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Il professore ci ricasca. Galimberti e “l’arte” di non citare le fonti…

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 13, 2014

galimbertiRepubblica 13.12.14
Nella testa delle madri che uccidono i loro figli
di Umberto Galimberti

QUANDO una mamma uccide un figlio genera la riprovazione generale senza riserve. Se poi si ostina a negare il fatto, nonostante le prove contrarie nelle mani degli inquirenti, la riprovazione non ha più attenuanti.

QUI non vogliamo discutere se Veronica Panarello ha ucciso o meno il suo piccolo Loris, ma capire, con l’aiuto della psicoanalisi, perché fatti del genere possono accadere, e perché, una volta accaduti, ci si ostina a negarli. La psicoanalisi non è un tribunale della verità, ma può aiutarci a comprendere quello che per il senso comune e per la nostra ragione è incomprensibile. A questo proposito tre sono le considerazioni che ci possono aiutare a capire.

  1. In ciascuno di noi, ma più marcatamente nella donna in quanto depositaria della specie, ci sono due soggettività: una che dice “Io” con i suoi progetti, i suoi ideali, i suoi sogni, le sue aspirazioni, l’altra che ci prevede come semplici “funzionari della specie”. Le due soggettività sono in conflitto, in quanto le esigenze della specie non coincidono con quelle dell’Io. Per questo l’amore materno non è mai disgiunto dall’odio materno, dal momento che il figlio vive e si nutre del sacrificio della madre che, dal concepimento in poi, deve assistere alla trasformazione del suo corpo, al trauma della nascita e, successivamente, al sacrificio del suo tempo, del suo spazio, del suo sonno, del suo lavoro, della sua carriera, delle sue relazioni, dei suoi affetti e talvolta anche dei suoi amori, per la totale dedizione al figlio. Questa ambivalenza di amore e odio, che il mito dell’amore materno stenta a riconoscere, chiede una soluzione che, in particolari condizioni psichiche, può generare il più terribile degli eventi. Anche il linguaggio ne è testimone. Quante volte abbiamo sentito dire dalle madri al proprio bambino “ti ammazzerei”.
  2. Tra le sofferenze psichiche più diffuse, Freud annovera il senso di colpa che, nel nostro caso, Veronica può avere inconsciamente interiorizzato in ambito familiare per i difficili rapporti, per non dire ostilità, con la madre e con la sorella. A questo proposito Freud scrive in un saggio del 1922 che ha per titolo L’Io e l’Es: “È stata per noi una sorpresa lo scoprire che un’accentuazione di questo senso di colpa inconscio può trasformare gli uomini in delinquenti. Eppure è senza dubbio così. Si può individuare in molti delinquenti, specialmente quando si tratta di giovani, un potente senso di colpa che preesisteva all’atto criminoso, e che quindi di questo atto non è l’effetto bensì la causa: come se il poter collegare il senso di colpa inconscio a qualche cosa di reale e attuale fosse avvertito da costoro come un sollievo”. Non so se questo è il caso di Veronica Panarello, anche se l’aver cercato nella sua adolescenza di punirsi con un tentato suicidio per liberarsi del suo senso di colpa può essere una traccia che ci aiuta a comprendere.
    3. Il fatto poi che Veronica neghi quelle che per gli inquirenti sono evidenze non ci consente di considerarla, senza riserve, una bugiarda, perché chi mente sa di mentire, ma può accadere anche che, non avendo la forza di guardare in faccia l’atrocità che si è commosso, si neghi, prima a se stessi che agli altri, di essere responsabili dell’accaduto. Non si tratta di rimozione ( Verdrängung) che Freud descrive come un meccanismo di difesa inconscio con cui allontaniamo da noi immagini o fatti che sentiamo inaccettabili, ma di nagazione ( Verneinung ) per cui il soggetto nega l’esistenza di ciò che esiste e conosce. Nella negazione Freud vede l’origine della scissione dell’Io che è l’anticamera della follia, in cui il soggetto nega, sinceramente a se stesso prima che agli altri, che sia accaduto un fatto che è accaduto. Stanley Cohen, professore di sociologia alla London School of Economics and Political Science, ha scritto un bellissimo libro: Stati di negazione. La rimozione del dolore nella società contemporanea ( Ed. Carocci) in cui mostra quanto diffuse siano le forme di negazione e quanto devastanti siano gli effetti, nel mondo privato e in quello pubblico, di questo atteggiamento che nega ciò che esiste e si conosce. Con queste considerazioni non vogliamo esprimere alcun giudizio sui terribili fatti di Santa Croce Camerina, e neppure giustificarli, ma semplicemente cercare di comprendere quello che in apparenza appare incomprensibile, ricordando a tutti noi quel che Freud non cessa di ribadire, ossia che “l’Io non è padrone in casa propria”.

