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La sfida di Roma contro il degrado. Per un volto nuovo della città

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 4, 2014

Convegno casa dell'architettura

Convegno casa dell’architettura

di Simona Maggiorelli

Con la sua storia millenaria, Roma, diversamente da altre città storiche come Firenze, ha avuto il coraggio di avviare un interessante confronto con l’arte e architettura contemporanea. Sono nati così negli anni scorsi l’Auditorium di Renzo Piano, spazi futuribili come il MAXXI a cui Zaha Hadid ha regalato linee sinuose e seducenti, ma anche il museo Macro ricreato in fiammeggiante chiave post punk da Odile Decq (e oggi tristemente ridotto a location per feste private). Mentre altri progetti blasonati come la “nuvola” di Fuksas e la città dello sport di Calatrava sono rimasti a metà del guado. Di tutte queste tracce lasciate nella Capitale da archistar internazionali si è detto moltissimo su giornali e pubblicazioni di settore.

Molto meno si è parlato invece di progetti di grande qualità architettonica, realizzati da studi forse meno famosi di quelli appena citati, ma veri protagonisti di una lotta silenziosa e quotidiana contro il degrado della Capitale. Diversamente dai soliti nomi di grido che puntano a lasciare il loro segno inconfondibile qualunque sia il contesto, non inseguono il “sogno prometeico” dell’architetto demiurgo che impone la propria visione. Il loro obiettivo è creare ambienti per il vivere umano, basati su esigenze reali e di bellezza.

Così, a poco a poco, stanno ridisegnando il volto di quartieri trascurati e di luoghi di transito come, ad esempio, quello intorno alla stazione Tiburtina dove sta nascendo La città del sole, con complessi abitativi che evocano palafitte integrate agli spazi pubblici. Architetti di talento hanno dato una nuova identità a spazi prima anonimi come piazza Rolli e piazza dei Cavalieri in zona Portuense. Hanno recuperato splendide biblioteche nel centro storico come la Hertziana e la Lateranense e hanno valorizzato uno straordinario complesso di epoca romana: i Mercati Traianei. Ma hanno anche costruito scuole innovative, asili in periferia e strutture come il centro culturale Elsa Morante al Laurentino 38.

10690222_378717238972294_8165694562698130768_nCerto, si tratta di interventi numericamente limitati. Del resto «gli edifici progettati da architetti sono non più del 2 per cento dell’edilizia globale» annota Carlo Ratti nel suo nuovo libro Architettura open source (Einaudi). Ma come racconta il teorico delle cosiddette “città sensibili” possono essere cellule vitali che aiutano a curare la città dal degrado. Assumendo il valore di progetti pilota, aggiungiamo noi, nella Capitale percorsa oggi da forti tensioni sociali, mentre l’amministrazione attuale stenta a trovare risposte adeguate  e  quella passata diventa oggetto di importanti inchieste giudiziarie (che portano finalmente in piena luce la rete criminale di appalti e prebende in cui erano coinvolti collaboratori di primo piano del sindaco Alemanno, ma anche di Veltroni) .

Intorno alla metà degli anni Novanta «Roma è stata per la prima volta oggetto di una serie di interventi riguardanti la progettazione e la riqualificazione di spazi aperti con il Programma cento piazze» ricorda l’architetto Paola Del Gallo curatrice di un convegno che si è tenuto il 5 dicembre alla Casa dell’architettura proprio per discutere della sfida del contemporaneo a Roma. «Il programma prevedeva interventi che interessavano gli spazi pubblici di tutti i municipi e intendeva recuperare la qualità della vita. La maggior parte di quei luoghi sono stati abbandonati o manomessi», denuncia l’architetto. «Qualcuno dice perché mancano i fondi per la manutenzione, ma questa spiegazione non è convincente». Dove sono finite quelle intenzioni viene oggi da chiedersi non solo vedendo la “trascuratezza” delle piazze ma anche e soprattutto andando in quartieri come Tor Sapienza o Corviale. «La storia di Tor Sapienza, ora teatro di scontri e proteste, è molto significativa – risponde Del Gallo-. Progettato ex novo negli anni 70 fa parte dei 64 quartieri di Piani di edilizia economica e popolare (P.E.E.P.), interventi di grande impegno finanziario e tecnico per la città. Ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: abbandono, inefficienza dei servizi, mancanza di veri spazi collettivi, disagio di chi vi abita e che si sente cittadino di terza categoria. Quando invece avrebbe potuto essere un’occasione per disegnare la forma della città moderna. Luoghi così sono drammaticamente insicuri e ostili alla libera e armoniosa espressione della vita di una comunità». Anche per questo oggi è più che mai urgente riflettere sulle cause di questo fallimento.«Sono pezzi di città nati astrattamente sulla carta – suggerisce Del Gallo -, sono quartieri dormitorio nati con l’idea di soddisfare i soli bisogni primari ma in essi non troviamo alcuna bellezza e qualità urbana. Se vogliamo tornare ad essere una città di accoglienza dobbiamo pensare a come rigenerare tante parti di Roma. Non è presunzione dire che senza una buona architettura ciò non è possibile».
Di un’architettura diversa da quella che domina la periferia romana, ma anche certi quartieri considerati residenziali, costruiti in modo meccanicamente seriale da palazzinari di alto bordo, si parlerà appunto nel convegno Racconti di architettura. Sei progetti romani in Roma terzo millennio con interventi, fra gli altri, dello studio King Roselli (autori oltreché del rinnovamento della biblioteca Lateranense anche del policromo Radisson Blu Es.Hotel), di Studio Labics, Daniela Gualdi, Luigi Franciosini ordinario dell’Università Roma 3 e di Livia Comes (con Del Gallo) autrice della nuova scuola media di Aranova, uno spazio inondato di luce, a 5 km dal mare. «Se dovessimo definire il nostro approccio all’architettura potremmo definirlo umanistico – spiega Livia Comes – perché non riguarda semplicemente il singolo oggetto costruito, ma associa l’architettura alla vita delle persone. In questa scuola, per esempio, si estrinsecano scelte progettuali per favorire il benessere psicofisico di chi la abita rispettando al contempo l’ambiente naturale». Ciò che colpisce è l’accessibilità globale del progetto, l’attento studio della ventilazione e dell’illuminazione naturale, ma anche la sua valenza eco- sostenibile dovuta al tetto verde per la regolazione del microclima, ai pannelli radianti per il riscaldamento, alle vasche di accumulo per il riutilizzo delle acque meteoriche e delle fonti energetiche alternative. «Da un punto di vista formale – dice ancora Livia Comes – questo tipo di approccio ci ha portato ad riutilizzare gli elementi “classici” della migliore tradizione architettonica romana che sentivamo nostri e a rielaborarli nel tentativo di dare vita ad un organismo architettonico originale, cioè con una identità nuova e riconoscibile».

