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Macbeth d’Arabia

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 19, 2012

Andrea Battistoni

Andrea Battistoni

«La musica di Verdi è universale, travalica i confini», dice il Maestro Andrea Battistoni che ha diretto il Rigoletto in Oman. E a gennaio sarà sul podio del Teatro Carlo Felice di Genova per un nuovo allestimento del Macbeth

di Simona Maggiorelli

Dopo “gli anni della galera”, di lavoro  matto e disperatissimo, «Macbeth fu l’opera di svolta per Giuseppe Verdi» racconta il Maestro Andrea Battistoni (classe 1987) che dal 19 gennaio dirigerà al teatro Carlo Felice di Genova proprio questo titolo verdiano: il decimo per il giovane direttore d’orchestra veronese da quando, nel 2010, salì sul podio del  teatrino di Busseto per Attila.

«Con l’exploit di Nabucco, Verdi aveva innervato la tradizione del belcanto della sua energia di grande compositore pur restando nell’alveo della tradizione», rileva Battistoni. «Ma nel 1847 con Macbeth comincia davvero una grande ricerca nel linguaggio operistico». I personaggi, derivati da Shakespeare, nell’opera «non sono più delle marionette, un pretesto per ascoltare i virtuosismi del cantante, ma cominciano a essere indagati nella loro psicologia. E questo – spiega Battistoni – si traduce in una tinta orchestrale che non è più semplice accompagnamento ma è atmosfera scura e drammatica. Non c’è più il nobile coro del popolo del Nabucco ma il coro delle streghe. Che Verdi caratterizza in maniera grottesca, spaventosa, coinvolgente. I protagonisti shakespeariani vengono vestiti di una musica del tutto nuova e profonda».

In linea con le intuizioni di Shakespeare, Verdi voleva una Lady Macbeth «brutta e cattiva». Con «una voce aspra, soffocante, acuta…» .

Lady Macbeth è un personaggio sfaccettato, ha un’anima doppia, fredda, calcolatrice, malvagia. Non è più un’eroina come Abigail, tutta di un pezzo, ma ha un colore veramente tragico. Perciò necessita di una vocalità potente, drammatica, chiamata a effetti di grande difficoltà. Dall’altro lato, però, Lady Macbeth entra in scena leggendo una lettera. Non con voce da cantante, ma d’attrice. È il segno che Verdi vuole dare al personaggio per legarlo da subito, a quello shakespeariano.

Ha diretto Verdi anche in Oman. Come ha reagito il pubblico di Muscat?

La musica di Verdi, come quella di Puccini e di Rossini, può essere un viatico importante per entrare in questo linguaggio internazionale che è la lirica. Le opere più popolari possono parlare sul piano dell’emozione, coinvolgere, trasportarci in un mondo altro che poi è la bellezza del mondo musicale. A Muscat ho potuto constatarne la forza: l’unione perfetta della voce con la scena, con l’azione, se la regia è fedele non tanto all’ambientazione e all’epoca storica quanto al movimento della musica, genera un’opera d’arte che può toccare qualsiasi pubblico, di ogni estrazione musicale e provenienza. L’Oman ha una tradizione musicale diversissima dalla nostra. La risposta è stata molto bella. Anche se un po’ sorpresa.

In che senso sorpresa?

L’Oman è un Paese dove le donne vanno al mare coperte e separate dagli uomini, vedere il duca di Mantova in Rigoletto che seduce ragazzine illibate a destra e a manca ha suscitato qualche mormorio. Però poi è la potenza della musica, l’universalità delle emozioni che suscita, ad andare oltre anche alle convenzioni sociali. Verdi, coraggiosamente portò uno storpio in scena con Rigoletto, una prostituta con Traviata, andando a scardinare i pregiudizi. E ci colpisce profondamente. Ha un linguaggio internazionale che travalica i confini.

Dalle lettere di Giuseppe Verdi, di cui Einaudi ora pubblica un’ampia scelta, che immagine emerge?