 

 

UNA LETTERA DI DUE PSICHIATRI PSICOTERAPEUTI
INVIATA A “REPUBBLICA”

A COMMENTO DELL’ARTICOLO DI GALIMBERTI

 

Siamo due psichiatri e scriviamo a proposito dell’articolo di Umberto Galimberti che commenta oggi su La Repubblica, a partire dalla prima pagina, il noto e orrendo delitto di Santa Croce Camerina.
In base alla nostra lunga esperienza in tema di malattie mentali ci permettiamo di fare alcune osservazioni e precisazioni.
Galimberti afferma che in tutti noi “ma più marcatamente nella donna” esistono due soggettività in conflitto tra di loro, una legata alle prorie aspirazioni e ideali, l’altra “che ci prevede come semplici funzionari della specie”; in altre parole le esigenze della donna contrastano drammaticamente con il dovere di fare figli per salvaguardare la continuità della specie. Un tale conflitto può portare a una soluzione estrema, il delitto. Queste affermazioni danno per scontato quello che già in altre occasioni Galimberti aveva enunciato come verità umana, ovvero che in tutti noi esiste una malvagità legata alla nostra parte animale (quella legata alla riproduzione della specie)  che se sfugge al controllo dell’Io della razionalità può portare a commettere delitti efferati. Quindi se accade che una madre uccida il prorio figlio ciò sarebbe un fatto di natura. È un pensiero aberrante sulla realtà degli esseri umani e in particolare della donna.
Ma una puntualizzazione a parte merita il terzo punto del commento di Galimberti quando nel tentare di comprendere come l’autrice del delitto si ostini a negare l’evidenza, non potendola considerare una bugiarda, arriva ad affermare che in tali circostanze si arrivi a negare, “prima a se stessi che agli altri, di essere responsabili dell’accaduto”.  E citando Freud continua “Non si tratta di rimozione (…) ma di negazione (Verneinung) per cui il soggetto nega l’esistenza di ciò che esiste e conosce”.
È palesemente una falsa attribuzione al punto da chiederci se Galimberti abbia mai letto La negazione,  scritta da Freud nel 1925, dove non solo non compare nessun riferimento alla dinamica sopra citata,  ma dove è facile osservare (sono solo cinque pagine) come non si distingua la negazione dalla rimozione (al limite la sostituirebbe) e tantomeno dalla bugia cosciente.
È invece evidente che le affermazioni di Galimberti,  sono maldestramente sottratte all’opera di Massimo Fagioli che ha teorizzato come eziopatogenesi della malattia mentale la negazione  e la pulsione di annullamento contro la realtà umana. Sono dinamiche in cui  accade che si neghi l’altro essere umano fino a rendere inesistente ciò che esiste.
Ed è proprio la scoperta di queste dinamiche che ci può suggerire la causa di un delitto così efferato: l’uccisione del figlio di appena otto anni e la “condotta cinica” tenuta nei giorni successivi sembrano corrispondere a una condizione della donna di totale perdita degli affetti e di umanità, come se non fosse accaduto nulla al suo bambino. Di conseguenza potremmo ipotizzare che la madre avesse reso inesistente  ciò che esisteva, ovvero il bambino stesso come essere umano. In questo senso negare i fatti è la conseguenza di una dinamica di annullamento-sparizione del bambino e probabilmente di quanto accaduto nelle circostanze del delitto.
Ovviamente questa non è la sede per discutere come la madre autrice del delitto sia caduta in tale condizione, ma certamente si può affermare che è un gravissimo stato di malattia che va curato e non una condizione naturale dell’essere umano.

