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#Majakovskij il poeta suicidato dal regime.

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 23, 2015

Majakovskij futurista

Majakovskij futurista

«A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare... Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta. Lilja, amami…Come si dice, l’incidente è chiuso. La barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici». Così Vladimir Majakovskij lasciava scritto prima di suicidarsi il 14 aprile 1930. Ma molti aspetti di quel gesto restano ancora oscuri. Perché quel biglietto d’addio potrebbe essere un collage di versi precedenti. Perché la pistola non era la sua Mauser. Perché c’è chi dice aver visto una scala esterna, poi sparita, che arrivava allo «studio-barchetta» dove fu trovato il cadavere. Perché agli incontri della Lef fondata nel 1923 dal poeta e alle sue serate prendevano parte anche sinistri uomini dei servizi di Stalin. Come Agranov che frequentava – e sorvegliava segretamente – l’intelligencija moscovita. E ancora, perché la versione di Veronika che era con lui quella mattina mostra molte incongruenze. Perché gli amici Šklovskij, Rodcenko, Pasternak, Tatlin, non se l’aspettavano. «Negli ultimi giorni non mostrava alcun segno di disagio psichico, e nulla faceva presagire la tragedia» ricostruisce Serena Vitale nel libro Il defunto odiava i pettegolezzi (Adelphi). E molto altro ancora si scopre leggendo questo volume, pieno di indizi che invitano a interrogarsi su quel suicidio. La slavista si è finta “detective”facendo una ricerca a tappeto negli archivi e tuffandosi nei giornali dell’epoca. Ma non si è limitata a scrivere un avvincente libro-inchiesta. La sua prosa incalzante e febbrile invita a riscoprire questo «immenso poeta» che era diventato assai scomodo per il regime stalinista. In testi come La cimice (1928) e Il bagno (1929) Majakovskij stigmatizzava il filisteismo di ex rivoluzionari diventati burocrati e denunciava il ritorno all’ordine che aveva ucciso la bella utopia del socialismo e la ricerca.

Rodčenko, Aleksandr Michajlovič (1891-1956)

Rodčenko, Aleksandr Michajlovič (1891-1956)

Lui si era gettato con entusiasmo nella lotta di liberazione dallo zarismo, aveva lasciato la Georgia perché non sopportava l’immobilismo della provincia, si era trasferito a Mosca cogliendone i più vivi fermenti politici (finì in carcere a soli 14 anni per attività clandestina) ma anche e soprattutto artistici. A Mosca le novità dell’avanguardia parigina erano più conosciute che nel resto d’Europa, come notava Angelo Maria Ripellino in Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia (Einaudi, 1959), e più di recente Remo Faccani nella prefazione a La nuvola in calzoni di Majakovskij (Einaudi, 2012).
La ricerca pittorica iniziata con Van Gogh e Cézanne che con Picasso e Matisse si apriva a un nuovo modo di fare immagini, abbandonando la fredda visione razionale della realtà, era giunta come una onda travolgente anche a Mosca arrivando a lambire l’Istituto d’arte dove studiava Majakovkij (dal quale poi fu espulso). Lui, con un’ardita blusa gialla, nel 1912, si era dato al teatro futurista e cercava forme nuove, fuori dalla rigida accademia. Poi la passione per il cinema, per il foto montaggio, per la grafica e, insieme, l’incontro con l’attrice Lilja Brik che divenne la sua musa e amante, mentre suo marito, il commerciante Osjp Brick, divenne editore pubblicando La nuvola in calzoni. Tre anni dopo, nel 1919, cominciò la loro convivenza, in una kommunalka. «Io ero la moglie di Volodja, lo tradivo come lui tradiva me. E tutte le chiacchiere sul triangolo e sull’amour à trois non hanno niente a che vedere con quello che in realtà c’era fra noi», disse poi Lilja. Majakovskij aveva letto Che fare? di Cernyševskij che metteva in discussione il modello della famiglia borghese e sapeva di Ol’ga Pavlova Lopuchova, antesignana della «donna nuova» che in pieno Ottocento cercava di liberarsi «da secolari catene».

LiljaBrik&Maiakovskij

LiljaBrik&Maiakovskij

«La stessa Aleksandra Kollontaj che lottò per liberare il rapporto uomo donna dal bigottismo si ispirò alla loro vicenda nel presentare un decreto sui danni della gelosia», ricorda Vitale. Ma la sua iniziativa fu ben presto bloccata da Lenin. Nonostante lui stesso, benché sposato, quando era all’estero avesse avuto un’amante. «Il primo provvedimento legislativo che fu preso dopo l’ottobre 1917 riguardava il matrimonio che veniva spogliato di ogni significato religioso ma anche statale, tanto che era facilissimo divorziare. Ben presto però si tornò a celebrare la famiglia tradizionale e negli anni Trenta la Russia diventerà un Paese ultra puritano», nota la scrittrice. Intanto «nel 1919 si era insediata la Ceka, la commissione creata da Lenin e Dzeržinskij “per combattere la controrivoluzione e il sabotaggio”, che operava come una sorta di gladio, di scudo della dittatura proletaria».

Lijia e Vladimir

Lijia e Vladimir

Con l’arrivo di Stalin al potere, la stretta autoritaria diventò una morsa mortale. Non solo per Majakovskij ma anche per molti altri artisti. Al suicidio di Sergej Esenin seguiranno altre sparizioni e casi di morte violenta fra gli scrittori, repressioni, “purghe”. Intanto sul piano dell’arte l’imposizione di un piatto naturalismo come stile di Stato farà sì che gli spazi per Majakovskij si restringano molto. Cominciano gli attacchi, il poeta viene isolato e calunniato. Il perfido Gor’kij (che nel ‘34 figurerà fra i fondatori del realismo socialista) mise in giro la voce che il poeta fosse affetto dalla sifilide, «malattia del capitalismo». È in questo clima che avviene il suicidio.

Ma anche dopo la sua scomparsa il regime non smetterà di accanirsi sulla sua memoria. In risposta ad una lettera a Stalin di Lilja Brik nel 1935, Majakovskij fu imposto nelle scuole come poeta di regime, in versione censurata, adattata, stravolta. Ma già all’indomani della sua morte si erano messi a dissezionarne il cervello. Per studiarlo era stato creato il Gim, diretto dal tedesco Oskar Vogt. Con una cieca ideologia materialista e riduzionista che annullava la realtà psichica e l’identità umana, «la scienza sovietica tentò lungamente di carpire il segreto della grandezza e della genialità. Invano. Né le esangui fettine del parencefalo di Majakovskij fecero la benché minima luce sul mistero della poesia» scrive l’autrice di questo bel libro (e dall’affascinante Il bottone di Puškin, Adelphi).

Mayakovsky-with-Scottie-1924

Mayakovsky-with-Scottie-1924

«Il cervello di Lenin veniva usato come unità di misura. Era l’epoca in cui il positivismo pensava che le sue dimensioni contassero. Oggi sappiamo che non dimostrano nulla. Ma allora in Russia c’era una scuola tedesca che pensava di fabbricare l’uomo nuovo in un modo che ricorda l’eugenetica nazista. Ciò che mi ha sempre colpito – rimarca Serena Vitale – è che dopo quell’intervento gli studi su Majakovskij hanno taciuto. Dopo la riabilitazione postuma, che è stata una sorta di consacrazione, sono rimasti questi cervelli che sono a Mosca, in un museo… degli orrori». Una mummificazione per tentare di ingabbiare Majakovskij, la poesia, l’irrazionale? «Potevano affettare tutto quello che volevano, ma uno la poesia c’è l’ha o non ce l’ha. E Majakovskij era la poesia allo stato puro, incandescente, magma, lava». Perciò prima di scrivere questa inchiesta l’ha tradotto ? «Il Majakovskij che perlopiù si conosce in traduzione è molto sbiadito. Ne trasmettono una versione grigia, ideologizzata. Inaccettabile per me. Poi per cucire questo libro ho usato come filo rosso una passione per Majakovskij che spero di trasmettere. È stato davvero uno dei grandi del Novecento. Era un uomo-poeta, il monumento è ciò che gli si addice di meno».

Capì che una vera rivoluzione ha bisogno di un linguaggio nuovo? «Ebbe questa idea prima della rivoluzione di ottobre, da futurista. Poi cercò di indirizzare questa carica iconoclasta verso qualcosa di costruttivo, mettendola al servizio della rivoluzione. E fu leale. Chi vuole farne una specie di vittima, di dissidente, non dice il vero. Non sopportava che la rivoluzione si stesse impietrendo, in una dimensione di routine, fissa. La «vita dei giorni» per lui doveva essere sempre sulle barricate. La vita tristanzuola, ormai piccolo borghese, non faceva per lui. Ma va anche detto – sottolinea Vitale – che non era facile capire cosa stava accadendo. A parte Pasternak e Mandel’štam, che avevano fiuto politico, in molti non compresero. E Majakovskij non ne aveva. Lui era poesia e rivoluzione, l’ideologia gli era totalmente estranea».

Ma non voleva rinunciare all’idea di un’umanità nuova, basata sull’uguaglianza, al sogno di una società più giusta. «Non voleva rinunciare a quegli ideali. Era come se dicesse superiamo questo momento terribile. Ricorda un po’ Le tre sorelle di Cechov: «Fra cento o duecento anni la vita diventerà più bella». E lui scriveva: «Fra cent’anni io alzerò i miei libretti come il libretto del partito». Il suo requiem è stato il poema A piena voce: era un messaggio al futuro. Se si svegliasse oggi Majakovskij, poveretto! Lui credeva davvero che ci sarebbe stata una società migliore, senza storpi, monchi e mendicanti. Il mio libro nasce per rendergli omaggio, per farlo parlare con i posteri». Oggi si troverebbe davanti Putin che, fra molto altro, ha chiuso il museo Majakovskij. «In questo molta responsabilità ha l’oligarchia di Mosca, perché quel palazzo al centro di Mosca ora vale miliardi. Non oso immaginare cosa potrà accadere a tutte le cose meravigliose che conteneva, libri, documenti, quadri dell’epoca». (Simona Maggiorelli, left)

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#TaharBenJelloun: Le donne dell’Islam, in cerca di lbertà @TaobukFestival

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 23, 2015

Creatura di sabbia

Creatura di sabbia

In occasione dell’uscita del libro di Tahar Ben Jelloun E’ questo l’Islam che ci fa paura (Bompiani) il 25 settembre il Taobuk festival di Taormina premia lo scrittore franco -algerino. Qui una nostra intervista a Ben Jelloun che incontrammo per il quotidiano Il Giorno

L’INTERVISTA/ Tahar Ben Jelloun

di Simona Maggiorelli

Le trame dell’eros,  la ricerca del rapporto fra uomo e donna, in cui insieme agli abiti si abbandonano le gerarchie dei ruoli, delle identità sociali. Dopo romanzi e saggi di taglio  più strettamente sociale sul razzismo, sullo sradicamento, sulla lontananza, lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun  propone ora un doppio intrigante viaggio letterario alla scoperta del nostro universo meno razionale, più intimo e profondo. Bompiani ha  pubblicato il suo “Amori stregati” e Fabbri ha mandato in libreria , una sua riscrittura della “Bella addormentata” , per i più piccoli, in chiave da “Mille e una notte”.

