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Scienziati disobbedienti

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 22, 2005

Ecco “Che fare” dopo il referendum di Simona Maggiorelli

«Il nostro lavoro è divenuto pressoché impossibile, se non pagando un prezzo inaccettabile: tradire il giuramento di Ippocrate». Così sì legge nella lettera che una sessantina di medici e biologi hanno inviato al presidente Ciampi. Una drammatica presa d’atto che, con la legge 40, per i medici che si occupano di fecondazione assistita è diventato impossibile praticare quell’alleanza terapeutica fra medico e paziente necessaria al successo delle cure. Ma soprattutto denuncia Adolfo Allegra, direttore del centro di fecondazione assistita Andros di Palermo e promotore dell’iniziativa. «per legge i medici sono costretti a praticare terapie inadeguate, se non dannose per i pazienti». I punti di contrasto fra la legge 4o e la deontologia medica sono molti, dal divieto di ricorrere alla fecondazione in vitro per i portatori di malattie genetiche, all’obbligo di trasferire tutti e tre gli embrioni con rischi di gravidanze trigemine, al divieto della diagnosi genetica preimpianto. Tanto da spingere i medici riuniti nell’assemblea dei mille organizzata a Roma dall’associazione Luca Coscioni a lanciare una forte campagna di disobbedienza civile alla legge 40. «Su questa scelta abbiamo avviato un lavoro comune», si legge ancora nella lettera a Ciampi. «Non vogliamo certo eludere la legge o ingannarla, ma sentiamo l’urgenza di affermare, assumendocene la responsabilità, il rispetto della lettera della Costituzione e della nostra coscienza».

Che il quadro in Italia, per pazienti e medici, sia drammatico è notizia che da tempo circola, anche oltre confine. In partenza per il congresso europeo dì fecondazione assistita, che si tiene a Copenhagen, Ettore Barale del nuovo ospedale della Versilia racconta: «La reazione dei colleghi stranieri? Una pacca sulla spalla, mentre ti infilano nel taschino un biglietto da visita per mandargli i pazienti”. «E pensare che in Europa eravamo considerati la punta di diamante della ricerca in questo settore», aggiunge con rammarico. Per lui, come per molti altri, la tentazione di «prendere baracca e burattini e continuare il lavoro all’estero», è fortissima. Ma c’è anche chi – e all’assemblea romana degli scienziati promossa dai Radicali erano in molti – adesso, più che mai, è deciso a dare battaglia. Nel documento finale dei lavori letto dal docente di storia della medicina della Sapienza, Gilberto Corbellini, parole durissime contro «il comportamento diseducativo che hanno avuto le massime cariche dello Stato nell’invitare all’astensione», ma anche proposte per rilanciare, facendo tesoro di un fatto indubbiamente nuovo per la società italiana la partecipazione alla campagna referendaria dì medici e biologi che hanno aperto i laboratori e fatto informazione, di Nobel e scienziati internazionali che hanno firmato documenti contro la legge 40. «Era insolito incontrare i colleghi, che di solito vedi nei congressi internazionali, in uno studio tv o in piazza Duomo – dice Elena Cattaneo, responsabile del laboratorio cellule staminali della Statale dì Milano -, ma, nonostante il tempo sottratto alle ricerche, è stato importante partecipare alla battaglia per i quattro sì». E aggiunge «Dobbiamo continuare per far capire alla gente che chi fa ricerca non è certo qualcuno che progetta Frankestein, ma persone dalla deontologia fortissima, con l’unico obiettivo di trovare una cura per malattie inguaribili, scienziati che, spesso, per il loro lavoro ricevono uno stipendio di appena mille euro».

Un convegno mondiale in autunno per riaprire il dibattito su questi temi, è la proposta del segretario dei Radicali Daniele Capezzone, dal palco dell’hotel Ergife dove campeggia la gigantesca scritta “Che fare?”. Tentare di far entrare questi temi nei programmi elettorali del centrosinistra è la scommessa del diessino Lanfranco Turci e dei parlamentari del comitato referendum presenti all’assemblea dei mille. Mentre i Radicali, dal vertice alla “base”, vanno ri petendo che con il centrodestra ormai è una partita chiusa. «Berlusconi ha lasciato il campo alle forze clericali – commenta il radicale Marco Cappato -. l’appuntamento per noi ora sono le primarie dell’Ulivo».

Avvenimenti

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Edoardo Boncinelli: La clonazione umana? Un bluff

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 5, 2005

“Non è possibile produrre due persone identiche. La loro psiche sarebbe comunque differente” di Simona Maggiorelli

I molti centri di fecondazione assistita all’avanguardia in Italia, da un anno, dacché è entrata in vigore la legge 40, lavorano a scartamento ridotto. I laboratori di ricerca sulle celule staminali embrionali sono fermi al palo, mentre gli scienziati italiani sono a un bivio: trasferirsi all’estero per continuare le ricerche oppure accettare di vedersi a poco a poco emarginati dalla comunità scientifica internazionale. Ma perché la ricerca fa così tanta paura a questa maggioranza? E da quali scenari di progresso scientifico l’Italia rischia di essere tagliata fuori? Lo abbiamo chiesto a Edoardo Boncinelli, docente di Biologia e Genetica presso l’Università Vita-Salute di Milano. Professor Boncinelli quanto è importante la ricerca sulle cellule staminali e in particolare quella sulle staminali embrionali?

