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L’autonomia tradita

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 16, 2005

Pensiero critico, ricerca, diritto a una formazione alta. Parla Luigi Berlinguer di Simona Maggiorelli

“La sinistra oggi non può non farsi carico di idealità progressiste, pensando a un nuovo progetto educativo» avverte l’ex ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer, padre di quella riforma varata dal governo di centrosinistra che per la prima volta apriva all’autonomia scolastica. Oggi, membro laico del Csm, e docente universitario, il professore stuzzica e stimola l’Unione perché arrivi alle elezioni attrezzata, con idee chiare, su un punto cardine come la scuola. «Il fatto è – dice Berlinguer – che non possiamo più permetterci di fermarci a una ideologia ottocentesca di Stato burocratizzato. È un problema che riguarda complessivamente le scelte di un partito di sinistra che oggi deve avere una visione complessiva del mondo, aprirsi al nuovo, al confronto delle idee».
Che tipo di rinnovamento a sinistra?
Il socialismo, in origine è nato con connotati di ateismo, e comunque di forte razionalismo. Oggi il suo orizzonte si è arricchito, non escludendo una sfera dell’umano fin qui trascurata come l’irrazionale. Le emozioni, l’esigenza di felicità, l’apporto della donna. Sono le rappresentanze più alte di una visione più ricca dell’idea di comunità che una volta aveva una caratterizzazione prevalentemente collettivistica. Ora al centro c’è il rispetto della persona e occorre aggiornare l’analisi che non è certamente più quella del capitalismo nascente da cui si è originata la strategia di Marx.
In che modo può tradursi in nuovo progetto di scuola pubblica?
Sto parlando di una filosofia di vita che non proviene dall’alto, ma che nasce dal basso. C’è nella tradizione marxiana, c’è nel modo in cui si sono organizzati i lavoratori, ponendosi in antitesi a un capitalismo che aveva usato lo Stato per governare i processi economici. Certo lo Stato ha sempre una funzione di riequilibrio. Un’idea di società tutta dominata dal mercato porterebbe a una condizione di homo homini lupus. Ieri lo Stato, oggi il potere pubblico, non più statale – dal momento che parliamo di dimensioni locali o di sovranazionali con l’Unione europea – ha una funzione di riequilibrio nei riguardi di questi processi che producono disuguaglianza. In questo quadro la novità di una politica educativa è data da questo affievolirsi del ruolo statual-nazionale, ma anche dal fatto che l’accesso all’education è sempre più un diritto di tutti e non solo di una parte, per cui nei paesi evoluti si va a scuola fino a 18 anni. Con forme di emarginazione sempre più parziali, ma che pure ci sono: riguardano i soggetti più deboli, gli immigrati. Ma l’istruzione di massa, il bisogno del singolo ad esistere diversamente dal passato, s’intrecciano con il bisogno della società di avere personale più preparato, con un’offerta educativa che prima era stata prevalentemente statale.
Mi faccia capire meglio. Pensa a un servizio pubblico o a maggiori privatizzazioni?
Penso a un’assoluta prevalenza del pubblico. La funzione educativa potrà, in alcuni casi, avere un gestore privato, ma non lo deve essere il servizio. Qualunque attività educativa
deve avere una caratterizzazione pubblica. Nessuna imposizione di un credo. Educazione significa confronto di idee. Non devono esistere ghetti, ma neanche porti franchi in cui ognuno possa fare ciò che vuole. Una funzione pubblica deve avere la forza di imporre ovunque queste regole.
Questo scenario di autonomia, anche di pensiero, come si concilia con la massiccia immissione in ruolo di insegnanti di religione?
L’ora di religione è la prova che lo Stato, così come è oggi, non è in grado di garantire il massimo di laicità. La religione a scuola ha un senso solo se diventa cultura, altrimenti è catechesi, da praticare nei luoghi di culto.
Nel progetto di riforma Moratti per la prima volta si dice insegnamento di “religione cattolica”. Lo denuncia la commissione Montalcini, auspicando maggiore apertura interreligiosa. Lei che ne pensa?
Sarebbe necessario garantire che a scuola si studiasse cultura e storia delle religioni. È un problema ancora da risolvere.
Mettere in discussione il Concordato offrirebbe una strada?
Le radici della costituzionalizzazione del Concordato risalgono alla Resistenza. I cattolici hanno fatto parte del movimento dando anche una loro impronta. E il compromesso che ne è derivato è che i Patti lateranensi non si possono cambiare se non con un’azione comune delle due parti.
Ma si potrà avviare un confronto?
Credo sarebbe opportuno avviare una discussione. Ma nelle forme giuste, per giungere ad un accordo. Altrimenti non avrebbe valore legale. Ma l’obiettivo fondamentale è che, in una visione di sinistra rinnovata, si riesca a garantire a tutti il diritto al successo formativo. Deve passare l’idea dell’education come diritto. Persino il concetto di obbligo dovrebbe essere via via superato.
Lei, però, fece una legge sull’obbligo. Che poi è stata drammaticamente cancellata.