Al fondo dei due diversi lavori un’interessante indagine sul  femminile, in un confronto  tra Oriente e Occidente giocato a livello di “imagerie”

Signor Ben Jelloun, il re del Marocco  Mohammed VI ha annunciato un nuovo codice di diritto matrimoniale.  Una possibilità di svolta che genera molte aspettative e speranze.
“E’ una riforma che deve ancora passare per il parlamento, con ogni probabilità troverà l’opposizione degli islamisti del PJD, il partito della giustizia e dello sviluppo. Ma anche dei  partiti tradizionalisti come l’ Istiqlal. Comunque resta importante che il re abbia avuto il coraggio di proporre un nuovo codice della famiglia, dopo averlo messo a punto con una commissione per ben due anni”.

Se passasse cosa potremmo aspettarci?
” Non possiamo sperare che le mentalità più oltranziste evolvano allo stesso ritmo. Ci saranno delle resistenze, ma il Marocco non sarà più fra i paesi Arabi ad avere il codice della famiglia più retrogrado. Si avvicinerà alla Tunisia, lasciandosi alle spalle l’Algeria”.

Tahar Ben Jelloun

Tahar Ben Jelloun

Cosa porterà per le donne sul piano giuridico e sociale?
” La liberazione delle donne non si decreta. Riguarda tutti i cittadini.
Ci vorrà una grossa campagna d’informazione  progressista, moderna. Tante donne lottano da tempo. Ora, l’aspetto giuridico sta dalla loro parte. Prima, non era così”.

Qual è stato il contribuito dei movimenti delle donne morocchine a questa svolta?
“In Marocco esistono numerose associazioni di donne, associazioni coraggiose, solide e determinate. La loro voce è stata ascoltata. Senza la loro presenza sul terreno, questa riforma avrebbe aspettato ancora diversi anni”.

E il Nobel per la pace a Shirin Ebadi inciderà?
“E’ un fantastico colpo da maestro. L’Accademia Nobel ha  dato un notevole aiuto alle donne musulmane che lottano per la propria libertà. Mi pare una scelta inaspettata e felicissima”.

Colpisce la recente notizia di due sorelle espulse dal liceo perché portavano il velo. Cosa sta accadendo fra le generazioni di giovani donne nate in Francia da famiglie arabe?
“Il velo è un simbolo politico ed ideologico. E’ un segno di appartenenza ad una comunità. Il problema sta nel fatto che siamo una società laica. La libertà degli individui è reale, ma lo è anche il dovere di rispettare la scuola pubblica. La separazione fra chiesa è stato sancita dalla legge francese fin dal 1905, è stata ottenuta dopo lunghe lotte. Bisogna rispettare questa vittoria. Le giovani donne in Francia hanno bisogno di sentirsi accettate, integrate. Indossano il velo perché sentono di essere rigettate; affermano così una loro identità. Si tratta, in ogni caso di una minoranza, anche se è molto rumorosa”.

Lei ha scritto due volumi, sul razzismo e sull’islam spiegato ai giovani. Cosa ha detto loro? Quali sono le vere radici del fondamentalismo?
“Il fondamentalismo ha una base comune: il fanatismo e l’ignoranza. Che sia islamico o cristiano, si tratta di un anacronismo pericoloso perché giustifica la guerra”.

Nel suo nuovo libro “Amori stregati”, lei ha scritto pagine bellissime sull’eros, sulla libertà interiore che le donne arabe hanno nel rapporto d’amore. E’ possibile che  nella cultura islamica alle donne venga riconosciuta sul piano della vita intima e sessuale più dignità e libertà di quanto non faccia l’Occidente?
“In “Amori stregati”, racconto delle finzioni; sono la testimonianza indiretta dell’immaginario delle donne la cui condizione giuridica è infelice. L’islam, come le altre due religioni monoteiste, diffida delle donne. Un versetto dice più o meno questo delle donne: “la loro capacità di furbizia è immensa !”. Furbizia è inteso qui nel senso negativo. Allora, le donne costruiscono la loro vita secondo la loro capacità di immaginare, di arrangiarsi, di scansare la legge. Strappano la loro libertà dalle mani dei loro dominatori. Hanno dei poteri insospettabili. E meno male. Ma è anche vero che”Amori stregati” rispecchia una realtà abbastanza presente nel Marocco di oggi: il ricorso alla magia e alla stregoneria è un modo per reagire contro una realtà opprimente. Anche gli uomini ci credono”.

Nell’Islam comunque non sembra esserci una condanna del femminile e del corpo come  storicamente è avvenuto in Occidente, con tanto di caccia alle streghe…
“Nel islam, le sessualità non è tabù. Insegnare l’educazione sessuale nelle scuole viene addirittura consigliato. Il profeta Muhammad è stato sposato nove volte. Amava le donne. La sua prima moglie fu la sua padrona, la donna per la quale lavorava; era più vecchia di lui e non indossava il velo. Sono gli islamici che hanno fatto di tutto per snaturare l’islam e per farne una religione oscura e fanatica”.

da Il Giorno / Il Resto del Carlino / La Nazione 17 ottobre 2003

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William Darlymple vince il premio #Kapuściński con Il ritorno del re

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 11, 2015

Darlymple, il ritorno di un re

Darlymple, il ritorno di un re

Ne Il ritorno di un re, William Darlymple racconta la «prima, disastrosa invasione occidentale in Afghanistan». “Emulata” da Bush. Dopo aver vinto il Premio Hemingway si aggiudica anche il premio #Kapuściński. Lo storico  giornalista e scrittore scozzese è al Festival della letteratura di viaggio a Roma il 12 settembre per ricevere il riconoscimento

Nella primavera del 1839 gli inglesi invasero per la prima volta l’Afghanistan. Guidati da ufficiali in marsina rossa, circa ventimila soldati ingaggiati dalla Compagnia delle Indie orientali si avventurarono in quelle terre impervie e lontane per rimettere sul trono Shah Shuja (1786-1842), pensando che avrebbe aiutato la Gran Bretagna nel contrastare l’avanzata napoleonica verso l’India. Dopo due anni di tatticismi, doppi giochi e mosse sbagliate dettate dalla sottovalutazione dell’altro, quello che era considerato l’esercito più forte al mondo fu sbaragliato dalle tribù afghane, benché mal equipaggiate e in lotta fra loro.
La prima guerra anglo-afghana, conosciuta anche come Auckland’s Folly, fu la maggiore disfatta dell’Impero britannico nel XIX secolo. «Ma non è bastata come monito», rimarca William Darlymple che nel libro Il ritorno di un re (Adelphi) ha ricostruito quella rocambolesca vicenda traendone un volume di oltre seicento pagine che ha il ritmo avvincente di un racconto cinematografico. Per scriverlo, lo storico scozzese ha impiegato cinque anni, in gran parte spesi facendo ricerche su fonti poco o niente considerate dalla storiografia occidentale: manoscritti, lettere, documenti e poemi epici scovati in archivi afghani, russi, indiani e pachistani.
Dalrymple600- shah ShujaDopo libri di viaggio e molti reportage che lo hanno portato a rischiare la vita in territori di crisi, dall’Iran durante la Rivoluzione alla Palestina assediata dagli israeliani, William Darlymple ha composto questo affascinante affresco storico, che ci fa entrare nelle sontuose corti degli ultimi discendenti delle contrapposte dinastie Sadozai e Barakzai. E mentre racconta i teatrali riti di corte con cui il re fantoccio cercava di mascherare la perdita di potere, mentre ci parla di poeti sufi, di grandi calligrafi e miniaturisti, di caravanserragli e di feroci faide fra Sikh e Pashtun, lo scrittore scozzese smaschera il colonialismo inglese, l’intento predatorio della missione basata su un’ideologia utilitaristica che credeva nella natura civilizzatrice del mercato. Al contempo mette in luce il Grande Gioco imbastito dalle potenze europee per il controllo di quella regione che, ancora oggi, non è terminato.
Ladies_cabul1848b«Anche per questo forse Il ritorno di un re ha avuto un successo internazionale maggiore rispetto ai miei precedenti lavori di carattere storico», commenta Darlymple, che a Lignano Sabbiadoro ha ricevuto il Premio Hemingway 2015. «Questa non è una storia di carattere antiquario ma riguarda l’attualità. È cruciale e determinante per il presente. E al tempo stesso ha una trama fantastica, con una qualità epica innata. Sarei stato uno stupido se non fossi riuscito a trarne un buon libro date le premesse. E un irresponsabile viste le conseguenze di quegli eventi, con ripetute invasioni dell’Afghanistan».
Quella volta (era il 1842) in Gran Bretagna tornò un solo sopravvissuto, il resto dei soldati morirono oppure furono catturati. E capita ancora oggi che qualche afghano dica di avere fra i propri antenati un inglese. Darlymple assicura di averne incontrati più di uno durante i suoi avventurosi viaggi in Afghanistan. Perlopiù fuori dalle principali città, nelle gole e nei luoghi selvaggi dove avvennero gli scontri. Con l’unica protezione di un rilevatore satellitare ad alta tecnologia che avrebbe permesso di localizzarlo nel caso fosse stato rapito. Un minuscolo gioiello d’ingegneria che lo scrittore ha poi restituito all’ufficiale inglese che glielo aveva prestato. Felice di non averlo mai usato.

lady-sale-in-the-ilnCosì dopo aver portato i lettori ne La terra dei Moghul bianchi e aver raccontato L’assedio di Delhi, ovvero la storia della rivolta dei soldati indiani dell’esercito dell’India britannica, William Darlymple mostra tutte le complesse sfaccettature di una vicenda e di personaggi che spesso non sono quello che sembrano. A cominciare dallo stesso stesso Shah Shuja che gli inglesi immaginavano come un “troglodita”, conquistabile con qualche spada istoriata e qualche suppellettile, mentre si rivelò essere un uomo colto, che stupiva i rozzi soldati inglesi per i suoi modi eleganti, per la dignità con cui affrontava la mala sorte e l’attenzione che riservava alla moglie Waga Begun, donna niente affatto di secondo piano che si batté poi per la sua liberazione.
Lo stesso Ranjit Singh, il Leone del Punjab che scandalizzava gli inglesi per i suoi disinibiti rapporti con le donne, li sorprendeva con spettacoli di danzatrici, battute di caccia al cervo e visite ai monumenti, ma aveva anche saputo costruire un sistema di intelligence e aveva sburocratizzato il regno.
«Se decidi di scrivere un libro di carattere storico, per prima cosa ti devi mettere alla ricerca di un tema che, pur essendo ambientato nel passato, insegni qualcosa. Che non tratti solo del passato morto e finito, degli uomini che ormai non ci sono più», dice Darlymple. «La storia della prima disastrosa incursione inglese in Afghanistan nel 1839 ci mostra quanto l’avere una mente piena di pregiudizi razzisti apra alla sconfitta. Ma non solo. Ci mostra quanto sia pericolosa l’ideologia occidentale e cristiana» sottolinea lo scrittore. «Ci dice molto delle ferite provocate in Afghanistan da un Occidente cristiano che cerca di imporre le proprie idee di bene e male, i propri costumi, la propria moralità e pregiudizi. E ci fa anche vedere che l’imperialismo alla fine fallisce completamente. Shah Shuja, il sovrano fantoccio imposto dagli inglesi, li fece andare incontro a una totale e storica sconfitta. Tanto che ancora oggi -fa notare Darlymple – i confini dell’Afghanistan sono tracciati là dove i britannici furono battuti. Il moderno Afghanistan, paradossalmente, è figlio di quel disastro. È una lezione che avremmo dovremmo saper leggere».