Tutti sono convinti, chi più chi meno, che il futuro della medicina, e quindi della salute, passa largamente per l’uso delle cellule staminali embrionali. Ma qui si pone un quesito. Ci sono tanti tipi di staminali: le embrionali, le fetali, quelle del cordone ombelicale e le adulte. Qualcuno dice che con le staminali adulte si può raggiungere ogni obiettivo. Se fosse vero, non varrebbe la pena discutere così tanto sulle cellule staminali embrionali. La verità è che nessuno oggi sa se questo è vero o falso. L’unico modo per saperlo è fare esperimenti. Certo quelle embrionali, per definizione, devono essere capaci di fare tutto, perché quello è il loro mestiere, diciamo così, istituzionale.

Tutti sono convinti, chi più chi meno, che il futuro della medicina, e quindi della salute, passa largamente per l’uso delle cellule staminali embrionali. Ma qui si pone un quesito. Ci sono tanti tipi di staminali: le embrionali, le fetali, quelle del cordone ombelicale e le adulte. Qualcuno dice che con le staminali adulte si può raggiungere ogni obiettivo. Se fosse vero, non varrebbe la pena discutere così tanto sulle cellule staminali embrionali. La verità è che nessuno oggi sa se questo è vero o falso. L’unico modo per saperlo è fare esperimenti. Certo quelle embrionali, per definizione, devono essere capaci di fare tutto, perché quello è il loro mestiere, diciamo così, istituzionale. Per ora il tentativo di far regredire le cellule adulte non ha dato grandi risultati o sbaglio?

Dipende molto da chi parla, ognuno porta l’acqua al suo mulino. Bisogna distinguere anche qui, perché purtroppo c’è molta confusione. Infilare qualche cellula in un tessuto malato, nel cuore o in un nervo, dà grandi speranze. Non è detto, però, che l’efficacia immediata sia duratura. La vera speranza per il futuro, e di cui purtroppo si parla poco, non è seminare una cellulina qua e una là, ma fare in laboratorio parti di organo o interi organi. Per questo le adulte hanno probabilità piuttosto basse di funzionare. Negli animali, soprattutto nel topo, le embrionali si sono rilevate estremamente produttive. A priori, se non ci fosse la disputa ideologica, uno punterebbe tutto proprio sulle staminali embrionali.

Nel dibattito sulla legge 40 c’è chi, come il ministro Giovanardi, ha paragonato la fecondazione assistita all’eugenetica. Quanto a sproposito?

L’eugenetica è stata tirata in ballo contro la diagnosi preimpianto. Vietare questo tipo di esame è, a mio avviso, la parte più sbagliata della legge. È un presidio importantissimo, quasi miracoloso, rinunciarci lo trovo assurdo. Dicono che con la diagnosi genetica si sacrificano degli embrioni – in realtà a questo stadio molto precoci, sono solo di otto cellule – per fare dell’eugenetica, intendendo per eugenetica la scelta di certi individui piuttosto che altri. Ma se far nascere bambini non malati può essere inteso come un capitolo di eugenetica, si tratta, a mio avviso, di una pratica sacrosanta. Tutti più o meno consapevolmente tentano di dare ai propri figli il meglio possibile. Comunque sia non siamo minimamente a questo livello. La diagnosi preimpianto oggi serve solo a evitare persone sicuramente malate, non a produrre persone con questa o quella caratteristica biologica desiderata.

E la clonazione tanto paventata?

Un termine esecrando, in nessun laboratorio si parla di clonazione, si parla di clonaggio. Se ne parla da 30 anni ma i media se ne sono accorti ora. La clonazione è uno spauracchio agitato perché si confonde la cosiddetta clonazione riproduttiva dalla cosiddetta clonazione terapeutica che sono, peraltro, due dizioni inventate dai media. Uno scienziato non utilizzerebbe mai termini così babbei.

Proviamo allora a fare chiarezza.

Per clonazione riproduttiva s’intende fare un bambino o una bambina partendo da una o poche cellule. Non è detto che fra dieci anni non sia possibile, ma non è lo scopo che interessa davvero agli scienziati. Per clonazione terapeutica s’intende produrre, non un bambino, ma tessuti o parti di organo o organi interi. La parola clonazione è la stessa, ma ci si può accoltellare quanto si vuole, sono e restano due concetti completamente diversi. Chi non è mai entrato in un laboratorio e non sa come funziona può dire: ma se noi autorizziamo queste procedure finalizzate alla clonazione terapeutica e qualcuno, sotto banco, prosegue le ricerche e arriva alla clonazione riproduttiva? Io non credo che ciò sia possibile, né probabile, ma se questo dovesse accadere bisogna proibirlo come si fa per altre cose. Ma non posso, poiché qualcuno potrebbe usare un martello per ammazzare il vicino, impedire la vendita dei martelli.

Arrivare a fare due individui identici sarà mai possibile?

