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Tina Modotti, artista pasionaria. Una storia ancora da scrivere

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 25, 2009

di Simona Maggiorelli

Tina Modotti,Bandolier, Corn, Sickle, 1927

Tina Modotti,Bandolier, Corn, Sickle, 1927

La vera storia di Tina Modotti deve ancora essere scritta. Nonostante le molte autorevoli biografie (in primis quella di  Pino Cacucci Tina, Feltrinelli) e i film che le sono stati dedicati.

Nata nel 1896 in una famiglia numerosa e povera di Udine, Tina fu, forse, giovanissima prostituta, poi operaia, teatrante dalla forte carica espressiva e, una volta sbarcata Oltreoceano in cerca di fortuna, attrice del cinema muto. Ma a Hollywood le parti da odalisca e femme fatale ,che le assegnavano per la sua straordinaria bellezza e lo sguardo malinconico, la stufarono presto. Si sentiva chiusa in una scatola. E come tante volte poi farà nella vita, si rimise in cerca. «Aveva una grande sete di conoscere, di sapere, di imparare», diceva di lei il fotografo Edward Weston che diventò il suo amante e la introdusse ai segreti della Graflex.

Ma entrando in contatto con i muralisti messicani e, a Città del Messico, frequentando Diego Rivera e i poeti del movimento estridentista, Tina maturò una forte passione politica. Impegno civile, militanza nelle file del partito comunista messicano, lavoro nella redazione di El Machete e al contempo l’esigenza profonda di trovare una propria cifra espressiva, originale. In questo esplosivo mix Tina Modotti, nell’arco di poco tempo divenne una delle più sensibili fotografe del primo Novecento, regalando alle sue opere un’intensità drammatica e poetica che ha pochi eguali.

Fra i campesinos e i rivoluzionari, i suoi scatti hanno il respiro di un epos potente, calmo, antiretorico. Semplici primi piani di mani di lavoratori, bambini al seno della madre, campi assolati in cui sabbia arida e sassi si trasformano in elementi di un paesaggio vivente e umano, un mare di sombreri nelle riunioni politiche in una piazza dalla forte carica pittorica. Dalle pareti della galleria Photology a Milano, dove fino al 13 novembre è aperta la mostra Sotto il cielo del Messico, e dal catalogo Photology (con testi di Cacucci) le stampe di Tina Modotti oggi ci vengono incontro, con penetrante immediatezza e autenticità. Con un calore che sembra mancare ai raffinatissimi scatti di Weston. Rifiutando l’euforia meccanicistica che la fotografia più progressista conobbe in Europa negli anni Venti e negli Stati Uniti un decennio dopo, Weston e Tina non avevano fatto della nitidezza delle immagini e dell’esattezza il proprio credo. In quegli anni i dettami della nuova oggettività europea imponevano che la registrazione dei fatti fosse esattissima. Mentre i costruttivisti che sposarono la rivoluzione rifiutavano l’opera d’arte individuale, «capitalista» per un’arte collettiva e popolare.

Tina Modotti

Tina Modotti

E perfino il filosofo Walter Benjamin arrivò a dire che «la creatività della fotografia è la sua abdicazione alla moda dell’espressività». E’ una strada di ricerca completamente diversa, invece, quella che sceglie l’irrequieta Tina Modotti, che passa da un amore all’altro, fedele solo al desiderio, e intanto si butta a capofitto nell’impegno politico e nell’arte. E mentre Edward Weston, dopo la separazione da lei, si darà a raffreddati esercizi formali, ritraendo nudi femminili come forme naturali, fiori e conchiglie, Tina cerca ancora di far risuonare il suo cuore nei ritratti. Stagliato contro il cielo, il profilo del rivoluzionario cubano Julio Antonio Mella è uno dei più intensi di questi anni. Ma dopo la pallottola stalinista che lo freddò mentre le camminava accanto, Tina cominciò a vacillare. E’ la fine di un grande amore e insieme il crollo di un grande ideale. Nel 1942, dopo vari anni spesi a lavorare oltre la cortina di ferro, Tina Modotti fu trovata morta in un tax a Città del Messico. I veleni della Russia stalinista, da cui aveva sperato di poter scappare, erano riusciti  a raggiungerla e a spezzarla.

da Left-Avvenimenti

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Ignazio Marino, la partita è ancora aperta