Sono venuti gli Unni e hanno deciso una damnatio memoriae. Nonostante questo, però, resto convinto che il concetto dell’obbligo debba essere sopravanzato dal concetto di diritto, inteso come diritto a sviluppare fino in fondo la propria personalità e la cultura, secondo le proprie capacità. Quindi ad avere successo.
I ragazzi devono poter sviluppare un pensiero critico, autonomo?
Questa è la premessa di qualunque cosa. Il senso critico è fondamentale. Se io sono in grado di rendere cinquanta, devo essere messo in grado di poterlo fare. Ma il punto è che non dobbiamo far camminare alla stessa velocità chi rende cinquanta e chi ottanta. Chi è più lento non deve essere emarginato. Ma anche chi ha più potenzialità ha diritto a non essere mortificato in una livellazione verso il basso. La società è fatta di differenze ma tendere all’uguaglianza non vuol dire fissare uno stampo. Sarebbe un grave danno. Bisogna creare le situazioni per cui ognuno renda al massimo di sé stesso. E non si può fare con una scuola statalizzata secondo il modello ministeriale, irreggimentata dentro le classi tradizionali, in una scuola che ignori le potenzialità enormi della scienza e del nuovo mezzo tecnologico. Il punto è creare una comunità educante, aperta, mobile. Fermo restando un minimo comun denominatore di sapere. Questa è l’autonomia. E la grande sfida della scuola del nuovo millennio.
Ma il progetto di autonomia non è minato da schizofrenia se poi si obbligano i ragazzi a accettare dogmi religiosi?
La catechesi nella scuola pubblica è proibita. Si può anche insegnare il Vangelo purché lo si affronti come storia culturale. Chi non lo fa, è fuori dalla legge 62 che porta la mia firma. E le leggi occorre farle rispettare.
Come, se è il vescovo a nominare l’insegnante di religione?
Ma c’è un dirigente scolastico e un collegio dei docenti. Perché non potenziare questi momenti di dimensione pubblica della scuola? Perciò difendo l’autonomia. Soltanto mi chiedo se la sinistra si sia fatta carico di far attuare queste leggi.
Che risposta si è dato?
Che non l’ha fatto abbastanza. Perché una certa sinistra vive nella presunzione che l’unico modo sia escludere la scuola non statale per relegarla in un ghetto. E poi perché pone la questione dell’insegnamento di religione in forma ipostatizzata, puramente ideologica.
E perché la sinistra non punta al cambiamento?
La sinistra è fatta di molte anime. Una cultura che voglia cambiare deve avere ideali altrimenti è meglio che vada a casa. Ma non basta declamarli. Bisogna avere la capacità di trovare un’operatività. C’è invece chi si limita alla propaganda degli ideali. Questo è il confronto da fare.
Perché questa sinistra ha paura della ricerca? Margherita Hack denuncia che nell’università non si fa più ricerca pura.
Il nuovo programma dell’Unione pone la ricerca di base al centro. Ma credo che su questo la discussione si faccia molto calda. Ritengo che ci sia bisogno sia di ricerca di base che applicata. Ma sono anche convinto che l’Italia abbia maggiori potenzialità nella ricerca di base.
E come si può fare una libera ricerca, supponiamo, in storia, se la riforma del Cnr per le materie umanistiche è di uno storico confessionale come Roberto De Mattei, fondatore dell’associazione Lepanto?
Occorre vedere quanto egli conti realmente. Ma è indubbio che ci sia stato un abbassamento di livello l’Italia non meritava questi ultimi cinque anni di penitenza. Però sono anche convinto che nell’università italiana la ricerca abbia spazi e che ci sia chi la sa fare. È un patrimonio che mi auguro nella prossima legislatura venga valorizzato e sostenuto al massimo.
Intanto, i giovani ricercatori precari, con la riforma Moratti, si vedono cancellato d’un tratto il proprio ruolo.
Il problema è il ricambio generazionale, la mancanza di quadri giovani. È un fatto gravissimo che chiede un immediato cambiamento di rotta.
E che basi avranno i futuri ricercatori, se fin dalle superiori hanno studiato programmi di scienze censurati?
Quest’idea di esclusione dello studio dell’evoluzionismo dalla scuola credo sia una malattia che vada combattuta con la massima energia. Guai a chiudere o a mettere il bavaglio alla conoscenza scientifica. Bisogna che i ragazzi siano messi nella condizione di imparare tutto, che conoscano l’evoluzionismo come una delle correnti di pensiero più importanti del panorama moderno. Io credo, però, che anche chi non è d’accordo abbia diritto di parlare. Guai però a fare una scelta, come sta tentando di fare Bush.
Cosa farebbe se fosse ministro?
Intanto occorre un corpo docente che affronti la scienza e la cultura con metodo critico. Con il dovere deontologico di insegnare in modo che lo studente viva in piena autonomia nel momento in cui apprende. Non si deve indottrinare. Ma occorre anche che questi elementi di criticità del sapere siano garantiti da norme precise. Se dovesse sopravvivere una linea morattiana a favore del creazionismo bisognerebbe cancellarla con un tratto di penna. Senza esitare neanche un istante. Perché è la negazione della cultura. Chiunque la faccia.

