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L’Europa aspetta i restauratori

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 19, 2006

Cristina Acidini Luchinat «I nostri giovani sono richiesti all’estero: aiutiamoli». La neodirettrice del Polo museale fiorentino spiega l’importanza del ruolo dei diversi istituti che si occupano di restauro per rilanciare il settore, strategico per il nostro paese. Intanto Rutelli chiede a Bruxelles che l’Italia assuma un ruolo guida per coordinare i restauri nel mondo di Simona Maggiorelli

Il restauro è uno dei settori strategici della tutela in Italia. E i vari istituti che si occupano del settore sono un immenso serbatoio di competenze, di conoscenza e di professionalità, riconosciute ormai a livello internazionale, con i restauratori italiani chiamati a “salvare” opere d’arte in ogni parte del mondo. Ne ha parlato anche il ministro Rutelli intervenendo al convegno dell’istituto Brandi, a Roma. «Chiederò ai ministri europei a Bruxelles – ha detto Rutelli – che all’ Italia venga riconosciuto non solo il ruolo guida nel restauro, ma che possa svolgere una sorta di mandato europeo, nella direzione di una vera e propria diplomazia culturale, per coordinare l’impegno europeo dei restauri nel mondo». Se ne parla per il nascente Istituto romano per il restauro, pensato come punto nazionale di eccellenza. E se ne discute all’Opificio delle pietre dure, glorioso e longevo istituto fiorentino per il quale, come ha detto il sottosegretario Andrea Marcucci a Firenze, il ministero immagina uno status di maggiore autonomia, che gli consenta di poter accettare con maggiore agilità sponsor, donazioni e commesse. «Una maggiore autonomia, credo sia fondamentale per salvaguardare il futuro dell’Istituto – commenta la soprintendente dell’Opificio Cristina Acidini Luchinat, dal primo ottobre scorso anche soprintendente del Polo museale fiorentino — Il lavoro italiano è molto seguito all’estero, molto desiderato. Credo che il futuro per un istituto come il nostro sia anche quello di esportare conoscenze».
Il riconoscimento dei titoli di studio dei restauratori italiani in Europa diventa discriminante?
Abbiamo avuto un riconoscimento che dobbiamo mettere a frutto. C’è stata l’equiparazione della nostra scuola per restauratori all’università di cinque anni. È il riconoscimento a lungo atteso del ruolo del restauratore, finalmente alla pari con chi è laureato in altre materie. Ora siamo attrezzati per confrontarci in maniera competitiva con i colleghi europei che si formano nelle università. Occorre valorizzare quanto più possiamo il patrimonio culturale e umano che già esiste.
Ci sarà una migliore circolazione anche in Europa dei giovani che scelgono questo mestiere?
Andrà incoraggiato. I nostri studenti, purtroppo, sono fra quelli in Europa che meno sfruttano la possibilità di spostamento fra i vari atenei, a livello di formazione universitaria. Voglio dire che i nostri giovani non sono smaniosi di andare all’estero a occupare posti e avrebbero le carte in regola per ottenerli. Chissà, forse è un tratto caratteriale, ora che non abbiamo più bisogno di emigrare siamo diventati molto stanziali.
Non amano spostarsi forse perché in Italia c’è tanto patrimonio da curare…
E questa è una delle contraddizioni più laceranti. È vero c’è il patrimonio, ma non d sono le risorse, per curarlo. Se mancano i fondi si può solo stare a guardare il patrimonio mentre va in rovina. E questa è una macchia nera sulla fedina di tutti i governi che si sono succeduti finora. Come Salvatore Settis ha detto spesso, fin qui, sia centrodestra che il centrosinistra non hanno esitato a tagliare i finanziamenti alla tutela. E poi c’è il problema del mancato ricambio generazionale nelle soprintendenze e negli istituti. In molti, a ondate massicce, vanno in pensione, ma non ci sono nuove assunzioni. Da soprintendente dell’Opificio posso testimoniare che ci sono restauratori di un’esperienza altissima, che non ha eguali nel mondo. Ma se non assumiamo dei giovani non ci resta che l’estinzione. E questa è una cosa che la repubblica italiana non deve permettere, perché all’articolo 9 della Costituzione si è assunta la responsabilità della tutela del patrimonio artistico.
