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La rivoluzione di Giotto

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 19, 2008

Dal 2 gennaio 2009 Assisi festeggia i settecento anni da quando l’artista dipinse il ciclo della basilica di San Francesco. Due nuovi studi ne reinterpretano l’opera di Simona Maggiorelli

Una è una fine storica dell’arte, l’altra una studiosa di storia medievale che nel suo lavoro di ricerca ha sempre dato grande importanza alla lettura delle immagini. Serena Romano e Chiara Frugoni, partendo da differenti percorsi, s’incontrano idealmente nel tenace e appassionato studio del più grande artista del Trecento. A Giotto, il pittore che seppe dare alla rigidità del gotico un respiro più umano, la profondità della prospettiva ma anche il ritmo e la forza espressiva del colore, le due studiose dedicano altrettante monografie che si impongono all’interesse non solo degli studiosi. Va a scavare nella formazione giottesca Serena Romano con il saggio La O di Giotto (Electa) cercando le radici di quelle intuizioni che permisero all’artista toscano di scardinare gli schemi bizantini, introducendo un nuovo senso dello spazio e del volume, ma anche una nuova tecnica narrativa e di rappresentazione della figura umana. Assisi e Padova sono i cantieri dove prende vita questo nuovo linguaggio rivoluzionario.
È qui, dice Romano sulla scorta di Berenson, che la pittura di Giotto regala «valori tattili» al repertorio dei rilievi architettonici della tradizione classica. Giotto rilegge l’antico dando nuova vitalità al presente. E se a Padova inventa una sua cifra di colore (il blu di Giotto) per rendere vibrante la pittura, ad Assisi usa il rosso per dare ritmo alle sequenze prolungando lo spazio scenico. Sul piano più strettamente storiografico, invece, intrecciando fonti testuali e iconografiche, Chiara Frugoni nel suo L’affare migliore di Enrico (Einaudi) aggiunge nuove interpretazioni agli affreschi della cappella degli Scrovegni che Giotto aveva già dipinto in quel 1316 quando Dante scrisse la sua Commedia. Il poeta fiorentino, come è noto, precipitò Rainaldo Scrovegni nell’inferno fra gli usurai e anche per questo si è sempre pensato che il figlio Enrico avesse commissionato gli affreschi per “espiare”. Ricostruendo il testamento dello Scrovegni e le iscrizioni sotto le rappresentazioni di vizi e virtù, la Frugoni porta alla luce ben altro scopo: banchiere e uomo politico che aspirava a governare Padova, Enrico Scrovegni aveva chiaro che «investire in arte» era il miglior modo di guadagnare buona fama. Sono gli inizi di una committenza privata che di lì a poco, finalmente, avrebbe permesso agli artisti nel Rinascimento di cominciare ad affrancarsi dal rigido canone iconografico imposto dalla committenza ecclesiastica.
Left 51/08

Quello sguardo di donna

Fuori dalla piattezza delle icone medievali Giotto anticipa l’umanesimo. La mostra di Roma attesta che non era un genio isolato

di Simona Maggiorelli

Giotto Madonna, Ognissanti, Firenze

Giotto Madonna, Ognissanti, Firenze

Quello sguardo vivo di una Madonna dagli occhi vagamente orientali è uno dei segni concreti dell’altezza dell’arte di Giotto (1267-1337), che difficilmente si dimenticano una volta usciti della mostra Giotto e il Trecento, “il più sovrano maestro in dipintura” (fino al 29 giugno, nel complesso del Vittoriano a Roma). Uno sguardo femminile che, per intensità, è anni luce lontano dal vuoto e dall’assenza che comunicano le stereotipate figure dell’arte medievale. Anche se in questo polittico proveniente dal North Carolina Giotto usa ancora il classico fondo oro di matrice bizantina, la figura della Madonna rivela un movimento interiore nello sguardo che ha poco a che fare con la piattezza delle icone antiche. La sensazione è di essere davanti al capolavoro di un maestro che anticipava qui la ricchezza di contenuti dell’umanesimo.