Anzilotti Carlo, psichiatra psicoterapeuta
Mocci Antonia, psichiatra psicoterapeuta

I PRECEDENTI 
Wikipedia, Enciclopedia on line:
Umberto Galimberti
Accuse di violazione dei diritti d’autore

Nel luglio del 2011 Umberto Galimberti è stato ufficialmente richiamato dall’Università di Venezia, di cui è uno dei professori, a volersi attenere alle corrette regole di citazione degli scritti di altri autori; questo per aver riportato alcuni brani di altri autori senza citarli in bibliografia.Tutto ha avuto inizio quando in seguito a un articolo de il Giornale dell’aprile 2008 è emerso che il professor Galimberti avrebbe copiato “una decina di brani” dell’autrice Giulia Sissa per il suo L’ospite inquietante. Galimberti ha ammesso di aver violato il copyright riservandosi di riparare al danno. Ciò non ha comunque soddisfatto la Sissa perché «quello di Galimberti non è stato un chiedere scusa, piuttosto un cercare delle scuse, un patetico arrampicarsi sugli specchi».
Con il passare dei giorni sono emersi altri precedenti analoghi. Infatti anche per Invito al pensiero di Martin Heidegger (1986) Galimberti copiò parti significative di un libro del collega Guido Zingari. I due arrivarono a un accordo che prevedeva l’ammissione da parte di Galimberti dell’indebita appropriazione intellettuale nelle successive edizioni del libro e Zingari si impegnasse “a non tornare più sulla questione”. Oltre a Giulia Sissa e Guido Zingari sono stati copiati testi di Alida Cresti, Salvatore Natoli e Costica Bradatan, professore della Texas Tech University.Per difendersi, a Sassuolo, al Festival filosofia 2008 sulla Fantasia, Galimberti disse che “in ogni rielaborazione però, c’è uno scatto di novità”.L’inchiesta giornalistica de Il Giornale ha accusato Galimberti che due dei suoi libri, presentati al concorso per il ruolo di professore ordinario di Filosofia morale all’Università Cà Foscari di Venezia, nel 1999, fossero copiati da altri autori. La commissione giudicante composta da Carmelo Vigna, Giuseppe Poppi, Andrea Poma, Bianca Maria D’Ippolito e Francesco Botturi all’epoca non si accorse del fatto. Il rettore del’Università veneta in merito ha detto che “non ho, ora come ora, estremi per sollecitare il ministero, deve essere un professore del raggruppamento a farlo. Di mio posso dire che in ambito umanistico si producono troppi testi e che questo è uno dei fattori che causano l’impossibilità di fare controlli accurati. Nello specifico, secondo me dovrebbe essere lo stesso Galimberti, nel suo interesse, a chiedere la convocazione di un giurì o comunque a rispondere e a specificare le sue posizioni…».Nel giugno 2010 la rivista L’Indice dei libri del mese ha pubblicato nel proprio sito un lungo articolo su altri copia-incolla di Galimberti. In particolare il saggio I miti del nostro tempo è, stato indicato come costituito al 75% da un “riciclaggio” di suoi scritti precedenti, alcuni dei quali risalenti persino agli anni ottanta, per il restante 25%, una ristesura di intere frasi e paragrafi, presi da altri autori, quasi identici agli originali.Sulla questione Gianni Vattimo ha dichiarato al Corriere Della Sera: «Si scrive anche a distanza d’anni dalla lettura; la spiegazione di Galimberti è plausibile. Lui cita l’autore la prima volta; poi ci mette quelle frasi che ricorda anche senza virgolettarle» e «Il sapere umanistico è retorico. Noi si lavora su altri testi, si commenta. Platone e Aristotele sono stati saccheggiati da tutti. Nei saperi umanistici, dal diritto e alla teologia, è tutto un glossare. C’è chi copia dagli altri e chi da se stesso».Anche lo scrittore Vincenzo Altieri ha effettuato studi approfonditi e circostanziati sui plagi di Umberto Galimberti.

