Articoli

Posts Tagged ‘bozzetti’

La vis imaginativa di un maestro

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 5, 2009


Due saggi indagano il non finito in Michelangelo e la potenza del suo “occhio interiore”

di Simona Maggiorelli

Michelangelo,_battaglia_dei_centauri,_casa_buonarroti

Michelangelo, Centauromachia

La potenza dei Prigioni di Michelangelo che sembrano emergere dalla pietra grezza con uno sforzo sovrumano è al centro del nuovo lavoro Isabelle Miller Capolavori incompiuti, da poco uscito in Italia per l’editore Angelo Colla. Un saggio in cui si analizza il fascino dell’imperfetto e quel certo modo di fare arte che lascia trasparire la tensione creativa piuttosto che il dettaglio analitico e le rifiniture.

Nei bozzetti di Canova, nelle sculture incompiute di Rodin oppure nei bassorilievi in creta di Lucio Fontana si percepisce il divenire dell’opera, quasi potesse restare aperta a ulteriori significati e assorbire col tempo nuove sfumature attraversando temperie culturali diverse. Una qualità del “non finito” di durare e “ricrearsi” nella storia che Michelangelo intuì giovanissimo. Facendone la chiave della sua Centauromachia, conservata in Casa Buonarroti a Firenze.  Un bassorilievo che gli studiosi hanno spesso considerato immaturo per certi “difetti”, che farebbero sospettare una non perfetta padronanza delle proporzioni nell’anatomia dei corpi e della prospettiva geometrica. Del resto, come ricorda Forcellino in Michelangelo. Una vita inquieta (Laterza), quando riprese il tema della lotta dei centauri da fonti dantesche e, su suggerimento del Poliziano, dalle Metamorfosi di Ovidio era un diciassettenne che si era appena affrancato dalla bottega del Ghirlandaio grazie a Lorenzo de’ Medici che, intuendone il talento, l’aveva voluto fra gli intellettuali umanisti che frequentavano il suo giardino di corte. Sta di fatto, però, come notano Sergio Risaliti e Francesco Vossilla in Michelangelo. La zuffa dei centauri (Electa), «un lunare e nascosto Michelangelo intervenne più volte con gli scalpelli a perfezionare quell’immagine di tumulto», senza che il rilievo ricevesse mai l’ultima mano. Secondo la tesi dei due autori, l’artista era ben consapevole del valore di quel lavoro e con gli scalpelli, e poi, settantenne con l’aiuto del biografo ufficiale, Ascanio Condivi, «riuscì in un’altra impresa: far credere che la Zuffa dei centauri fosse perfetta prima del 1492». Come opera di un talento precoce e geniale. Ma a ben vedere Michelangelo non aveva bisogno di apologia.

La genialità dell’opera stava già nel fatto che avesse ripreso il tema caro all’Umanesimo liberamente, senza lasciarsi imbrigliare dal valore allegorico di vittoria della ragione sugli istinti. Al «bulicame» dei centauri di dantesca memoria sostituì figure dalla bellezza quasi greca (aspetto che accentuerà dopo il ritrovamento del Laocoonte). E non ebbe timore di usare quelle deformazioni che, in una visione di insieme, gli permisero di rendere il senso di un corpo umano in movimento nello spazio. Con la Centauromachia era già fuori dalla perfezione bidimensionale di Botticelli. Inoltre, come suggeriscono Risaliti e Vossilla in questo loro breve e affascinante saggio, Michelangelo rilegge la lezione leonardiana dello sfumato in chiave plastica, riuscendo a dare profondità e ombre al bassorilievo. Al tempo stesso, abbandonando lo schema di piani parelleli tipico dello stiacciato di Donatello, riesce a costruire una molteplicità di punti di vista che nel non finito lasciano aperta la porta della fantasia. Per dare una spazialità interna all’opera, poi, non usa la cauta raspa, ma la grandina e lo scalpello fino alla pelle del marmo, sapendosi fermare prima della rottura. «La capacità molto precoce di Michelangelo – scrive Forcellino – era quella di vedere il marmo nella sua tridimensionalità, indipendentemente dal disegno che si può tracciare sulla sua superficie». Il marchigiano Condivi già scriveva nel 1553 della «potentissima vis imaginativa» del maestro. La forza espressiva della Centauromachia era già tutta nell’immagine interiore dell’artista. La rappresentazione così emergeva dalla pietra viva e reale, nelle sue linee essenziali. E non c’era alcun bisogno di completare le parti scabre.

da left-avvenimenti 4 settembre 2009

Annunci

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Il sogno di fare arte insieme

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 15, 2005

Ad Arles la fine dell’amicizia fra Van Gogh e Guaguin. La vicenda raccontata in  grande mostra a Brescia

