La chiamano sindrome del boia. E secondo le associazioni pro life sarebbe il destino inevitabile di ogni donna che abortisce. Nel libro La verità vi prego sull’aborto (Fandango, 2013) la filosofa della scienza Chiara Lalli scrive che, per costoro, chi interrompe una gravidanza si «troverà prima o poi a subire conseguenze dolorose andando inevitabilmente incontro alla “sindrome post aborto”»
. Espressione che ricorre nei discorsi dei bioeticisti cattolici e che, fatto grave, compare anche in documenti del Comitato nazionale di bioetica (Cnb), organo consultivo del governo. Siamo davanti all’invenzione di una patologia propedeutica a nuovi attacchi alla 194?
«In psichiatria, dal DSM IV e fino all’attuale catastrofico DSM V, c’è stato un proliferare di “sindromi”, sovente create apposta per inserire in una patologia fittizia determinati ambiti di comportamento», spiega la psicoterapeuta e neonatologa Maria Gabriella Gatti. «Serve alla vendita di psicofarmaci e, in casi come questo, a mascherare di falso scientismo una condanna moralistica basata su pregiudizi religiosi». Urge far chiarezza, dunque. «La donna che ha deciso di abortire non commette un “feticidio”, cioè non uccide una vita umana come si vuol far credere», precisa la docente di neurologia neonatale dell’Università di Siena. E aggiunge: «Quella del feto è una realtà puramente biologica e quindi anche sul piano etico e giuridico l’aborto non può essere equiparato a un omicidio. Il cervello del neonato è completamente diverso da quello del feto che è funzionale ai processi di accrescimento e non a un’attività di pensiero che ha inizio con la nascita. La madre assassina è affetta da una grave patologia mentre una donna che abortisce, esercita un diritto di autodeterminazione e di libertà procreativa. Il senso di colpa è indotto dalla cultura cattolica che vuole imporre credenze che contrastano con la ricerca scientifica alterando i dati biologici. Si tratta di una strategia di controllo che da millenni gli uomini hanno imposto sulla sessualità delle donne: l’intangibilità del feto si lega alla sacralità del biologico».
In Italia le percentuali “bulgare” degli obiettori, denuncia l’associazione Laiga, obbligano le donne ad andare ad abortire all’estero, specie per aborti terapeutici. Esponendo la salute delle pazienti a maggiori rischi. E aumentano gli aborti “spontanei”,in particolare, fra le immigrate. Di fronte a tutto ciò la Consulta di bioetica propone di abolire l’articolo 8 della 194 che prevede l’obiezione di coscienza. «Credere nella sacralità del biologico è contrario all’etica medica che si basa su una concezione naturalistica e scientifica dell’essere umano», commenta la professoressa. «A partire dal protocollo di Harvard la vita umana è legata all’attività cerebrale, quando questa cessa c’è la morte che non è separazione dell’anima dal corpo. Il medico è chiamato a intervenire laicamente prescindendo da principi trascendenti. Nessun medico può rifiutarsi di fornire una prestazione imponendo di fatto al paziente una propria concezione religiosa. La medicina in nessun caso può essere al servizio dell’ideologia: quando lo è stata è andata sempre “contro l’uomo” come nelle sperimentazioni naziste».
Al convegno Il buon medico non obietta organizzato dalla Consulta di Bioetica a Roma il giurista Carlo Casini del Movimento per la vita ha riproposto la questione dello statuto ontologico dell’embrione che, per lui, sarebbe persona in accordo con la Legge 40. In barba alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che stigmatizza la confusione fra embrione e persona contenuta nella norma. «Scambiare embrione e persona sarebbe come voler offrire a amico della frutta e portargli una radice d’albero su un piatto», ha risposto a Casini il costituzionalista Gladio Gemma, richiamando la differenza logica fra potenza e atto. «Il discorso di Gemma è scientificamente corretto – commenta Gatti – l’embrione prima della 23esima settimana non ha nessuna possibilità di vita. Un nocciolo di pesca ha la potenzialità di diventare albero e la mantiene finché non trova un terreno fertile. L’embrione fuori dall’utero non ha alcuna possibilità di vita umana prima che il cervello abbia raggiunto un determinato stadio maturativo. è un dato acquisito dai maggiori esperti di neonatologia mondiale ma che la cultura cattolica continua a negare». Come si evince anche dai discorsi del presidente emerito del Cnb, il cattolico Francesco D’Agostino, che all’iniziativa della Consulta di bioetica e Sel in Palazzo Marini ha parlato di aborto come una piaga ancora aperta in Italia, anche a causa della «fragilità esistenziale delle donne». «Pregiudizi medievali, di negazione delle donne», denuncia Maria Serenella Pignotti neonatologa del Meyer di Firenze, mentre il filosofo Eugenio Lecaldano dice che bisogna «ribadire la centralità della donna nelle questioni riproduttive». Ma è sufficiente? «L’autodeterminazione della donna e la sua libera scelta procreativa possono essere meri slogan se non si accompagnano a una battaglia politica che ribadisca la centralità della ricerca sulla realtà umana», rilancia la neonatologa Gatti.