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 25, 2009

di Luca Bonaccorsi e Simona Maggiorelli

Ignazio Marino

Ignazio Marino

Da medico ha permesso di fare chiarezza sul caso Englaro. Poi politicamente era inciampato sulla “questione morale” dello stupratore romano. Ma il chirurgo “americano”, il cattolico laicissimo, non si è scoraggiato e ha continuato a battersi. E non dà segni di voler cedere il passo.
Bersani oggi sembra avere la vittoria in tasca. La struttura del vecchio Pci sembra reggere e l’Opa sulla Margherita, l’operazione Pd, riuscire. Che segretario crede sarà?
Fossi in lui non sarei così sicuro. Il 25 ottobre, col voto alle primarie, il risultato potrebbe sorprendere. Bersani è vincente su 300mila votanti nei circoli. Non ci vuole uno scienziato per dire che i 4 milioni di persone, che mi auguro voteranno alle primarie, potrebbero esprimere un voto diverso. Comunque, se dovesse vincere speriamo faccia un partito inclusivo e non solo di una parte. Spero che pensi a un Pd laico, democratico e di sinistra. Che attragga le forze laiche che vogliono un Paese moderno.

I sondaggi la danno terzo. In tempi di “voto utile”, perché dovrebbero scegliere lei?
Perché sono l’unico che può dire dei sì e dei no. Chiari. Ed è importante perché il Pd deve avere un’identità. Pensate alla recente questione dei respingimenti in mare: il Pd rispose con tre posizioni diverse. Ma come fa un elettore a capire “cosa” vota, così? Noi siamo chiari e netti: no al nucleare, sì alle rinnovabili, no ai respingimenti, sì alle unioni civili, eccetera.
Se vince Bersani usciranno dal Pd i cattolici integralisti alla Binetti/Rutelli per formare un nuovo centro?
Non credo. Sono io quello incompatibile con personaggi come la Binetti, che ha già annunciato la sua uscita nel caso vincessi. Non ha mai detto che lascierebbe il Pd con Bersani. Comunione e liberazione ha appoggiato spesso Bersani, mai il sottoscritto. Bersani ha dalla sua gente come Letta che sul biotestamento vota con Berlusconi.
Cosa pensa del “grande centro cattolico” di Casini?
Non disturberebbe il Pd di Bersani che ha una visione anni 80, quella in cui le segreterie dei partiti fanno accordi e alleanze sulla testa degli elettori. Io immagino un Pd grande e aperto. In queste settimane ho incontrato un numero incredibile di persone che mi hanno detto: «Ero dell’Idv o socialista o repubblicano, mi sono iscritto al Pd per sostenerla». Lo fanno per la mia visione laica dello Stato. Il partito che immagino porta dentro di sé tutte queste energie e risorse. Io vorrei dentro i Socialisti, i Radicali.

Nella corsa per la segreteria c’è chi ha detto che la laicità “non basta” per dirigere un partito. La sua risposta è stata che la laicità è qualcosa di più ampio.
Conosco il sarcasmo su di me. Ma in questa campagna elettorale sono l’unico che ha sollevato con costanza temi come il diritto di cittadinanza per un bambino che nasce sul suolo italiano, il contratto unico di lavoro a tempo indeterminato con salario minimo garantito, il reddito di disoccupazione, il no al nucleare, la tutela dell’ambiente, la questione delle energie rinnovabili. Tante questioni puntuali su problemi che le persone oggi avvertono come importanti, a partire dal lavoro e dalla crisi economica. La questione della laicità non è il solo tema della nostra mozione. E poi la laicità non è solo un obiettivo, ma un metodo