Avvenimenti 49/05

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Privilegi porporati e sempre più soldi alle scuole cattoliche

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 16, 2005

di Simona Maggiorelli

L’inizio è nelle pagine di storia: l’insegnamento della religione cattolica fece il suo ingresso ufficiale nelle scuole italiane nel 1923 con la riforma Gentile. Una scelta rafforzata poi dal concordato del ’29. Ora però, a più di cento anni di distanza, la ministra dell’Istruzione Letizia Moratti insiste su un inattuale ritorno a un modello confessionale della scuola pubblica. Lo raccontano l’assunzione come insegnanti di ruolo di 10mila insegnanti di religione varata dal governo Berlusconi e il fatto che le assenze degli studenti all’ora di religione ora vengono segnate e interpretate come penalità, eludendo il “particolare” che si tratta pur sempre di una materia facoltativa. Ma non solo. La commissione guidata da monsignor Tonini incaricata dalla Moratti di stilare una manuale deontologico ha appena concluso i suoi lavori e, presto, ne avremo il pensum ad uso di tutti gli insegnanti, non solo quelli dell’ora di religione. Mentre il vicepresidente del Cnr, lo storico Roberto De Mattei, con il compito di riformare la ricerca nel settore delle materie umanistiche, lancia proclami per una riscatto della società cristiana e contro i progressi della scienza, come fondatore della associazione Lepanto. E non si tratta, purtroppo, di un film in costume sul ritorno dei crociati. Basta andare sul sito http://www.lepanto.org per rendersene conto. Si tratta, purtroppo, di scelte vere e pesanti, di cui si vedono già le ricadute sui programmi scolastici e sulla ricerca. Lo si è già visto con il tentativo della ministra Moratti di fare spazio al creazionismo nei programmi di biologia, ostracizzando l’evoluzionismo di Darwin. Un tentativo fermato dalle dure accuse mosse dall’Accademia dei Lincei già nell’aprile del 2004, ma poi approdato alla nomina ministeriale di una commissione presieduta da Rita Levi Montalcini e incaricata di decidere dell’utilità dell’insegnamento di Darwin i cui documenti finali sono stati pesantemente manomessi, come aveva denunciato ad Avvenimenti il professor Vittorio Sgaramella, docente di biologia molecolare dell’università della Calabria e membro della commissione Montalcini e come ora racconta MicroMega nel nuovo numero Chi ha paura di Darwin?

Abbiamo chiesto a Mario Staderini, insieme all’associazione radicale anticlericale.net, attento studioso delle cose Vaticane e autore di un libro sull’8 per mille, di raccontarcene radici e conseguenze. “In questo viaggio, partiamo dall’insegnamento della religione cattolica all’interno della scuola pubblica- suggerisce Mario Staderini -. Si tratta di un privilegio concesso dallo Stato in base al Concordato, una norma di favore riservata alla sola Chiesa cattolica con cui si fa della scuola uno strumento di promozione di una confessione religiosa, peraltro discriminando tutte le altre”.