Ma da questa mostra curata da Alessandro Tomei e accompagnata da due importanti volumi su Giotto editi da Skira (che fanno il punto sulle nuove acquisizioni critiche e sulle ultime ipotesi di attribuzione di alcune opere ancora incerte), si esce anche con il pensiero che Giotto non sia stato un genio isolato. Accanto alle sue sculture e ai suoi dipinti è impossibile non notare la forza espressiva di una scultura (benché solo in parte ricostruita) di Nicola Pisano dedicata alla regina Margherita di Lussemburgo, o la splendida Madonna della natività di Arnolfo di Cambio,  che fu artefice nel XIII secolo di una geniale fusione fra architettura e scultura. Insomma, al di là dei dubbi amletici “Giotto o non Giotto”, che analiticamente il curatore annota lungo il percorso, da questa mostra romana si esce con la piena consapevolezza che le 150 opere esposte di Giotto, Cimabue, Pietro Cavallini, Simone Martini, Pietro e Ambrogio Lorenzetti, Nicola, Giovanni e Andrea Pisano, e ancora di Arnolfo di Cambio, di Orcagna, Jacopo Torriti e degli artisti minori della cosiddetta scuola di Giotto formavano una koinè culturale così innovativa e coesa da rappresentare un autentico salto di paradigma nella storia dell’arte occidentale.

Al di là di ogni diatriba più strettamente scientifica e che andrà avanti per anni, questo nel frattempo ci pare un buon servizio offerto agli appassionati d’arte.


da Left-Avvenimenti del 20 marzo

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All’incanto

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 19, 2004

Il presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi e l'archeologo Salvatore Settis

Il presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi e l'archeologo Salvatore Settis

A maggio entra in vigore il nuovo codice dei beni culturali voluto da Urbani. Iniziano i saldi di fine Paese. Il nostro patrimonio ceduto al migliore, ma mica tanto, offerente Salvatore Settis: “In 120 giorni le soprintendenze dovranno rispondere se un bene potrà essere venduto. Se tacciono è come se dicessero sì. Ma senza personale e con pochi fondi è difficile che riescano a fare il loro lavoro” di Simona Maggiorelli

Il primo maggio entrerà in vigore il nuovo codice dei Beni culturali voluto dal ministro Urbani e tra pochi giorni inizieranno ad apparire sui giornali gli avvisi di vendita e di aste per la cessione di beni del patrimonio pubblico. In una previsione del Demanio, ancora approssimativa, si parla di oltre 15mila immobili. Le soprintendenze territoriali, già acciaccate da tagli e accorpamenti e, sotto organico, saranno intasate dal lavoro. Su di loro pende la spada di Damocle del silenzio-assenso. Ogni mancata risposta al Demanio verrà letta, così dice la legge, come un via libera alla vendita. Le associazioni ambientaliste, esperti e storici dell’arte denunciano, da più parti, il rischio di dismissioni selvagge. Qualche assaggio si è già avuto lo scorso dicembre con la cessione della Manifattura tabacchi di Firenze. L’ha decisa il ministro Tremonti per decreto, senza consultare il ministero dei Beni culturali. “Alla vigilia della sua entrata in vigore il nuovo codice destava parecchia preoccupazione – spiega Salvatore Settis, direttore della Normale di Pisa, uno dei cinque consulenti di Urbani per la tutela dei beni culturali e autore del polemico volume, Italia Spa – Assalto al patrimonio culturale -. Abbiamo temuto che per beni non si intendesse più ” tutto ciò che ha un interesse culturale”, ma soltanto ciò che ha “un interesse culturale particolarmente importante”. Così si sarebbe potuto considerare importante il Colosseo e magari non una tomba sulla via Appia. Per fortuna il testo è stato corretto in più punti. Ma restano, ancora, diverse ombre”.

Per esempio?
Il confine incerto fra le competenze dello Stato e quelle delle Regioni. Si è adottata una via molto fumosa: allo Stato spetta la tutela e alle Regioni la valorizzazione. Una distinzione senza capo né coda. Che non ha luogo in nessun paese al mondo. Ma bisogna anche dire che molto si deve alla modifica del Titolo V della Costituzione, di cui la responsabilità politica va al precedente governo. Il presidente della Consulta ha ammesso, di recente, che la metà del lavoro della Corte riguarda l’interpretazione di questo titolo, il che vuol dire che la riforma è stata fatta veramente con i piedi.

Perché si è scagliato contro la norma sul silenzio-assenso? Eppure Urbani dice che con questo meccanismo aumenteranno le tutele.
“Ma no. Questo è un meccanismo molto negativo inserito il gennaio scorso su indicazione del ministro dell’economia Tremonti. Un modo per favorire le vendite. Alle soprintendenze spetterà dire se un bene che il Demanio vuole vendere abbia un valore culturale oppure no. Ma se la soprintendenza non risponderà entro 120 giorni, il silenzio verrà interpretato come un assenso alla vendita”.