Occorrerebbe sbloccare le assunzioni?
Da anni è bloccato l’avvicendamento nella pubblica istruzione e nei beni culturali. Le soprintendenze e gli istituti di restauro sono le vittime di questi provvedimenti. E, ripeto, senza contare che se mando in pensione un maestro restauratore e non lo sostituisco con un giovane che ha imparato presso di lui interrompo la filiera di sapere.
Da qualche settimana è alla guida del Polo museale fiorentino.
In realtà è la seconda volta che io siedo sulla poltrona di Paolucci. Era già accaduto nel”95 e nel ’96, quando lui era ministro; allora le competenze del patrimonio artistico erano ancora congiunte con quelle del territorio. Ma è vero che in questi anni le cose sono molto cambiate, prima era una soprintendenza ora è un polo, un carico di responsabilità addirittura maggiore.
Come sono stati questi primi giorni?
Sono state giornate intense, ricche di incontri informativi e stimolanti. I miei progetti sono a medio termine perché per ora mando avanti la situazione esistente, il potenziamento del settore informatico e del suo utilizzo all’interno e all’ esterno.
Insieme ad altri esperti lei è stata nominata nella nuova commissione prestiti. Si è molto parlato sui media del caso del “Cristo morto” di Mantegna, ma anche del prestito della “Annunciazione” di Leonardo a Tokyo. Avete già stilato delle linee guida?
La commissione ha già lavorato già molto e entro poche settimane presenterà al ministro Rutelli il testo delle linee guida. Linee guida che naturalmente tengono conto dei documenti già elaborati in sede nazionale. Quello dei prestiti è un argomento che appare sovente nel nostro lavoro quotidiano. Esiste una serie di riferimenti normativi. Come commissione noi non dobbiamo produrre una legge. Così come non dobbiamo decidere su casi particolari. Stiamo lavorando a indirizzi, suggerimenti. indicazioni di comportamento e sollecitazioni di sensibilità.
Se fosse già stata alla guida del Polo museale fiorentino avrebbe autorizzato il prestito di Leonardo a Tokyo?
Queste sono decisioni che vanno prese nel rispetto delle norme, caso per caso; ogni opera ha la sua storia, ha le sue condizioni e ogni richiesta nasce da un desiderio, offre un’opportunità, impone dei limiti. Nel caso di Leonardo a Tokyo, essendo una decisione che è stata presa prima della mia nomina, la lascio alla responsabilità di chi ha così deciso. Resta il fatto che, oltre allo stato di salute di un’opera, bisogna anche tener conto del fatto che esistono delle opere che sono elemento identitario per un museo. Ci sono dei nuclei che lo caratterizzano soprattutto nelle aspettative dei visitatori. E non sempre è giusto e utile deluderle.
Una piccola curiosità: è vero che ha scritto un romanzo e che ha accusato Dan Brown di plagio?
Ho scritto molti anni fa un romanzo ambientato nel mondo dei musei e ci sono alcuni elementi di coincidenza, abbastanza impressionanti, con Il Codice da Vìnci. Ho segnalato questa cosa ma Dan Brown non ha mai reagito. Ma non mi importa più di tanto. La mia era solo una curiosità di sapere da dove aveva attinto. Le sue fonti sono tante, dai Vangeli apocrifi ai libri di storia dell’ arte. Mi sarebbe piaciuto sapere come gli era venuta in mente una storia così puntualmente somigliante a quella che io avevo scritto nel ’92 e che negli ambienti degli storici dell’arte ha avuto molta circolazione. Del resto la moglie di Dan Brown è una storica dell’arte, esperta di arte italiana, e avrebbe potuto conoscerlo.