In che cosa consiste un“metodo laico”?
Metodo laico significa che, quando si affronta un problema, ci si siede tutti intorno a un tavolo con l’idea che non si è portatori della verità. Vuol dire praticare il dubbio, cambiare idea. Dopo la discussione, “laico” significa impegno a sostenere con lealtà la linea che si è decisa insieme. Questo, fino a oggi, nel Pd è mancato.
Nel suo libro appena uscito per Einaudi Nelle tue mani scrive che il progresso della scienza oggi apre una sfida epocale. Ma norme come la legge 40 o il ddl Calabrò sul testamento biologico, in via di approvazione, legano le mani al medico, impedendogli di ricorrere alle terapie che ritiene più opportune.
Un medico oggi si trova ad affrontare sfide che prima non esistevano. Non solo la politica, ma tutta la società deve prepararsi a nuovi interrogativi. Ed è un bene, perché sono legati al fatto che la scienza e la tecnica stanno progredendo in modo straordinario. Rispetto al passato oggi disponiamo di tecniche che ci permettono di curare malattie che, solo quarant’anni fa, ci avrebbero fatto allargare le braccia rassegnati. C’era un solo modo per venire al mondo, si poteva fare poco per una coppia che aveva problemi di infertilità. Pochissimo si poteva fare se una persona smetteva di respirare o smetteva di nutrirsi. Oggi, per fortuna, esistono delle tecnologie che ci permettono di salvare tante vite. L’aspettativa di vita di una donna nata nel 1900 era di 45 anni, quella di una bambina del 2009 è quasi di 85 anni, una differenza straordinaria. Dovremo essere preparati a rispondere agli interrogativi di natura etica che il progresso della tecnica e della scienza ci pongono. Già oggi ci sono quelli che riguardano la ricerca sulle staminali, la possibilità di far nascere un bambino sano da una coppia che abbia delle malattie trasmissibili geneticamente. Sono le sfide intellettuali e culturali della nostra modernità.
Ma un Parlamento può dare delle risposte su questi temi a prescindere da ciò che dicono i medici?
Un Paese può decidere di non darsi una legge su una materia, ma quello che non può fare è darsi una legge che riguarda la scienza e la sanità senza tener conto dell’opinione scientifica e dell’opinione dei medici. Un’ovvietà? Non nel nostro Paese.
«Il dovere del medico – scrive nel nuovo libro – è non accanirsi. Deve sapersi fermare quando non c’è più nulla da fare anche se questo provoca sconforto». Ma lei racconta anche di una ragazza anoressica che rifiutava l’alimentazione artificiale. Un caso ovviamente del tutto diverso da quello di Welby e ancor più da quello di Eluana. Che cosa potremmo dire riguardo alla sospensione di terapie in questi tre casi?
Tre casi assolutamente differenti. Piergiorgio Welby, dopo molti anni di assistenza con un respiratore automatico, essendo arrivato a un punto in cui non poteva più nemmeno controllare la tastiera di un computer, dopo aver riflettuto e discusso tanto, dopo aver scritto una lettera al presidente della Repubblica piena di riflessioni profonde, decise di non avvalersi più di una tecnologia che riteneva “sproporzionata”. Anche senel Pd in molti, come Rosy Bindi e Paola Binetti, hanno detto che era eutanasia io penso invece che fosse un caso di libertà di scelta rispetto a una terapia. Una persona deve avere il diritto di scegliere se vuole utilizzare una terapia oppure no, l’esistenza di una tecnologia non deve costituire l’obbligo a usarla, come vorrebbe questo governo di destra con la legge sul biotestamento; una legge che rende obbligatorie idratazione e alimentazione artificiale a tutte le persone che entrano in uno stato di incoscienza. Welby era in una situazione in cui poteva e aveva il diritto di accettare o rifiutare le terapie. Una giovane donna anoressica che rischia di morire perché non si nutre è in una situazione diversa, perché ha un problema di natura psichica che dovrebbe essere affrontato con tutte le risorse possibili, aiutandola a superare la malattia. Qui bisogna usare tutto ciò che la medicina mette a disposizione per convincere la persona a curarsi. Comunque, non credo che una persona debba essere obbligata a una terapia. Per esempio non penso che una persona anoressica o un testimone di Geova che rifiuta una donazione di sangue per motivi religiosi debbano essere curati forzatamente.
Ma per certi casi è previsto il trattamento sanitario obbligatorio. E se Welby non poteva essere curato, e la morte sarebbe comunque sopravvenuta di lì a poco, diverso è il caso della ragazza anoressica che poteva essere curata con una terapia psichiatrica.
Io non sono uno specialista di malattie psichiche e nel libro scrivevo appunto della mia frustrazione di chirurgo, nel non saper aiutare qualcuno che volevo aiutare con tutto me stesso.
La Cei, il papa ed esponenti della Chiesa intervengono quotidianamente nel dibattito pubblico italiano su questioni bioetiche e sulle leggi. Ruini ha più volte ripetuto che la visione dell’uomo espressa dalla religione cattolica è un’antropologia e descrive la verità dell’uomo. Lei da medico cosa ne pensa?
Dal tempo di Galileo abbiamo appreso che tante verità sono relative.Da credente mi sento di dire che c’è una differenza fra la dottrina rivelata, le parole che può aver pronunciato Gesù e l’interpretazione che il mondo scientifico dà della natura; interpretazione che evidentemente evolve sulla base della nostra conoscenza. In altre parole io non credo che costituisca un problema il fatto di ambire a una conoscenza che si sviluppi continuamente. Un passo della prima lettera di San Paolo agli apostoli dice: «Conoscete come sarete conosciuti». Anche nella tradizione cristiana la conoscenza viene indicata per l’umanità come un bene supremo e quindi penso che conoscere di più ciò che ci circonda non debba mai costituire un problema. Semmai il problema può nascere dal modo in cui decidiamo di disporre di quella conoscenza.
Allora prendiamo l’esempio concreto del papa che in Africa scoraggia l’uso del preservativo. In un contesto in cui potrebbe salvare milioni di vite. Come commenta quelle prese di posizione che fanno inorridire i laici?
Non è mio costume commentare le affermazioni del papa. Per me non c’è contraddizione tra scienza e fede. Da medico, per me la risposta a certi quesiti è chiara. Ma capisco anche che nella Chiesa su molte questioni c’è un dibattito aperto.
Eppure gli esempi di contrasto tra scienza e religione abbondano. Prendiamo la disputa sulla natura dell’embrione, se questo sia o no persona. I medici, anche alla luce delle più recenti scoperte psichiatriche e di neonatologia, sanno ormai che solo intorno alla 24esima settimana il feto sviluppa una “possibilità” di vita autonoma, ma che solo alla nascita si attiva il cervello, nasce il pensiero, e si può parlare finalmente di persona. Lei, da medico, cosa ne pensa?
Voi tirate in ballo questioni complesse che riguardano la scienza, la filosofia, la religione e i rapporti tra queste. Direi solo che all’interno della comunità scientifica ci sono ancora posizioni diverse sul tema. Personalmente io non mi sento di immaginare una nuova vita se non c’è nuovo Dna. Per me le cose cambiano dal momento in cui avviene la fusione dei patrimoni genetici.
Ma questo accade prestissimo. Vuol dire di fatto che l’aborto è un omicidio.
Io credo che l’aborto sia sempre un dramma per una donna. E che si debba fare il possibile per evitarlo. Ciò detto, è fuori di dubbio che uno Stato laico deve avere una legge sull’aborto. Io mi sono laureato negli anni 70, prima che fosse legale. Ricordo bene le donne che arrivavano in ospedale distrutte dalle mammane. Non possiamo certo tornare a quelle aberrazioni, la salute delle donne è più importante.