The Remnants of an Army 1879 Elizabeth Butler (Lady Butler) 1846-1933

The Remnants of an Army 1879 Elizabeth Butler (Lady Butler) 1846-1933

In realtà ne Il ritorno di un re questo significato più profondo della vicenda resta latente. Quello di Darlymple non è un libro a tesi, appesantito da intenti didattici. Tutt’altro. La narrazione, seducente, procede al galoppo come i suoi protagonisti. «Il punto è che mi sono imbattuto in una storia straordinaria dal punto di vista umano, perché i personaggi che la popolano sono estremamente vivi», spiega l’autore. «Le persone che vi presero parte furono donne e uomini eccezionali. Incontriamo personaggi come Jan Vitkevic, un avventuriero polacco che a 14 anni era stato scoperto a scrivere slogan anti russi e fu mandato al confino nelle steppa per poi diventare, ironia della sorte, una grande spia russa nel Grande Gioco; un uomo che rimase affascinato dalla cultura turca e imparò molte lingue fra cui l’arabo, il persiano, le lingue dell’Uzbekistan, del Tagikistan e oltre». Ma interessante è anche la sua controparte: Alexander Burns (cugino del poeta Robert Burns), «una sorta di James Bond ante litteram, ossessionato dal mito di Alessandro Magno». Poi c’è Lord Hockland, «il vice governatore inglese che era più crudele di George Bush e che, come lui, decise di intraprendere una guerra in Afghanistan senza sapere nulla del Paese. Sono personaggi – dice Darlymple – con cui ho convissuto per tre anni. Quando scrivi un libro diventano i compagni con i qual parli, con i quali vivi quotidianamente. Non mangiavo con loro ma certamente ce li avevo in testa di notte, nei miei sogni».
Ma fra i tanti protagonisti di questo libro, indimenticabile è anche il disertore James Lewis che, sfuggito al servizio militare della Compagnia delle Indie, si era stabilito a Kabul con il falso nome di Charles Masson, diventando il primo esploratore dei siti archeologici afgani. Salvo poi essere scoperto da Burns e costretto a fare l’informatore segreto per gli inglesi insieme a un buon numero di veterani napoleonici francesi e italiani. Il nome di Masson oggi resta legato alla sezione dei reperti afgani del British Museum.

William Darlymple

William Darlymple

Mettendosi sulle sue tracce William Darlymple è andato nei siti archeologi sopravvissuti miracolosamente alle guerre, visitando tesori come il Mausoleo di Tamerlano ed entrando nella cittadella di Herat, restaurata da Jolyon Leslie. «L’Afghanistan ha una straordinaria storia dal punto di vista dell’arte, nata dall’incontro di culture diverse» dice lo scrittore. Nel XV secolo, in particolare, ha vissuto un’epoca di grande Rinascimento, paragonabile per importanza a quella fiorita qui in Italia. Herat era comparabile a Firenze, c’era un’Università che era stata fondata dalla regina dove si trovavano i maggiori studiosi, c’erano pittori e miniaturisti di genio, ma molte delle loro opere sono andate perdute. L’Afghanistan è stato per secoli il pomo della discordia, preda di tantissime guerre, prima fu conquistato dai Moghul, poi dagli inglesi, dai russi, dagli americani, e dai talebani. Oggi è un Paese davvero molto povero e ferito». Ancora negli anni 50 e 60, Kabul aveva università e fiorenti centri di studi, «quella di oggi» denuncia Darlymple «non è che l’ombra della città che era una volta: il misticismo sufi, per esempio, è stato contrastato dai wahabiti che ne hanno impedito l’esistenza e lo sviluppo». Gli americani alla fine non hanno fatto altro che ripetere gli errori commessi in passato? «Volendo fare un paragone, bisogna considerare vari aspetti. L’esercito che invase l’Afghanistan nel 1839 non era un esercito nazionale, ma di una corporazione internazionale, era l’esercito delle Indie orientali, veniva gestito da un piccolo ufficio a Londra, non era un colosso come Google o i gestori della telefonia mobile, ma aveva iniziato l’attacco all’impero dei Moghul, aveva avviato la guerra dell’oppio con la Cina e indirettamente alla guerra di Indipendenza americana. Il motivo per cui si mosse era il profitto» ribadisce Darlymple «e solo quello. Nel 2001 apparentemente c’erano delle credenziali umanitarie, almeno una parvenza».

Ma occorre notare anche delle analogie fra la prima invasione inglese e quella americana. «Nel 1839 gli inglesi imposero un sovrano fantoccio, era il capo dei populzai, e nel 2001 è stato imposto Harmid Karzai, che era il capo della stessa tribù di Sha Shuja. Oggi come allora gli stranieri sono stati messi in scacco da tribù difficili da controllare. E si è determinata la stessa suddivisione: le città in mano all’esercito americano e le zone fuori in mano alle tribù, ma anche preda della violenza talebana». ( Simona Maggiorelli, left)

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Nel laboratorio dei #WuMing

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 12, 2015

Wu Ming

Wu Ming

Con i primi tre titoli – Diario di zona di Luigi Chiarella, la riedizione de Il derby del bambino morto di Valerio Marchi e Il tenore partigiano di Lello Saracino – prende forma la collana che il collettivo Wu Ming firma per le Edizioni Alegre. Un trittico a cui presto si aggiungeranno altri «titoli orbitanti», annuncia Wu Ming 1: «alcuni già in corso di stesura, altri ancora in fase di ideazione. Sono quattro o cinque, ma è presto per anticipazioni».
Come è nata la collana e qual è il filo rosso?
Tutto parte da Stefano Tassinari, che ha gettato l’ennesimo ponte della sua vita, prima di morire. Se il movimento antagonista avesse un Genio Pontieri, lui ne sarebbe stato il generale. Ha messo in contatto le edizioni Alegre e un “giro” bolognese di compagne/i, che già si incontrava nelle riunioni della rivista Letteraria. Così ho iniziato a consigliare titoli ad Alegre, e la collaborazione si è infine strutturata in una collana, Quinto Tipo, dedicata – eccolo, il filo rosso – a quei libri che non sono né saggistica né narrativa e attraversano diverse tematiche sperimentando diverse scritture, quelli che di solito i librai non sanno bene dove collocare.
tenore461Come sta evolvendo il progetto di Wu Ming dopo L’armata dei sonnambuli (Einaudi) che raccontava la rivoluzione francese da un punto di vista inedito come il mesmerismo?
L’armata dei sonnambuli è stato il nostro ultimo romanzo storico. Dopo vent’anni passati a esplorare quella forma e a sperimentare lungo i suoi bordi, ne siamo usciti e applichiamo ad altre scritture le lezioni che abbiamo appreso. Il nostro ultimo lavoro collettivo è uscito per Electa Kids si intitola Cantalamappa, ed è un libro per bambine/i, ancorché sui generis Il prossimo sarà una narrazione straniante sulla prima guerra mondiale. Quanto ai lavori “solisti”, ognuno di noi ha titoli in uscita o in fieri, e nessuno di questi è un romanzo storico. Io ho appena pubblicato con Rizzoli Cent’anni a Nordest, una sorta di reportage narrativo sulle contraddizioni di quella parte d’Italia nel centenario della Grande guerra.
I Wu Ming non si sono limitati a un lavoro d’inchiesta a più mani, ma hanno sperimentato nuove forme narrative e di creatività di gruppo. Che cosa significa per te oggi  un progetto di scrittura collettiva?
Che esiste la creatività collettiva non l’abbiamo certo dimostrato noi! Da che mondo è mondo si fanno cose insieme. Bisogna restringere un po’ il raggio, per capire in cosa siamo stati e siamo. Un nostro motto è: “Un po’ più di quel che ti aspetteresti da una band di romanzieri”. Cosa ci si aspetta da una band di romanzieri? Dopo un primo istante di stupore, dato che prima di noi non ne esistevano, ci si aspetta che scriviamo romanzi. E lo facciamo. Insieme a un bel po’ di altre cose di cui ci si accorge man mano.

Che cosa ne pensi del lavoro collettivo avvviato da Vanni Santoni?
È completamente diverso dal nostro. In quel caso si parte dalla procedura (non a caso è scrittura “industriale”). Noi partiamo dalla convivialità. Se c’è questa, le procedure vengono da sé. Comunque massimo rispetto per quel progetto.
Dal 12 al 14 giugno sarete a Roma per il festval di Letteraria. Un’eccezione?
Siamo sempre andati a pochi festival, con una scelta molto oculata, perché detestiamo le grandi kermesse e anche certe artefatte sagre culinarie di paese “travisate” da appuntamenti letterari. Quello di Letteraria però non è un festival, è praticamente il congresso annuale che Alegre tiene a porte aperte, anzi, spalancate. Si incontrano i vari collaboratori della rivista, si presentano i vari progetti, si tracciano linee per il futuro.   Simona Maggiorelli, left

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Alle radici di piazza Tahrir, con il romanzo di Ala al-Aswani

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 28, 2015

Cairo, 1940

Cairo, 1940

«Siamo nati dalla sua fantasia e adesso siamo nella vita» dicono Kamel e Saliha allo scrittore ‘Ala al-Aswani cogliendolo di sorpresa. Comincia così, tra sogno e veglia, il nuovo libro del romanziere egiziano, Cairo Automobile Club (Feltrinelli).

Ambientato all’epoca di Re Farouk, è un potente affresco della società egiziana negli anni Quaranta, oppressa dal colonialismo inglese, mentre il re corrotto e connivente perpetuava, con i pascià, un sistema di dominio arcaico e “schiavista”. Al contempo, però, è anche un polifonico e vitale ritratto di persone “comuni” non più disposte a chinare la testa.