Europa quotidiano

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Beni culturali non petrolio, ma anima dello sviluppo

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 17, 2006

Incontro con Salvatore Settis, nuovo presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali.

Arte, bellezza, ambiente non sono né “giacimento” né Patrimonio Spa, ma inalienabile ricchezza di tutto il paese. La legge Tremonti va cambiata e bisogna tornare alla Costituzione in una visione dinamica dell’interesse nazionale. Le mostre devono valorizzare i musei non sostituirli.

Una foltissima passione civile attraversa tutto il percorso di Salvatore Settis, che non è solo archeologo di rango e fautore di importanti edizioni scientifiche come quella del papiro di Artemidoro che sta lavorando in questi mesi. Fuori dalle aule della Normale di Pisa (di cui è rettore), il professore si è sempre tuffato nella discussione pubblica, in difesa del patrimonio artistico italiano. Con articoli, pamphlet, libri. Ma anche accettando di tenere una certa dialettica con la politica. In posizione critica, da outsider, come consulente di Urbani per il Codice e ora, in modo più diretto, raccogliendo l’invito di Rutelli a ricoprire la carica di presidente del Consiglio superiore dei Beni Culturali del ministero.

Professor Settis nel libro Italia S.p.a, denunciava l’assalto al patrimonio culturale compiuto con la creazione della Patrimonio S.p.a. Che cosa ha prodotto dal 2002 quella società voluta da Tremonti?

Quell’operazione è stata un fallimento. Quello che ha prodotto di introiti per lo Stato è stato infinitamente inferiore a ciò che ci si aspettava. E mi piacerebbe sapere quanto è costato metterla in piedi. Spero che questo governo faccia chiarezza rendendo pubblici dati ufficiali certi. Per fortuna la parte più aggressiva della norma che rendeva vendibile l’intero patrimonio pubblico è stata arginata da un decreto congiunto fra il demanio e il direttore generale dei Beni culturali. Ma è ancora una legge dello Stato e, a mio avviso, andrebbe modificata in modo radicale. In base a un principio per cui il patrimonio pubblico si può vendere solo quando non abbia valore culturale. Ciò che ha valore culturale deve ricadere nell’assoluta inalienabilità, come dice peraltro il codice civile.

Un suo recente articolo sul Sole 24 Ore ha acceso un dibattito sul cosiddetto “benculturalismo”. Che impressione ha avuto dalla reazione dei giornali?

In realtà era un articolo dal tono scherzoso. L’ho scritto per divertirmi e per divertire il lettore. Ma c’è qualcuno a cui, evidentemente, non piacciano le battute di spirito, e che ha preso alla lettera come, non so quale manovra della sinistra. Devo dire che ho trovato tutto ciò assolutamente esilarante. Riguardo alla dizione beni culturali va ricordato che si è scelto questo termine cercando una definizione il più possibile neutra. Ma da un certo punto in poi ha cominciato, invece, ad indicare il valore economico del patrimonio. Quando fu creato il primo ministero dei Beni culturali presieduto da Spadolini, nel 74-75, lo si fece dicendo che il patrimonio culturale meritava più investimento, poi il discorso si è degradato e c’è stato chi, assimilando i beni culturali al petrolio, li ha considerati come oggetti del salvadanaio che quando serve si rompe. Questa concezione troppo economicistica di beni culturali ha prodotto dei danni. Ma non è la parola che non funziona, ma l’uso che se ne fa. Va riempita di contenuti. E in questo abbiamo un compito facilitato, perché i contenuti sono quelli dell’articolo 9 della Costituzione. Non c’è niente da cambiare.

Con questa concezione economicistica si sono spolpate di competenze le soprintendenze territoriali, affollando di manager e posizioni di vertice gli uffici del ministero. Come si cura questo squilibrio?

Ripristinando la priorità della competenza. Nessuno si affiderebbe ad un medico che non sia un medico. Così non capisco perché un sociologo, per fare un esempio, debba prendere decisioni vitali per l’archeologia. È completamente insensato: è uno degli elementi molto negativi della riforma Urbani che va assolutamente corretto.

Anche sbloccando le assunzioni?

La media degli addetti oggi è di 55 anni, le nuove assunzioni sono necessarie, ma vanno fatte sulla base di competenze reali, di dati concorsuali di sicurissima qualificazione, eliminando la tentazione demagogica di fare assunzioni ope legis, che non garantiscono qualità.

I giovani storici dell’arte oggi, anche se preparati, fanno fatica a inserirsi nel mondo del lavoro. Che fare?

Negli ultimi quindici anni c’è stata un’assoluta schizofrenia. Gli stessi governi – quelli di centrodestra hanno particolarmente brillato in questo – da un lato hanno incoraggiato la formazione di nuove facoltà di beni culturali invitando le persone a studiare storia dell’arte, l’archeologia eccetera, dall’altro lato hanno completamente bloccato le assunzioni. Così hanno creato delle fabbriche di disoccupati. Certo riaprire le assunzioni risolverebbe il problema, purtroppo però riforme universitarie sempre più infelici, da quella Berlinguer a quella del ministro Moratti, hanno portato a differenziare i curricula universitari in un modo drammatico. Ora bisogna davvero ripristinare la priorità della competenza, chiarire quali sono i profili professionali di cui abbiamo bisogno. Si è creata una straordinaria confusione che danneggia il paese ma anche i migliaia dei giovani, spesso molto preparati, nonostante lo spezzettamento del sapere nelle università da cui provengono.