Come si traduce in concreto?

Lo Stato è obbligato ad inserire l’insegnamento della religione cattolica all’interno dell’orario scolastico, e ne paga i professori. Oggi sono circa 20mila ed è il Vescovo a designarli, rilasciando –e revocando- il certificato di idoneità in virtù di un giudizio etico e morale. C’è, dunque, un potere di controllo nei confronti di dipendenti statali da parte della Diocesi e della Cei, la Conferenza episcopale, che dà le direttive.

L’intesa firmata nel 2003 fra Ministero e Cei ha aggravato questa situazione?

Si è consentito alla Cei di fissare gli obiettivi dell’insegnamento, controllandone così anche i contenuti. Negli ultimi anni è in corso una vera e propria deriva clericale. Dopo numerosi tentativi di eludere la facoltatività dell’ora di religione, sono state approvate leggi unilaterali, come quella varata dal governo Berlusconi per l’immissione in ruolo degli insegnanti di religione. Ne sono già stati inseriti 10mila e si arriverà a 15383 entro l’anno prossimo. Ma il Concordato non prevedeva nulla del genere.

Con quali costi per lo Stato?

Non c’è ancora una stima precisa, ma lo si può facilmente calcolare considerando uno stipendio medio di 2000 euro lordi: moltiplicato per 20mila si arriva a 500 milioni di euro a carico dello Stato ogni anno. Questo solo per gli insegnanti, senza contare il valore e le spese per le strutture.

Gli insegnanti di religione entrano nei consigli di classe, partecipano alla valutazione scolastica degli alunni. Quanto incide il loro giudizio?

Con la riforma Moratti si tenta di equiparare anche il valore didattico, inserendo la valutazione in pagella. Sotto il piano numerico, i sindacati denunciano che, da qui al 2008, ogni tre docenti assunti dalla scuola pubblica, uno sarà di religione cattolica. La loro immissione in ruolo, poi, apre scenari paradossali: ammettiamo che non venissero più giudicati idonei all’insegnamento e revocati dal vescovo, perché divorziati o perché, supponiamo, hanno votato sì al referendum sulla fecondazione assistita; essendo di ruolo, passerebbero a insegnare filosofia, storia, letteratura, proprio quelle materie umanistiche in cui la loro formazione confessionale giocherebbe un preciso peso.

Già adesso nell’ora di religione non mi risulta che si studino le crociate o la controriforma, spiegandone il peso storico.

Si studiano i Vangeli, la figura di Gesù e la vita della Chiesa cattolica, mentre le altre confessioni religiose sono considerate solo in rapporto subalterno a quella cattolica. E’ un insegnamento confessionale proprio perché segue un preciso carattere religioso e identitario. Ad esempio, tra gli obiettivi specifici stabiliti nell’Intesa vi è quello di far “ comprendere che il mondo è opera di Dio”.

Con la riforma Moratti il pensiero religioso impronta più massicciamente le scelte dei programmi?

Indubbiamente c’è un tentativo. Lo stesso Cardinal Ruini, nel messaggio di saluto per i nuovi insegnanti di religione entrati in ruolo, disse esplicitamente che quello era il primo passo per far uscire l’insegnamento della religione cattolica da un ruolo marginale nella scuola pubblica, ed assumere finalmente un ruolo determinante nella crescita globale dei bambini e dei ragazzi. Un obiettivo che ha trovato appoggio nelle scelte del Ministro Moratti e di una lunga serie di ministri cattolici che l’hanno preceduta. Gli strumenti utilizzati sono l’ora di religione, il codice deontologico dei docenti affidato al Cardinal Tonini, l’ostracismo alla storia precristiana e all’evoluzionismo in biologia, così come la presenza di riti religiosi cattolici che ancora si celebrano, a vario titolo, nelle scuole pubbliche italiane. Un aumento di imput confessionali, dunque, a fronte invece di una quasi totale scomparsa dell’insegnamento dell’educazione civica. Non c’è poi da stupirsi se nel Paese si va perdendo il senso civico e istituzionale, la conoscenza stessa dell’istituto referendario ad esempio, mentre aumenta, complice lo strapotere mediatico, l’attenzione ai messaggi criminalizzanti su aborto e fecondazione assistita delle gerarchie vaticane e delle associazioni integraliste. La scuola ha una precisa responsabilità.