Facciamo un’ipotesi di scenario. Supponendo che fosse possibile fare una clonazione umana; cosa che ancora non è. Si prende una mia cellula e da lì si comincia. Ma devo – cosa non facile – trovare una mamma compiacente, che ospiti questo bambino nell’utero visto che, per ora questo passaggio, non è evitabile. Alla nascita poi questo bambino avrà avrà 65 anni di meno di me. Dovrò aspettare che abbia una certa età per vedere come è fatto, come si comporta, cosa pensa. Che garanzia ho che mi somigli? Certo se ne faccio un milioni di cloni ne troverò uno che mi somigli. Ma se ne faccio uno, due, tre o anche dieci con ogni probabilità non mi somigliano neanche fisicamente. Ma soprattutto non avrà mai una psiche identica alla mia, perché si sviluppa negli anni. Alla fine osa ci avrei guadagnato? Avrei un figlio, semplicemente un figlio, il quale tenderebbe a differenziarsi, come fanno tutti i figli che si rispettino. Sarebbe una clonazione per ridere. Certo una coppia che non ha avuto figli o che ne ha perso uno da poco, potrebbe voler fare una sostituzione, ma sarebbe un feticcio. Come chi gli muore il cagnolino e ne compra un altro, come un giocattolo e che non sarà mai identico al precedente. Qualcuno contrario alla clonazione potrebbe dire che non si tratterebbe di un’azione a favore del figlio ma per se stessi. Ma in questo caso allora vorrei sapere quanti genitori “normali

Avvenimenti 21/05

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Diritti, individualità e libera ricerca secondo Vittoria Franco

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 23, 2005

di Simona Maggiorelli

Una domanda radicale abita le prime pagine del libro di Vittoria Franco, Bioetica e procreazione assistita, pubblicato da Donzelli. Una domanda diretta e essenziale: come è potuto accadere che in Italia sia passata una legge come la 40? Come è potuto succedere in un paese da molti anni all’avanguardia nella fecondazione assistita come l’Italia? Con centinaia di centri che, fino all’entrata in vigore di questa legge il febbraio di un anno fa, praticavano normalmente la fecondazione eterologa, la conservazione degli embrioni e la diagnosi preimpianto per selezionare embrioni sani.

Il fatto è che a 46 anni dalla prima proposta di legge in materia, scrive Vittoria Franco in questo suo agile e ficcante saggio, oggi abbiamo “una legge anacronistica, che detta norme vessatorie, piena di paradossi, lontana anni luce dal sentire comune e dai nuovi modelli di vita”. Su una materia così importante, delicata, nuova, afferma la senatrice diessina con grande franchezza “si è giocata una partita di scambio politico all’interno della maggioranza e fra questa e le gerarchie ecclesiastiche”. Una pagina nerissima della storia italiana e che con il referendum del 12 e 13 giugno si spera davvero di poter cambiare. Le ragioni per votare quattro sì sono argomentate con limpido rigore in questo nuovo libro della Franco, che da filosofa e ricercatrice, smonta una ad una le argomentazioni di Chiesa e governo Berlusconi, ma anche di un filosofo progressista come Habermas che, da qualche tempo, ha preso a scrivere contro la cosiddetta “genetica liberale” e le sue paventate derive. “Dove mai andremo a finire?” si domanda il filosofo tedesco. Prendendo, dice la Franco, quella che Mary Warnok chiama la posizione del pendio scivoloso, per cui in nome di un rischio remoto si rinuncia a risolvere casi concreti. Così, mentre perfino Habermas si mette a battagliare contro una fantasticata eugenetica, si impedisce a persone con gravi malattie genetiche come la talassemia o la fibrosi cistica di mettere al mondo figli sani e si impongono stop inderogabili a quella ricerca che potrebbe trovare una cura a malattie come queste, e come il Parkinson e l’Alzheimer, oggi inguaribili.

