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Shirin Neshat, passione politica e poesia

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 7, 2010

di Simona Maggiorelli

Shirin Neshat, I'm it's secret

Shirin Neshat, I'm it's secret

«C’è qualcosa di molto nuovo che sta accadendo in Iran. Il Paese sta vivendo un momento molto profondo, più importante della rivoluzione islamica» raccontava l’artista iraniana Shirin Neshat a margine della proiezione del suo film Women without men al festival di Venezia, esordio cinematografico che le è valso il Leone d’argento. Per poi aggiungere: «Le immagini scattate con i cellulari che ci sono arrivate attraverso la Rete sono molto forti, esplicite. La gente che un tempo voleva la rivoluzione islamica adesso ha figli che hanno vissuto sempre sotto una dittatura e che dicono basta. Questi ragazzi non sono interessati all’ideologia come i loro genitori. Ma c’è anche un altro fatto importante – sottolinea Neshat – il nuovo protagonismo delle donne iraniane, che non vogliono mettersi a posto degli uomini ma rivendicano spazi pubblici. Sono tenaci, femminili, non nascondono la propria bellezza. è qualcosa di molto diverso dal femminismo degli anni Settanta e Ottanta».

Politica e poesia. Ricerca di identità femminile e rapporto con l’altro. Esplorando la diversità fra uomo e donna, il desiderio ma anche la solitudine. Sono i “temi” forti al centro della ricerca di Shirin Neshat fin da quando alla fine degli anni Settanta lasciò l’Iran per studiare negli Stati Uniti. Dopo la rivoluzione, il regime di Khomeini le vietò di tornare, pena il carcere. Solo dopo la morte dell’ayatollah finalmente lei riuscì a rimettere piede nella sua terra di origine. «Fu uno shock – racconta -.Perché trovai un Paese islamico, di donne velate, non c’erano più echi dell’antica Persia e della sua poesia». Una cultura orientale che Shirin Neshat dice di sentire profondamente propria, offrendo «uno sguardo meno razionale sulle cose». E uno sguardo lirico, pieno di pathos, è la cifra che più colpisce nei suoi lavori. Fin dalla prima serie fotografica, Donne di Allah, realizzata tra 1993 e il 1997 e che ha imposto l’artista iraniana sulla scena internazionale. Immagini in bianco e nero, aperte su orizzonti immensi, punteggiati da silenziose figure di donne velate. Mani maschili, in primo piano, segnate da versi in calligrafia araba squadrata e monumentale. Oppure autoritratti in cui l’artista, con in testa il chador, drammaticamente imbraccia un fucile. Sul volto ha impressi passi del Corano.

Ma nel carnet di Neshat si trovano anche sensuali immagini di donna in cui il body painting non è più una scrittura rigidamente imposta dall’esterno ma fiorisce sulla pelle in una più tondeggiante e morbida grafia. Le labbra appena schiuse, forse parole sussurrate, la gioia di potersi esprimere con una propria voce originale. Sono gli scatti magnetici, esteticamente raffinati e, insieme, di grande efficacia che ritroviamo nella serie di volumi editi da Charta che ripercorrono l’opera della fotografa e filmaker nata a Qazvin nel 1957. Compreso il suo lavoro di videoartista, fatto di sequenze “oniriche” e silenziose e in cui versi e  musica sostituiscono i dialoghi. Video dalle atmosfere malinconiche e struggenti come Turbolent (1998) Soliloquy (1999) o Rapture (1999) in cui appaiono donne misteriose e ribelli che pagano con la solitudine la propria rivolta contro la violenza privata o di regime, oppure donne follemente innamorate, coraggiose, pronte a tutto. Come in certi film di Tarkovsky (che Neshat riconosce come maestro assoluto d’arte cinematografica), sono storie che arrivano allo spettatore emotivamente, attraverso immagini sfumate, evocative. La videoarte di Shirin Neshat, più ancora della sua opera fotografica, suggerisce più che raccontare. è un’arte ellittica, densa di metafore, fortemente concettuale. Anche quando il tema è strettamente storico, le immagini non sono mai descrittive, cronachistiche. Ma se nella brevità di un video, come in poesia, possono bastare alcune immagini potenti a schiudere un intero universo di senso, più difficile è che questa impresa riesca in un film, in cui c’è comunque bisogno di tratteggiare e approfondire dei personaggi.