«Concezioni antropologiche che perpetuano l’annullamento della donna, tipico della cultura greca e giudaico cristiana ci vengono proposte di continuo su giornali come Repubblica. L’uomo, come ha sostenuto Freud, sarebbe atavicamente violento e sadico mentre le donne sarebbero costituzionalmente inclini al masochismo e meno intelligenti essendo destinate ad allevare la prole. Al convegno D’Agostino ha citato come esempio di ricerca psichiatrica Jacques Lacan che era un fautore del ritorno a Freud e aveva rapporti a dir poco problematici con le donne come si evince dalla biografia della figlia Sybille. Sempre su Repubblica, partendo da Lacan, Michela Marzano, fa affermazioni incredibili, sostenendo che potrebbe accadere a tutti di dimenticare il proprio bimbo in auto, con esiti drammatici. Esiste secondo lei una “banalità del male” citando Hannah Arendt. Come dire che sotto sotto siamo tutti un po’ fatui ed un po’ nazisti». E qui si apre un altro tema enorme che non mancheremo di approfondire.
dal settimanale left Avvenimenti







Finalista del Premio Vallombrosa von Rezzori lo scrittore argentino José P. Feinmann parla del suo romanzo verità
plagio. Tutto il pensiero di Lacan, di fatto, si riduce a venti concetti presi da Heidegger. Lacan non cita, copia direttamente. Tutto questo avveniva nella sinistra francese negli anni 50 e 60. Dissero che Marx non era più necessario. Ma la cosa urgente non era liberarsi dell’autore de Il capitale, perché il comunismo, di fatto, era già caduto. E per rimpiazzare Marx che cosa avevano a portata di mano? Quello che loro ritenevano essere un grande pensatore e che, guarda caso, faceva una critica al capitalismo, anche se da destra. Nasce così una sorta di heideggerismo di sinistra. Questo è quello a cui si applica con sommo talento la filosofia francese dimenticando, negando anche l’ultimo pensatore marxista che fu Sartre. Tutta la French theory è un annullamento di Marx e di Sartre. Ma va detto che anche la scuola di Francoforte, Adorno e Horkheimer, in particolare, erano heideggeriani.
Foucault, Marcuse, Sartre. La sinistra rivede i suoi punti di riferimento e i pensatori guru del ‘68. Cosa resta di valido del loro pensiero? Ne discutono tre filosofi di oggi: Accarino, Bodei e Marramao
E aggiunge: «Foucault ha guardato solo a ciò che produce socialmente la follia, con la trasformazione, dopo i grandi cicli epidemici, dei lebbrosari in manicomi». Dunque un pensiero che nega la malattia mentale? «Foucault appare un po’ buonista – prosegue Bodei -. Se non arriva a dire che ognuno ha diritto alla sua follia e al suo delirio come faceva Antonin Artaud, certo non considera che la malattia mentale è dolore». «Foucault resta come abbacinato dall’idea che la follia sia l’effetto di un gigantesco sistema repressivo, di controllo e disciplinamento generalizzato – prosegue Giacomo Marramao -. Questa sua idea oggi entra in crisi: la follia non è tanto un’invenzione del sistema, ma una patologia da curare». Ma se sul tema della malattia mentale le idee di Foucault sono, dice Marramao, «molto da rivedere, molto da correggere» c’è un punto della riflessione del filosofo francese che si sente di salvare: la riflessione sul sapere come potere e quella sulla detenzione. «Foucault ha raccontato – dice Marramao – come dalla modernità si determinino due regimi diversi: quello dei detenuti e quello dei diversi. Prima non c’era una compartimentazione dei folli, che facevano parte della comunità. La geometria cartesiana e hobbesiana dello Stato moderno, invece, traccia un confine netto fra il sano e il folle, fra il normale e il deviante. E non è che la normalità venga stabilita prima e poi la devianza. È piuttosto il contrario: prima viene stigmatizzata la devianza e poi si costituisce la normalità». Quello foucaultiano sulle carceri è un passaggio che appare importante anche al filosofo Bruno Accarino: «Quella che andrebbe riscritta, a partire da un caposaldo del pensiero foucaultiano come Nietzsche è una filosofia della pena». Riscrivere, proponiamo, anche nel senso di “mettere in crisi”. Formulando, a sinistra, un discorso filosofico che ripensi la pena non più come punizione. «Proprio così – dice il docente dell’ateneo fiorentino -. Negli Usa si fa un business multimiliardario sugli istituti di pena, la cui logica punitiva non fa che preparare nuovi sovraffollamenti anche economicamente remunerativi. Si è chiusa un’epoca e ogni tentativo di risoluzione accentuando la repressione è perfino patetico nella sua inutilità». Ma proprio il tema del carcere e della pena ci riporta qui a un’intervista pubblicata in Follia e psichiatria: interpellato sulla punibilità dei crimini di pedofilia e di stupro Foucault dice: «Il problema riguarda i bambini. Ci sono bambini che a dieci anni si gettano su un adulto, e allora? Ci sono bambini che acconsentono rapiti!». Un passo inquietante; a tutti e tre i nostri interlocutori abbiamo chiesto un commento. «Il consenso dei bambini pone problemi legislativi, non di orientamento morale – risponde Accarino -. La discussione mi sembra, in quel punto, un po’ sfilacciata. La delicatezza della questione avrebbe imposto una rielaborazione».