E tutto, scrive Vittoria Franco, nel nome di una “confusione che si fa fra vivente e persona”. Attribuire personalità giuridica all’embrione, come fa la legge 40 (nessun’altra legislazione al mondo fa altrettanto), tutelando il possibile nascituro più della madre, è un’operazione che non regge sotto il profilo giuridico e scientifico. La senatrice e responsabile nazionale della cultura per i Ds dedica i capitoli centrali di questo suo nuovo libro a questo argomento, ricostruendo il dibattito internazionale, proponendo confronti serrati con le altre legislazioni europee, suggerendo percorsi bibliografici e pubblicando in appendice alcune interessanti spigolature del dibattito in Senato. Un paio di punti ci paiono da segnalare in primis: “L’individualità – scrive la Franco – è il requisito minimo per attribuire personalità giuridica, ma l’embrione nella prima fase è un’entità costruita da poche cellule indifferenziate. Attribuirgliela, dunque, è più di una forzatura”. E poi citando i più avanzati studi scientifici aggiunge: “solo dal momento in cui inizia una vita mentale si può parlare di persona”. È alla nascita, dice la scienza medica, con il “venire alla luce” – come intuisce del resto anche il linguaggio comune – che avviene una trasformazione irreversibile e radicale per l’essere umano. Prima delle 24 settimane, la medicina insegna, il feto non ha nessuna possibilità di vita fuori dall’utero materno. Così quando Habermas parla di inviolabilità dell’embrione, fa notare Vittoria Franco, sposta il discorso su un piano di metafisica. Ma così appunto, l’embrione diventa “entità intangibile”: sacra. “E nel nome di un concetto astratto di sacralità della vita – scrive la Franco – si impedisce la vita umana legata alla nascita; il venire al mondo di un essere umano compiuto”. Ma c’è dell’altro. Isolando l’embrione come se fosse un’entità autonoma, capace di svilupparsi indipendente dall’utero – denuncia Vittoria Franco – “si torna a considerare la donna come un soggetto privo di dignità giuridica ed etica, come un semplice contenitore di un’entità astratta e superiore”. Viene a mancare insomma quel fondamento della libertà femminile che le donne conquistarono con la contraccezione, quando finalmente la sessualità non fu più maternità come ineluttabile destino, ma scelta. E l’articolo 1 della legge 40, quello che poi informa di sé tutto l’articolato, compie proprio questo passo: creare una discrasia con quanto afferma la legge 194 sull’aborto. Per poi poter revisionare la legge sull’aborto, come auspicato pubblicamente dal senatore Giulio Andreotti e dal ministro Rocco Bottiglione. “L’articolo 1 della legge 40 – sottolinea la senatrice – è in aperta contraddizione con quella famosa sentenza della metà degli anni Settanta che poi portò alla promulgazione della 194”. Una sentenza che metteva in primo piano la salute fisica e psichica della donna, stabilendo una gerarchia di diritti, fra chi è già nato e un ammasso di cellule in via di sviluppo, che ha solo una vitalità generica e che non è ancora vita umana, in senso pieno, con una sua integrità fisico- psichica. Il che non vuol dire, sottolinea Vittoria Franco che l’embrione sia solo materia, che possa essere trattato alla stregua di “una muffa”. Ma la tutela morale dell’embrione, cara anche ai sostenitori di quattro sì, non comporta come automatica conseguenza una sua equiparazione alla persona, il riconoscimento giuridico dei suoi diritti al pari di quelli dei soggetti già nati. “Se parliamo di protezione – scrive la Franco, da politico e da studiosa di bioetica – noi accettiamo che l’embrione non sia cosa assimilabile a oggetti inanimati, ma un’entità che appartiene al genere umano: come inizio di una vita umana possibile”. E un modo alto di considerarne il valore potrebbe essere proprio quello di non lasciare che venga gettato in un lavandino, qualora non impiantato e non più richiesto dalla coppia, ma di utilizzarlo per la ricerca scientifica, per cercare una cura a quelle malattie – tumori, malattie genetiche e degenerative – che , per usare un’espressione del premio Nobel Dulbecco, sono oggi i principali killer della specie umana.

Avvenimenti

Vittoria Franco è ricercatrice di Filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa, senatrice e responsabile cultura per la segreteria nazionale dei Democratici di sinistra. Per la Donzelli ha pubblicato “Etiche possibili. Il paradosso della morale dopo la morte di Dio“.

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Scienziato manager, con fede industriale

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 3, 2004

Il nuovo corso di Confindustria targato Montezemolo ha già rilanciato più e più volte il tema. Prima di lui il presidente della Repubblica Ciampi. E, di recente, perfino Storace a Ballarò non ha resistito all’incalzante refrain: in Italia, occorre più ricerca. Per tenere il passo con il resto d’Europa. La classe politica di centrodestra e quella economica sembrerebbero aver aperto gli occhi su temi che la sinistra, almeno a parole, sostiene da tempo.
Ma qualcosa, forse non quadra esattamente. Basta dare un’occhiata a quanto questo governo sta facendo, sotterraneamente, con lentezza, ma in modo inesorabile, per la ristrutturazione del Cnr (dopo averlo commissariato) e dei maggiori centri nazionali di ricerca.

