere nulla del Paese. Sono personaggi – dice Darlymple – con cui ho convissuto per tre anni. Quando scrivi un libro diventano i compagni con i qual parli, con i quali vivi quotidianamente. Non mangiavo con loro ma certamente ce li avevo in testa di notte, nei miei sogni».
Ma fra i tanti protagonisti di questo libro, indimenticabile è anche il disertore James Lewis che, sfuggito al servizio militare della Compagnia delle Indie, si era stabilito a Kabul con il falso nome di Charles Masson, diventando il primo esploratore dei siti archeologici afgani. Salvo poi essere scoperto da Burns e costretto a fare l’informatore segreto per gli inglesi insieme a un buon numero di veterani napoleonici francesi e italiani. Il nome di Masson oggi resta legato alla sezione dei reperti afgani del British Museum.

William Darlymple

William Darlymple

Mettendosi sulle sue tracce William Darlymple è andato nei siti archeologi sopravvissuti miracolosamente alle guerre, visitando tesori come il Mausoleo di Tamerlano ed entrando nella cittadella di Herat, restaurata da Jolyon Leslie. «L’Afghanistan ha una straordinaria storia dal punto di vista dell’arte, nata dall’incontro di culture diverse» dice lo scrittore. Nel XV secolo, in particolare, ha vissuto un’epoca di grande Rinascimento, paragonabile per importanza a quella fiorita qui in Italia. Herat era comparabile a Firenze, c’era un’Università che era stata fondata dalla regina dove si trovavano i maggiori studiosi, c’erano pittori e miniaturisti di genio, ma molte delle loro opere sono andate perdute. L’Afghanistan è stato per secoli il pomo della discordia, preda di tantissime guerre, prima fu conquistato dai Moghul, poi dagli inglesi, dai russi, dagli americani, e dai talebani. Oggi è un Paese davvero molto povero e ferito». Ancora negli anni 50 e 60, Kabul aveva università e fiorenti centri di studi, «quella di oggi» denuncia Darlymple «non è che l’ombra della città che era una volta: il misticismo sufi, per esempio, è stato contrastato dai wahabiti che ne hanno impedito l’esistenza e lo sviluppo». Gli americani alla fine non hanno fatto altro che ripetere gli errori commessi in passato? «Volendo fare un paragone, bisogna considerare vari aspetti. L’esercito che invase l’Afghanistan nel 1839 non era un esercito nazionale, ma di una corporazione internazionale, era l’esercito delle Indie orientali, veniva gestito da un piccolo ufficio a Londra, non era un colosso come Google o i gestori della telefonia mobile, ma aveva iniziato l’attacco all’impero dei Moghul, aveva avviato la guerra dell’oppio con la Cina e indirettamente alla guerra di Indipendenza americana. Il motivo per cui si mosse era il profitto» ribadisce Darlymple «e solo quello. Nel 2001 apparentemente c’erano delle credenziali umanitarie, almeno una parvenza».

Ma occorre notare anche delle analogie fra la prima invasione inglese e quella americana. «Nel 1839 gli inglesi imposero un sovrano fantoccio, era il capo dei populzai, e nel 2001 è stato imposto Harmid Karzai, che era il capo della stessa tribù di Sha Shuja. Oggi come allora gli stranieri sono stati messi in scacco da tribù difficili da controllare. E si è determinata la stessa suddivisione: le città in mano all’esercito americano e le zone fuori in mano alle tribù, ma anche preda della violenza talebana». ( Simona Maggiorelli, left)

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Piero di Cosimo, la fantasia di un “irregolare”

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 4, 2015

Piero di Cosimo 1462- 1522, pittore eccentrico fra Rinascimento e Maniera è l’ultima esposizione ideata da Antonio Natali come direttore degli Uffizi. Ed è una mostra straordinaria non solo perché riporta alla ribalta un autore rinascimentale ingiustamente trascurato dalla manualistica, ma per la cura e la rigorosa ricerca scientifica che la sostiene. Così prima di addentrarci nel percorso non possiamo non ricordare che quest’evento si collega a una lunga serie di mostre di altissima qualità che Natali ha realizzato negli anni rendendo gli Uffizi non solo un luogo di conservazione di capolavori, ma anche di ricerca, un laboratorio di idee, fruttuosamente aperto al territorio circostante. Non a caso è stato proprio Natali a ricostruire l’esatta collocazione che aveva originariamente L’Annunciazione (1472-75) di Leonardo conservata agli Uffizi: la tela fu realizzata dal genio vinciano per la Chiesa di San Bartolomeo a Monte Oliveto, (la si può vedere dalle finestre degli Uffizi). Ed era pensata per una parete che si offre a una prospettiva sghemba. Per questo, a uno sguardo frontale, il braccio della Madonna appare stranamente alterato. Perfetto, invece, se visto in tralice.