Shirin Neshat

Shirin Neshat

La giuria di Venezia con il Leone d’argento dice che la poliedrica Neshat è riuscita anche in questo. E in attesa dell’uscita nelle sale italiane del film Women without men prevista per il 4 dicembre, intanto, la galleria Noire contemporary art di Torino, fino al 22 novembre, offre una interessante finestra sui sei anni di gestazione che precedono il film, liberamente tratto da un romanzo della scrittrice Shahrnush Parsipur, censurato in Iran. Anni in cui Neshat, in collaborazione con l’artista iraniano Shoja Azari, ha sviluppato in quattro videoinstallazioni le storie, diversissime, di altrettante donne che finiscono poi, casualmente, per incontrarsi nella rivolta del 1953 contro lo scià e l’imperialismo Usa. In questa serie di video non si raccontano solo gli slanci idealistici della rivolta, il furore rivoluzionario ma anche le storie intime, private, di uomini e donne che si amano o si perdono mentre stanno scrivendo questa importante pagina di storia. «Women without men – dice Neshat – è un romanzo bello e strano. Non avrei potuto scegliere un libro più difficile. è scritto con uno stile di realismo magico che poi ho scoperto è tra i più ardui da tradurre visivamente». Ma il rapporto di Neshat con la scrittura di Parsipur va al di là di questo romanzo «Il mio lavoro nasce all’incrocio di esigenze simili. Ciascuna di noi a suo modo ha cercato di creare opere molto personali e molto politiche».

La mostra – Game of desire

Da anni la vita e l’opera di Shirin Neshat è completamente assorbita dalle vicende che attraversano l’Iran. Cercando di appoggiare come artista le istanze di democrazia che soprattutto le giovani generazioni stanno esprimendo con passione nel Paese. Una rivolta pacifica e crescente che il regime di  Ahmadinejad sta cercando di soffocare  nel sangue. «Per questo – racconta l’artista – solo di rado negli ultimi dieci anni ho potuto e voluto sviluppare progetti che parlassero di altro». Uno di questi rari progetti l’ha portata di recente  in Laos e Vietnam, sulle tracce di antiche forme di rappresentazione, dette lam e conosciute in molte varianti in Asia. Si tratta di poemi che, intrecciandosi in tenzoni, uomini e donne intonano e suonano per notti intere. Neshat è riuscita a filmarle. Ne è nato un video e una mostra fotografica, Games of desire, presentata a Bruxelles e a Parigi e ora raccontata in un volume edito da Charta. Un lavoro sul modo di vivere e rappresentare poeticamente il rapporto uomo donna in alcune aree del Sudest asiatico, rinnovando tradizioni antiche

da Left-Avvenimenti 11 ottobre 2009

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Dal quotidiano La Repubblica del 5 marzo 2010:

L’intervista/Colloquio con Shirin Neshat, videoartista di fama internazionale. Nei cinema italiani sta per uscire il suo film, premiato con il Leone d’argento a Venezia.

L’INTERVISTA / Colloquio con Shirin Neshat, videoartista di fama internazionale

Nei cinema italiani sta per uscire il suo film, premiato col Leone d’argento a Venezia.

Io, dissidente iraniana ed eterna esule vi chiedo: aiutate i registi in carcere”

La regista sulla “rivoluzione verde”: “Che emozione, vedere tanto coraggio al femminile”

E sugli artisti finiti in prigione, come il collega Panahi, dice: “Temo qualsiasi atrocità”di CLAUDIA MORGOGLIONE

Shirin Neshat al festival del cinema di Venezia

ROMA – Esule dal suo Iran, lei, Shirin Neshat, lo è da una vita: “Avevo diciassette anni quando lasciai il Paese – racconta la cinquantatreenne videoartista nonché regista, Leone d’argento a Venezia per il film Donne senza uomini – mio padre mi mandò all’estero a studiare, credevo che sarei tornata. E invece vennero la Rivoluzione islamica di Khomeini, poi la guerra con l’Iraq. E così sono stata ‘abbandonata’ in Occidente: e quella lontananza dalla mia patria è durata per sempre”. Trasformandola in una cittadina del mondo, in dissidente perpetua, che dalla sua casa di New York segue con apprensione le vicende di Teheran, gli arresti dei suoi colleghi cineasti. Come Jafar Panahi: “Stiamo cercando, con Amnesty International, di farlo liberare: ma l’unico modo per ottenerlo è che si mobiliti Hilary Clinton”.La Neshat è a Roma perché la sua pellicola, visuale e sperimentale come la sua autrice, sta per sbarcare nelle sale italiane grazie alla coraggiosa distribuzione della Bim. Donne senza uomini è una storia tutta al femminile, ambientata nell’Iran del 1953 quando, con un colpo di Stato appoggiato dalla Cia, fu deposto il presidente democraticamente eletto e cominciò il regime dello Scià. Su questo sfondo, assistiamo alle vicende di quattro personaggi, i cui destini confluiscono in uno splendido giardino di campagna…

Shirin, cosa rappresenta il giardino al centro della sua pellicola?