Giovani ribelli, studenti e perfino madri di famiglia che inconsciamente già preparavano la rivoluzione. «L’immaginazione a volte supera la realtà»: quella rivolta che ‘Ala al-Aswani immaginò nel 2008 iniziando a scrivere questo romanzo sarebbe esplosa nel 2011 invadendo pacificamente piazza Tahrir. “Costringendo” lo scrittore (e dentista) a uscire dal suo studio per unirsi alla protesta contro il regime di Mubarak.

cover«Per dirla con una formula, la narrativa è la realtà più l’immaginazione. Solo dal rapporto profondo con le persone nascono libri “vivi”», dice al-Aswani. E proprio dall’esperienza fortissima di quei giorni sono nate poi indirettamente alcune delle pagine più belle della seconda parte di questo romanzo, che al-Aswani ha presentato al Salone Off di Torino.

Un libro che in filigrana lascia intravedere nessi inediti fra gli anni Quaranta e il 2011. «Sicuramente c’è un parallelismo fra queste due epoche storiche- conferma lo scrittore – . In entrambi i periodi tutti pensavano che il regime fosse sul punto di cadere, ma nessuno sapeva cosa sarebbe successo dopo».

Cairo 1954

Cairo 1954

Forse, azzardando, si potrebbe notare che la storia dei due giovani protagonisti di Cairo Automobile Club sembra prefigurare quella di tanti ragazzi di piazza Tahrir anche per il ricorrere nei loro discorsi di parole come «libertà», «dignità», e per il rifiuto della violenza: dopo la morte del padre causata dal pestaggio da parte del datore di lavoro, Kemal e Saliha scelgono la rivolta, ma non si lasciano accecare dall’odio.

«La non violenza ha avuto un ruolo importante a piazza Tahir e l’ho voluto sottolineare nel libro», racconta ‘Ala al-Aswani. «Io credo che da questo punto di vista la rivoluzione egiziana abbia rappresentato un modello per altre venute dopo. In particolare Mubarak e il suo entourage avevano disseminato cecchini in città, che prendevano la mira con laser colorati. Era impossibile prevedere chi sarebbe morto. In piazza si vedevano questi tondini rossi e arancioni che viaggiavano sulla gente. Quando si fermavano sulla testa di qualcuno non c’era scampo. Ho vissuto di persona quei momenti – aggiunge lo scrittore – nonostante l’incertezza della vita e questa estrema precarietà, i manifestanti hanno sempre urlato la non violenza. In quel modo sono riusciti a rovesciare Mubarak».

Ala Al Aswani

Ala Al Aswani

Insieme alla non violenza, era anche l’aspetto cosmopolita della piazza e la quasi totale assenza di fondamentalismo religioso a colpire l’occhio dell’osservatore.

Nel racconto del Cairo anni Quaranta che ‘Ala al-Aswani ci offre pare di poterne scorgere alcuni prodromi: in primo piano ci sono i rapporti fra le persone, non questioni di fede. E incontriamo «gli sguardi torvi e pieni di odio» di alcuni fondamentalisti solo di sfuggita.

Passando dal romanzo alla storia, viene da chiedersi come dalla società egiziana sia potuto nascere un movimento oscurantista come quello wahabita. «Non dobbiamo dimenticare – spiega ‘Ala al-Aswani – che l’Egitto è musulmano da 15 secoli. Nei precedenti 35 è stato cosmopolita. Questo ha lasciato segni forti nella cultura degli egiziani,piuttosto laica. I rapporti sono basati su elementi molto più umani, c’è un rispetto profondo per la differenze. In Egitto vivono tanti greci, italiani, armeni».

Qual è allora la radice del fondamentalismo? «Il wahabismo era sempre stato una corrente minoritaria, ma ha avuto un boom grazie agli introiti della vendita del petrolio negli anni Settanta: miliardi di dollari. L’Europa non è esclusa da queste campagne di promozione foraggiate con i soldi del petrolio». Negli anni raccontati da questo romanzo, di tutto ciò, quasi non c’è traccia. Forse anche per questo brillano alcuni personaggi femminili, immagini vitali di ragazze non costrette a nascondersi. Come la musulmana Salhia, che Aisha prepara alla notte di nozze evitando con cura toni «da predica del venerdì».

Piazza Tahrir

Piazza Tahrir

E poi ecco affascinanti figure di donna in lotta contro i pregiudizi, come l’ebrea Odette, amante del britannico Wright. La sessualità e la dialettica fra uomo e donna è il filo rosso e forte che attraversa tutto il romanzo. «La letteratura è la vita scritta sulla carta» commenta al-Aswani. «Quello che leggiamo deve richiamare ciò che c’è di più significativo, profondo e bello nella vita reale. Come la sessualità. Non facciamo l’amore solo per piacere. Ma anche per cercare qualcosa nel rapporto con l’altra, per conoscere l’altro, perché vogliamo scoprire il nostro partner. Il sesso è uno degli aspetti più preziosi della nostra vita. E la letteratura non può assolutamente ignorare i lati più profondi della nostra personalità».

Letteratura e vita hanno un rapporto profondo, dunque, da ultimo, passando dalla pagina scritta alla realtà, che cosa sta accadendo in Egitto con il governo di al-Sisi e cosa ne è della rivoluzione? «Occorre una premessa – risponde lo scrittore – la rivoluzione è un cambiamento umano e come tale ha bisogno di tempo per raggiungere i suoi scopi. Non è una partita di calcio che dura 90 minuti per cui al 91esimo si può già sapere chi ha vinto o perso, è un processo in continuo divenire e quando si è messo in moto non si può più fermare. Prendiamo la Rivoluzione francese, per esempio, dopo tre anni non aveva ottenuto nulla di specifico, nulla di quello che avrebbero voluto i rivoluzionari. Però il processo è ancora in corso. E ha portato un forte cambiamento culturale nella mentalità delle persone» ( Simona Maggiorelli)

dal settimanale Left

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Gli scritti partigiani di Luciano Bianciardi

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 26, 2015

Luciano Bianciardi

Luciano Bianciardi

Non solo un intellettuale contro. Ma un “uomo libero” che scriveva con l’intento civile di far aprire gli occhi ai lettori. Così Gian Paolo Serino racconta lo scrittore grossetano in un’agile antologia

E’ una piccola, preziosa, summa del “Bianciardi pensiero” quella distillata da Gian Paolo Serino per le Edizioni Clichy di Firenze. Ripercorrendo l’intero corpus delle opere dello scrittore grossetano il direttore editoriale della rivista Satisfiction ne ha tratto tasselli per tracciare uno sfaccettato ritratto dello scrittore grossetano e una mappa della sua Milano bianciardiana: ovvero quella dei quartieri popolari, delle osterie, di bar ritrovo di intellettuali male in arnese e di artisti allora emergenti come Enzo Jannacci, di cui fu mentore e amico.

Una parte della città a cui Luciano Bianciardi, arrivato nel 1954 dalla Maremma per lavorare come traduttore alla Feltrinelli, contrapponeva quella delle banche, degli uffici dirigenziali, della burocrazia asburgica, degli scempi edilizi. Ma dall’agile volume Luciano Bianciardi, il precario esistenziale composto da Serino non emerge solo lo scrittore che, prima del boom e con altri accenti rispetto a Pasolini, smascherava il mito del benessere legato ai consumi, che ha inventato la critica televisiva elogiando (ironicamente) la schietta, lampante, mediocrità di Mike, prototipo dell’italiano medio e demistificando la tv del dolore usata per indottrinare.

Bianciardi non si limitava a stigmatizzare l’uso della tv come strumento di distrazione di massa e a denunciare i meccanismi di un mercato editoriale che già puntava al profitto senza badare alla qualità dei contenuti. Seguendo un ritmo narrativo e una «cronologia emotiva» nella scelta dei brani, Serino sa far emergere «la passione di un intellettuale che si pone contro certi comportamenti dominanti non con un atteggiamento anticonformista di maniera, ma per cercare di aprire gli occhi ai lettori».
Da questi estratti da Il lavoro culturale (Feltrinelli) e da articoli usciti su riviste e giornali (ABC, L’Avanti!, Notizie letterarie, Guerin Sportivo ecc.) emerge anche il tentativo bianciardiano di ripensare il ruolo degli intellettuali nell’Italia del dopoguerra e di darsi un compito politico e civile.

Anche per questo, uscendo dagli uffici sotto vuoto della Feltrinelli frequentati da intellettuali precari come lui, si “perdeva” nella metropoli raccontandone le strade lunghe e scure, la vita dentro grigi palazzi popolari, dove i bambini crescono al chiuso senza aver mai scorrazzato per i campi o visto una mucca.
Gli operai sono invisibili in questa «Milano che non produce nulla, ma vende e baratta». Che pullula di ragionieri con i manicotti e di “colletti bianchi”, disposti «a scriversi in fronte “carogna”» e a prendere a calci i lavoratori. Del resto l’anarchico Bianciardi, che era stato liberal-socialista quando studiava alla Normale di Pisa (improntata allo «spirito risorgimentale, laicizzante di Carducci») e poi azionista, aveva capito molto presto da che parte stare.

Come racconta la figlia Luciana, curatrice dei due volumi dell’Antimeridiano (Isbn e Ex-Cogita) che contiene tutta l’opera dello scrittore scomparso nel 1971, già quando era al ginnasio Luciano Bianciardi prese le distanze dal padre accusandolo di non essersi schierato apertamente contro il fascismo. Perciò decise di fare due anni in uno per fare l’esame di maturità prima possibile e potersene andare da casa.

Serino_ bianciardi

Serino_ bianciardi

«Non è stato difficile, nella provincia in cui sono nato e cresciuto, capire abbastanza chiaramente, pur senza la scelta di un partito politico, come stanno le cose in Italia, chi ha ragione e chi ha torto», scriveva in “Lettera da Milano” apparsa su Il Contemporaneo nel febbraio del ’55. «Basta muoversi appena un poco, vedere come questa gente vive (e muore) e la scelta viene da sé. Sui libri poi si troverà, semmai, la conferma di quel che si è visto e di quel che si è deciso e si stabilirà da quel momento in avanti, di servirsi dei libri per aiutare chi ha ragione ad averla nei fatti, oltreché nei diritti. Non c’è dubbio». Una testimonianza analoga si trova in un testo tratto da Belfagor e antologizzato nel libro di Serino, critico e direttore di Satisfiction.
Lettore appassionato di Gramsci, vicino al sindacalista Di Vittorio, non prese mai la tessera del Pci, ma fu sempre scrittore militante. Basta pensare all’inchiesta-reportage scritta con Carlo Cassola sui minatori in Maremma e a pagine toccanti come “Ira e lacrime a Ribolla”: articolo uscito nel 1954 su Il Contemporaneo, dopo l’esplosione in una miniera in cui morirono 43 lavoratori del gruppo Montecatini. ( Simona Maggiorelli)

dal settimanale Left

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Uno scatto di libertà. La storia di Samìa.#stragemigranti

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 22, 2015

Samìa

Samìa

«Una piccola guerriera che corre per la libertà». Così il padre di Samìa Yusuf Omar, con orgoglio, raccontava sua figlia. La più piccola di sei fratelli, in una famiglia molto povera di Mogadiscio. Ma «nata con un talento: andava più veloce degli altri». Già da bambina Samia correva per gioco, ma anche per scappare dai pericoli della guerra in Somalia. E poi da adolescente, anche per sfuggire al destino di “reclusione” in casa riservato alle donne in un Paese così fondamentalista. Testarda e tenace, Samia inseguiva un sogno: partecipare alle Olimpiadi. Riuscendo ad allenarsi anche in una città in cui lo stadio era utilizzato come parcheggio di armamenti e mezzi da guerra. Fino ad essere davvero selezionata per rappresentare la Somalia alle Olimpiadi di Pechino del 2008.