Francesco Bucci su Galimberti

Francesco Bucci su Galimberti

LA FILOSOFIA DEL COPIA-INCOLLA
(dal libro Francesco Bucci “Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale”, Coniglio Editore)
Con stringente analisi documentale, Francesco Bucci denuncia in un libro appena uscito per Coniglio Editore come Umberto Galimberti scrive i suoi saggi e i suoi articoli: riusando (senza citare) brani propri e altri. Eccone l’incipit
di Francesco Bucci

Gli scritti di Umberto Galimberti celano un segreto che questo libro svelerà. Galimberti sapeva da sempre, ne sono convinto, che ciò prima o poi sarebbe accaduto. Anzi rendendo il segreto nel corso del tempo sempre meno nascosto, lasciandolo sempre più intravedere, fornisce l’impressione di aver addirittura voluto creare le condizioni per la sua scoperta. Come se volesse liberarsene. Eppure il segreto resiste da oltre trent’anni. Indurre a ragionare sul perché di questo fatto singolare è uno degli obiettivi del libro. L’altro è far emergere le implicazioni filosofiche del suo disvelamento. Ritengo infatti che l’analisi che faremo dei testi galimbertiani possa fornire spunti di un qualche interesse per una riflessione sul linguaggio e sul significato di certa filosofia contemporanee, fatta su basi del tutto originali, perché di tipo esclusivamente documentale.

Scioglierò subito la suspense ricorrendo a una sorta di apologo. Un fedele un giorno si accorge che il parroco ripete nei suoi sermoni, ad intervalli di tempo più o meno lunghi (anche a distanza di poche settimane) gli stessi discorsi. Non già gli stessi argomenti, ma proprio le stesse frasi, magari solo in un ordine diverso. Incuriosito il fedele inizia a seguire le prediche con più attenzione, finendo così per fare sorprendenti scoperte: il parroco trae dalle stesse premesse conclusioni diverse; dice le stesse cose a proposito di cose diverse…o cose diverse a proposito della stessa cosa. Attribuisce a San Tommaso ciò che altre volte ha attribuito a Sant’Agostino e così via. Il fedele volge allora lo sguardo attorno per cogliere sul volto degli altri l’espressione dello stesso stupore che egli prova. Ma con meraviglia si rende conto che essi non solo non manifestano nessuna reazione, ma continuano ad ascoltare con interesse le parole del parroco. S’insinua quindi nella mente del fedele il dubbio che forse è lui a sbagliarsi… Ma dopo averlo ascoltato con la massima attenzione per qualche altra settimana, si convince definitivamente che sono proprio i sermoni del parroco che non vanno. Decide per tanto di andare a parlargli per chiedergli spiegazioni… entrando senza preavviso in sagrestia lo scorge intento a rovistare in una vecchia cassapanca. Avvicinandosi silenziosamente vi vede dentro centinaia di fogli e foglietti ammucchiati alla rinfusa contenenti appunti che – scritti in passato – il sacerdote usa e riusa per le sue prediche, pescandole dalla cassapanca poco prima dell’inizio della messa. Il fedele così nel trovare conferma di essere nel giusto scopre anche la causa delle strane prediche del parroco. Gli resta però da capire non tanto i motivi del comportamento di questi (che afferendo alla sfera privata non gli interessano), quanto perché le assurdità delle sue prediche non suscitino sconcerto nell’uditorio. Piano piano comincia a formulare delle ipotesi. Forse le strampalate chiacchiere del sacerdote vengono prese per dotte disquisizioni teologiche, talmente sofisticate da non consentire di coglierne un significato; forse l’oscurità viene considerata frutto di profondità e di complessità di pensiero; forse le contraddizioni vengono ritenute solo apparenti, non essendo concepibile che un uomo così colto cada in banali errori logici: ma se così fosse si dovrebbe concludere, si chiede il povero fedele in crescente difficoltà, che il discorso religioso è in sé tale da poter accogliere impunemente nel suo ambito parole vane o prive di senso? Ebbene ecco svelato il segreto: U.G. nei suoi scritti si comporta spesso non molto diversamente dal parroco del racconto. E la mia scoperta è avvenuta in modo non molto dissimile da quella del parrocchiano. Anch’io ho iniziato a percepire nei discorsi di U g quanto non andava, leggendo settimanalmente la sua rubrica di corrispondenza sul settimanale del sabato de La Repubblica. Anch’io a quel punto ho iniziato a leggere con attenzione ciò che andava scrivendo e ciò che aveva scritto in passato (articoli, libri, recensioni ecc.). Anch’io, infine, ho così scopertola cassapanca di U. G:, l’archivio storico dei suoi scritti. E’ da lì che egli ha assai spesso attinto materiali per la costruzione di scritti successivi con esisti , sul piano dei contenuti, del tutto analoghi a quelli del racconto.