da Left-Avvenimenti 25 settembre 2009

Il nostro diritto di scegliere

Qando aveva 36 anni Ignazio Marino era un chirurgo del centro trapianti di Pittsburgh e aveva 50 medici, infermieri e tecnici da coordinare per rispondere alla disponibilità improvvisa di un organo. «Nei trapianti – spiega Marino – non basta la perizia del chirurgo. Deve funzionare al meglio anche la macchina organizzativa». Ma quella notte del 1991, quando arrivò la telefonata, Marino aveva già molte ore di lavoro sulle spalle e non c’era chi potesse sostituirlo in sala operatoria. «Che fare? – si domandò – Avrei dovuto rinunciare a un organo e alla possibilità di salvare la vita di un paziente?» Così alle quattro decise di far arrivare in ospedale il paziente che, rispetto agli altri, era in condizioni complessive migliori, non sentendosi la forza e la lucidità per casi più complessi. La mattina dopo, ricorda Marino nel suo nuovo libro Nelle tue mani (Einaudi) lo tormentava il pensiero di aver scelto un malato piuttosto che un altro in base a fatti personali. Fu il direttore del Centro trapianti a dirgli: «Ma ti sei visto in faccia? Se tu avessi deciso di operare un paziente grave, in una situazione così complicata, non gli avresti salvato la vita comunque».
Scienza e rapporto con la realtà. Idee chiare e responsabilità di decidere. Queste cose fanno parte ogni giorno del lavoro medico. Nel libro che il senatore del Pd presenta a Torino spiritualità il 27 settembre (in Palazzo Carignano alle 18) di casi in cui un chirurgo si trova necessariamente solo nel decidere ne racconta molti. Interrogandosi su quale sia il confine che, in una terapia, un medico non può comunque valicare. Alla luce della sua esperienza di  chirurgo e dopo due anni di appassionata battaglia a favore di una legge sul biotestamento, oggi Marino ribadisce che «la volontà della persona circa le terapie a cui sottoporsi o meno deve essere rispettata». Salvaguardando il diritto di autoderminazione. Un diritto minacciato dal ddl Calabrò approvato dal Senato e in discussione alla Camera. Un testo di legge che, come ha più volte denunciato, va contro la letteratura scientifica considerando idratazione e alimentazione artificiale come sostegni vitali e non come terapie mediche. Ma forse, avendo a cuore una legge progressista sul biotestamento, il legislatore dovrebbe prestare orecchio anche agli psichiatri che avvertono: bisogna non sottovalutare la possibilità che il rifiuto delle terapie da parte del paziente sia legato a una patologia mentale.