“Uno spazio di libertà che per queste donne è come lo spazio dell’esilio: un luogo dove loro avrebbero potuto avere una seconda chance. Come l’ho avuta io, lasciando il mio Paese. Più in generale, col mio film voglio soprattutto mostrare, oltre alla condizione femminile, la convivenza degli opposti: realismo e magia, arte e politica, arte e cinema. E come la bellezza incroci la violenza”.

Cosa pensa del ruolo della donna in Iran? E’ cambiato dal lontano 1953, o è sostanzialmente immutato?

“Io non vedo affatto le donne del mio Paese come vittime. Anche se è vero che sono oppresse. Sono molto forti, non hanno mai fatto compromessi, hanno sempre combattuto per i loro diritti. Per le le donne iraniane sono sempre state fonte d’ispirazione, ma non per il semplice fatto che anch’io sono iraniana”.

Il loro coraggio è stato determinante, nella recente rivoluzione verde…

“Vederle l’estate scorsa, così pronte alla sfida, mi ha fatto commuovere. Davanti a certe immagini, a quei volti bellissimi che protestavano, ho pianto”.

Ma non c’è solo il problema femminile: il suo è un Paese in cui l’opposizione viene ridotta al silenzio, in cui i talenti, tutti non allineati al regime, vengono sbattuti in prigione: come Jafar Panahi, Leone d’oro a Venezia per il suo Il Cerchio.

“La situazione di Panahi è molto grave. Oggi ho saputo che sua moglie, sua figlia e altre 14 persone che erano in casa sua al momento del blitz delle forze dell’ordine sono state rilasciate. Ma per lui sono davvero preoccupata: contro i talenti del Paese questo governo è capace di tutto, delle peggiori atrocità. Siamo terrorizzati per ciò che potrebbe accadere alle persone detenute. Perché questo governo vede la creatività come una minaccia: arrestare Panahi, o altri registi celebri, è un modo di dire a tutti gli altri artisti ‘state buoni, non vi ribellate'”.

Di fronte a questa repressione, cosa puà fare la comunità internazionale?

“Purtroppo quelli non ascoltano la voce dei media occidentali. Ma dei leader come Berlusconi, Sarkozy, Hilary Clinton devono per forza tenere conto. Le opinioni pubbliche occidentali dovrebbero perciò fare una forte pressione sui propri leader: serve una forte voce diplomatica. Se la Clinton decidesse di intervenire per Panahi, sono sicura che lo scarcererebbero”.

A suo giudizio la durezza del regime è strettamente collegata col fondamentalismo islamico?

“Prima della Rivoluzione islamica l’Iran era già musulmano, ma era una religione adattata alla cultura persiana, con contaminazioni di sufismo, misticismo, altre forme spirituali. Poi con la Rivoluzione la religione è diventata ideologia, si è politicizzata: e da qui è venuto tutto il male. Portando una rigidità a cui non eravamo abituati: la nostra è una cultura basata sulla musica, sulla poesia, sulla bella architettura”.

Adesso a cosa sta lavorando?

“Sono in trattative per acquisire i diritti di trasporre sul grande schermo il romanzo Il palazzo dei sogni di Ismail Kadarè: mi piace il modo in cui svela il potere dello Stato sull’individuo, e fa capire l’assurdità del fanatismo religioso”.

http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/03/05/news/intervista_shirin_neshat-2517424/

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Alle radici di una grande svolta

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 7, 2010


kandinsky

Da Cézanne a Matisse a Kandinsky e oltre. Dai musei  Guggenheim di New York e Venezia all’Arca di Vercelli, i maestri dell’astrazione

di Simona Maggiorelli

Alle origini della rivoluzione dell’arte astratta. Indagando la fertile sperimentazione che, a partire da Cézanne e attraverso la scomposizione cubista, portò la pittura ad affrancarsi definitivamente dalla raffigurazione piatta e meccanica della realtà. In nome di un modo di dipingere più fedele al “sentire” dell’artista, alla sua capacità di cogliere il latente, di creare immagini irrazionali, del tutto nuove.