Il nuovo codice ridisegna le soprintendenze. Che ruolo avranno?

“Il codice, di fatto, non stabilisce nulla in materia. Ma dà alle soprintendenze tantissimi compiti. Per rispondere entro i tempi stabiliti alle richieste di valutazione ci vorrebbe un adeguato personale. Invece le soprintendenze, da 20 anni a questa parte, stanno perdendo dipendenti. Nei cinque anni del centrosinistra sono state assunte circa 300 persone, a fronte di 3000 dipendenti che, nel frattempo, sono andati in pensione. Di questo passo la situazione diventerà ingestibile. Il ministro Urbani sta approntando un decreto che riordina tutta la materia delle soprintendenze. Ma ci sono aspetti che io trovo molto criticabili. Si continua a moltiplicare il numero delle posizioni di vertice, mentre diminuisce quello delle soprintendenze territoriali. Le posizioni di vertice erano quattro nel 1998. Con il ministroGiovanna Melandri, sono diventate nove. E adesso sono 15. La tutela si fa nelle soprintendenze territoriali, si fa sul luogo stesso, non a Roma nei corridoi dei ministeri. Le posizioni di vertice hanno stipendi elevati, così si depauperano le finanze del ministero, mentre sul territorio ci saranno sempre meno persone”.

Un quadro abbastanza fosco quello delle soprintendenze locali, stipendi bassi, pochi addetti, ridotti quasi a far volontariato…
“È così. Gli stipendi di chi lavora in soprintendenza non sono per nulla competitivi. E spesso si tratta di persone molto preparate. Se lavorassero in un museo americano, con le stesse mansioni, sarebbero pagati almeno 7 o 8 volte di più.”

Il sistema americano in Italia viene spesso citato astrattamente. Lei che è stato responsabile del Getty di Los Angeles che ne pensa? È davvero un modello da inseguire?
“Conosco il sistema americano, gli ho dedicato sei anni della mia vita. Per certe cose mi piace, per altre no. Apprezzo, ad esempio, il rapporto che gli americani hanno con la loro Costituzione: prima di metterci le mani ci pensano su parecchio. Da noi, invece, la Carta è diventata come una sorta di leggina che si può cambiare a piacimento. Per quanto riguarda i musei in senso stretto, non credo siano un modello esportabile in Italia. Le condizioni sono completamente diverse. Il Metropolitan Museum o il Getty non hanno nulla a che fare con il territorio circostante. Si va al Metropolitan per vedere un Tiziano, ma quando si esce per le strade di New York non c’è niente che gli corrisponda. Non è così a Venezia”.

Dunque?
“Il rapporto museo territorio da noi è un nesso stringente. Non è stata una scelta felice quella del ministro Melandri di creare i cosiddetti poli museali svincolati dal territorio. Non è mai stato così nella nostra storia. E poi i musei americani sono quasi tutti privati. E in Italia, per ingenuità, ma credo anche per disinformazione, quando si parla di gestione privata si pensa subito che il museo funzioni come una azienda e faccia profitti. Non è così”.

Il Getty o il Moma come si reggono?
“Il Getty spende ogni anno 200-250 milioni di dollari e ne incassa circa 1000. Certamente non è la biglietteria che lo fa andare avanti. Mister IL Getty ha circa 7 miliardi di dollari investiti in borsa. Con gli utili che producono viene tenuto in vita il museo. Quando sento dire facciamo degli Uffizi una specie di Getty mi viene da ridere, perché gli Uffizi sono grandi almeno 30 o 40 volte il Getty Museum e non hanno fondi investiti o investibili”.

I giornali economici dicono che nel 2003, su cinque milioni di imprese italiane, solo 571 hanno usufruito della norma delle erogazioni per i beni culturali. Tutti ignoranti o non ci sono gli strumenti adeguati?
“Ecco, come si fa a pensare di poter trasformare gli Uffizi o altri musei italiani in musei privati o retti da privati? E poi bisogna studiare la storia. In Europa, e in particolare in Italia, i musei nascono dallo Stato, prima dai sovrani poi dalla Repubblica, ed è lo Stato che ne assicura la vita perché sono dei servizi. L’America è troppo giovane per avere questo tipo di passato, fino al 1900 non c’era nessun museo importante. Da quella data in poi grandi mecenati hanno cercato di creare una grande rete dei musei, sostituendosi allo Stato. Insomma il modello americano da noi è un’assoluta impossibilità istituzionale ed economica e stupisce vederlo citato anche da persone che dovrebbero essere informate”.

