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L’arte rupestre scoperta da Frobenius, che ispirò l’avanguardia. Al @GropiusBau

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 12, 2016

Aquarell von Leo Frobenius, 1929 © Frobenius-Institut

Aquarell von Leo Frobenius, 1929
© Frobenius-Institut

Figure umane stilizzate, rese con pochi tratti essenziali, danzano in cerchio, oppure appaiono sedute in pose rilassate, come se stessero assistendo a uno spettacolo. Le gambe sono linee lunghissime o sintetizzate in un ricciolo elegante, quando accovacciate. In altre scene ambientate in mezzo alla natura, intorno a una sorta di “forno” primitivo, appaiono uomini e donne con dei bambini. Sembra una scena di festa. La didascalia e la scheda ci parlano di un rito sciamanico, evidenziando l’ampia tunica che riveste la figura centrale.

Colpisce che non ci siano segni di guerra o di violenza in questa serie di graffiti perlopiù risalenti al neolitico, copiati dal vero da pittori che presero parte alle spedizioni africane dell’etnologo tra il 1913 e il 1939.

Zimbabwe, 8.000-2.000 copiato da Mannsfeld, 1929 © Frobenius-Institut

Zimbabwe,
8.000-2.000 copiato da Mannsfeld, 1929
© Frobenius-Institut

Per lungo tempo, anche dopo la diffusione della fotografia, le scoperte di pitture e incisioni rupestri in Europa, in Africa e in altri continenti (lo stesso Frobenius andò anche in Indonesia) furono raccontate attraverso bozzetti e schizzi. Suggestivi, per esempio, sono quelli che Henri Breuil realizzò ad Altamira e nelle grotte della Dordogna. Ma qui siamo davanti a qualcosa di diverso: questi 500 schizzi e bozzetti che fanno parte della collezione Frobenius (fino al 16 maggio 2016 in mostra al Martin Gropius Bau di Berlino) non sono dei calchi o delle pedisseque copie documentali.

Per rendere su carta l’emozionante effetto che i graffiti preistorici facevano sulla roccia scabra e accidentata, i pittori ingaggiati dall’etnologo tedesco inventarono di volta in volta soluzioni estetiche e creative. Ognuno con un proprio stile, con una propria cifra, nel tratto e, talvolta, nella scelta dei colori. Il risultato finale sono esperimenti originali che costituiscono un unicum nella storia dell’arte. Quelle opere “d’occasione”, che poi andarono in tour in Europa e furono esposte in una trentina di città americane, rappresentarono un punto di svolta nei percorsi personali di chi le aveva realizzate aprendoli alla ricerca. Intanto cresceva l’interesse degli artisti d’avanguardia come Matisse e Picasso per il “primitivo”, per la bellezza della scultura negra che non seguiva i canoni neoclassici, ma anche per l’arte del paleolitico dopo la scoperte delle pitture rupestri di Altamira. Al punto che Picasso sembra abbia commentato: «Dopo Altamira tutto è decadenza». Vero o non vero che sia, restano i suoi tori essenziali, ridotti a sola linea, a dirci quanto avesse amato quelli gialli e rossi di Altamira e l’arte primitiva spagnola. E non fu il solo. Anche i pittori della scuola di New York si interessarono alla rock art. A cominciare da Pollock che giovanissimo si era innamorato dell’arte dei nativi americani. (Simona Maggiorelli, Left

 Aquarell von Elisabet Mannfeld, 1929 © Frobenius-Institut


Aquarell von Elisabet Mannfeld, 1929 © Frobenius-Institut

 

 Chi era Leo Frobenius

 Personaggio singolare Leo Frobenius, che per portare avanti le proprie ricerche e radunare la sua straordinaria collezione di disegni che documentano l’arte rupestre nel mondo accetto anche incarichi a rischio  che non rientravano nella sua professione di etnologo. Una notte del 1915, durante la prima guerra mondiale, vestito come un arabo salì clandestinamente a bordo della nave francese Desaix al porto di Massaua, Eritrea, attraverso un percorso insolito, quello delle latrine. I servizi segreti di mezza Europa vennero a sapere così che l’archeologo tedesco e antropologo Leo Frobenius sotto copertura tentava di attraversare il Mar Rosso con una missione segreta: provocare una sollevazione delle tribù africane contro i nemici della Germania.

In questo ruolo di insolito agente segreto Frobenius riuscì  a raggiungere l’Etiopia. Ma era anche finito in Egitto, dove fu  preso per ladro e messo in prigione. A spingerlo a intraprendere queste spedizioni grottesche non era però il suo patriottismo guerra. Quello che Frobenius cercava, anche con la sua attività di spia, erano reperti per la sue sue ricerche sull’arte paleolitica.