Come racconta lo scrittore Giuseppe Catozzella nel romanzo Non dirmi che hai paura (Feltrinelli. Premio Strega giovani 2014), rievocando quel giorno straordinario in cui Samìa si trovò ai blocchi di partenza dei 200 metri accanto a campionesse di tutto il mondo. Lei esile, delicata, senza l’attrezzatura adatta, accanto ad atlete che, al confronto, sembravano delle culturiste.

non_dirmi_che_hai_pauraAnche se poi non bastò per vincere la gara, Samia decise di correre senza velo, per non esserne rallentata. E quella scelta, d’un tratto, ne fece «il punto di riferimento delle donne che lottano per i propri diritti , ma anche il bersaglio dei fondamentalisti nel mondo musulmano», ricorda Catozzella che ha ricostruito con passione la storia di questa ragazza, purtroppo finita tragicamente il 21 agosto del 2012, a largo di Lampedusa mentre, con altri migranti, tentava di raggiungere l’Italia. «Per 18 mesi aveva attraversato a piedi le aree desertiche della Libia per potersi imbarcare. Seguendo le orme della sorella maggiore, Hodan, che vive in Finlandia, come rifugiata», dice lo scrittore. Proprio grazie a Hodan, che dopo molte esitazioni, generosamente, gli ha permesso di leggere le lettere e i diari di Samia, Catozzella è riuscito a trovare dentro di sé una voce femminile, per raccontare in modo emotivamente forte, coinvolgente, tutta la vicenda.

La protagonista e voce narrante di Non dirmi che hai paura non è un’eroina tragica, ma una ragazzina viva e vitale che come tanti altri migranti cerca di realizzare un sogno, un progetto di vita, spinta da esigenze insopprimibili di libertà e di realizzazione umana. «Mi ero imbattuto nella sua storia per caso, nel 2012, mentre mi trovavo nelle isole Lamu per fare ricerche sui campi Taliban in vista di un nuovo libro», racconta il romanziere e ambasciatore Onu per i rifugiati, che il 4 ottobre 2014 ha  partecipato ai “Dialoghi mediterranei” organizzati dal Festival Sabir a Lampedusa.

catozzella«Quando ho saputo di Samia ho avvertito un istantaneo e, per certi versi inspiegabile, senso di responsabilità, proprio in quanto italiano. Io ero arrivato a casa sua, a Mogadiscio, comodamente a bordo di un aereo. E lei invece voleva arrivare a casa mia e non c’è mai arrivata. Al contempo la sua storia mi ha comunicato da subito una fortissima carica di coraggio e di libertà. Alle spalle avevo un libro sulla mafia al Nord. Dentro di me cercavo fortemente una storia che parlasse di coraggio. Mi volevo liberare in qualche modo da quei racconti così neri».

C’era anche l’urgenza di dare una rappresentazione dei migranti diversa da quella che offrono per lo più le cronache dei giornali? «Sì, ma questa è stata una presa di coscienza un po’ secondaria», risponde Catozzella. «Certo, questa storia permetteva di ascoltare e raccontare dall’interno l’epica dei migranti. Di ridare loro un volto, una voce. Arrivando a far immedesimare il lettore nel personaggio di un migrante. Quasi che alla fine della lettura si potesse sentire, egli stesso, un po’ un migrante. Questa è stata la scommessa che ho voluto tentare». Scommessa riuscita diremmo anche per le numerose scuole che hanno adottato questo testo, già tradotto in venti Paesi (e che presto diventerà anche un film).

Sfidando la fatuità di certa letteratura pop che va per la maggiore sui media, Catozzella non teme l’espressione «Letteratura civile». Citando fra i suoi modelli Beppe Fenoglio, l’autore di Una questione privata, «inarrivabile, per limpidezza del linguaggio. Il suo modo di raccontare è acuminato, doloroso, verissimo. Quando leggi Partigiano Johnny “vivi” quel periodo straordinario che fu la Resistenza». Catozzella è ancora romanticamente convinto che la letteratura (la bellezza) possa cambiare il mondo? «Credo che possa smuovere profondamente le menti, e aiutare anche piccoli cambiamenti concreti. Quando sono stato nominato ambasciatore Unhcr ho strappato una promessa: che l’Onu faccia in modo che la famiglia di Samia possa ricongiungersi insieme a Hodan, a Helsinki. È un piccolo gesto generato, alla fine, dalla letteratura. Più in generale – prosegue lo scrittore milanese – penso che la letteratura abbia il potere di accendere consapevolezze nuove, discorsi nuovi, fare addirittura rivelazioni. Se un romanzo è riuscito, comunica attraverso l’emozione, attraverso un contatto profondo con il lettore, che talora assume una consapevolezza nuova. La cronaca non ha questo “potere”». A volte è troppo piatta e, nell’aderenza assoluta alla realtà, finisce per tradirne il senso? «Esattamente. La letteratura invece confronta la realtà spiccia con l’universale. In questo modo cerca di renderla infinita, imperitura. Bisogna sempre puntare al massimo, poi si tratta di vedere se ci si riesce. La cronaca però non ci riesce mai, perché genera saturazione. Si occupa principalmente di quantità. All’opposto la letteratura si dovrebbe occupare di qualità e della stoffa della vita. La cronaca non entra nella vita, si occupa di tutto il contorno.

di Simona Maggiorelli, dal settimanale Left, luglio 2014



migranti, nel Mediterraneo

migranti, nel Mediterraneo

Non chiamatela fatale tragedia

Vergogna e responsabilità. Sono le sole due parole con cui posso commentare questo ennesimo naufragio di migranti», dice Giuseppe Catozzella, che nel libro Non dirmi che hai paura (Feltrinelli, Premio Strega) ha raccontato la storia di Samìa, l’atleta somala che partecipò alle olimpiadi di Pechino del 2008 e che sognava di raggiungere Lampedusa per andare in Finlandia. «Provo vergogna, in quanto italiano e europeo. E mi sento responsabile per queste morti» aggiunge lo scrittore e ambasciatore dell’Agenzia Onu per i rifugiati. «Spero che un giorno le generazioni future si chiedano come sia stato possibile che noi restassimo solo a guardare. Come noi ce lo siamo chiesto dei nostri nonni di fronte all’Olocausto. Tutti sapevano. Tutta Europa sapeva. Eppure è accaduto lo stesso. La nostra è una doppia responsabilità. Nostra e dei governanti a cui abbiamo demandato il compito di prendere decisioni». Come quelle che hanno generato chiusure e politiche razziste. «Dobbiamo essere onesti e dire che le guerre in Africa le abbiamo sempre cercate e alimentate noi. Così come i vari fondamentalismi, da cui è nato l’Isis. Che è oggi una delle ragioni per cui così tanti ragazzi e ragazze scappano dall’Africa e dal Medio Oriente. Generiamo e alimentiamo conflitti e quando chi fugge dalle bombe viene da noi, lo respingiamo e lo facciamo morire».
Tragedia è la parola che si legge più spesso. Come se queste morti fossero ineluttabili, un destino, dovuto al fato. E non una strage che ha cause e responsabilità.
Il linguaggio usato dai media è perlopiù banalizzante e semplificatorio. Rientra nella logica giornalistica puntare tutto sulla notizia. Gli approfondimenti sono rari. Dello stillicidio di morti quotidiane di migranti non si parla. Bisogna aspettare che anneghino almeno centinaia di persone. Oggi come nell’ottobre 2013. Il linguaggio usato da giornali e tv è del tutto auto assolutorio. Si parla di tragedia, appunto. E questi ragazzi vengono comunemente definiti clandestini, illegali. Invece sono giovani costretti a scappare da distruzioni, carestie, persecuzioni. Non si riesce a vivere in un Paese che è in guerra da quando sei nato. Perché la guerra ti toglie ogni futuro. Se vuoi guardare avanti devi partire. Sai che con questi barconi potresti non arrivare mai. Ma sei forzato a farlo lo stesso.
Queste stragi di migranti sono il fallimento dell’Europa, rivelano ignoranza e mancanza di una visione dei rapporti fra nord e sud del mondo?
Sono il segno del fallimento dei valori a cui l’Europa dice di ispirarsi. Noi saremmo quelli che portano la democrazia nel mondo meno civilizzato. Qual è il vero volto della nostra democrazia? Quello di chi alimenta conflitti per il proprio tornaconto e poi non accoglie chi tenta di salvarsi? Se la nostra civiltà è questa, che valore ha? La verità, purtroppo, è che l’Europa crede che la morte sia il miglior deterrente possibile. Pensa che facendo morire questi ragazzi si sparga la voce e smettano di partire. Questa è una visione assolutamente miope e stupida. Nella storia ci siamo sempre spostati. Le migrazioni sono più forti della morte. E nessuno è mai riuscito a fermarle.
Parlare di accoglienza, come carità, non rischia di essere un altro modo per negare l’identità di queste persone che vengono per lavorare, che pagano le tasse, portando una ricchezza anche e soprattutto culturale?
Tutto questo viene assolutamente negato. Ciò che prevale è una visione miope, senza prospettiva. Manca uno sguardo a lungo termine. Come accade in alcune piccole aziende. Quando c’è crisi e gli affari vanno male, tendono a tagliare, per conservare un piccolo spazio. Può funzionare nell’immediato, ma lentamente porta al tracollo. La possibilità di circolare, di fare incontri, di avviare nuove iniziative è un fattore di crescita. Non solo dal punto di vista del capitale umano. Questi ragazzi sono disponibili a fare lavori che noi non facciamo più. Ma non è solo questo. Fanno anche nascere interessanti scambi fra Stati. La comunità somala o congolese, quella tunisina o egiziana, per esempio, stimolano rapporti fra il nostro e il loro Paese che altrimenti non esisterebbero. Sono potenziali scambi economici. Ma viene sottovalutato. Questi rapporti sono elementi di crescita culturale. Ma tutto questo viene cancellato.
Con il suo libro, 100mila copie vendute in Italia e tradotto in 22 Paesi, continua a viaggiare la storia di Samìa?
Sì, sono tantissime le persone che hanno risposto; è veramente incredibile come la storia silenziosa di una migrante sia riuscita ad arrivare a così tanta gente. Generando piccoli miracoli come la corsa annuale, in suo nome, promossa dall’Onu a Mogadiscio. La prima edizione si è tenuta lo scorso agosto. Abbiamo corso mentre si sentivano le granate e i colpi di kalashnikov. Abbiamo corso per la libertà e il sogno dei migranti. E per la prima volta Samìa è stata ricordata pubblicamente nel suo Paese da rappresentanti del governo. (Simona Maggiorelli) dal settimanale Left , aprile 2015

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Biblioteche da sfogliare

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 4, 2015

Biblioteca Marciana, Venezia

Biblioteca Marciana, Venezia

“Sarajevo cuore d’Europa”, si chiamava un progetto per ricostruire la Biblioteca nazionale di Bosnia ed Erzegovina. Che era stata bombardata nel 1993 proprio per colpire al cuore un intero popolo.