Sono la testimonianza di un uomo, a mio avviso, straordinario. Verdi veniva dalla provincia più provinciale e contadina. Ma aveva il senso del lavoro, era disposto a sporcarsi le mani, a misurarsi. Fu uno dei compositori più longevi. Ed ebbe una evoluzione che conosce pochi paragoni. Quasi stentiamo a riconoscere la sua mano fra la prima opera e l’ultima, Falstaff. Vedo un grande segno di vitalità in quel suo non pensare mai di aver trovato il proprio linguaggio definitivo ma continuare a lavorare per togliere il superfluo e aggiungere più possibile sostanza. Con la sua continua ricerca e il suo non accontentarsi ha fatto un grandissimo regalo a tutti noi.

dal settimanle left-avvenimenti

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Sindbad e i tesori omaniti

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 15, 2012

Dall’antico porto di Sumhuram partivano incenso, reaffinate ceramiche e sculture. Campagne di scavo dell’Università di Pisa portano nuove conoscenze sulla storia di questa cosmopolita area dell’Arabia Felix

 

di Simona Maggiorelli

 

Oman, cammelli attraversano una laguna in Salalah-Dhofar

Sulle orme di Sindbad il marinaio, l’anti Ulisse per eccellenza, che diversamente dal fedele marito di Penelope, cedeva alla bellezza femminile in ogni porto. (Salvo poi darsela a gambe se le usanze locali prevedevano che gli sposi fossero sepolti insieme qualora uno dei due morisse)

Di Sindbad, come è noto, narrano le Mille e una notte, immaginando che, partito da Bassora, come tanti marinai delle epoche più antiche, il  leggendario marinaio  fosse arrivato alla costa più meridionale della penisola araba e da lì salpato alla conquista dei sette mari, lungo le rotte che secoli dopo sarebbero state di Marco Polo.

Da sempre legato alla tradizione alla navigazione e alla vita portuale l’Oman, che nei testi mesopotamici era indicato come Magan, è la punta estrema di quella che fu l’Arabia Felix come la chiamavano i romani che da queste terre, soprattutto in età augustea, importavano incenso pregiato per profumare case e cerimonie pubbliche. Ma l’eudàimon Arabia (come la chiamò Alessandro per non averla conquistata) era anche il punto di partenza delle carovane di mirra, spezie e altri prodotti che da queste terre raggiungevano Roma, la Grecia e oltre.

Dal fiorente e cosmopolita porto di Sumhuram, nell’area di Khor Rori, oggi patrimonio Unesco, ne partivano quantità ingenti anche verso l’India e la lontana Cina, insieme a ceramiche decorate, incensieri scolpiti, spade e amuleti in forma di serpentelli e atri oggetti in metallo  dal momento che la regione omanita è ricca di miniere sfruttate fin dal III millennio a.C.

Raffigurazione di serpente, Salut

Qui per quindici anni, dal 1997 a oggi, un team di archeologi italiani guidati dall’orientalista Alessandra Avanzini dell’Università di Pisa ha condotto un’ampia campagna di scavo allargandosi fino fortezza di Salut. Gli importanti reperti portati alla luce sono stati esposti, fino a lo scorso 7 luglio, nel Museo nazionale di San Matteo nella mostra Oman, il paese di Sindbad il marinaio.

Nel 1996 quando Avanzini vide per la prima volta il sito di Khor Rori, nel Dhofar, intuì che lo studio di questo sito avrebbe potuto portare nuove conoscenze alla storia dei commerci nell’antichità. E con coraggio, quando ancora, il sultanato omanita era trascurato dalle campagne archeologiche che si fermavano nel sud dello Yemen, avviò i primi scavi sistematici.

Le scoperte sono state sorprendenti come siè potuto  vedere anche nella esposizione pisana dove erano esposti raffinati oggetti in pietra e in bronzo come il bacile, trovato nel tempio più importante di Sumhuram: di datazione incerta, fra il II e il I secolo a.C., come molti altri reperti scavati in questa zona sfoggia un’iscrizione a rilievo in elegante alfabeto sudarabico, mentre dei chiodini sul fondo documentano anche antiche operazioni di restauro.

Incisioni rupestri, Oman

Insieme al bacile altri oggetti e frammenti confermano che la pratica delle iscrizioni in geometrico e stilizzato alfabeto sudarabico era diffusa in Yemen come in Oman, dove le prime iscrizioni sono attestate dall’inizio del primo millennio a. C. In un arco di tempo che arriva al VI secolo d.C.  se ne contano più di quindicimila, incise sulle pareti delle montagne, sulle mura della città, su stele e statue.

da left- avvenimenti

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