 Begräbnisszene mit Mumie im Ochsenfell Mumie im Ochsenfell Simbabwe, Rusape Distrikt, Fishervall-Springsfarm 8.000-2.000 v.Chr. Aquarell von Joachim Lutz und Leo Frobenius, 1929 © Frobenius-Institut

Zimbabwe, 8mila a.CAquarell von Lutz und Frobenius, 1929 © Frobenius-Institut

Viktor Leo Frobenius (1873-1938) era stato allievo di Ratzel e insegnò all’Università di Francoforte, facendo 12 spedizioni in Africa tra il 1904 e il 1935. negli anni raccolse molto materiale etnografico che divenne la base della teoria della Kulturkreis, che considera la cultura come un organismo vivente che si sviluppa secondo le proprie leggi “biologiche”, sviluppando ciò che c’è in origine. In questo modo cercava di dare basi materiali alla sua idea della creatività arcaica, una dimensione creativa che esiste nei Sapiens fin dall’origine della specie. Questa sua idea che si contrapponeva al crescente razzismo, contrastava però contrastava con teoria dell’evoluzione , per questo incontrò molte difficoltà istituzionali impigliandosi in faccende burocratiche e accademiche con le amministrazioni di Guglielmo II, la Repubblica di Weimar mentre nel 1937, la mostra “Arte degenerata” voluta da Hitler in Germania, ha ottenuto un finanziamento ufficiale per esporre alcune delle loro scoperte a New York.

“Oggi è del tutto evidente che la diffusione di questa arte preistorica esercitato una forte influenza sul avanguardia e soprattutto l’arte del XX secolo”, dice il curatore della mostra del Gropius Bau Richard Kuba “parliamo di opere che non possono essere qualificate come mere manifestazioni di una cultura sciamanica negando l’evidenza  deld loro valore estetico indiscutibile.  Esiste un’ arte anche 38.000 anni fa “. “Queste immagini hanno mostrato che l’uomo preistorico non era brutale e ottuso. Da quel momento  l’Africa,  che era sttaa considerata un continente astorica ha cominciato ad essere guardata dagli studiosi come la culla della civiltà. E questo è stato un grande cambiamento culturale “, sottolinea il direttore del Frobenius Institute, Karl-Heinz Kohl.

Spesso Frobenius  vendeva i materiali raccolti in precedenti spedizioni per finanziare quelle successive. Tanto che negli annali della intelligence britannica si legge: “la sua reputazione scientifica è mediocre come l’onore della sua condotta”, ma i campioni di arte del Paleolitico che riuscì a raccogliere costituiscono il primo capitolo della storia dell’arte universale.

Simona Maggiorelli

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L’arte al cinema. La nascita del ritratto all’Accademia Carrara

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 31, 2016

Chauvet caves

Chauvet caves

Opere di Botticelli, uno dei primi oli su tela di Mantegna, ritratti di un maestro del colorismo veneto come Bellini. E poi un’opera giovanile di Raffaello, dalla luce chiara e dal paesaggio dolce. Mentre quello che Lotto dipinse nella tela Nozze mistiche di Santa Caterina pare fosse talmente bello che un soldato francese lo staccò e se lo portò via. Così si racconta nel film di Davide Ferrario L’Accademia di Carrara-Il museo riscoperto (Trailer), dedicato alla riapertura di questa importante pinacoteca, dopo otto anni di lavori.

Non meno importanti in questo museo di Bergamo sono le tele dei maestri della nuova ritrattistica padana, dal Foppa al Moroni, che per la prima volta ritrassero artigiani e lavoratori di ogni classe, riuscendo a raccontarne la personalità in modo acuto e penetrante, senza preoccuparsi di trasmettere il nome del soggetto ritratto e i suoi dati anagrafici, perché più importante era trasmettere il sentire e il modo di essere di quella persona che sembra venirci incontro dal quadro.

Botticelli_Giuliano

Botticelli, Giuliano de Medici

Ciò che conta è la presenza viva e vibrante di quel mercante, di quella donna anziana, di quella ragazza che cattura la nostra attenzione con uno sguardo che pare interrogarci. E’ la nascita del ritratto moderno uno dei fili rossi che percorrono questo affascinante film che Ferrario ha realizzato raccontando questo museo bergamasco che vanta una collezione di oltre 600 dipinti, molti dei quali di maestri del Rinascimento e di secoli successivi fino ad arrivare a Pelizza da Volpedo (rappresentato dal romantico ritratto di Santina Negri, con un mano un fiore secco e una lettera) e a artisti di primo Novecento.
Chiusa nel 2008 per restauri, la Pinacoteca dell’Accademia è stata riaperta solo pochi mesi fa e questo film – prodotto da Rossofuoco e portato nelle sale da Nexo Digital – offre la possibilità di un coinvolgente viaggio nelle sale della Pinacoteca che vediamo a poco a poco tornare a piena vita, insieme ai suoi depositi ricchi d’arte, circondati da un giardino di piante antiche che il custode Cesare Marchetti, da quando nel 1973 s’innamorò della figlia del vecchio custode, continua a curare. Osservando questi quadri ogni giorno, via via con maggiore affezione, è risuscito a scoprire la firma di Evaristo Baschenis, semi nascosta nell’ombra, accanto a un drappo rosso che attraversa una magnifica natura morta da secoli senza un’attribuzione certa; una firma autografa che neanche i restauratori avevano notato quando avevano ripulito la tela.”Non ho fatto studi appropriati. Questo prima per me era un posto come un altro – racconta Marchetti nel film -, ma poi ho cominciato ad amare l’arte. Ho visto che c’era qualcosa di più e ogni giorno scoprivo in qualche quadro qualcosa di diverso. Tanto che ora che è stata cambiata la posizione delle tele, per me, è stato quasi un mezzo trauma. C’era una certa sequenza, ora mi chiedo perché e cerco di cogliere i nuovi messi”.

