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Immagini che varcano i confini. Arte e immigrazione al #MAGMA

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 29, 2015

Elahi, One on one

Elahi, One on one

Alla sua inaugurazione, due anni fa, il Museo delle arti in ghisa della Maremma (MAGMA) si presentava come uno straordinario spazio di archeologia industriale in cui venivano raccontate in modo suggestivo (attraverso la multimedialità) tante storie e memorie di vite vissute lavorando fra queste antiche mura. Le immagini degli operai emergevano dall’ombra, proiettate sulle pareti dell’edificio più antico della città, la Fornace di San Ferdinando, che per lungo tempo nel secolo scorso ha dato lavoro a una Maremma molto povera. Ma non solo. Nel dopoguerra successive ondate di immigrazione hanno portato a Follonica e dintorni tanti lavoratori provenienti da altre regioni.

E ora che questo luogo simbolo della Maremma è stato trasformato in spazio museale, artisti internazionali portano qui lavori che invitano a riflettere sul tema dell’immigrazione guardandolo da un punto di vista ben diverso da quello emergenzialista scelto dalla politica e dai media italiani.

Racconta gli aspetti umani più intimi e profondi dell’odissea dei migranti la nuova installazione di Studio Azzurro, Dove va tutta ‘sta gente, pensata come una danza di uomini e donne che si abbracciano e si lasciano, costretti a separarsi dolorosamente da parenti, amici e amanti per cercare condizioni di vita più umane in terre lontane. Trovandosi a sbattere contro barriere macroscopiche e visibili come i confini nazionali ma anche invisibili come il razzismo strisciante e la diffidenza verso lo straniero; barriere trasparenti eppure invalicabili come lo schermo video che separa le immagini degli attori dal pubblico nella

Museo Magma

Museo Magma

sala grande della Pinacoteca di Follonica dove, fino al 5 settembre, viene proiettata questa opera di videoarte firmata da Studio Azzurro.

Nella Fornace di San Ferdinando, invece, il tema viene sviluppato dall’artista Hasan Elahi a partire da una brutta esperienza fatta sulla propria pelle all’aeroporto di Detroit dove l’artista di ritorno da un lungo viaggio è stato sottoposto a interrogatori come fosse un sospetto terrorista. E questo senza che ci fosse a suo carico nessun indizio. Come se il colore della sua pelle e il suo cognome bastassero a fare di lui un potenziale attentatore. Da quel giorno in cui fu sottoposto alla macchina della verità e a domande del tipo: “lei dove si trovava l’11 settembre?” Hasan Elahi ha deciso di tracciare ogni aspetto della sua vita, trasformando la violenza subita in un’installazione dal titolo The Orwell Project, in cui i fotogrammi della sua esistenza quotidiana vanno a formare inaspettate e immaginifiche sculture ( Simona Maggiorelli, Left)

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