Un’appassionante avventura dell’arte che, di fatto, attraversa più di due secoli di storia occidentale. E che l’Arca di Vercelli, fino al 30 maggio, propone di ripercorrere con la mostra Le avanguardie dell’astrazione.

Un evento (accompagnato da un denso catalogo Giunti) che porta nella città piemontese una parte significativa della collezione Salomon e Peggy Guggenheim conservata nei musei di New York e Venezia.

Così, “smessi” per un attimo le vesti di direttore del Macro di Roma, Luca Massimo Barbero torna per questa occasione al suo precedente ruolo di curatore Guggenheim facendosi Cicerone di un viaggio complesso quanto affascinante che si snoda attraverso una cinquantina di opere, perlopiù di grandi maestri: da Cézanne a Matisse, ricostruendo in modo particolare il ruolo che il pittore di Aix-en Provence ebbe nel superamento delle riproduzione mimetica della natura.

Da Braque a Delaunay, raccontando come la scomposizione geometrica del reale avviata dal cubismo secondo una molteplicità e simultaneità di punti di vista avesse aperto la pittura europea a un’idea di spazialità non più solo fisica ma interiore. E ancora, per citare alcune delle sezioni più interessanti, da Marc a Kandinsky sottolineando la novità di una ricerca pittorica come quella del Cavaliere azzurro che – per quanto intrisa di elementi spiritualisti e religiosi- portava in primo piano la potenza evocativa del colore ed esplorava la risonanza emotiva suscitata nello spettatore da composizioni dinamiche di colori, forme e linee in movimento.

Per arrivare poi, attraverso il puro geometrismo di Mondrian a Reinhardt, alla fase discendente di questa ricerca sull’arte astratta. Ovvero al ripiegamento delle avanguardie storiche che rimasero incagliate nei cascami del surrealismo. E dopo il ’68, nell’antiestetica di Dubuffet che con l’Art brut azzerò ogni ricerca creativa scambiando per arte dal valore universale manufatti “spontanei”, realizzati da persone senza una formazione specifica e talora da malati di mente. Da un curatore attento come Barbero, in finale, forse ci saremmo aspettati qualche considerazione critica in più su questo fenomeno, nato sotto l’influenza di Foucault e dell’antipsichiatria, e che ancora oggi con la sua ideologia antiautoritaria e, al fondo, nihilista continua a esercitare un peso negativo su ampie aree di ricerca contemporanea.

da left-Avvenimenti 5 marzo 2010

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La sinfonia della natura nelle tele impressioniste

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 6, 2010

Al Vittoriano di Roma, fino al 29 giugno opere di Sisley, Pissarro, Monet e di altri maestri della scuola di Barbizon raccontano come la percezione del paesaggio cambiò in senso moderno

di Simona Maggiorelli

Sisley

L’interesse degli impressionisti per il paesaggio non fu solo legato alla sperimentazione sulla luce e sul colore e a un’idea della natura poeticamente intesa come “specchio” dell’animo umano. Ma nelle marine di Sisley, nelle mosse campagne di Pissarro così come nei giardini segreti di Monet, in senso culturale più lato, si possono cogliere anche i segni di una moderna attenzione alla natura, avvertita non più come una nemica (come lo era stata per secoli, fin dal medioevo), ma come patrimonio universale da valorizzare e da tutelare.

La rivoluzione industriale, con la diffusione delle ferrovie che in Francia e in Inghilterra, portò collegamenti più veloci fra città e campagna, determinando la nascita del turismo e cambiando radicalmente il modo di percepire la natura. Un cambiamento che non riguardò solo ristrette élite ma larghi strati sociali. Nel frattempo uno scienziato come Charles Darwin aveva contribuito con la teoria evoluzionista a validare un’idea di mondo come sistema naturale integrato di cui l’essere umano fa parte al pari degli altri esseri viventi avendo anch’esso una nascita biologica. «E come è noto gli impressionisti erano artisti molto attenti allo sviluppo delle scienze e a ciò che di nuovo e di valido portava l’epoca moderna» ricorda Stephen F. Eisenman curatore della mostra Da Corot a Monet. La sinfonia della natura (al Vittoriano di Roma fino al 29 giugno, catalogo Skira).