dal quotidiano Terra 25 settembre 2009

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Ru486. L’attacco del governo all’Aifa

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 25, 2009

La pillola abortiva Ru486 è di nuovo  nel mirino del Vaticano e dei suoi sodali  in Parlamento. Con un’interrogazione  al ministro Sacconi il senatore Calabrò
va contro l’Agenzia italiana del farmaco.  Sulla base di un’inchiesta piena di grossolane inesattezze. Smascherate da Silvio Viale

di Federico Tulli

Quando c’è da fare bella figura con le gerarchie vaticane non si può certo dire che il senatore Raffaele Calabrò se ne stia con le mani in mano. Specie se questo può condizionare la libertà di scelta dei cittadini italiani. Del noto disegno di legge sul testamento biologico (che porta il suo nome) infarcito di commi antiscientifici, attacchi al costituzionale diritto all’autodeterminazione, nonché all’identità medica, left se ne è occupato a più riprese (e non smetterà di farlo dal momento che dopo l’approvazione al Senato ora è in discussione alla Camera). Oggi a mantenere viva la nostra attenzione sulle crociate del senatore pidiellino è un’interrogazione parlamentare rivolta al ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, firmata con i colleghi di partito Michele Saccomanno, Laura Bianconi e Luigi D’Ambrosio Lettieri. A finire sotto la lente dei solerti senatori è l’autorizzazione al commercio del farmaco abortivo Ru486 rilasciata il 30 luglio scorso dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Lo spunto, si legge in una nota dei parlamentari Pdl, è fornito dalle «notizie riportate dalla rivista Tempi del 10 settembre scorso, secondo cui una donna avrebbe abortito due anni fa utilizzando la Ru486 con esperienze drammatiche sia dal punto di vista fisico che emotivo». Saccomanno, Bianconi, Calabrò e D’Ambrosio Lettieri hanno quindi chiesto al ministro «se sia a conoscenza di episodi simili e, in caso affermativo, l’epoca a cui questi si riferiscono. Inoltre se, in caso affermativo, siano stati presi in considerazione gli eventi avversi provocati dall’assunzione della pillola non all’interno di strutture ospedaliere, e quali siano state le valutazioni tecnico scientifiche. Infine se e in quali modi il ministero ritenga opportuno intervenire al fine di tutelare la salute delle donne in seguito alla libera commercializzazione della pillola Ru486». Strane domande. Se c’è un’autorizzazione al commercio è perché l’organo tecnico scientifico deputato a rilasciarla (vale a dire l’Aifa) ha già ottenuto risposte esaurienti proprio a quesiti del genere, tra l’altro al termine di un iter investigativo che definire biblico è un eufemismo. Questa delegittimazione dell’Aifa ha del clamoroso e in teoria basterebbe ricordare che la Ru486 è dal 2005 nella lista dei farmaci essenziali dell’Oms. Ma non è tanto questo ad averci spinto a verificare alla fonte la causa delle preoccupazioni dei senatori della destra.

Nell’inchiesta che sbandierano ne abbiamo scoperte delle belle. Andiamo per ordine. Ciò che subito colpisce è il titolo della storia di copertina dedicata alla Ru486: L’incubo dell’aborto facile. Decisamente simile a quello di un libro scritto contro lo stesso farmaco dalla collega di partito dei quattro politici, nonché sottosegretaria di Sacconi con delega alla bioetica, Eugenia Roccella: La favola dell’aborto facile. Poca fantasia giornalistica o ci dobbiamo insospettire? D’accordo, forse è un caso. E si tratta “solo” della solita coltellata sferrata dai pasdaran del Vaticano nei confronti della sensibilità e intelligenza femminile. Come se decidere di abortire fosse una passeggiata primaverile. E può essere un caso anche il catenaccio in apertura di articolo che recita: «Da sempre favorevole all’aborto, oggi Mara racconta il suo dramma. “Perché è ora che si indaghi su quello che succede negli ospedali”». In pratica lo stesso input che Calabrò&co. formulano a Sacconi. Poi dicono che le istituzioni non sono vicine ai problemi della gente. È ora che si indaghi, dicono. E l’Aifa che avrebbe fatto per anni?