Francesco Bucci

Francesco Bucci

Left 13.4.11
Francesco Bucci: ”Il successo dell’autore de La casa di psiche nasconde una totale  assenza  di pensiero”
Dietro? C’è il vuoto
di Simona Maggiorelli

Capita che un lettore appassionato di filosofia e che da anni, ogni mattina, compra il quotidiano La Repubblica, vedendosi proporre sovente elzeviri e articolesse a firma di Umberto Galimberti, sia stato preso dal ghiribizzo di provare a leggerne qualcuno. Accorgendosi, via via con crescente stupore, di trovarvi  un coacervo di contraddizioni, di brani riciclati, già pubblicati altrove e riproposti, anche a breve distanza di tempo, cambiando solo qualche parola chiave. E non solo. Di articolo in articolo il romano Francesco Bucci (dirigente della pubblica amministrazione che nel tempo libero ama leggere «soprattutto saggi») scopre che il professor G., docente universitario e facondo autore per Feltrinelli, non solo copia da sé e da altri autori, ma manipola pesantemente i testi. Clona,  decontestualizza, stravolge. Facendo lo specchio ad altri e anche a se stesso. Giocando con le parole senza più rapporto con le cose. Con un manierismo che sembra imitare Heidegger ma anche il gusto per il neologismo ossimorico, per i corto circuiti di senso alla Jacques Lacan. Alla fine, facendo precipitare quel lettore che cerchi un senso in quegli scritti in un labirinto senza via di uscita. «Galimberti è il funambolo delle parole, ne fa un uso  “ludico” finendo per svuotare di contenuti ciò che dice», commenta Bucci che abbiamo raggiunto al telefono mentre il suo Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale (Coniglio Editore) sta andando in stampa.

Nel suo libro, con una straordinaria messe di prove documentali, fa emergere come Galimberti componga i suoi testi. Cosa si nasconde dietro un imbarazzante procedere per “copia-incolla”?

Un vuoto assoluto di pensiero. Dopo aver letto e studiato praticamente tutto di Galimberti sono giunto alla conclusione che il suo sia un pensiero parassitario che si nutre in modo paradossale di altri autori.

Nel libro lei scrive che La casa di psiche contiene testi riciclati all’80%, L’ospite inquietante quasi al 100% e nell’ultimo I miti del nostro tempo appaiono “prestiti” non dichiarati da Aime, Basaglia, Baudrillard, Brogna, Rovatti, Yunis  e molti altri.

«Che male c’è, filosofare è un po’ copiare» ha detto Gianni Vattimo. Diversamente da lui io penso che sia necessario un apporto di proprie elaborazioni. Nei libri di Galimberti, invece, si trova il nonsense, un patchwork senza costrutto. L’ospite inquietante, per esempio, è un libro privo di qualsiasi filo logico. La casa di psiche poi è davvero sorprendente: recupera e accosta opere anche di dieci anni prima e in cui si sostengono tesi completamente diverse, addirittura opposte. Quelli di Galimberti sono dei libri Frankenstein, dei mostri. E la cosa assurda è che a questi testi vengono dedicate  recensioni da illustri intellettuali e, a quanto pare, quei libri poi vengono acquistati in centinaia di copie. Altrimenti perché Feltrinelli li pubblicherebbe?

Come spiega questo successo di vendite?

La vedo legato alla forza mediatica, ai passaggi in tv di Galimberti, ma anche e soprattutto alla sua dilagante presenza su La Repubblica. Dispiace dirlo ma Eugenio Scalfari è il principale responsabile di tutto questo, avendo dato fin dal 1995 a Galimberti uno spazio enorme. Ed è durato fino a pochi mesi fa. Per anni, insomma, paginate e paginate su una delle testate italiane più importanti. Così Galimberti è diventato una sorta di guru.

L’illuminista Scalfari ha scritto encomi sperticati dei libri dell’heideggeriano Galimberti. Nel libro lei scrive anche: «A Scalfari è completamente sfuggita la “dissociazione intellettuale” manifestata da Umberto Galimberti»….