Se dovesse pensare a come rilanciare i musei italiani da dove partirebbe?
“Innanzitutto dalla ricomposizione di quel nesso museo-territorio di cui dicevamo. Parlando degli Uffizi, è assurdo che facciano capo al polo museale fiorentino, mentre Palazzo Vecchio e le chiese cento metri più in là rispondano ad altri. Bisognerebbe creare più semplicemente una soprintendenza “città di Firenze”, una “città di Roma” e così via. E fare in modo che godano di larga autonomia. Bisognerebbe in primo luogo incrementare il finanziamento pubblico e al tempo stesso incoraggiare le donazioni private mediante un sistema di defiscalizzazione totale. Tentando un circolo virtuoso fra i due. Puntando non solo sul grosso personaggio che regala dieci quadri, ma anche sul singolo cittadino che dà cento o mille euro”.

Incoraggiare le donazioni ma non le speculazioni private?

“Quando si pensa a delle imprese private che entrano in un museo per guadagnarci, bisogna anche considerare che chi ci guadagna non incrementa i finanziamenti del museo”.

E con le attuali situazioni d’impasse? Per restare in tema il corridoio vasariano a Firenze, con tutto ciò che contiene, è chiuso al pubblico e probabilmente lo resterà ancora a lungo, nonostante i buoni propositi.
“Ovviamente bisogna cercare un maggiore dinamismo. Il corridoio vasariano che è una delle cose più belle, non solo di Firenze, ma al mondo, dovrebbe essere riaperto. So che c’è un progetto. Per realizzarlo occorre più personale e trovare una gestione che non tratti i musei in maniera polverosa.

In questo quadro qual è il ruolo delle fondazioni? La trasformazione del Museo Egizio in fondazione ha suscitato parecchie polemiche.
“Le fondazioni, io credo, vadano viste una per una. La situazione del museo egizio così come si presenta oggi, non mi piace. Quello è un caso in cui ci sono ben due fondazioni bancarie. L’esordio credo sia stato di 70 milioni di euro fra tutte e due. Il tipo di marchingegno che è stato creato fa sì che la fondazione inghiotta il museo. È inaccettabile che ci sia un consiglio di amministrazione composto da 9 persone di cui uno solo rappresenta la struttura delle soprintendenza. Lo Stato, che dà due o tre miliardi di euro con tutti gli oggetti del museo, dovrebbe avere la maggior parte del consiglio di amministrazione. Invece si mette in minoranza. Ora uno Stato che si mortifica, si genuflette per 70 milioni di euro, a me non piace. Io credo in uno Stato forte che negozia con i privati. Sono anche per un ruolo molto propositivo dei privati, ma non così”.

Allora cosa pensa del condono e della sua proroga?
“Lo considero una sciagura nazionale. È uno degli atti contraddittori che questo governo ha fatto, oltretutto dopo un mese o due che il ministro Urbani ha varato una legge sulla qualità architettonica. Non si può proteggere la qualità architettonica e insieme condonare qualsiasi orrore. Sono due concezioni completamente opposte. Il condono, fra l’altro, pare abbia prodotto un gettito inferiore a un quarto di quanto si attendeva. Non ho verificato questa cifra, ma al di là del possibile incasso penso sia un modo assai sbagliato di affrontare i problemi. Ne esce un discorsetto di questo genere: esistono delle regole, ma non importano più nulla se serve a fare cassa. Quando Craxi, nell’84, varò il primo condono, si disse che era una tantum. Da allora si è concesso altre due volte. Ormai tutti hanno la quasi certezza che ogni 5 o 6 anni ci sarà un condono e questo incoraggia gli abusivi.

(*) SALVATORE SETTIS: professore ordinario di storia dell’arte e archeologia classica, è direttore della Scuola Normale di Pisa. Dal 1994, per sei anni, è stato direttore del Getty Center Research Institute a Los Angeles e, l’anno scorso, è stato fra i cinque saggi a cui il ministro Urbani ha chiesto una consulenza sui temi della tutela. Fra i suoi tanti scritti, i saggi su Giorgione, sulla colonna Traina e sull’evoluzione del canone della pittura, fra sfumato e disegno, fra ‘400 e ‘500. Nel 2002 ha pubblicato il pamphlet Italia Spa, assalto ai beni culturali e, sempre per Einaudi, è appena uscito il suo Futuro del classico.