di Simona Maggiorelli

Van Gogh, la sedia di Gauguin,1888

Van Gogh, la sedia di Gauguin,1888

Erano giorni di attesa febbrile. Ma anche di speranza. Van Gogh ne era convinto: l’arrivo di Gauguin nella propria casa, la piccola casa gialla di place Lamartine ad Arles, in Provenza dove si era da poco trasferito dopo una brutta crisi, avrebbe portato ad entrambi nuovo slancio nella ricerca artistica.Era l’autunno del 1888 e Van Gogh, mentre aspettava da Gauguin la conferma definitiva del suo trasferimento in Provenza, scriveva lettere entusiaste al fratello Theo, gallerista a Parigi, che li aveva fatti conoscere.Lo schivo e introverso Van Gogh sperava che l’inizio di un più stretto sodalizio artistico con Gauguin potesse realizzare il sogno di una “comune” di artisti, dove le difficoltà materiali e l’incomprensione ostile di chi non accetta la libertà dell’artista non uccidessero la creatività. Quell’incontro tanto sperato avvenne, finalmente, il 22 ottobre del 1888.
Ma non andò come Vincent aveva sperato. I rapporti con Gauguin presto si guastarono. E una violenta crisi di Van Gogh segnò la rottura. Il pittore francese raccolse in fretta le sue cose e se ne andò a rilassare i nervi nei più tranquillizzanti paradisi naturali della Polinesia. Per Vincent quella bruciante delusione aprì la strada a una serie crisi psichiche sempre più laceranti e che, appena qualche anno dopo, lo porteranno al suicidio. Morte in qualche modo annunciata da quella malinconica sedia vuota che resta, non a caso, come uno dei segni più forti e disperati della pittura di Van Gogh. Cosa successe davvero  fra i due in quelle giornate in Provenza? Gauguin, come del resto Theo Van Gogh, dietro gesti di cortesia e di aiuto, nascondeva una lucida indifferenza, un’inconsapevole pulsione a tarpare la genialità di Vincent? Marco Goldin, curatore della colossale mostra di Brescia (dal 22 ottobre al 19 marzo, la più ampia in assoluto, dopo quella del 2001 di Chicago e Amsterdam) suggerisce tra le righe questa intrigante chiave di lettura. Lo fa mettendo a confronto nelle sale del complesso bresciano di Santa Giulia centocinquanta opere di Van Gogh (1853-1890) e Gauguin (1848-1903) – tele disegni, bozzetti, oli, ma anche lettere autografe e documenti – che, passo dopo passo raccontano la formazione dei due artisti in Olanda e in Francia, i debiti con la generazione degli impressionisti, le scelte artistiche più personali e quella rivoluzione del colore, che, a partire dalla lezione dei fauve e di Cézanne in particolare, portò i due artisti ad avvicinarsi, per subito separarsi proiettandosi verso orizzonti assai diversi: vette altissime di potenza espressiva per Van Gogh in visionarie immagini di campi di grano, potenti vedute notturne e autoritratti che, incuranti della verità documentarista, trasmettono, con pennellate che sembrano graffi di dolore, tutta la forza di un tempestoso vissuto interiore. Per Gauguin, invece, dopo la fuga dalla casa di Van Gogh lo scenario sarà quello di un rassicurante tuffo nell’esotico, in una pittura che finge il pittoresco e espelle la profondità, accumulando ritratti stilizzati di fanciulle dalla pelle scura che si susseguono più o meno identici, nulla lasciando trasparire di una tridimensionalità interiore.
Per trasmettere le sue riflessioni critiche e la sua chiave interpretativa dello storico incontro-scontro fra i due artisti, Marco Goldin anche questa volta, come già nelle grandi mostre di Treviso dedicate all’impressionismo, a Cézanne e allo stesso Van Gogh, punta su un doppio canale: su una selezione accurata delle opere provenienti dai musei di Amsterdam e di Parigi, ma anche “rastrellate” in mete sperdute d’Oltreoceano. E insieme, per attrarre un pubblico il più possibile ampio, su una sapiente teatralità.

Van Gogh, la propria sedia vuota

Van Gogh, la propria sedia vuota

Ricorrendo a un allestimento di forte impatto scenografico e, questa volta, anche praticando la scena in senso stretto con un testo teatrale che racconta i giorni di Van Gogh e Gauguin ad Arles. E che, trascritto in stralci, fa da guida ai visitatori lungo le otto sezioni della mostra; dove in parallelo si squadernano gli anni della formazione di Gauguin nella Parigi dell’impressionismo e quelli di Van Gogh in Olanda, contrassegnata dalla tipica pittura scura e bituminosa dei Mangiatori di patate. Poi gli anni di Gauguin in Bretagna con la celebre Vegetazione tropicale del 1887, la scoperta del colore di Van Gogh a Parigi, il soggiorno ad Arles, per approdare nel finale fra i potenti ritratti de La famiglia Roulin e il folgorante Seminatore del 1888 che apre l’ultima tranche della breve e intensa carriera artistica di Van Gogh. E che Goldin gioca in contrappunto con un ampio carnet di dipinti e disegni tahitiani di Gauguin.

Da Europa 15 ottobre 2005

Dalle lettere: Gauguin a Theo, da Arles, nel dicembre 1888:

“Caro signor Van Gogh, vi sarei molto grato se mi inviaste parte del denaro, a conti fatti sono costretto a rientrare a Parigi, Vincent e io non  possiamo assolutamente vivere in pace fianco a fianco, data un acerta incompatibilità di carattere e il bisogno che abbiamo entrambi di tranquillità per il nostro lavoro. E’ un uomo di notevole intelligenza, lo stimo molto e lo lascio con rammarico, ma vi ripeto che è necessario…

cordialmente

Paul Gauguin

Vincent a Theo, dopo la crisi e il ricovero, da Arles 17 gennaio 1889:

Mio caro Theo grazie  per la bella lettera e per i 50 franchi che conteneva… (…)sentite non voglio insistere sull’assurdità di questo  modo di fare ( di Gauguin, riguardo alle continue richieste di soldi ndr). Supponiamo che quella sera io fossi fuori di me quanto si vuole, perché però l’illustre compagno non si è mantenuto calmo?… non insisterò oltre su questo punto. Non potrò mai lodarti abbastanza per aver pagato Gauguin in modo che non possa che essere contento dei rapporti avuti con noi… se Gauguin fosse a Parigi per studiarsi un po’ bene o per farsi studiare da uno specialista, in fede mia, non so proprio cosa ne verrebbe fuori. In più di una occasione gli ho visto fare cose, che tu ed io non ci permettremmo mai di fare, in quanto esseri di ben altro sentire….


Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: