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Sotto la pelle delle immagini. Il nuovo cinema #documentario

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 20, 2014

dal film di Alina Marazzi

dal film di Alina Marazzi

Non solo Sacro Gra. I documentari stanno diventando sempre più creativi. Lo storico del cinema Marco Bertozzi tratteggia il nuovo panorama

«Negli ultimi dieci anni il cinema documentario ha compiuto una svolta. E non è più percepito come un prodotto cinematografico polveroso e ideologico, ma come un’opera artistica che esprime un punto di vista originale sul mondo», dice Marco Bertozzi, filmaker, storico del cinema e autore della Storia del documentario in Italia edita da Marsilio. Un cambiamento dovuto al lavoro di ricerca di nuovi registi ma anche al tam tam dei festival e di iniziative dal basso. «A far cambiare idea sul documentario hanno contribuito storiche rassegne come il Festival dei Popoli di Firenze ma anche, più di recente, lo spazio sempre più ampio che i festival internazionali del cinema di Torino, Roma e Venezia dedicano a questo genere». E per quanto qualcuno si sia scandalizzato per il Leone d’oro a Sacro Gra, perlopiù «il pubblico si rende conto che i documentari nascono da laboratori espressivi che riflettono sul realismo, sulla ammissibilità di certi realismi, sul confine fra riflessioni etiche ed estetiche».

Alberi di Michelangelo Frammartino

Alberi di Michelangelo Frammartino

Ma resta tuttavia un vistoso paradosso: benché molti autori italiani ricevano riconoscimenti anche all’estero, riuscire a trovare dei finanziamenti per questo tipo di cinema è difficile. Ed è quasi impossibile farne di che vivere. «La straordinaria fioritura artistica del cinema documentario è un vero miracolo all’italiana», commenta il docente dell’università Iuav di Venezia. «Si inserisce nella tradizione della bottega medievale e rinascimentale. Con la maestria di alcuni e con mezzi artigianali si riesce ancora a creare un’opera d’arte. Ma se da un lato c’è la cura, l’attenzione e la forte esigenza espressiva dei filmakers, dall’altro c’è la ristrettezza delle nostre realtà produttive». Nonostante le difficoltà materiali, però, la nuova produzione si distingue per un uso originale, imprevisto e talora perfino spiazzante del genere documentario, come Bertozzi ricostruisce nel suo recente saggio Recycled cinema (Marsilio).

«Oggi non c’è più solo un uso “informativo” del documentario», spiega Bertozzi. «In passato prevaleva la dimensione storico letteraria del cinema a base di documentario d’archivio. Al commento scritto di un esperto venivano associate immagini storiche che confermavano il suo discorso. Oggi invece si parla di “metraggio ritrovato” per dire di un lavoro che indaga l’ambiguità delle immagini, che cerca di svelare i processi di mistificazione che esse subiscono: pensiamo per esempio alla tragica importanza del cinema documentario nei regimi dittatoriali. Si lavora sempre più sulla polisemia delle immagini per dar loro nuova vita in termini mass-mediali, espressivi, artistici, politici». Un esempio di riciclo riuscito? «Quello compiuto da Alina Marazzi nel raccontare la storia di un ramo della sua famiglia, gli Hoepli. La regista usa le immagini felici di famiglia per raccontare invece il dramma del suicidio di sua madre in Un’ora sola ti vorrei (2002). Ma – aggiunge il professore – potremmo parlare anche di altri usi più plastici e scultorei di vecchi metraggi. Alcuni registi graffiano le immagini, le ri-musicano, altri sottraggono l’emulsione e la ricompongono. Eccezionale in questo senso è il lavoro di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, che con la loro camera analitica rifotografano fotogramma per fotogramma spezzoni ritrovati di documentari sui reduci della prima guerra mondiale. Ingrandiscono, ricolorano, rallentano i fotogrammi per offrire ciò che quelle immagini in un primo momento sembravano celare. Questo procedimento indica anche un orizzonte di ecologia del visivo: in un momento come questo in cui ogni secondo vengono prodotte migliaia di immagini, riaprire i preziosi archivi del nostro Novecento per fare dei film assolutamente contemporanei è una bella sfida all’inflazione delle immagini, ma anche al mito dell’alta definizione e del tempo reale: Il Recycled cinema ci porta in un tempo meno reale, ma più riflettuto. è un cinema con qualche bolla, qualche rigatura, non tutto è liscio come nell’alta definizione ma sono immagini che in noi evocano memorie profonde». Potremmo dire che il cinema documentario si sta avvicinando alla videoarte? «In un certo senso sì, Cresce la dimensione artistica anche nelle opere di denuncia sociale e politica. E in questo settore ci allontaniamo dalla produzione tv molto gridata, che spettacolarizza perfino le tragedie. La maggiore auto consapevolezza del cinema documentario lo rende più etico e politico, ma anche artistico».

E se un tempo il documentario era un genere a parte ora registi di talento come, per esempio, Michelangelo Frammartino o come Daniele Vicari passano di continuo da un genere all’altro. «Per la generazione di registi come Antonioni, Maselli e Zurlini che erano cresciuti nel neorealismo il documentario era la palestra formativa per poi passare al “vero cinema”. Di solito realizzavano 8-10 documentari dalla durata di dieci minuti. Era il sistema produttivo che imponeva quella durata rigida perché i documentari venivano proiettati prima dei lungometraggi narrativi. Oggi fortunatamente questa divisione non c’è più e si assiste a continui scambi e passaggi. Sono convinto davvero- conclude Bertozzi – che il documentario ci possa offrire delle possibilità che il cinema narrativo del Novecento non ci ha dato, perché si proponeva come una sorta di romanzo ottocentesco tradotto in pellicola. Il documentario oggi non è semplice rappresentazione referenziale del mondo ma è come se ci portasse in una dimensione inconscia, verso una realtà più profonda. Non ha più quel narrante autoritario (più che autorevole) che descriveva il mondo come fosse fatto di assolute certezze. Oggi perfino la voce narrante è sempre più di scavo, di ricerca».

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