Si richiama alla dimensione utopica dell’opera del filosofo Tommaso Campanella, invece, La Città del sole di Studio Labics che, in zona stazione Tiburtina, mette in connessione spazi pubblici, di transito, e ville private. «La scelta del nome nasce proprio dalla volontà di realizzare una porzione di città in cui privilegiare lo spazio pubblico e una visione egualitaria della società» raccontano gli autori del progetto. Che vuole essere anche un omaggio a Innocenzo Sabatini, «architetto che ha realizzato alcuni straordinari interventi di edilizia pubblica a Roma all’inizio del Novecento tra i quali il Tiburtino II, nel lotto limitrofo al nostro, e la celebre casa a gradoni chiamata “Casa del Sole” in via della Lega Lombarda».
L’obiettivo della Città del sole è ambizioso: fa pensare all’antico concetto greco di eudamonia: cioè a un’idea di sviluppo felice in cui la realizzazione del singolo, del privato, non va a detrimento del pubblico, ma anzi ne è di stimolo. «È proprio quello che abbiamo cercato di fare, assumendoci anche una buona dose di rischio», confermano i due architetti romani. «La continuità e la ricchezza degli spazi aperti, che si estendono su più livelli, sono la testimonianza della nostra fiducia nella dimensione pubblica della città. Che altrimenti rischia di ridursi ad una serie di isole recintate». In questo caso alla base del concorso c’era un piano di assetto redatto dal Comune che dava indicazioni abbastanza precise sui requisiti urbani che il progetto avrebbe dovuto soddisfare e sull’importanza dello spazio pubblico. «Il ruolo delle amministrazioni è fondamentale per la trasformazione delle città, per la creazione di una piattaforma di valori strategici condivisi», sottolineano gli architettono Francesco Isidori e Maria Claudia Clemente. «È importante poter progettare le strutture della città, che poi ne guidano le trasformazioni» sostengono i due architetti di Labics, citando un maestro come Aldo Rossi che identificava nei monumenti gli elementi propulsori delle dinamiche urbane. «Per noi, oltre ai monumenti, sono fondamentali le strade e le piazze, elementi chiave della dinamica urbana. L’architettura dunque non è più costruzione di oggetti ma di un sistema di relazioni».

E con questa idea di città e delle piazze come spazi di incontro e di relazione umana, rinnovando l’antica tradizione romana delle fontane, sono nati anche lavori dell’architetto Francesco Mirone, Corrado Landi e dall’architetto Daniela Gualdi che racconta: «C’è un avvenimento che tutti conosciamo e che ha girato il mondo, un’immagine fortissima a cui spesso mi capitava di pensare, mentre lavoravamo in quegli anni, e che riguarda la città, un’immagine del novembre 1989: la caduta del muro di Berlino e la riunificazione di una città divisa. Noi arrivammo dopo, perché solo allora fu di nuovo possibile parlare di bellezza della città, di qualificare le periferie, di rapporto tra spazio pubblico e arte. Il vento nuovo della vecchia Europa chiedeva di ridare un volto alle città: sono stati anni di importanti concorsi internazionali, gli anni di una ricerca e di una cultura della città che ha toccato livelli altissimi. Le nostre piazze nacquero in quel clima, poi c’è stato uno smarrimento culturale che toglie respiro. Ma tutto quello che era riuscito va aspramente difeso oggi, più che mai».

dal settimanale left

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