L’importante è tagliare
Partiamo dal fondo, dalle cifre che questi tre anni di governo Berlusconi lasciano sul piatto della ricerca italiana. Solo nell’anno scorso, il taglio delle risorse è stato del 5,3 per cento. La spesa per la ricerca nel nostro paese si assesta così sui 6,9 miliardi di euro, pari cioè allo 0,7 per cento del prodotto interno lordo. E non è solo un problema di risorse risicate, ma anche mal distribuite e di un sistema di accesso alla professione di ricercatore da parte delle nuove generazioni sempre più difficoltoso. Basta dire che ormai il blocco delle assunzioni nel settore è pressoché totale, mentre l’età media dei ricercatori continua a crescere. Si calcola che nel 2017 circa il 50 per cento di ricercatori e docenti in Italia sarà messo a riposo. Per i giovani invece si prospetta un precariato sempre più spinto, affidato agli assegni di ricerca e a contratti a termine. Ma non solo. Sono anche gli ambiti della ricerca – sempre meno libera e sempre più finalizzata e legata alla produzione di brevetti – ad essere stati fortemente ridotti. La situazione del Cnr, in questo senso, è emblematica. Da pochi giorni ha dovuto lasciare il suo scranno il commissario straordinario preposto al riordino del centro, il professore Adriano De Maio, fisico della materia, nonché rettore della Luiss. Nella relazione conclusiva del 10 giugno scorso compaiono tutte le linee guida del De Maio pensiero, con a latere anche qualche affermazione inquietante, detta a voce durante il saluto alla comunità scientifica, sul fatto che, dopo due anni di tagli di cosiddetti rami secchi (all’atto del commissariamento la rete scientifica del Cnr presentava 5.000 linee di attività. Adesso sono state ridotte a circa 500 macro-linee) ci si è accorti che il Cnr versava in uno stato migliore di quanto non lo si dipingesse.
Di fatto oggi il maggior istituto pubblico di ricerca, prima ancora che questo governo renda noti gli ordinamenti che lo regoleranno e mentre ancora si apettano, a giorni, le nomine ufficiali dei componenti del consiglio di amministrazione, si ritrova suddisviso in 11 dipartimenti.
Il dipartimento – scrive De Maio, che proprio su questo punto è arrivato a scontrarsi con il ministro Letizia Moratti –  è il punto nodale della riforma: se sarà fatto funzionare nel modo migliore si otterrà finalmente un sistema di ricerca non autoreferenziale. Il che, tradotto in altri termini, vuol dire un dipartimento che non squaderna più ad ampio raggio indirizzi di libera ricerca, ma funziona su progetti.  Gli stessi ricercatori dovranno aggregarsi intorno a un progetto, perché solo quello verrà finanziato. Con un risultato immediato e evidente: i ricercatori dovranno rinunciare a una parte della propria autonomia e risulteranno più controllabili. Su questo punto De Maio è molto chiaro: Il dipartimento – scrive – gode di un potere gerarchico relativamente ai progetti… li valida, indipendentemente da dove sia partita la proposta, li valuta, ne assicura il coordinamento reciproco e con le altre aree tematiche, attribuisce le risorse complessive e ne definisce le caratteristiche complessive, tempi e risultati od obiettivi attesi, cioè decide e governa il project concept.
Riguardo ai contenuti delle ricerche, poi, alcune linee e alcuni temi risultano particolarmente caldeggiati, quelli più funzionali all’industria, ovviamente, con una forte e preoccupante contrazione degli investimenti finanziari e non solo riguardo alle cosiddette scienze umanistiche. Capitolo rovente della riforma del Cnr, dacché Letizia Moratti ha caldeggiato la nomina a subcommissario della materia, un fin qui oscuro docente di storia dell’Università di Cassino, quel Roberto De Mattei, consigliere personale di Gianfranco Fini riguardo ai temi dell’Europa e che, anche attraverso l’associazione Lepanto, si è distinto per una serie di pubblicazioni e interventi di stampo oscurantista riguardo a religione, storia e società, arrivando perfino ad organizzare una marcia “di purificazione” come risposta al Gay Pride.

I muri e i confini
Le cinta murarie e i confini degli stati nazionali hanno custodito, nel tempo, le identità culturali dei popoli. Gli stessi limiti alla circolazione delle persone, delle merci e dei capitali, nonché delle idee e delle informazioni, hanno rappresentato fattori di stabilità delle medesime identità… La riappropriazione, sempre più diffusa, di simboli identitari – la bandiera, l’inno, i luoghi della memoria nazionale – nel nostro Paese, a differenza di altri (Francia, Inghilterra), rimasti sepolti dalle macerie della guerra, ne è l’espressione di più immediata percezione. Incredibile ma vero comincia proprio così la relazione del professor De Mattei, presentata al termine di un anno di lavoro lo scorso 10 giugno. In questa occasione il professore ha anche indicato i cardini che la ricerca umanistica dovrà tenere presenti nei prossimi anni: obiettivo primario delle scienze umane sarà valorizzare la memoria storica e elaborare i diversi profili delle identità locali, nazionali e sopranazionali. Dunque: priorità del “diritto romano”, promozione e salvaguardia della lingua e della cultura italiana, ma anche e soprattutto della tradizione e del pensiero religioso, attraverso la ricerca su Fonti e testi della tradizione religiosa italiana. E questo in un momento in cui la Costituzione europea ha appena espunto il riferimento alle radici cristiane.
Da segnalare un piccolo e non trascurabile dettaglio: mentre De Maio ha già dovuto lasciare il posto al nuovo che avanza: ovvero al più giovane Fabio Pistella, De Mattei è l’unico uomo  del vecchio organico di commissariamento che non se ne va, ma anzi vede rafforzata la sua posizione.
il suo l’unico nome certo, fino ad oggi, del nuovo consiglio di amministrazione del Cnr. I ricercatori che vorranno fare libera ricerca nell’ambito della storia possono cominciare a preparare le valigie.