Per scoprire una cosa del genere non basta una approfondita conoscenza dell’opera di Leonardo, serve conoscere anche il contesto territoriale. Conoscenza che speriamo vorrà acquisire anche il neo direttore, Eike Schmidt, esperto di Rinascimento, che viene da Minneapolis, avendo avuto esperienza solo di musei americani. In attesa – ci auguriamo – di poter apprezzare almeno altrettanto il lavoro di Schmidt, intanto, ci tuffiamo nel mondo fantastico di Piero di Cosimo (la mostra è aperta fino al 27 settembre). Che Vasari raccontò nelle Vite come un artista bizzarro, misantropo, pieno di stranezze. Immaginifici ed eccentrici sono in effetti alcuni motivi mitologici che Piero scelse di dipingere, aprendo così la stagione manierista. Il suo mondo è popolato di centauri, di animali e di fauni che comunicano sentimenti umanissimi con l’espressione dei loro volti. Leggendo i saggi pubblicati nel catalogo Giunti scopriamo che le presenze anodine e l’inquietudine formale di opere come la Tazza Farnese, di quadri mitologici, ma anche di pale sacre, non era frutto di fantasticherie solipsistiche ( come voleva Vasari) ma corrispondeva a un preciso codice culturale, criptico e coltissimo, che Piero innamorato della filosofia antica condivideva con una raffinata committenza legata alla cerchia medicea.

(Simona Maggorelli, Left)

Il video dell’intervista ad Antonio Natali dopo il passaggio di direzione ,qui:http://youmedia.fanpage.it/video/aa/VehcmuSwRPzWS_1F

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Immagini che varcano i confini. Arte e immigrazione al #MAGMA

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 29, 2015

Elahi, One on one

Elahi, One on one

Alla sua inaugurazione, due anni fa, il Museo delle arti in ghisa della Maremma (MAGMA) si presentava come uno straordinario spazio di archeologia industriale in cui venivano raccontate in modo suggestivo (attraverso la multimedialità) tante storie e memorie di vite vissute lavorando fra queste antiche mura. Le immagini degli operai emergevano dall’ombra, proiettate sulle pareti dell’edificio più antico della città, la Fornace di San Ferdinando, che per lungo tempo nel secolo scorso ha dato lavoro a una Maremma molto povera. Ma non solo. Nel dopoguerra successive ondate di immigrazione hanno portato a Follonica e dintorni tanti lavoratori provenienti da altre regioni.

E ora che questo luogo simbolo della Maremma è stato trasformato in spazio museale, artisti internazionali portano qui lavori che invitano a riflettere sul tema dell’immigrazione guardandolo da un punto di vista ben diverso da quello emergenzialista scelto dalla politica e dai media italiani.

Racconta gli aspetti umani più intimi e profondi dell’odissea dei migranti la nuova installazione di Studio Azzurro, Dove va tutta ‘sta gente, pensata come una danza di uomini e donne che si abbracciano e si lasciano, costretti a separarsi dolorosamente da parenti, amici e amanti per cercare condizioni di vita più umane in terre lontane. Trovandosi a sbattere contro barriere macroscopiche e visibili come i confini nazionali ma anche invisibili come il razzismo strisciante e la diffidenza verso lo straniero; barriere trasparenti eppure invalicabili come lo schermo video che separa le immagini degli attori dal pubblico nella

Museo Magma

Museo Magma

sala grande della Pinacoteca di Follonica dove, fino al 5 settembre, viene proiettata questa opera di videoarte firmata da Studio Azzurro.

Nella Fornace di San Ferdinando, invece, il tema viene sviluppato dall’artista Hasan Elahi a partire da una brutta esperienza fatta sulla propria pelle all’aeroporto di Detroit dove l’artista di ritorno da un lungo viaggio è stato sottoposto a interrogatori come fosse un sospetto terrorista. E questo senza che ci fosse a suo carico nessun indizio. Come se il colore della sua pelle e il suo cognome bastassero a fare di lui un potenziale attentatore. Da quel giorno in cui fu sottoposto alla macchina della verità e a domande del tipo: “lei dove si trovava l’11 settembre?” Hasan Elahi ha deciso di tracciare ogni aspetto della sua vita, trasformando la violenza subita in un’installazione dal titolo The Orwell Project, in cui i fotogrammi della sua esistenza quotidiana vanno a formare inaspettate e immaginifiche sculture ( Simona Maggiorelli, Left)

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