Pissarro

Insieme a John House e a una equipe internazionale di studiosi è l’ideatore di questa rassegna che squaderna centosettanta opere provenienti dai maggiori musei d’Europa e d’Oltreoceano e che porta per la prima volta a Roma una serie di capolavori mai prima esposti in Italia. Il progetto scientifico sotteso a questa rassegna è documentare la svolta nella percezione della natura che avvenne nel XIX secolo, leggendolo in parallelo alla nascita di un’idea di moderna ecologia. Mentre la rivoluzione industriale, di fatto, cominciava a cambiare il volto del paesaggio e non in senso positivo, gli artisti si diedero ad indagare la natura dal punto di vista scientifico, esaltandone la sintonia con l’umano, celebrandone la bellezza.

Rousseau paesaggio

Una svolta che si percepisce chiaramente mettendo a confronto  le  solitarie e antimoderne rappresentazioni della foresta di Fontainbleau dipinte da un pittore come Rousseau  (che fa di tutto per espungere dalla sue incantate visioni la presenza di visitatori) con le vitali scene cittadinee e agresti di impressionisti come Pissarro: nei suoi quadri visioni rutilanti di carrozze, strade piene di gente, il dinamismo urbano e la modernità sono rappresentati come aspetti affascinanti e positivi. Intanto – come raccontano proprio alcune tele di Pissarro in mostra – immagini di una campagna antropizzata, coltivata o selvaggia, diventano protagoniste di una pittura di paesaggio realizzata en plein air e che rappresenta terra, cielo e personaggi come un’unità, come un unico organismo in crescita, senza soluzione di continuità fra gli elementi.

«Il tentativo degli impressionisti – spiega ancora Eisenman – era di restituire allo spettatore una visione armonica, unitaria, non parcellizzata di uomo e natura».Una visione che però alla fine dell’Ottocento sembra andare in crisi. La pittura di Monet in primis segnala questo delicato passaggio. «Lo vediamo bene alla fine di questa mostra romana – racconta  Eisenmann – dove sono esposte una serie di tele in cui la pittura del maestro francese si fa via via sempre più sfocata». Le visioni chiare del primo impressionismo sono diventate nebbiose, introverse. Al Vittoriano lo raccontano gli ultimi quadri che Monet realizzò nella casa e nei suoi appartati giardini di Giverny: «Esempio perfetto della tendenza antiurbana e introspettiva dell’arte moderna fin de siècle» commenta lo studioso. Voltando le spalle al mondo, Monet con il ciclo delle ninfee dell’Orangerie  di fatto cercava la fuga dalla realtà chiudendosi nello stagno di una natura separata dall’umano. Dominata da un silenzio assoluto e da un tempo immobile. Ogni vitalità pare perduta.

dal quotidiano Terra del 6 marzo 2010

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Quella ipocrisia dei Lumi

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 5, 2010

Alla riscoperta di una grande scrittrice, Madame de Duras. Che nel romanzo Ourika smaschera la “buona coscienza” illuminista e cristiana

di Simona Maggiorelli

Benoist, Portrait d'une negresse

L’uscita in Italia di un piccolo e sorprendente romanzo, Ourika (1824)-acutissima riflessione sul razzismo ma non solo- riporta alla ribalta la vicenda umana e letteraria di Madame de Duras (al secolo Claire de Kersaint), personaggio singolare sulla scena della Francia della Restaurazione: liberale per formazione e convinzione, figlia di un girondino che fu ghigliottinato per aver votato contro la decapitazione del re, donna indipendente e colta animatrice di salotti, amica di Madame de Stael e legata da amitié amoureuse con Chateaubriand, Madame de Duras è stata una delle menti più fini del primo Ottocento francese.

A testimoniarlo restano tre libri: Edouard, il postumo Olivier ou le secret e, appunto, Ourika che ora Adelphi manda in libreria con un ampio saggio di Benedetta Craveri. Ed è proprio la francesista dell’Università di Napoli, alla quale dobbiamo una serie di folgoranti ritratti di scrittrici, “amanti e regine” (per dirla con un suo titolo già classico) a raccontarci di questa riscoperta. A cominciare dall’altalenante fortuna critica di Madame de Duras : «Dopo il grande successo di Ourika fu quasi dimenticata. In Francia se ne sono occupati poi solo specialisti e eruditi». In Italia, di fatto, nemmeno quelli. «Ma i lettori colti nel nostro paese – dice Craveri- sono stati al corrente della letteratura francese fino alla seconda guerra mondiale. Poi arrivò il momento della letteratura anglosassone che era stata fortemente scoraggiata dal fascismo».