Ma allora può esistere un bambino consenziente? No, Accarino non crede affatto che un bambino possa essere consenziente. E anche secondo Bodei «non è pensabile, perché un bambino non è un adulto». E poi andando più a fondo: «Questo passo – denuncia – giustifica crimini sessuali, come la pedofilia, e fenomeni come il turismo sessuale. C’è una giustificazione della pedofilia nel dire che c’è un assenso volontario verso gli adulti da parte dei bambini che subiscono violenza e questo non è accettabile». Il professor Marramao ride e dice: «Questo è tipicamente foucaultiano! Per un verso qui Foucault apre una prospettiva che riguarda la necessità di un’indagine sulla sessualità della pre pubertà ma dall’altra tende a rimuovere un problema che è connesso a una patologia molto seria come la pedofilia». Idealizzazione della follia, negazione del diritto del malato a una cura, ma anche un’idea distorta della sessualità, basata su un convincimento freudiano. «E Freud – stigmatizza Marramao – era un uomo del suo tempo, un moralista, anche un po’ rigido, basta pensare a quel suo agganciare la sessualità al complesso edipico. Ora non dico che non ci possano essere individui la cui vita possa essere condizionata da un rapporto edipico complesso, ma non è valido per tutti, racconta un fatto molto parziale. Il vecchio Freud era un gran sessuofobo, non c’è dubbio». E il pensiero sulla sessualità di Foucault, come quello di Freud non è simile a ciò che pensa la Chiesa: perversione e istintività bestiale? «Per Foucault – risponde Accarino – non esiste la sessualità umana, esistono solo i discorsi che ruotano attorno alla sessualità». Ma si può davvero discutere su qualcosa che non esiste? «In effetti – ammette Accarino – è molto forte, in Foucault, una spinta ad una sorta di smaterializzazione. A volte si ha l’impressione che il logos preceda il corpo, irretito, in senso letterale, in una trama di discorsi, senza avere uno statuto autonomo e una sua materialità». Come può allora un pensiero come quello di Foucault essere sposato dalla sinistra? Se siamo tutti pazzi, non è più coerente con un pensiero di destra che esige controllo e autorità? «Siamo “tutti pazzi” nel senso – prosegue Accarino – che il confine tra il normale e il patologico è sottilissimo, non certo perché si debba abbandonare un’idea della trasformazione fondata anche su presupposti istituzionali. Altro discorso è se il pensiero di Foucault abbia sollecitato una sorta di cinismo estetizzante che, sostenendo che siamo tutti pazzi, si esime dal pensare progetti di trasformazione. La verità è che andrebbe aperto un dibattito sul conservatorismo estetizzante di sinistra, merce di cui la Francia abbonda». E più oltre, forse, all’indomani dell’indulto, la sinistra potrebbe separarsi dai suoi maestri di un tempo cultura&scienza (Heidegger-Biswanger-Basaglia-Foucault), per proporre idee nuove che consentano di curare la malattia mentale? «Sono totalmente d’accordo – conclude il professore -. La “bella pazzia” appartiene a quel repertorio estetizzante che purtroppo è accasato nella sinistra. Molto lavoro c’è da fare in strutture pubbliche che possano intervenire sulla malattia mentale, ma il loro potenziamento viene mortificato alla stregua di un palliativo o addirittura di strumento di controllo autoritario, forse perché si teme che intervenire sulle risorse pubbliche comporti oggi una rivoluzione di intenti e di orizzonti politici assolutamente inimmaginabile».
Foucault: «Se il bimbo non si rifiuta non c’è violenza»