Ma passiamo oltre ed entriamo nel merito dell’interrogazione e quindi nei contenuti dell’articolo che l’ha “provocata”. Diciamo subito che le inesattezze di ogni genere (scientifiche, statistiche, mediche e così via) sono talmente tante che di alcune nemmeno parleremo e che per mantenere salda la bussola abbiamo chiesto l’aiuto del ginecologo Silvio Viale, il medico che nel 2005 dopo una lunga battaglia avviò la sperimentazione dell’aborto farmacologico in Italia. Tale “colpa” gli è valsa una citazione su Tempi ed è per questo, oltre che per la sua competenza, che lo abbiamo interpellato. A lui chiediamo se è vero come sostiene il settimanale (e come più volte ha detto la Roccella) che «nel mondo si contano 29 decessi seguiti all’assunzione della pillola». Viale freme: «Certe affermazioni possono esser buone per far polemica, ma non reggono il confronto scientifico. Chi imputa alla Ru486 quei decessi evidentemente non sa, o evita di dire, che si tratta solo di segnalazioni di casi di varia origine per i quali non si è evidenziato alcun nesso causale». Il ginecologo porta l’esempio dell’influenza A-H1N1: l’Oms ha calcolato una mortalità dello 0,5 per mille dicendo “no panic”. E difatti tutti sentiamo in questi giorni il viceministro Fazio ripetere: niente panico. «Se fosse verificato, e non lo è, che quelle morti sono da imputare alla Ru486, calcolando i soli aborti che avvengono negli Usa, il tasso di mortalità sarebbe 0,5 ogni 100mila – spiega Viale -. Una percentuale talmente irrisoria non richiede alcuna precauzione. È pari al rischio di morire colpiti da un fulmine in una giornata di sole». Perché il dato non è verificato? «Perché per poter stabilire un rischio di 0,5 su 100mila e fare una statistica aderente alla realtà occorre una casistica di qualche miliardo di aborti. Quindi quelle che la stampa e Roccella tramutano in decessi sono solo segnalazioni che nessuna agenzia scientifica o società farmacologica prende sul serio. Tra l’altro è noto che quel dato comprende anche morti per gravidanze extrauterine, che con la Ru486 non c’entrano nulla. Il paradosso è che la Exelgyn, produttrice della pillola, nel corso di una sorta di interrogatorio ministeriale condotto da Assuntina Morresi che con Roccella firma La favola dell’aborto facile, si è sentita chiedere conto anche di un decesso imputabile ad altro farmaco». Tornando all’interrogazione facciamo notare a Viale che i senatori si preoccupano del fatto che la donna intervistata ha utilizzato «la Ru486 con esperienze drammatiche sia dal punto di vista fisico che emotivo».

Colpa del Cytotec, il medicinale che viene somministrato in seconda battuta per favorire le contrazioni. «Un farmaco – scrive il settimanale – sconsigliato dalle autorità sanitarie mondiali come farmaco abortivo per via dei gravi effetti collaterali». «Sconsigliato? Semmai è vero il contrario», chiosa il ginecologo. «L’Oms sta conducendo degli studi sull’aborto fatto solo con il Cytotec per aiutare i Paesi poveri. È un medicinale sicuro e ha il vantaggio di costare pochissimo (4 centesimi a pillola) e di poter essere conservato a temperatura ambiente». La donna intervistata racconta poi che ha espulso il feto a casa rischiando di svenire mentre usciva dall’ospedale. «Certe interpellanze screditano solo chi le presenta», osserva il ginecologo. «Nessuno ha mai negato che le donne escono dall’ospedale dopo aver preso la Ru486. Dove sarebbe la novità? Sono io medico ad assumermi la responsabilità che la signora vada a casa nel pieno rispetto dell’aspetto scientifico e anche legale. Perché l’intervento abortivo si fa in ospedale, mentre le conseguenze hanno un andamento successivo. La legge è un impianto tecnico e in Italia è rispettata alla lettera. Ma questi signori dimostrano di non conoscere la 194 di cui tanto parlano. Senza contare che nel caso riportato da Tempi vi sono molti aspetti inverosimili». E poco importa se il tempo dedicato a ingarbugliare questioni già risolte è pagato con i soldi dei contribuenti.