In questo quadro, allora, è tanto più grave il finanziamento concesso dallo Stato alle scuole private cattoliche?

Ad un Meeting di Comunione e Liberazione dell’agosto 2001, il Ministro Moratti affermò che non deve più esistere il monopolio pubblico dell’istruzione. Personalmente non avrei pregiudizi rispetto all’affidamento anche a soggetti privati del servizio pubblico scolastico. Il problema è che la libertà di insegnamento, negata nella scuola pubblica agli insegnanti di religione, è ancor più compressa nelle scuole confessionali. Finanziare le scuole private, in Italia, significa finanziare soprattutto le scuole cattoliche, di qui la strumentalità di provvedimenti in tal senso. Nel 2004, il finanziamento pubblico alle scuole non statali, introdotto nel 2000 dal Governo D’Alema, è stato di 527 milioni di euro. L’esenzione dall’Ici disposta dall’ultima legge finanziaria è un ulteriore tassello per coloro che vedono delinearsi una strategia volta a fare delle scuole cattoliche private delle scuole d’elite, in cui formare le future classi dirigenti del Paese. Ma anche nell’Università la situazione è privilegiata.

In che senso?

L’articolo 10 comma 3 del Concordato stabilisce che le nomine dei docenti dell’Università cattolica del Sacro Cuore (che gode di finanziamenti pubblici) siano subordinate al gradimento, sotto il profilo religioso, della competente autorità ecclesiastica. Ciò significa vincoli per i professori ed una formazione particolare per gli studenti, della facoltà di medicina ad esempio; non senza conseguenze esterne: basti pensare che il Policlinico Gemelli è parte integrante della Università Cattolica. La messa sotto tutela dell’insegnamento, dell’università e della ricerca ha sempre una ricaduta sulla vita pubblica e dei cittadini; così l’Italia si colloca agli ultimi posti nell’utilizzo della terapia del dolore, nelle garanzie per i cittadini rispetto ai medici obiettori, mentre anche l’utilizzo della pillola abortiva è pervicacemente ostacolato. E dal 2004 ci ritroviamo con la legge sulla fecondazione assistita più proibizionista del mondo.

Ma il paese reale si ha la sensazione non sia poi così cattolico integralista come la Cei.

Infatti. Il filosofo cattolico Pietro Prini, in un suo libro, parla di “scisma sommerso” per descrivere la distanza tra la dottrina ufficiale e la coscienza dei fedeli. Ma non è detto che, con il ripetersi di politiche e strategie clericali, la distanza non si riduca.

E in Europa, c’è qualche paese che viva una situazione come quella italiana?

Sul fronte scolastico, la riforma di Zapatero sta liberando la scuola pubblica spagnola da influenze confessionali; in Germania è ancora forte la dimensione pubblica della Chiesa, così come in Portogallo. L’ Inghilterra, dove la religione anglicana è religione di Stato, ci fornisce un modello opposto: lo Stato non finanzia la Chiesa e l’insegnamento delle religioni non ammette idoneità da autorità acclesiastiche. Stati “a rischio”, per cosi dire, sono i nuovi paesi della Ue, in particolare quelli dell’ex blocco sovietico e dell’ex Jugoslavia. Il Vaticano, infatti, da anni sta conducendo una politica neoconcordataria con l’obiettivo di ottenere dagli Stati il riconoscimento di norme speciali in suo favore.

Attraverso il meccanismo dell’ 8 per mille si finanziano le scuole religiose?

Non tutte. Con i fondi dell’8 per mille vengono finanziate facoltà teologiche e istituti di scienze religiose, nonché associazioni cattoliche di promozione della responsabilità educativa quali l’Age e l’Agesci, che ritroviamo poi presenti nelle Commissioni ministeriali. Complessivamente, con l’8 per mille, 1 miliardo di euro finisce ogni anno nelle casse della Cei, nonostante oltre il 60% dei contribuenti italiani non esprima alcuna volontà in tal senso. Chi non firma l’apposito modulo, infatti, si vede prelevato comunque l’8 per mille delle sue imposte e destinato alla Cei in base alla percentuale delle scelte espresse dalla minoranza di italiani che hanno firmato. Una questione di ignoranza indotta, insomma.

Avvenimenti

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