L’uomo nuovo che viene dall’Enea
Freddo”, “distaccato, efficiente,”un uomo pragmatico, che si sa muovere bene nell’ambito del potere, “un uomo che ha una concezione alta del potere, specie se ce l’ha lui”. Sono queste le voci che si rincorrono sul conto del neo commissario generale del Cnr, Fabio Pistella, nei corridoi dell’Enea a Roma, l’istituto di ricerca che lo scienziato ha diretto fin dal 1984, quando giovane laureato e con appena un centinaio di pubblicazioni in tasca è stato assurto al cielo della massima carica dell’istituto. Un’istituto di ricerca che allora godeva ancora di molto prestigioracconta Franco Attura, ricercatore che al centro ricerche Enea Casaccia di Roma lavora da 35 anni. Pistella è un uomo intelligente – dice – con un’impostazione manageriale. Non di tipo Cnr classico, basata sui rapporti con l’università. Ha spinto l’Enea verso le imprese, la ricerca applicata, ma per quegli anni non è stato un male. Anche perché l’ Enea ha sempre avuto, comunque sia, una parte di libera ricerca e alcuni ricercatori che facevano attività di ricerca al di là dei grandi programmi che l’Enea si dava per ragioni strategicheサ”. Progetti con l’Ansaldo e altre aziende nazionali, con la Fiat; poi la svolta, la rapida decadenza a cui hanno contribuito molti fattori – spiega Attura – compreso il taglio dei finanziamenti pubblici. Siamo arrivati al 17 per cento in meno: adesso e la situazione si sta facendo davvero critica. Dobbiamo preoccuparci noi di reperire i fondi sul mercato. Ma le industrie sulla ricerca non mettono soldi in una situazione come questa, economicamente critica. Il rischio è anche di scadimento culturale. E per i giovani ricercatori ? L’Enea non rappresenta più una meta ambita – ammette Attura -. C’è sempre meno lavoro sicuro, sempre più precariato, legato  a contratti a tempo determinato, ad assegni di ricerca. Andando avanti di questo passo – conclude – il rischio è che l’Italia esca completamente dal panorama internazionale della ricerca. I segnali ci sono già.

La politica che verrà
Se Pistella si è insediato da poco e non ha avuto ancora il tempo di uscire pubblicamente con dichiarazioni d’intenti e programmi, in filigrana qualcosa della sua impostazione è leggibile nel programma di De Maio. Spesso, infatti, è stato Pistella a scriverne i contenuti. Sua l’idea di un’organizzazione del Cnr strutturata a matrice. Pistella era, insomma, il braccio operativo dell’ex commissario generale e in qualche modo gli ha scavato sotto. Risultando più gradito all’establishment Moratti.
De Maio – spiega Paolo Saracco, segretario nazionale Snur Cgil – come commissario speciale non è andato ad occupare militarmente il Cnr, applicando in maniera secca ciò che il ministro Moratti aveva detto e scritto. L’operazione che ha compiuto è stata più sottile: un ascolto selezionato dei poteri accademici forti, cercando di riportare dentro il Cnr coloro che se ne erano sentiti esclusi, fin dai tempi dei comitati nazionali di consulenza creati quando era ministro Berlinguer. Allora – spiega Saracco – si era costituita una rete esterna di professori universitari e di scienziati sicuramente di valore e anche molto targati politicamente che De Maio ha cercato di reimpiantare sul Cnr stesso, cercando di renderlo molto simile a come era una decina di anni fa”. De Maio, insomma, si è fatto portatore di un proprio progetto, di rappresentanza di poteri forti che vorrebbero un sistema della ricerca all’americana, molto concentrato su alcuni, pochi, prestigiosi, centri di ricerca. E cercherà di farlo passare, anche ora che ha rotto con Letizia Moratti, cercando nuove alleanze, anche nel centrosinistra.

da avvenimenti, 3 luglio 2004

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All’incanto

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 19, 2004

Il presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi e l'archeologo Salvatore Settis

Il presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi e l'archeologo Salvatore Settis

A maggio entra in vigore il nuovo codice dei beni culturali voluto da Urbani. Iniziano i saldi di fine Paese. Il nostro patrimonio ceduto al migliore, ma mica tanto, offerente Salvatore Settis: “In 120 giorni le soprintendenze dovranno rispondere se un bene potrà essere venduto. Se tacciono è come se dicessero sì. Ma senza personale e con pochi fondi è difficile che riescano a fare il loro lavoro” di Simona Maggiorelli

Il primo maggio entrerà in vigore il nuovo codice dei Beni culturali voluto dal ministro Urbani e tra pochi giorni inizieranno ad apparire sui giornali gli avvisi di vendita e di aste per la cessione di beni del patrimonio pubblico. In una previsione del Demanio, ancora approssimativa, si parla di oltre 15mila immobili. Le soprintendenze territoriali, già acciaccate da tagli e accorpamenti e, sotto organico, saranno intasate dal lavoro. Su di loro pende la spada di Damocle del silenzio-assenso. Ogni mancata risposta al Demanio verrà letta, così dice la legge, come un via libera alla vendita. Le associazioni ambientaliste, esperti e storici dell’arte denunciano, da più parti, il rischio di dismissioni selvagge. Qualche assaggio si è già avuto lo scorso dicembre con la cessione della Manifattura tabacchi di Firenze. L’ha decisa il ministro Tremonti per decreto, senza consultare il ministero dei Beni culturali. “Alla vigilia della sua entrata in vigore il nuovo codice destava parecchia preoccupazione – spiega Salvatore Settis, direttore della Normale di Pisa, uno dei cinque consulenti di Urbani per la tutela dei beni culturali e autore del polemico volume, Italia Spa – Assalto al patrimonio culturale -. Abbiamo temuto che per beni non si intendesse più ” tutto ciò che ha un interesse culturale”, ma soltanto ciò che ha “un interesse culturale particolarmente importante”. Così si sarebbe potuto considerare importante il Colosseo e magari non una tomba sulla via Appia. Per fortuna il testo è stato corretto in più punti. Ma restano, ancora, diverse ombre”.