Disattenzione o colpevole cancellazione che sia, in edizione tascabile, Madame de Duras sembra ora destinata a recuperare il posto che le spetta nella storia della letteratura e nell’attenzione del pubblico. Per l’intelligenza e l’intatta freschezza con cui ci parla ancora oggi Ourika, la giovane protagonista dell’omonimo romanzo: portata via dal Senegal piccolissima, adottata da una altolocata famiglia francese, scoprirà dolorosamente quanta violenza si possa nascondere dietro la più “nobile” filantropia illuminista e cristiana. Cresciuta come una figlia, alla pubertà la ragazza si vedrà d’un tratto sbarrata ogni possibilità di realizzarsi come donna.

Fino a dover soffocare la passione per il coetaneo Charles. Giudicata inammissibile per una nera. Anche da lei stessa. Fuggita in convento, Ourika morirà prematuramente. Le geniale intuizione dell’autrice fu sposare interamente il punto di vista della ragazza. Per raccontarci con disarmante precisione i danni che la percezione alterata e il giudizio sprezzante degli altri a poco a poco fecero in lei. «Tanto più perché è una francese uguale agli altri- nota Craveri -.Non ha radici a cui tornare, oltre quelle lì. Proprio nel confronto con quella società sviluppa il suo complesso di inferiorità e meccanismi di autodenigrazione simili a quelli che oggi gli studiosi dicono causati dalla segregazione razziale».
Nonostante Montaigne e gli studi di antropologia che in Francia aveva mosso i primi passi fin dal Cinquecento. Nonostante la rivoluzione francese e i suoi ideali di uguaglianza, libertà e fratellanza. Con il calore e il pathos dell’arte e non con un romanzo a tesi Madame de Duras affresca così, in modo indelebile, i limiti e i fallimenti dell’astratta ragione illuminista. In modo disarmante, facendoci entrare nella mente della protagonista che ha assorbito e ha fatto suoi i principi e i valori della colta élite in cui è cresciuta. Pregiudizi compresi. Quegli stessi che finiranno per avvelenarle la testa, gettandola in una depressione profondissima. «Ourika vive il dramma di non sentirsi parte integrante di quella società a cui appartiene per educazione, cultura, sensibilità – approfondisce Craveri -. E’ un perfetto prodotto dell’alta società francese. E’ colta e sensibile come e più del fior fiore dell’aristocrazia che l’ha accolta. Però è nera. E su questo si fonda quell’ostacolo della razza che va al di là di qualsiasi ragionamento e di qualsiasi buona intenzione. Un “ostacolo”- sottolinea Craveri – che non tocca solo il primo Ottocento, ma ci riguarda tutti. De Duras va al cuore del problema razziale. E questo fa la grandezza del suo romanzo». Ma la capacità di “scandaglio” della scrittrice si coglie anche nel ritratto della famiglia adottiva di Ourika. «E’ descritta come straordinariamente elegante ed aperta- prosegue Craveri-.Ci racconta dell’affetto con cui viene accolta la giovane ma anche che la principessa non prende minimamente in considerazione le sue possibili difficoltà di integrazione. Come madre adottiva si sente talmente superiore nel suo illuminismo da non vedere la realtà, così finirà per contribuire al destino tragico della ragazza. Insomma la buona coscienza non basta sembra dirci Madame de Duras».

Come non basta l’accoglienza cristiana che Ourika riceve in convento, dove si illude di trovare risposta a quello che lei stessa chiama «bisogno di assoluto». Al medico che tenterà di curarla affiderà una riflessione interessante, nota ancora Craveri: mi sento colpevole, gli dirà la giovane suora, perché non ho saputo mettere a frutto sensibilità, intelligenza, quelle possibilità che ho avuto in sorte. Talenti bruciati sull’altare di un amore assoluto, totalizzante, quanto illusorio. «E aspettarsi da qualcun altro la soluzione della propria vita ci pone in una prospettiva profondamente sbagliata. Quella che Madame de Duras affida a Ourika -osserva Craveri – è una visione dell’amore straordinariamente moderna». A noi sembra di poter dire anche che qui affiora un tassello di quella articolata «patologia dell’amore» che una parte della critica letteraria ha visto rappresentata nei romanzi di Madame de Duras. Quasi che la scrittrice avesse tentato così di elaborare l’amore non corrisposto per un elegante quanto freddo gentiluomo di altri tempi che l’aveva sposata giudicandola un buon affare. O la passione per Chateaubriand, «un narciso che di fatto la sfruttava» stigmatizza Craveri. «Nel caso di Madame de Duras- puntualizza però la studiosa – si ha la tentazione di fare quello che non si dovrebbe mai fare: ovvero leggere in chiave biografica le storie che racconta nei suoi libri» . Piuttosto, sul piano squisitamente letterario, quella di Madame de Duras appare come una approfondita messa a fuoco di quella figura che Proust, in un racconto ad hoc, chiamerà L’indifferente.