Intanto il Partito democratico ci mette del suo: la parlamentare Dorina Bianchi ha pensato bene di dare il proprio assenso all’indagine parlamentale sulla Ru486 voluta dal centrodestra. “Un’inchiesta parlamentare non si nega a nessuno! dichiara la Gelsomina Bianchi alla stampa.  quando da medico oltrechè da parlamentare dovrebbe ben sapere che la RU486 più che sperimentato, essendo stato adottata nei paesi occidentali da più di venti anni. Forse è utile ricordare che la mitica Dorina votò a favore della legge 40. Ma perché e la capogruppo Finocchiario in modo particolare l’ hanno sponsorizzata perché assumesse il ruolo che è stato del senatore Marino nella Commissione Sanità?

da left-Avvenimenti del 25 settembre 2009

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Jean Luc Nancy: L’Italia sulla china della teocrazia

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 25, 2009

di Simona Maggiorelli

Avec francese, cum latino ma anche mit tedesco. Sono alcune delle facce del con, inteso come rapporto fra io e l’altro (e gli altri), al centro dell’ultimo lavoro del filosofo francese Jean-luc Nancy presentato in piazza a Sassuolo per Festivalfilosofia. Un lavoro in cui si ritrovano chiari rimandi ai suoi libri precedenti ma anche una più netta presa di distanza dai temi tipici del decostruzionismo (di cui insieme a Derrida Nancy è stato l’iniziatore) e una più sottile e articolata critica a Heidegger. Anche se proprio da un passaggio di Essere e tempo prende avvio la riflessione sull’avec. «Hedeigger parlava di “essere con” e scriveva che il “con” è una parte essenziale dell’esserci. Il “con” per lui non era un attributo supplementare. Anche se in Essere e tempo , a dire il vero, non gli dedica che poco spazio.
Per lei l’avec è la condizione del senso?
Apre al senso. Anche se non è di per sé il senso. Non c’è senso per una persona sola. Io posso starmene da solo, pensare, scrivere. Ma non è solitudine totale come accadrebbe se gli altri non esistessero. L’assoluta solitudine non esiste. è impossibile pensare dio senza il mondo. O meglio: è impossibile pensare dio assolutamente.
Al “con” come radice della moderna democrazia lei ha dedicato un saggio piuttosto forte, inusuale, uscito in Italia per Cronopio.
Ho scritto che la politica non è il luogo della verità (del senso). La stessa parola politica è stata abbastanza abusata e violentata. Nella Grecia di Platone la politica indicava il senso della comunità. Ma quella concezione che troviamo espressa in Politeia coincideva con una sorta di religione civile. In seguito la parola politica ha acquisito un significato completamente diverso dalla religione. Di più: è diventata ciò che si oppone alla religione. Oggi non abbiamo più religioni civili. Non possiamo più metterci a parlare del destino dei popoli. La democrazia si rapporta all’uomo. E non c’è mai stata una religione civile democratica. La democrazia non si rapporta a un valore assoluto metafisico.
Fin qui la pars destruens. Per lei cosa è la politica?
La politica riguarda la sfera del privato di ciascuno di noi. Deve preservare l’accesso delle persone alle sfere della produzione di senso: deve poter permettere alle persone di incontrarsi, di leggere, di conoscere, di fare letteratura, arte e tutto ciò che può concorrere alla propria realizzazione come persona. Certo, la mia non è una riflessione in senso stretto sul “che fare” dal punto di vista dell’azione. Ci saranno senz’altro buoni mezzi per togliere la poltrona a Sarkozy o a Berlusconi, ma in questa sede ci deve interessare un pensiero valido sulla politica. E devo dire che non sono d’accordo con quanti sostengono che la politica sia la risposta a tutto. In questo modo non si arriva da nessuna parte
Lei ha detto che la sinistra è malata. Perché?
Perché è ancora malata di ideologia. Il comunismo era la verità. Era una specie di religione civile. Ora il comunismo non esiste più come orizzonte e la sinistra deve darsi una nuova definizione, un nuovo volto. Intanto cominciando da alcune parole chiave. Una di queste è “ giustizia”: cosa si intende oggi a sinistra per giustizia? è tutta da costruire, da inventare.
La parola laicità, specie per la sinistra italiana, è un’altra parola chiave?
La Chiesa è la grande peccatrice. Per il fatto che indice crociate e uccide. Lo ha sempre fatto e non solo in Italia. Da un punto di vista politico la situazione italiana mi fa venire in mente l’Iran o Israele. Ma per altri versi anche gli Stati Uniti dove gli evangelici fanno campagne feroci contro l’aborto. Ma come accennavo poco fa la democrazia nasce quando avviene la separazione fra Stato e Chiesa. La laicità è la precondizione della democrazia.
Nel declinare il tema dell’io e del rapporto con l’altro al festival si è parlato molto anche di migranti. Come legge le “politiche dei respingimenti”.
Li trovo assurdi. I migranti sono portatori di una potenza “vitale” e contaminante nella nostra società. Si fa un gran parlare delle radici dell’Europa ma fra cinquant’anni non sarà più quella di oggi, avrà un volto culturale interamente nuovo. E oggi a sentire quelli che si scagliano contro l’immigrazione e che cercano di ostacolarla con leggi xenofobe e assurde mi sembra di leggere chi alla fine dell’impero romano scriveva di crollo dell’impero e della civiltà e non vedeva che accanto alla distruzione c’era un nuovo che stava nascendo.
Nel suo approccio filosofico al tema del rapporto fra uomo e donna lei ha parlato della centralità del corpo, come fusione di fisico e psichico, perché questa scelta lessicale “retro”?
In realtà corpo oggi è una parola un po’ imbarazzante: si parla molto di intelligenze artificiali, di chirurgia estetica e di body building. Quest’ultimo, per esempio, è un modo per trasmettere un’idea di bellezza, di forza. Ma non è molto interessante. Così si tende a pensare il corpo come pura materialità. Lo stesso può accadere leggendo male alcuni progressi della medicina. Io stesso ho subito 19 anni fa un trapianto di cuore. E trovo assai piacevole vivere fino a 60 anni con un cuore nuovo, piuttosto che morire a 40 anni. Ma non è il numero di anni vissuto che fa il senso di una vita. Altrimenti valuteremmo la vita come quantità e non come qualità. Ed è profondamente sbagliato. Non bisogna tenere in vita le persone quando fosse solo vita biologica. Né bisogna soffrire né far soffrire inutilmente. Tornando alla sua domanda mi viene in mente ciò che diceva Aristotele: l’anima è la forma del corpo organizzata, mi pare interessante. Anche se dio è morto e con lui anche la parola anima. Nietzsche cominciò a parlare del corpo in modo diverso, lontano da Cartesio che ne parlava in termini solo meccanicistici.
Il corpo è la presenza stessa della persona. In quanto sensibile e capace di sentimenti, che si apre al senso nel rapporto con l’altra. La sessualità è il rapporto dei rapporti. Un corpo insensibile, per me, non ha alcun significato.