Lorenzo Lotto

Lorenzo Lotto

Accanto alla sua testimonianza Davide Ferrario ha raccolto quella di Maria Cristina Rodeschini, responsabile della Carrara e della  Gamec, dello storico Romano  ma anche di personaggi come Giovanni Lindo Ferretti, a fare da contro canto cattolico cal confronto laico e dialettico fra alcuni giovani storici dell’arte studiosi dell’iconografia cristiana e alcune giovani esperte di arte musulmana. Un confronto che tocca i  temi dell‘aniconismo islamico e del culto delle immagini nel cattolicesimo.  Il divieto di rappresentare Dio nell’arte islamic – raccontano le giovani storiche dell’arte nel fim – non preclude la possibilità di rappresentazione della natura, “che anzi   viene letta come lode alla perfezione del creato”.  In Europa invece si diffuse il culto immagini dopo l’iconoclastia  scoppiata a Bisanzio e lo scisma dalla Chiesa d’Oriente.  Per una molteplicità di ragioni, non escluso il  fatto che nel medioevo  le pitture assunsero un valore  pedagogico e didattico  rivolto alla popolazione allora largamente analfabeta. ” Le religioni hanno sempre cercato di mettere sotto controllo le immagini -commenta uno dei  partecipanti a questo fresco confronto -. E le immagini generano sempre un senso che è difficile tenere a bada”.

Il sarto di Moroni

Il sarto di Moroni

Accanto a questo confronto sincronico fra la tradizione d’Oriente e di Occidente, affascinante è anche la ricerca diacronica, suggerita da questo film, sullo sviluppo della tradizione del ritratto,  prima di profilo, poi di faccia  o tre quarti arrivando a una  grande espressività. Con una bella intuizione Ferrario va a indagare le radici dell’arte del ritratto nella preistorica. Lo fa andando ad intervistare (nel suo studio-castello ad Oxford)  l’antropologo Desmond Morris.  “Il primo oggetto artistico che si conosce  è una pietra con pochi segni incisi che la fanno sembrare un volto. Si tratta del Makapansgat Pebble è stato ritrovato nell’Africa meridionale e risale a tre milioni di anni fa” racconta l’autore de La scimmia artistica. L’evoluzione dell’arte nella storia dell’uomo (Rizzoli).  Poi sarebbero venute le grotte “affrescate” di Chauvet, risalenti a 36mila anni fa, di Altimira e Lascaux. “In questo caso  prevalgono ritratti di animali, in chiave piuttosto realistica, diversi da quelli stilizzati  di esseri umani che si trovano ai primordi dell’arte. Probabilmente dopo aver preso un animale durante la caccia- dice il professore – ne abbozzavano un rapido schizzo che poi realizzavano all’interno della grotta celebrando l’animale morto, dipingendone la figura come fosse in piedi.  Erano disegni molto accurati e precisi, ma anche molto evocativi”. Già queste antichissime realizzazioni e artisticamente già mature fanno pensare che  l’arte sia qualcosa che connota profondamente la specie umana, come fantasia e capacità di creare immagini fiori di sé sulla roccia come su altri supporti, immagini attraverso le quali gli artisti ci raccontano qualcosa di sé , della propria sensibilità e realtà interiore. “L’arte è qualcosa di assolutamente presente e necessario nella nostra vita, in una forma o in un’altra”, conclude Morris. Anche per questo, con Davide Ferrario. diciamo che è importate aver restituito l’Accademia Carrara ai cittadini e che tutti possano conoscerla  e apprezzarne la bellezza. Anche al cinema. @simonamaggiorel

Grande arte al cinema. Il viaggio continua. Dopo gli Uffizi in 3D e il bel film di Davide Ferrario sulla riapertura del Museo dell’Accademia Carrara a Bergamo, c’è attesa per il film di David Bickerstaff dedicato alla vita e l’arte di Francisco Goya e che racconta la mostra Goya: the Portraits della National Gallery di Londra, costruendo un ritratto del pittore attraverso opinioni di esperti internazionali, finestre sui capolavori e visite ai luoghi in cui l’artista spagnolo visse e lavorò. Ma non solo. Il 23 e il 24 Febbraio 2016 sarà nelle sale Leonardo Da Vinci-Il genio a Milano, che ripercorre la straordinaria mostra di Leonardo realizzata in occasione dell’Expo in Palazzo Reale. E ancora: Il 22 e il 23 Marzo 2016, Renoir Sconosciuto, il 3 e il 4 Maggio 2016 Istanbul e il Museo dell’Innocenza del premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk, il 24, 25 Maggio 2016, Da Monet A Matisse-L’arte di dipingere giardini.@simonamaggiorel

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