Per esempio?
Il confine incerto fra le competenze dello Stato e quelle delle Regioni. Si è adottata una via molto fumosa: allo Stato spetta la tutela e alle Regioni la valorizzazione. Una distinzione senza capo né coda. Che non ha luogo in nessun paese al mondo. Ma bisogna anche dire che molto si deve alla modifica del Titolo V della Costituzione, di cui la responsabilità politica va al precedente governo. Il presidente della Consulta ha ammesso, di recente, che la metà del lavoro della Corte riguarda l’interpretazione di questo titolo, il che vuol dire che la riforma è stata fatta veramente con i piedi.

Perché si è scagliato contro la norma sul silenzio-assenso? Eppure Urbani dice che con questo meccanismo aumenteranno le tutele.
“Ma no. Questo è un meccanismo molto negativo inserito il gennaio scorso su indicazione del ministro dell’economia Tremonti. Un modo per favorire le vendite. Alle soprintendenze spetterà dire se un bene che il Demanio vuole vendere abbia un valore culturale oppure no. Ma se la soprintendenza non risponderà entro 120 giorni, il silenzio verrà interpretato come un assenso alla vendita”.

Il nuovo codice ridisegna le soprintendenze. Che ruolo avranno?

“Il codice, di fatto, non stabilisce nulla in materia. Ma dà alle soprintendenze tantissimi compiti. Per rispondere entro i tempi stabiliti alle richieste di valutazione ci vorrebbe un adeguato personale. Invece le soprintendenze, da 20 anni a questa parte, stanno perdendo dipendenti. Nei cinque anni del centrosinistra sono state assunte circa 300 persone, a fronte di 3000 dipendenti che, nel frattempo, sono andati in pensione. Di questo passo la situazione diventerà ingestibile. Il ministro Urbani sta approntando un decreto che riordina tutta la materia delle soprintendenze. Ma ci sono aspetti che io trovo molto criticabili. Si continua a moltiplicare il numero delle posizioni di vertice, mentre diminuisce quello delle soprintendenze territoriali. Le posizioni di vertice erano quattro nel 1998. Con il ministroGiovanna Melandri, sono diventate nove. E adesso sono 15. La tutela si fa nelle soprintendenze territoriali, si fa sul luogo stesso, non a Roma nei corridoi dei ministeri. Le posizioni di vertice hanno stipendi elevati, così si depauperano le finanze del ministero, mentre sul territorio ci saranno sempre meno persone”.

Un quadro abbastanza fosco quello delle soprintendenze locali, stipendi bassi, pochi addetti, ridotti quasi a far volontariato…
“È così. Gli stipendi di chi lavora in soprintendenza non sono per nulla competitivi. E spesso si tratta di persone molto preparate. Se lavorassero in un museo americano, con le stesse mansioni, sarebbero pagati almeno 7 o 8 volte di più.”

Il sistema americano in Italia viene spesso citato astrattamente. Lei che è stato responsabile del Getty di Los Angeles che ne pensa? È davvero un modello da inseguire?
“Conosco il sistema americano, gli ho dedicato sei anni della mia vita. Per certe cose mi piace, per altre no. Apprezzo, ad esempio, il rapporto che gli americani hanno con la loro Costituzione: prima di metterci le mani ci pensano su parecchio. Da noi, invece, la Carta è diventata come una sorta di leggina che si può cambiare a piacimento. Per quanto riguarda i musei in senso stretto, non credo siano un modello esportabile in Italia. Le condizioni sono completamente diverse. Il Metropolitan Museum o il Getty non hanno nulla a che fare con il territorio circostante. Si va al Metropolitan per vedere un Tiziano, ma quando si esce per le strade di New York non c’è niente che gli corrisponda. Non è così a Venezia”.

Dunque?
“Il rapporto museo territorio da noi è un nesso stringente. Non è stata una scelta felice quella del ministro Melandri di creare i cosiddetti poli museali svincolati dal territorio. Non è mai stato così nella nostra storia. E poi i musei americani sono quasi tutti privati. E in Italia, per ingenuità, ma credo anche per disinformazione, quando si parla di gestione privata si pensa subito che il museo funzioni come una azienda e faccia profitti. Non è così”.

Il Getty o il Moma come si reggono?
“Il Getty spende ogni anno 200-250 milioni di dollari e ne incassa circa 1000. Certamente non è la biglietteria che lo fa andare avanti. Mister IL Getty ha circa 7 miliardi di dollari investiti in borsa. Con gli utili che producono viene tenuto in vita il museo. Quando sento dire facciamo degli Uffizi una specie di Getty mi viene da ridere, perché gli Uffizi sono grandi almeno 30 o 40 volte il Getty Museum e non hanno fondi investiti o investibili”.