Avvenimenti

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Patrimonio artistico svendesi

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 9, 2003

Parla lo storico dell’arte Salvatore Settis: Così va tutto in malora
di Simona Maggiorelli

«L’Italia è il paese in cui è nato il concetto di tutela dei beni culturali come patrimonio pubblico, il paese che l’ha insegnato a tutto il resto del mondo», ricorda lo storico dell’arte Salvatore Settis, autore per Einaudi di un incisivo libretto, “Italia S.p.a”, contro la svendita del patrimonio storico artistico iniziata dal governo Berlusconi. «Nel futuro – dice – abbiamo due strade, o continuiamo a insegnare agli altri che cosa è la tutela o cominciamo a insegnare come si fa a mandare tutto in malora. In questo bivio io ho una posizione motto netta a favore di un’avanguardia dell’Italia conformata alla sua storia e alla sua Costituzione nel rafforzare le ragioni della tutela, lottando anche perché i nostri principi diventino i principi di tutta l’Europa». Con queste ragioni Settis, attuale direttore della Normale di Pisa e ex direttore del Getty Research Institute di Los Angeles, ha accettato di entrare a far parte del comitato scientifico istituito dal ministro Urbani, dopo i primi “fattacci” della vendita – mercé un decreto natalizio di Tremonti – di edifici come la ex manifattura tabacchi di Firenze, come palazzo Correr a Venezia e dopo la messa all’asta di 35 proprietà vincolate. Alcuni dei beni in vendita, essendo stati battuti già due volte e non avendo avuto compratori, saranno scontati del 25 per cento. L’asta finale sarà a base libera, quindi teoricamente qualcuno potrebbe anche acquistarli per pochi euro. «La situazione è grave – ammette Settis – perciò rispondere a Urbani mi è sembrato un dovere civico inderogabile. Era molto incuriosito da alcune pagine del mio libro, in cui per altro, il suo operato viene attaccato di continuo. Ci siamo incontrati, abbiamo discusso a lungo». E un serio ripensamento sembrerebbe aver colto davvero il ministro che, oltre a chiedere la consulenza scientifica di Settis e dell’ex ministro, il soprintendente del polo museale fiorentino Antonio Paolucci, ha radunato una commissione “legislativa”, affidando a Trotta, Cassese, De Vergottini e altri, il compito di disegnare una nuova legge di tutela che, sulla base della legge delega, riaffermi l’inalienabilità del patrimonio storico artistico. «Questione non di poco conto – ribadisce Settis – potrebbe voler dire l’inizio di un’inversione di tendenza. Ma significa anche una spaccatura all’interno dell’attuale governo. Il ministro del Tesoro Tremonti, con tutta evidenza pratica una diversa politica. C’è una discordanza nei fatti. Occorre chiarezza. Sui beni culturali governa Urbani o Tremonti? ». Settis, promette di chiederlo a gran voce, nelle sedi istituzionali e attraverso i giornali. Di recente investito da un’interrogazione parlamentare sui suoi compensi di consulente, squaderna alcune delle maggiori urgenze. «Innanzitutto ribadire l’inalienabilità del patrimonio storico», per questo occorre fare «un’approfondita indagine conoscitiva, di concerto con il Demanio, per stabilire in modo definitivo, quali siano i beni di valore artistico». E se le casse dello Stato necessitassero comunque di mettere in vendita qualcosa? «Si potrà cominciare con quello sterminato patrimonio di vecchie caserme, vecchie scuole degli anni 50». E quanto allo sbandierato modello americano di gestione privata dei musei? «Un mito da sfatare. Non può essere una soluzione da noi. Tutti i musei del mondo sono in passivo anche quando hanno milioni di visitatori. I musei americani sopravvivono perché hanno un grande capitale alle spalle, frutto di donazioni private. Il Paul Getty Museum ha un patrimonio di 7 miliardi di dollari. Ogni anno il museo incassa 15 milioni di dollari, che bastano a coprire solo il 20 per cento delle spese di gestione… Questo è il modello americano che si vorrebbe importare in Italia. Io non credo francamente che gli Uffizi abbiano 7 miliardi di dollari investiti da qualche parte».