Iniziative analoghe, come seguendo un tam tam, furono organizzate in tutto il mondo, mentre centinaia di cittadini bosniaci, serbi, croati e di altre regioni continuavano a lavorare per salvare i libri che si potevano ancora in qualche modo recuperare.

E quando alcuni mesi quell’edificio moresco, storica sede della biblioteca, ha ripreso a funzionare è come se il cuore della città fosse stato in qualche modo risanato. Insieme a quello dell’intera Europa.

Biblioteca Rococò“Le biblioteche possono essere molto più che dei semplici luoghi in cui custodire dei libri. Essi sono diventati simbolo di una cultura, indipendentemente dalla loro appartenenza a un singolo individuo a un’istituzione o perfino ad una nazione” scrive James W.P. Campbell autore – con il fotografo Will Pryce – del volume La biblioteca. Una storia mondiale  pubblicato in Italia da Einaudi.

Insieme l’architetto e il fotografo hanno intrapreso un viaggio intorno al mondo per documentare le biblioteche più belle e originali. Riannodando i fili del tempo di migliaia di anni.

Il-Tripitaka-Koreana-Tempio-Haeinsa-Corea-del-Sud

Il-Tripitaka-Koreana-Tempio-Haeinsa-Corea-del-Sud

Il percorso comincia idealmente dall’antica Mesopotamia, dove nel V secolo nacque la scrittura e si dipana attraverso 82 paesi diversi, in cui i due autori si sono recati per studiare ventuno  biblioteche, architettonicamente diversissime fra loro, eppure ugualmente simbolo di cultura e di cittadinanza.

Al fotografo Will Pryce, per ammissione dello stesso James W.P: Campbell, si deve l’impianto iconografico del libro. Mentre a quest’ultimo che voleva realizzare questo progetto fin dai tempi delll’università si devono i testi, l’accurata ricerca delle fonti e la sterminata la bibliografia.

In queste 320 pagine capita così d’incontrare luoghi storici e letterari per

Trinity college dublino

Trinity college dublino

antonomasia come la monumentale biblioteca del Trinity college di Dublino

ma anche spazi poetici e luminosi come il deposito dei sutra del tempio buddista Wat Yai a Smut Songkhram in Thailandia, con i suoi delicati edifici a forma di palafitta su piccoli specchi d’acqua.

E ancora, capita di passare nell’arco di poche pagine dalle lussuose biblioteche rococò del tardo impero a futuribili biblioteche in immense post metropoli.
E se fra gli esempi più suggestivi figurano certamente le vestigia di antiche biblioteche del mondo antico, come la biblioteca di Celso del 135 d. C. o i resti di quella di Pergamo risalente al 197 a.C. (entrambe nell’attuale Turchia) fra quelle architettonicamente più complesse e raffinate figurano alcune biblioteche italiane – dalla Malatestiana di Cesena, alla Laurenziana di Firenze, alla Marciana di Venezia – per citare solo tre esempi ben raccontati nel volume nella loro differente esemplarità.

Biblioteca Pechino

Biblioteca Pechino

Passando da una nazione all’altra, in questo ideale viaggio del mondo attraverso le biblioteche, varia l’architettura e il significato sociale di questi luoghi di lettura, la forma dei libri e la progettazione degli spazi, ma in comune tutti questi spazi hanno la bellezza, il piacere dello sguardo e dell’abitare, un silenzio calmo e pieno.

E’ questa l’atmosfera evocata dalle foto di Will Pryce, che curiosamente ritraggono perlopiù biblioteche senza lettori, anche se in ogni scatto pare di avvertirne comunque l’attenta presenza. (Simona Maggiorelli, Left)

 

Biblioteca-Sainte-Geneviève-Parigi-Francia

Biblioteca-Sainte-Geneviève-Parigi

Biblioteca-Joanina-Coimbra-Portogallo

Biblioteca-Joanina-Coimbra-Portogallo

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La lunga marcia di Hong Kong

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 31, 2014

hong-kong-democracy-protestsMentre si annuncia un’invasione di poliziotti per una festa di fine anno nelle strade di Hong Kong, il passaggio al nuovo anno diventa l’occasione per fare un bilancio sulla lotta di Occupy Hk per libere elezioni.

«Nessun governo può sopprimere questa richiesta di democrazia per sempre. Una volta che il processo è attivato diventa inarrestabile». Lo scrittore Chan Ho Kei racconta a Left la “sua” rivoluzione degli ombrelli
di Simona Maggiorelli
Chiedono elezioni libere, suffragio universale, libertà e diritti. Ma anche la possibilità di studiare in scuole e università di qualità. E lo fanno con gli strumenti e il linguaggio della non violenza e con azioni di disobbedienza civile. Sono i giovani e giovanissimi di Occupy Central che, insieme a cittadini di tutte le età hanno occupato il cuore della metropoli asiatica, dando vita a una rivolta pacifica e oceanica. I media l’hanno subito battezzata Umbrella revolution, per via del fiorire in strada di ombrelli colorati usati per riparasi dai gas urticanti e presto ricoperti di scritte ironiche, poetiche, virali per diffondere i contenuti della protesta. «Che ha già raggiunto risultati importanti». In primis nella mentalità degli abitanti dell’ex colonia britannica, secondo lo scrittore Chan Ho Kei, che ha esordito nel 2008 con il noir Duplice delitto a Hong Kong, pubblicato nel 2012 in Italia da Metropoli d’Asia.

B3gSl4OCYAEYIpe«Ciò che è cambiato è l’atteggiamento delle persone che ora desiderano sempre più ardentemente la democrazia», dice lo scrittore. «Prima la gente di Hong Kong era piuttosto passiva. Solo gruppi ristretti si battevano con forza per i propri diritti. Alcuni invocavano l’intervento della Gran Bretagna contro la Cina, perché fosse rispettato l’accordo “Un Paese due sistemi”». Con la nascita del movimento molta gente ha smesso di cercare un aiuto angloamericano. «Si è capito finalmente che sta a noi farci sentire, anche se il governo di Leung Chun-ying, controllato da Pechino, fa orecchie da mercante. Si è compreso che la responsabilità è nostra e tocca a noi agire». Questa idea, sottolinea Chan Ho Kei, «è particolarmente popolare tra gli adolescenti. Tra quindici o vent’anni saranno loro a guidare il Paese, cambiandone il volto». Oggi però la strada da fare è ancora tanta per conquistare maggiore libertà e diritti democratici. «Perché – avverte lo scrittore – la Umbrella generation non deve vedersela solo con il governo di Pechino che ordina gli sgomberi alla polizia di Hong Kong», ma anche con le lobby locali, con chi ha interessi economici «e per difenderli è disposto ad accettare qualsiasi ordine da parte dell’autorità, anche i più oppressivi. Questo non fa che aumentare lo scontro e le divisioni. Anche all’interno delle famiglie e tra amici. E certo non aiuta il movimento». Ora, dopo 17 giorni di occupazione pacifica, la polizia ha sgomberato con la forza tutta la zona del Mong Kok, caricando i manifestanti inermi

foto di Marco Perduca

foto di Marco Perduca

Una escalation di violenza che fa temere un intervento da parte della Cina per sedare, una volta per tutte, la rivoluzione degli ombrelli?

Sì, a mio avviso, Pechino potrebbe ordinarlo e, temo, lo farà. Io non parlerei però di “rivoluzione”: il movimento non mira a cambiare il sistema politico, né a rovesciare le autorità. Per la Cina, in fondo, si tratta di mettere a tacere un movimento isolato, in una singola città. E con il muro di censura che hanno alzato è quasi impossibile che il tam tam della rivolta contagi 1,3 miliardi di persone. Nonostante feroci disuguaglianze economiche, oggi in Cina non ci sono carestie o disastri che possano innescare la miccia.

Il governo di Pechino dunque continuerà a reprimere Hong Kong. Non con le armi, ma con l’intimidazione, la corruzione e la propaganda. Ma tutti sappiamo che nessun governo può sopprimere questa richiesta di democrazia per sempre. Sul lungo periodo, non solo a Hong Kong, ma anche in Cina ci saranno libertà e democrazia. Come dicevo all’inizio, la mentalità della gente è cambiata e non si potrà più tornare indietro. Una volta che il processo di cambiamento si è attivato diventa inarrestabile. Non so quanti anni ci vorranno, forse 20, forse 50, forse 100.

Che cosa significa per lei questo movimento?

Sono felice di vedere i miei concittadini lottare per i diritti civili e impegnarsi per un bene più grande. È bello scoprire che la gente di Hong Kong è tosta, ma anche attenta e ragionevole. Se vai nelle zone della città dove è più viva la protesta vedi scene surreali: la gente per strada con le scritte e i cartelli e i negozi di lusso regolarmente aperti poco più in là. Non è mai stato gettato un sasso. Nessuna vetrina rotta. Per uno scrittore è un’esperienza straordinaria essere testimone di tutto questo. È una grande fonte di ispirazione. Ma al tempo stesso sono preso dagli eventi, travolto dall’emozione. Gli scrittori amano lavorare in luoghi tranquilli e lasciarsi andare al flusso di parole. È davvero difficile farlo ora.

BzwKnxZCMAAq5USOltre a poster di Marley, frasi di Lennon e Martin Luther King per strada si vedono piccole “biblioteche” improvvisate. Che cosa leggono i ragazzi di Occupy central, quali sono i riferimenti culturali dei manifestanti?

1984 di George Orwell è un libro che viene spesso citato dai manifestanti. E ricorre spesso la frase tratta da La fattoria degli animali: «Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri». Viene usata ironicamente contro la Risoluzione che prevede elezioni libere nel 2017 ma potendo scegliere solo fra tre candidati pre-selezionati da un comitato pro Pechino.

Nel suo libro, pubblicato in Italia da Metropoli d’Asia, racconta Hong Kong come una città misteriosa, impenetrabile. è solo un espediente narrativo o corrisponde alla sua visione della città?