I giornali economici dicono che nel 2003, su cinque milioni di imprese italiane, solo 571 hanno usufruito della norma delle erogazioni per i beni culturali. Tutti ignoranti o non ci sono gli strumenti adeguati?
“Ecco, come si fa a pensare di poter trasformare gli Uffizi o altri musei italiani in musei privati o retti da privati? E poi bisogna studiare la storia. In Europa, e in particolare in Italia, i musei nascono dallo Stato, prima dai sovrani poi dalla Repubblica, ed è lo Stato che ne assicura la vita perché sono dei servizi. L’America è troppo giovane per avere questo tipo di passato, fino al 1900 non c’era nessun museo importante. Da quella data in poi grandi mecenati hanno cercato di creare una grande rete dei musei, sostituendosi allo Stato. Insomma il modello americano da noi è un’assoluta impossibilità istituzionale ed economica e stupisce vederlo citato anche da persone che dovrebbero essere informate”.

Se dovesse pensare a come rilanciare i musei italiani da dove partirebbe?
“Innanzitutto dalla ricomposizione di quel nesso museo-territorio di cui dicevamo. Parlando degli Uffizi, è assurdo che facciano capo al polo museale fiorentino, mentre Palazzo Vecchio e le chiese cento metri più in là rispondano ad altri. Bisognerebbe creare più semplicemente una soprintendenza “città di Firenze”, una “città di Roma” e così via. E fare in modo che godano di larga autonomia. Bisognerebbe in primo luogo incrementare il finanziamento pubblico e al tempo stesso incoraggiare le donazioni private mediante un sistema di defiscalizzazione totale. Tentando un circolo virtuoso fra i due. Puntando non solo sul grosso personaggio che regala dieci quadri, ma anche sul singolo cittadino che dà cento o mille euro”.

Incoraggiare le donazioni ma non le speculazioni private?

“Quando si pensa a delle imprese private che entrano in un museo per guadagnarci, bisogna anche considerare che chi ci guadagna non incrementa i finanziamenti del museo”.

E con le attuali situazioni d’impasse? Per restare in tema il corridoio vasariano a Firenze, con tutto ciò che contiene, è chiuso al pubblico e probabilmente lo resterà ancora a lungo, nonostante i buoni propositi.
“Ovviamente bisogna cercare un maggiore dinamismo. Il corridoio vasariano che è una delle cose più belle, non solo di Firenze, ma al mondo, dovrebbe essere riaperto. So che c’è un progetto. Per realizzarlo occorre più personale e trovare una gestione che non tratti i musei in maniera polverosa.

In questo quadro qual è il ruolo delle fondazioni? La trasformazione del Museo Egizio in fondazione ha suscitato parecchie polemiche.
“Le fondazioni, io credo, vadano viste una per una. La situazione del museo egizio così come si presenta oggi, non mi piace. Quello è un caso in cui ci sono ben due fondazioni bancarie. L’esordio credo sia stato di 70 milioni di euro fra tutte e due. Il tipo di marchingegno che è stato creato fa sì che la fondazione inghiotta il museo. È inaccettabile che ci sia un consiglio di amministrazione composto da 9 persone di cui uno solo rappresenta la struttura delle soprintendenza. Lo Stato, che dà due o tre miliardi di euro con tutti gli oggetti del museo, dovrebbe avere la maggior parte del consiglio di amministrazione. Invece si mette in minoranza. Ora uno Stato che si mortifica, si genuflette per 70 milioni di euro, a me non piace. Io credo in uno Stato forte che negozia con i privati. Sono anche per un ruolo molto propositivo dei privati, ma non così”.

Allora cosa pensa del condono e della sua proroga?
“Lo considero una sciagura nazionale. È uno degli atti contraddittori che questo governo ha fatto, oltretutto dopo un mese o due che il ministro Urbani ha varato una legge sulla qualità architettonica. Non si può proteggere la qualità architettonica e insieme condonare qualsiasi orrore. Sono due concezioni completamente opposte. Il condono, fra l’altro, pare abbia prodotto un gettito inferiore a un quarto di quanto si attendeva. Non ho verificato questa cifra, ma al di là del possibile incasso penso sia un modo assai sbagliato di affrontare i problemi. Ne esce un discorsetto di questo genere: esistono delle regole, ma non importano più nulla se serve a fare cassa. Quando Craxi, nell’84, varò il primo condono, si disse che era una tantum. Da allora si è concesso altre due volte. Ormai tutti hanno la quasi certezza che ogni 5 o 6 anni ci sarà un condono e questo incoraggia gli abusivi.

(*) SALVATORE SETTIS: professore ordinario di storia dell’arte e archeologia classica, è direttore della Scuola Normale di Pisa. Dal 1994, per sei anni, è stato direttore del Getty Center Research Institute a Los Angeles e, l’anno scorso, è stato fra i cinque saggi a cui il ministro Urbani ha chiesto una consulenza sui temi della tutela. Fra i suoi tanti scritti, i saggi su Giorgione, sulla colonna Traina e sull’evoluzione del canone della pittura, fra sfumato e disegno, fra ‘400 e ‘500. Nel 2002 ha pubblicato il pamphlet Italia Spa, assalto ai beni culturali e, sempre per Einaudi, è appena uscito il suo Futuro del classico.

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