Paradosso emblematico; mi domando ancora come sia possibile. Che Scalfari abbia frainteso? Secondo me, banalmente, non ha letto i libri del Nostro. E qui il discorso si amplia all’industria culturale e a come funziona . Dall’altra parte mi è capitato di parlare con intellettuali che ammettono di aver letto qualche articolo di Galimberti ma non  i suoi libri. Perlopiù non entrano nel merito, non lo criticano, lo ignorano, non lo valutano, non leggono 600 o 700 pagine di Psiche e techne, piene di oscurità e contraddizioni,

E’ stato difficile trovare un editore per questo suo libro-denuncia?

Il libro è pronto da quasi due anni, ho bussato a molte porte.

Continuerà il lavoro di collazione dei testi galimbertiani e di affini?

Questo lavoro è stato estenuante…

Cosa si aspetta dall’uscita del libro?

Spero che ci siano reazioni molto accese, il caso merita che si apra un dibattito. Ma anche perché si toccano aspetti che riguardano il mondo accademico chiuso in un sistema di autodifesa. E per quanto riguarda la filosofia ancora segnato dal postmodernismo, dal decostruzionismo, da un certo bla bla da cui anche Galimberti ha tratto vantaggio.

Da lui ha avuto qualche risposta?

Nel 2008 ho scritto via mail al direttore di Repubblica Ezio Mauro facendogli presente, con lettere documentate, cosa andavo scoprendo sugli scritti di Galimberti. Benché non abbia avuto risposta, ho continuato a informarlo. Ad un certo punto mi arriva una mail del professor G. che recita pressapoco così: “Il direttore mi dice che lei si lamenta del fatto che io riproduca testi già editi. Quando i temi sono più o meno gli stessi è si giunti a una riformulazione completa è inutile rimettereci le mani”… Poi aggiungeva complimenti alla mia acribia di lettore concludendo con un “le prometto che non lo rifarò più”. Da rimanere basiti. Siamo al surreale…

 

l’Unità 23.4.08
Natoli: «Io e gli altri copiati da Galimberti»
di Marco Innocente Furina
qui La Stampa 25.4.08
Dietro i plagi di Galimberti
Filosofi, scrittori e altri ladri di parole
di Mario Baudino
qui Il Giornale 6.6.08
Galimberti. Vent’anni di copia e incolla

qui Corriere della Sera 9.6.08
Caro Galimberti, qual è il suo segreto?
Lei ha rischiato la reputazione impadronendosi di parole scritte da altri: perché?
di Pierluigi Battista
qui

il Riformista 17.10.10
Ecce Galimberti
La fuffa filosofica ha il suo genio
Lettori forti e autori deboli. Francesco Bucci è un impiegato pubblico, con la passione per la saggistica. Ha scoperto il metodo con cui il noto pensatore sforna saggi per l’Accademia e best-seller: trasforma le recensioni di libri altrui in capitoli di testi propri e riutilizza quasi al 100% vecchi testi con piccole variazioni. Bucci ne ha fatto un saggio che mostra come disfunziona l’industria culturale. Chi lo pubblicherà?

di Luca Mastrantonio

qui

Lettera 43 7.3.11
Plagio
Prof, ma allora è un vizio?
Galimberti copia intere frasi dal libro di un filosofo rumeno

qui
Il Giornale 8.3.11
Accuse di plagio, Galimberti verso il Guinness dei primati
di Tommy Cappellini
qui Il Giornale 12.4.11
È finita l’ora del plagio
Indagine di Ca’ Foscari sul “filosofo” Galimberti
Il rettore interviene e apre un’inchiesta interna dopo l’uscita di un saggio che elenca, per 300 pagine, gli scippi intellettuali del professore
di Matteo Sacchi
qui

 

il Riformista 12.6.11

Impostori originari o impostori inevitabili?
In principio c’è lo scarto fra ciò che dice e ciò che fa. C’è il fingere di sapere o il saccheggio delle idee altrui. Ci sono gli psicanalisti. C’è chi lo fa a fin di bene e non sa smettere
di Filippo La Porta

qui

il Fatto 14.9.11

C’è plagio e plagio. Copio ergo sum

Guida allo scrittore ingannatore

C’è chi non dichiara mai le fonti come Galimberti

di Marco Filoni

qui
il Fatto 13.12.14

si ringrazia Segnalazioni di Fulvio Iannaco, dove si possono trovare tutti i link agli articoli sopra citati

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