Trattandosi di un noir ovviamente faceva gioco. Ma è vero anche che Hong Kong è una città molto complicata. Con molte luci ma anche tante ombre. Abbiamo un sacco di problemi che riguardano la politica, la scuola, il lavoro. Ciò che più mi preoccupa è il venir meno del principio di uguaglianza. Anni fa se lavoravi duramente potevi guadagnare abbastanza da sostenere una famiglia. Se ti impegnavi nello studio potevi avere un lavoro e un futuro migliore. Ora non è più così. Emergono nuove povertà. Raccontando il lato oscuro di Hong Kong in qualche modo ho voluto alludere a tutto questo. Ma nel libro racconto anche aspetti positivi della città attraverso alcuni personaggi, come, ad esempio, lo psichiatra o l’allenatore di Kung Fu. Figure che in qualche modo rappresentano il carattere aperto, premuroso e attento degli abitanti. Se proseguiamo con questo spirito – e l’Umbrella movement lo dimostra – Hong Kong sarà sempre una città magnifica.

In the mood for love ,Wong Kar Wai

In the mood for love ,Wong Kar Wai

Il cinema di Hong Kong ha una tradizione molto forte. Un regista come Wong Kar-Wai ne è in qualche modo l’ambasciatore in Occidente. Si direbbe che abbia avuto un’influenza sul suo modo di scrivere molto cinematografico.

Da bambino guardavo molti film noir e polizieschi. John Woo e Johnnie To sono molto popolari da queste parti. Sono stato influenzato dal loro stile di narrazione e ho cercato di immettere questa “abilità visiva” nel mio romanzo. Wong Kar-Wai è un grande regista. Mi diverto a mostrare la scala mobile di Hong Kong Express ai miei amici stranieri! Una battuta per dire che i suoi film sono molto europei . Ma mette qualcosa di Hong Kong ed elementi cinesi in film d’autore, di stampo occidentale. Tuttavia c’è più creatività, bellezza e poesia nei suoi lavori che in tanti film locali.

Dopo trenta anni di follie finanziarie, a un occhio esterno, Hong Kong oggi sembra più reale, più umana, ricca di cultura e arte. Ma è davvero così?

In realtà è un paradosso. Sembra più ricca di cultura e di arte oggi, ma ne è più povera. Sì, ora Hong Kong ha più musei, recupera il patrimonio storico, ma la gente avverte la repressione culturale che viene dalla Cina continentale. Inoltre qui il costo delle abitazioni è schizzato alle stelle e le persone non hanno tanti soldi da spendere per l’arte, la cultura, l’istruzione di qualità. Rispetto a 10 o 20 anni fa i giovani osano meno nell’inseguire i propri sogni. Fare l’artista è considerato una follia, calcolando i redditi bassi e gli affitti esosi. Aprire uno studio è diventato quasi impossibile. Anche se le star degli anni 90 brillano ancora.

Uno dei leader della rivolta studentesca ha detto: «Occupy Hong Kong assomiglia al comunismo. Ma non a quello cinese». Che ne pensa?

Beh, penso che assomigli più al socialismo, che al comunismo. E poi, francamente, possiamo chiamare comunismo il sistema socio-economico cinese? Non vorrei suonasse sarcastico, ma ciò che caratterizza la Cina oggi sono il capitalismo, lo sfruttamento e privilegi di classe. Nel comunismo, se non sbaglio, non ce ne dovrebbe esser traccia.

Dal settimanale Left

 

A conversation with Chan Ho Kei about the future of Umbrella movement in Hong Kong by Simona Maggiorelli

Chan Ho Kei

Chan Ho Kei

What has changed in Hong Kong after this great popular uprising?

I think what changed most is the attitude of Hong Kong people who craves democracy. Before this movement, Hong Kong people were quite passive. Only a certain groups of people, including politicians, would use aggressive way to fight for their own right. We can even heard voices in Hong Kong asking the British government to stand against China as they have an agreement in fulfilling the “One Country Two Systems”, which means the British SHOULD support the Hong Kong citizens. But after the Umbrella movement started, a lot of people changed and talk less about  asking the British or the US to help. Now we understand it is our responsibility to voice out, even the government won’t listen. This idea is especially popular among the teenagers. I think when they grow up and become the major group of the society in the next 15 to 20 years, it will cause major impact to Hong Kong.
However, there are also bad changes in the society. The disunity of Hong Kong people became more severe. Just like any part in the world, there are always people who have vested interest, being conservative, or willing to comply any unreasonable order from the authority. This causes confrontations in Hong Kong people, or even within families and between friends, which is no good for the situation.
dupliceDo you think China could still suppress the demand for freedom and democracy coming from the Umbrella revolution?
Yes, in my opinion, China can, and China will. First of all, I don’t think it’s a “revolution”, as the movement doesn’t aim in changing the political system nor overthrowing the authorities. To China it’s just a single movement occurring in a single city. Because of the Great Fire Wall of Mainland China, all the news are blocked and censored, the movement is almost impossible to spread within the 1.3 billion population. Also although there is a great economic inequality in China, now China doesn’t have any major famine nor disaster that triggers people to revolt. However, there is always one single news that the China leaders don’t want the Chinese know – the government would be willing to step back when confronting its people. In order to maintain authoritativeness, China government won’t compromise. China will continue to suppress. Not armed suppression, but using intimidation, bribe, and propaganda to stir up the society, sabotaging these demands.
But we all know that no government can suppress this demand forever. In the long run, I think not just Hong Kong, but also China would have real freedom and democracy. Just like what I said in the previous question, Hong Kong people’s attitude changed in this movement and there is no way back. Once these changes happened in China, it will be unstoppable. Of course, I don’t know how many years it needs. Maybe 20 years, maybe 50 years, maybe 100 years.
BzLNcSwCYAAZOaPWhat does the Umbrella revolution mean for you as a citizen? And as a writer?
As a citizen, I’m glad to see my fellow citizens stand up for their own right and willing to sacrifice for greater good. It’s also great to know that Hong Kong people are reasonable, considerate and tough. If you have been to the protest area, you can feel the surreality – while people are protesting, the luxury stores just one block away are still open. No stones throwing nor glass breaking at all.
It’s great for a writer to witness these events. Being in one of these events would bring me a lot of inspirations. But it’s also quite disturbing. Your emotion would be strongly affected by the news and the situation. Writers love to work in quiet places and let the words flow. It’s really hard to do it now.
 I have seen pictures of small “libraries” down the street. Which are the books oh Occupy Hong Kong? In other words, what are the cultural references of the protesters?
Yes, I know that there are libraries on the street, but I didn’t take a look. Sorry that I can’t provide you details. Talking about the cultural references, one book has been frequently mentioned in this movement. George Orwell’s 1984. Orwell’s Animal Farm is also mentioned. That famous quote “All animals are equal, but some animals are more equal than others.” is sometimes used to mock the format of 2017 Chief Executive election which the government stated. (HK people can vote, but can only choose from the three candidates pre-selected by a pro-Beijing committee. People mock that those members of the committee are “more equal” than us)
 <> on June 1, 2014 in Hong Kong, Hong Kong.In your book published by Metropoli d’Asia you mostly tell about the dark side of Hong Kong, why?
Well, it would be pretty weird if I used a bright and cheerful tone to tell a crime story about homicide, right? 🙂
Ok, just kidding. Hong Kong is a very complicated city. It has the dark side, but also some bright sides. We have a lot of problems, from politics to educations, from labors to poverty. What most bother me is that equality is fading within Hong Kong. In the old days, if you worked hard you could earn enough to support your family. You studied hard then you could get a better job and had a bright future. But now this is not always true. More cases of cycle of poverty emerges. I think, exposing the “darkness” and making the readers reviewing their daily lives, their stance, their perspective should be one of the many purposes of writing a crime story.
By the way, in my book there were actually some bright sides. They were shown in the characters. Like the psychiatrist and the Kung Fu class tutor, they are considerate, friendly, and just like a common Hong Kong people. As long as we stick to this Hong Kong spirit, just as the spirit we show in the umbrella movement, Hong Kong would still be a great city.
Pro-democracy protestor's umbrella, Hong KongDid Hong Kong movies have an influence on you ? In Europe, Hong Kong’s style is best known thanks to Wong Kar Wai. What do you think of him as a filmaker ?
Yes, of course. Crime movie (police movie) is one of the most famous genres of Hong Kong film, I have been watching these films since I was a child. Movies directed by John Woo and Johnnie To were globally acclaimed. I think I have been influenced by their story telling style and tried to put these “visual skill” in novel.
Wong Kar Wai is great. I didn’t watch every movie he made, but I do enjoy those I watched. I always take my foreign friends to the escalator in Central and tell them where the scene was took in Chungking Express (retitled as “Hong Kong Express” in Italy). It’s pretty interesting that I think Wong Kar Wai’s films are more like European films than Hong Kong ones. It’s like a European director who knows Hong Kong very well, putting Hong Kong and Chinese elements in a Western artistic film. His films might not be as fast-paced as other Hong Kong films, but always show creativity, beauty and poetry better than a lot of local movies.
umbrella-revolution-explainer-01After thirty years of financial follies, Hon Kong today looks more real , more human, rich of cultur and, art (thanks to the new museum). It ‘s so or is it just the superficial image of a journalist like me who has had the pleasure of spending a vacation in Hk?
Very interesting, I think Hong Kong looks richer in culture and art these days, while actually poorer then before. Yes, now Hong Kong got more museums, and people valued cultural icons such as old building related to local history more. But these issues were raised because the local people feeling cultural suppression from Mainland China. It is easy for the people in China to think it’s a rebellious act that Hong Kong tries to preserving the unique semi-British semi-Chinese culture. When the suppression force became greater, the reaction of Hong Kong citizens is also greater.
apre.jpgOn the other hand, the skyrocketed price of housing caused a major damage to art and cultural development. Compare to 10 or 20 years before, now the youngsters don’t dare to pursue their dreams. It’s irrational to be an artist, considering the low income and the high rent you have to pay each month. It’s almost impossible to set up a studio. It’s pretty obvious that the most famous TV and movie stars of HK nowadays are still from 90s.
At last: one of the leaders of the student revolt has said Occupy Hong Kong resembles communism. But certainly not to the Chinese one. What do you think?
Well, I think it’s more like socialism rather than communism. And, frankly, do you think that the socioeconomic system China adopting nowadays can still be called as “communism”? I don’t want to sound sarcastic, but China is full of capitalists, exploitations and over-powered social classes, which should be absence in communism.