IL PERCORSO FILOSOFICO
Il rapporto fra uomo e donna, il corpo, il sentire. Jean-Luc Nancy in fuga da una sophia che è solo sapere astatto.
Mai come nell’ultimo anno si è assistito a un proliferare di pubblicazioni in Italia del filosofo francese Nancy: saggi di suo pugno come il recentissimo Sull’amore (Bollati Boringhieri) e come il denso Indizi sul corpo, (il testo con cui la casa editrice Ananke ha inaugurato una collana editoriale diretta dal filosofo Marco Vozza). Ma anche volumi a più mani come Verità della democrazia pubblicato da Cronopio (recensito su queste pagine da Filippo La Porta). E ancora, conferenze che Nancy ha tenuto in giro per il mondo e che il filosofo emerito dell’università di Strasburgo ha mandato alle stampe conservando, solo con qualche piccola correzione, il testo della ragistrazione. è questo il caso, per esempio, del volume M’ama, non mi ama (Utet) in cui Nancy affronta il tema cercando di indagarne gli aspetti taciuti dalla storia della filosofia ma anche affrontando ilema della «crisi dell’amore», inteso come matrimonio, come famiglia. Dimensioni sociali che mostrano la corda e che diventano sempre più obsolete di fronte alle scelte delle giovani generazioni che in Francia scelgono la convivenza e forme non istituzionali di vivere il rapporto di coppia. Ma quella di Nancy ovviamente non è un’indagine sociologica e, in una scrittura che conserva echi del parlare a braccio, emergono confronti con temi come immaginazione, desiderio, identità, sessualità, narcisismo, eternità declinati di volta in volta su sollecitazione dei giovani che partecipano alla conferenza. Con una modalità dialogica che cerca di evitare l’astrattezza filosofica ma che in certi passaggi rischia di arenarsi nell’ovvio.

da left-Avvenimenti 25 settembre 2009

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