Ma potremmo dire anche che nella fenomenologia (patologica) dell’amore raccontata da Madame de Duras balenano varianti del fantasma di Valmont, il protagonista de Le relazioni pericolose di Laclos. «Che non era propriamente un libertino come si dice» avverte Craveri. Piuttosto, spiega la studiosa, un superuomo lucido e narcisista. Provocando la pazzia e la morte della donna amata Valmont gela dentro di se ogni affetto ed emozione. «Uccide Madame de Tourvel per una sfida. Ma in questo modo- sottolinea Craveri- si suicida».

da Left-Avvenimenti 5 marzo 2010

Focusi sul libro Amanti e  regine il potere delle donne (Adelphi): Craveri nota che nel medioevo le donne, paradossalmente, erano più libere che nel rinascimento. Nel medioevo, scrive la francesista, le donne avevano libertà d’azione, compresa la possibilità di fare legalmente i più vari mestieri. La nuova concezione della famiglia che a partire dal XIV secolo sarebbe stata avvertita come il pilastro dello Stato, per le donne avrebbe cambiato in senso negativo molte cose. ” Nella società di Antico regime le donne sono sul piano giuridico e in tutta Europa delle cittadine di seconda classe- racconta Craveri a left-. Sono sotto un sistema patriarcale, non decidono della loro vita, del loro matrimonio.. Al contempo in Francia, soprattutto lì, in nome di una morale aristocratica che risale fino al medioevo e alla società cortese, le donne beneficiano di un amor cortese, di una attenzione da parte degli uomini che è un omaggio cavalleresco, la donna viene posta sull’altare e lei che l’elemento più fragile della società viene invece ammirata, sublimata, ecc. E nel ‘600 la donna viene posta al centro della vita mondana dove era lei a dettare legge. Questo rientra in una tradizione aristocratica francese che fa un po’ eccezione in Europa perché dopo la riforma protestante, nei paesi protestanti le donne vivono in una situazione di segregazione dei sessi. Nei paesi ultracattolici, come la Spagna e l’Italia ritroviamo lo stesso problema. Quindi nell’ Antico Regime, le mie amate regine e le donne in genere sanno difendersi perché hanno questa carta mondana, sociale. Ma questo finisce con la rivoluzione francese. La rivoluzione dichiara l’uguaglianza di tutti gli individui e la libertà di diritti di tutti e non fa distinzione di sesso. (individuo neutro, come voleva Cartesio sostendo l’idea di un’identità umana razionale e non individuata dal punto di vista sessuale ndr).Con l’Ottocento entriamo in un’epoca puritana, vittoriana anche in Francia e quindi quello che trionfa con la rivoluzione francese è il modello femminile di Russeau, la donna confinata nella sfera domestica, madre, moglie, virtuosa, i valori della castità, la riservatezza, il pudore … solo poche grandi signore possono disporre liberamente di sé ed avere una vita intellettuale e mondana. C’è in qualche modo un regresso della condizione femminile. E la storia del femminsmo moderno ci mostra storie diverse a seconda dei paesi. Nei paesi anglosassoni dove c’è la segregazione le donne acquisteranno pezzo a pezzo la loro uguaglianza, per quota, per piccoli progressi. In Francia il retaggio della rivoluzione , le donne, i movimenti femminili si riferiranno sempre ai diritti dell’uomo e rivendicheranno sempre il loro essere individui. E quindi vorranno tutto e arriveranno tardi dopo la seconda guerra mondiale al diritto universale, al diritto di voto ecc, ma vi arriveranno in colpo solo. In nome dei principi teorici della rivoluzione francese perché nell’Ottocento la condizione femminile è stata piuttosto di segregazione. E lì la morale cattolica, la Chiesa, ha pesato privilegiando questo modello femminile materno e virginale.