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Le meraviglie dell’Indo. Le donne libere del Ladakh

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 27, 2014

india_bikaner_woman_full_sizeSulle sue rive sono fiorite culture millenarie. Convivevano pacificamente prima della colonizzazione inglese e della partizione politica e religiosa fra India e Pakistan. Lo racconta in un libro Alice Albinia, vincitrice del premio Hemingway 2014

di Simona Maggiorelli

Dalle pitture rupestri di Burzahom risalenti al neolitico alle meraviglie dell’antica città di Mohenjo-daro, sorta 4.500 anni fa, fino alle feroci contraddizioni dell’India e del Pakistan di oggi, Paese in cui l’indipendenza del 1947 appare ormai lontana, sepolta da «leggi razziali, violenza etnica e vaneggiamenti settari dei mullah», come osserva Alice Albinia. La giovane scrittrice e reporter inglese ha compiuto un viaggio di oltre 3mila km lungo il fiume Indo, risalendo le correnti della Storia per raccontare lo straordinario mosaico di culture che, nei millenni, si è sviluppato sulle sue sponde, prima che il più rigido induismo delle caste in India e il monoteismo islamico in Pakistan (dove è religione di Stato) si sostituissero alle sincretistiche e pacifiche mescolanze indo-musulmane e buddiste preesistenti.

Gli imperi dell'Indo

Gli imperi dell’Indo

Arteria vitale di civiltà e di scambi per lunghi secoli, l’Indo fu regimato dalla canalizzazione inglese che diventò strumento di potere e di controllo nelle mani dei colonizzatori occidentali. «Il governo britannico si basava sull’antico “dividi et impera”», dice Alice Albinia. «Quando gli inglesi se ne andarono, gli abitanti di queste regioni, che erano stati messi gli uni contro gli altri, cominciarono a combattersi per la supremazia. Ecco quale fu l’elemento detonatore della violenza in questa area che non era mai stata dilaniata da lotte così feroci, nemmeno all’epoca della conquista di Alessandro il Macedone, né tanto meno sotto i grandi re dell’India come il musulmano Akbar».

Alice Albinia ha raccontato tutto questo in un libro insolito e affascinante, Imperi dell’Indo (Adelphi), con cui ha vinto il premio Hemingway, che le è stato consegnato il 28 giugno 2014 a Lignano Sabbiadoro. Più che un reportage è «un’opera-mondo» di quasi cinquecento pagine, che fonde storia, politica, arte, archeologia, antropologia e molto altro, al ritmo di una narrazione avvincente.

Dalla sua la scrittrice inglese ha la capacità di “sparire” fra la gente per trovare la persona giusta e ascoltare la sua storia. Risvegliando il ricordo del grande reporter polacco Ryszard Kapuściński. Come l’autore di Sha in Sha, Albinia (che è nata a Londra nel 1976) è poliglotta, prepara i suoi reportage con lunghe ricerche, li nutre di molte letture, andando a vivere direttamente nei territori che intende raccontare.

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Ladakhi-women

Ma lei si schermisce, non commenta il nostro paragone, volendo essere solo se stessa. Anche se poi ammette di avere una particolare passione per i libri di un originale outsider della letteratura come lo scrittore-viaggiatore (nella memoria) W.G. Sebald. Di ritorno a Londra dagli Stati Uniti, nei giorni scorsi, Alice ci ha detto di essere già al lavoro su un nuovo reportage « ma questa volta da zone molto più vicine a casa». In effetti Gli Imperi dell’Indo, uscito in inglese nel 2008, è stato un’impresa piuttosto impegnativa anche dal punto di vista fisico, fra avventurosi passaggi in terre Pashtun nascosta sotto un burqa e momenti di vero e proprio scoraggiamento « di fronte alle tormente di neve e al ghiaccio che in Tibet – ricorda la scrittrice – ci impedivano di procedere, ma anche di tornare indietro».

Sul versante opposto dal punto di vista climatico, ma non meno forte sul piano emotivo, è stato  l’inizio del suo viaggio in una torrida Karachi dove Albinia ha raccontato la vita degli intoccabili della casta banghi, che ancora puliscono le fogne della città senza che la modernità abbia modificato in nulla il loro status di paria. Insieme a loro, sono state le donne a pagare il prezzo più alto della partizione fra India e Pakistan, che separò in modo astratto e arbitrario territori dove culture differenti, per secoli, avevano tranquillamente convissuto. Una divisione fatta senza tener conto delle fisionomie sociali che si erano sviluppate in armonia con le aree disegnate dall’Indo.

L’imposizione di quei nuovi confini scatenò faide e spedizioni di pulizia etnica intorno al 1946. «D’un tratto vicini e parenti di diversa fede e lingua diventavano nemici e molte donne furono violentate, sfregate, uccise», ricostruisce la reporter. E il pensiero corre all’India di oggi di cui si legge sui giornali, alle tante storie di ragazzine stuprate da branchi criminali di maschi nelle campagne. Un fenomeno che ha radici culturali profonde, che affondano nel basso status che ancora oggi viene riconosciuto alle donne», commenta Alice Albinia, che prima di intraprendere questo suo viaggio lungo l’Indo ha vissuto per alcuni anni a Delhi. Eppure nella millenaria storia del continente indiano non è sempre stato così. Almeno, non ovunque. Come si apprende da un capitolo del libro dedicato alle donne del Ladakh nell’estremo nord dell’ India, al confine con il Tibet, dove per secoli ha prevalso la poliandria in modo che un figlio potesse contare sull’aiuto, anche materiale, di più padri, mentre alla madre spettava un ruolo centrale nella famiglia anche riguardo all’eredità. Alice sceglie un’espediente narrativo affascinante per raccontare questa sua nuova tappa nelle terre dell’Indo, partendo da alcune pitture rupestri risalenti al neolitico e incise sui menhir che svettano in semicerchio a Burzahom, dove sono state oggetto di studio fin dagli anni Trenta. In alcune scene compaiono, insieme agli uomini, anche delle donne a caccia di cervi con ampi archi. La libertà di cui godevano le donne in questa parte del mondo scatenò le reazioni di condanna tanto di missionari gesuiti quanto di viaggiatori occidentali e cinesi che, scrive Alice Albinia, nelle loro memorie e dispacci stigmatizzavano la poliandria come pratica contro natura. «Quella cultura è sempre stata guardata con grande sospetto dagli stranieri ma – sottolinea la scrittrice – oggi il Ladakh si distingue nettamente da tutti i territori circostanti per il rispetto sociale di cui godono le donne, eredità anche della tanto vituperata poliandria».

Il vuoto lasciato dai Buddha di Bamyan

Il vuoto lasciato dai Buddha di Bamyan

Raccontare un pezzo di storia attraverso l’arte – antiche miniature persiane e dell’epoca di re Akbar per esempio- ma anche attraverso reperti archeologici è uno degli elementi di grande forza di questo libro. Che in un capitolo dedicato ai Buddha sulla via della seta riannoda i fili della storia dal III secolo a.C. al VIII secolo d.C., raccontando come il re Ashoka fece del buddismo uno strumento di pace per il governo della regione, riattivandone il processo di diffusione dopo duecento anni di declino. Ricostruendo la storia del buddismo lungo la via della seta (dove i monasteri, nei punti più impervi del percorso, funzionavano anche da locande per le cosmopolite carovane di viaggiatori e mercanti), Alice Albinia approfondisce anche alcuni aspetti della complessa questione che va sotto il nome di iconocalastia. Che riguardò anche il buddismo alle sue origini, prima che questo tipo di pratica diventasse la «religione delle immagini» (così la chiamavano i Cinesi). I giganteschi Buddha del Bamiyan, distretto buddista dell’Afghanistan, ne erano una monumentale testimonianza. Lo sono stati per secoli prima che nel 2001 i talebani sunniti li facessero saltare. «Non tanto come attacco diretto ai buddisti, quanto per colpire gli sciiti», dice Alice Albinia. Alcuni di loro, infatti, furono costretti dai talebani a piazzare l’esplosivo perché- spiega la reporter – «nel Bamiyan, dopo la penetrazione dell’Islam nella regione, i Buddha monumentali vennero assorbiti dal folklore religioso sciita». Oltre alla “lettura” delle immagini artistiche, nella sua ricca narrazione l’autrice di Imperi dell’Indo ricorre anche a quella di poemi antichi per raccontare in profondità un territorio e la cultura che lo abita. È questo il caso della poesia sufi e della regione del Sindh punteggiata di templi. Anche in questo caso Albinia diserta il già noto. «Sono sempre stata affascinata dagli aspetti eterodossi del sufismo», confessa. «In questa valle dell’Indo invita a ribellarsi alle rigide norme sociali. Nei templi sufi le donne si lanciano in danze forsennate per cercare di elaborare le frustrazioni e l’oppressione della vita domestica. Ma va detto anche che questa ritualità è solo uno sfogo e nulla poi cambia realmente nella loro quotidianità».

dal settimanale Left

A conversation with Alice Albinia by Simona Maggiorelli  giugno 2014

Alice Albinia

Alice Albinia

Along the Indus River, there has been an extraordinary flowering of different cultures in centuries . Often mixing each other. Is this one of the reasons why you decided to write about this part of the world?

Yes the river flows through a region rich in intermingling cultures and interesting overlapping histories which it has helped to create. But also I had the idea to write the book while living in India, a country recently divided from the river valley which was once the motherland of its culture. So there were many enticing histories and stories to explore.

 Syncretistic religions and cultures “brought” long periods of peace. On the other side, wich are the roots of the violence that accompanied the partition? Is monotheism a violent matrix?

British rule in India was based on the old imperial form of divide and rule and when they removed themselves the people they had divided fought to rule over the land they were leaving. That is one reason for the violence.

A very big question: what are the cultural causes of the rapes and murders of young girls in India today?

The low status of women is mostly to blame.

Which impression did you get from the cave paintings of Ladakh? In that area women practiced polyandry and were respected in society. What remains of that culture?

Yes that culture was seen as backward and suspect by outsiders. But actually the valley of Ladakh stands alone, socially in the region, and that is partly to do with the historical legacy of polyandry.

Archeological discoveries and art often drive your storytelling. Which artistic treasure were most touching and exiting for you along the way?

It was absolutely thrilling to be taken to see the rock carving of the archers in northern Pakistan. The ancient art work on a rock had survived all this time; and the stone circles, also in northern Pakistan. I only hope that they last for another thousand years or two.

Our reportage is  very fascinating. You seem to have no masters. At last did you get any ispiration from authors like Sebald or from a journalist like Kapuscinski?

I love reading Sebald but mostly I got inspiration from the people I worked with and read while working in India and Pakistan.

Your book the takes strengh from art but also from poetry. What did you like most of the Sufi culture? And what about women who met in sufi temples? With their hysterical dances did they try to come across of their interior wounds? ( They made me remember those women dancing taranta in Italian south that were studied by Ernesto De Martino…).

I liked the unorthodox nature of Sufism. It allows a complete rebellion from the dictated norms of society, in the Indus valley at least. Yes, the women in those Sufi tombs were dancing away many frustrations and oppressions.

Have you ever been afraid and wanted to leave the trip? What convinced you to get back on your path?

I was afraid on the mountainside in Tibet, of the rain and the snow. But there was no way back.

My next reportage is something closer to home.

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