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Settis: I beni culturali vanno tutelati, non venduti

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 12, 2003

Intervista al direttore della Normale di Pisa, Salvatore Settis, a quasi un anno dall’entrata in vigore della legge sulla vendita del patrimonio pubblico

di Simona Maggiorelli

Hanno fatto appena in tempo a utilizzarlo come spazio per una mostra di arte contemporanea, con opere di Calzolari e altri maestri dell’Arte povera fra l’odore ancora intenso del tabacco. S’intitolava Sboom! e avrebbe dovuto segnare il primo passo verso la trasformazione della ex Manifattura Tabacchi di Firenze in cittadella della cultura. Un nome, un destino, avrebbe detto Tristram Shandy facendo contento il ministro Tremonti, che prima di Natale, mercé, un nuovo decreto, si è venduto il complesso fiorentino. E non solo. Dalla pagine del Giornale dell’arte l’archeologo e docente dell’University College di Londra, Gaetano Palumbo, denuncia: sono 35 le proprietà vincolate messe in vendita nella prima fase delle aste Scip, la società di cartolarizzazione degli immobili pubblici creata, prima della Patrimonio spa, nel novembre 2001. Sono già stati venduti Palazzo Correr a Venezia, un palazzo storico al centro di Palermo, e un edificio a Milano, costruito sulla zona dell’anfiteatro romano, mentre ancora invenduti risultano Palazzo Artelli a Trieste, la residenza termale dei Granduchi di Toscana a San Giuliano Terme, e Villa Manzoni a Roma. «Questi ultimi- spiega Palombo – essendo stati battuti già due volte, verranno messi in vendita con uno sconto del 25 per cento. Se anche in quel caso le proprietà non saranno vendute, sarà battuta un’altra asta con base scontata del 35 per cento. L’asta finale sarà a base libera, quindi teoricamente qualcuno potrebbe portarsi via queste proprietà per pochi euro». D’obbligo allora chiedere qualche lume in più al direttore della scuola Nornale di Pisa, lo storico dell’arte Salvatore Settis, fin qui strenuo avversario delle svendite volute dal governo di centro destra.

Professor Settis, l’assalto ai beni culturali da lei paventato nel libro Italia s.p.a (Einaudi) sembra già cominciato. Cosa sta succedendo realmente?

Negli ultimi mesi sono accaduti fatti molto discordanti. Da un lato ci sono state le vendite di cui parla Palumbo, dall’altro il ministro dei beni culturali Urbani rilascia dichiarazioni pubbliche e compie atti che vanno nella direzione opposta a quella indicata dal Ministro del Tesoro. Ha istituito una commissione di lavoro per una nuova legge di tutela che, sulla base della legge delega, riaffermi l’inalienabilità del patrimonio storico artistico.

Lei da poco ha accettato di entrare a far parte del comitato scientifico che affianca il lavoro di questa commissione diretta da Gaetano Trotta. Segno che crede alla sincerità del dietro front del ministro Urbani?

Fin’ora abbiamo fatto una sola riunione e anche in quell’occasione Urbani ha ribadito il suo impegno. Certo quello che non posso fare a meno di chiedermi è: qual è la politica del governo? Quella di Urbani o quella di Tremonti? Questo governo dovrebbe decidersi. Per parte mia lo sto chiedendo a gran voce nelle sedi istituzionali e attraverso i giornali. Occorre chiarezza, che si rispettino le regole, che pure ci sono. La vendita della Manifatura tabacchi, l’ho verificato di persona, è avvenuta senza chiedere il parere preventivo del Ministero dei Beni culturali, né tanto meno della soprintendenza locale. E questo è un fatto gravissimo, una violazione di quello che stabilisce la legge.

E se invece vincesse integralmente la linea Tremonti cosa accadrebbe?

Piano piano si venderebbero tutto il patrimonio, indistintamente. Io non sono un economista, ma se proprio dovessimo venderci qualcosa potremmo ben cominciare dalle scuole, dalle caserme dimesse degli anni’50, strutture e edifici che non abbiano un valore artistico o paesaggistico.

Lei parla spesso del patrimonio artistico come fulcro della nostra identità nazionale, della nostra memoria storica. Senza di questo che contributo possiamo dare all’Europa?

Intanto comincerei con il dire quello che l’Italia ha già fatto. Il nostro è il Paese in cui storicamente è nato il concetto di tutela dei monumenti, che lo ha insegnato al resto del mondo. Per il futuro si prospettano due strade: o continuiamo a insegnare agli altri che cosa è la tutela o cominciamo a insegnare come si fa a mandare tutto in malora. In questo bivio io ho una posizione molto netta a favore di un’avanguardia dell’Italia, in linea con la sua storia e la sua Costituzione, nel rafforzare le ragioni della tutela e perché i nostri princìpi diventino i princìpi di tutta l’Europa.

Avvenimenti 12 marzo 2003

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