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L’Italia dei nuovi schiavi

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 1, 2010

Dopo Lavorare uccide, lo scrittore Marco Rovelli racconta la realtà dei clandestini sfruttati e poi messi proditoriamente fuori legge dal governo. Il primo marzo è sciopero degli immigrati in tutta la penisola per 24 ore.

di Simona Maggiorelli

Adrian Paci, Centro di permanenza temporanea

Mircea fa il pastore nel catanese. Lavora dalle cinque del mattino a notte, anche se piove tempesta. Per un tozzo di pane secco e una birra al giorno. Talvolta senza ricevere nemmeno la misera paga che gli spetta. Tanto Mircea non può protestare perché se perde quello straccio di lavoro, perde il permesso di soggiorno e lo rimandano dritto in Romania.
Marcus viene dalla Liberia e raccoglie pomodori nel foggiano per 20 euro al giorno. In una capitanata piena di aziende fantasma, dove i proprietari terrieri si «autoassumono come braccianti agricoli tramite un prestanome, registrandosi al lavoro a giorni alterni in modo da prendere anche il sussidio di disoccupazione». Tanto a faticare nei campi ci vanno quelli come Marcus, clandestini “invisibili”, senza diritti. Di loro ha bisogno il sistema mafioso di imprese che riciclano danaro sporco. Rosarno docet. Nel paese calabrese dove gli immigrati sfruttati e vessati dai razzisti rosarnesi hanno avuto il coraggio di alzare la testa, le cosche sono addirittura venti «e la famiglia Pesce, la cosca più potente del luogo, ha fatto pure l’impianto di condizionamento in chiesa parrocchiale» annota Marco Rovelli in Servi. Il paese sommerso dei clandestini al lavoro (Feltrinelli).

Ma di manodopera illegale, ci ricorda lo scrittore toscano, ha assoluto bisogno anche il ricco Nord che fa profitto con i cantieri edili e una fitta selva di subappalti che sfruttano il lavoro nero (in Italia ai più alti livelli d’Europa). E ancora. Dragan lavorava in nero per un italiano che aveva una baracca di gas per le auto. Un giorno c’è stato un controllo. L’italiano se l’è cavata con una multa, il serbo Dragan è finito in galera. Mohamed, invece, è finito direttamente al cimitero, è morto sotto le mura crollate di un rudere. «Il suo padrone- scrive Rovelli – che era un italiano pregiudicato, ha patteggiato la pena. Imputato di omicidio colposo in quanto era capocantiere. Pochi mesi».

Per la maggioranza dei cosiddetti sans papier il sogno di un lavoro e di una vita in Italia naufraga in un Cpt. Che oggi si chiamano Cie (ma la sostanza non cambia). «Il Cpt, l’alfa e l’omega del clandestino. La clandestinità -nota Rovelli – viene alla luce in una terra desolata che sradica ed espropria». Il Cpt annulla le persone fa notare un immigrato che si chiama Jihad al nostro autore in una delle tante tappe del suo lungo viaggio attraverso l’Italia di migranti e lavoratori sfruttati. Quello che va componendo da alcuni anni è un importante reportage dal vivo iniziato con Lager italiani (Bur) e, dopo il libro inchiesta Lavorare uccide (Feltrinelli), approdato ora alle brucianti pagine di Servi. «è la condizione clandestina in quanto tale che annulla le persone – approfondisce Rovelli in questo suo ultimo lavoro – e le rende disponibili alla soggezione». Non più soggetti di diritto in quanto esseri umani ma soggetti al padrone.

E proprio di scandalosa riduzione di clandestini in schiavi (e che tristemente non sembra scandalizzare la maggioranza degli italiani) scrive in queste 250 pagine che documentano, non solo attraverso numeri e rapporti ufficiali ma anche e soprattutto attraverso storie di migranti, la deriva politica e culturale dell’Italia di oggi. Dove il governo di centrodestra ha decretato che gli immigrati irregolari sono naturaliter criminali introducendo il reato di clandestinità.

Dove la legge Bossi-Fini ha fatto tornare le ronde di marca fascista. E la Turco-Napolitano (sic) impone che «per essere assimilato a una persona, parola che equivale a “cittadino”, un immigrato debba avere un contratto che nemmeno gli italiani riescono a ottenere».

da left-avvenimenti 1 marzo 2010

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