In questo quadro come dare nuova incisività al Consiglio di cui è diventato presidente?

Occorre riguardare competenze e composizione del Consiglio, che da alcuni anni è stato di fatto esautorato. La decisione politica di ridargli vitalità, fiato, funzionalità è del ministro Rutelli. Spero molto, nelle nuove competenze che il ministro vorrà dare a questo organo, di poter giovare a questa opera di rilancio dei beni culturali. Abbiamo quasi dimenticato che questo può essere uno dei settori trainanti per lo sviluppo del paese. Dobbiamo tornare a questa auto-consapevolezza anche attraverso una fierezza professionale di chi lavora in questo settore. Credo che in questo il Consiglio superiore potrà dare una mano al ministro quando lo avrà resuscitato dal letargo in cui giace.

La proliferazione di mostre ha fetta parlare di un’Italia malata di “mostrite”. Non sarebbe più opportuno investire per riattivare una rete museale di più largo respiro?

Oggi c’è questa strana idea per cui da un lato ci sarebbe il museo come pura e passiva conservazione, dall’altra le mostre come pura attività. Ma non è affatto così. La quantità di cose che si possono e si dovrebbero fare nei musei e nel territorio è gigantesca. Ed è lì che servono le competenze. Faccio un esempio, un archeologo può occuparsi del rapporto fra le città che crescono e le preesistenze archeologiche, pensare a come valorizzarle, in modo che i cittadini siano consapevoli che sotto casa loro una volta c’era una villa romana o una città greca come succede in Sicilia. Io credo che le nuove professionalità debbano forgiarsi anche in una nuova capacità di dialogare con il cittadino. Questo non si fa solo attraverso le mostre. Le mostre ci vogliono ma devono avere una funzione, l’effimero deve servire al permanente, non il contrario. Stiamo arrivando al paradosso per cui i musei sono i serbatoi da cui si traggono le mostre, invece le mostre dovrebbero servire a rivitalizzare i musei.

E cosa fare, invece, per la rete del contemporaneo che in città come Roma o Firenze appare ancora come una tradizione un po’ debole?

È uno dei grandi paradossi del nostro paese. Per tutto il Novecento l’Italia è stata ai margini della scena internazionale rispetto alla Francia e agli Usa, quando invece ha avuto momenti importanti come il futurismo, l’arte povera o come lo straordinario laboratorio fiorentino di videoarte in cui si è formato Bill Viola negli anni 70. L’Italia ha sempre avuto grande vitalità nell’arte contemporanea, ma non si è tradotta in una presenza museale sufficiente. Negli ultimi anni si comincia a vedere un cambiamento di segno, basta pensare a esperienze come quella del Castello di Rivoli o al Mart di Rovereto, ma anche a iniziative campane come la certosa di Padula, al MAXXI di Roma, che promette di essere una realtà assai interessante. Una vera inversione di tendenza. Ora non dobbiamo correre dietro agli altri per recuperare il tempo perduto. La sfida è creare qualcosa che sia collegato alla nostra tradizione. E poi dovremmo valorizzare l’esperienza della Biennale di Venezia, che ha straordinari archivi che pochi conoscono.

Accanto ai grandi centri d’arte sta crescendo in provincia una rete di piccoli musei del contemporaneo, molto attivi. Come la Gam di Bergamo, per esempio.

Bergamo, ma anche Sassari, e c’è da registrare un crescente collezionismo di arte contemporanea, di singoli privati, ma anche di banche, di imprese. Sta nascendo una nuova sensibilità per forte contemporanea che fa ben sperare.

Un altro fenomeno che colpisce è l’interesse pubblico che stanno suscitando libri come il suo Battaglie senza eroi o Gli storici dell’arte e la peste con presentazioni affollatissime. Citando l’Italia che impressione ne ha avuto?

Noto che l’interesse è molto alto. Quando si dice che gli italiani non si interessano del loro patrimonio artistico si sbaglia. Semmai è vero che questo è stato un tema molto marginalizzato dalla politica, in parte perché a certi politici non importa nulla, in parte perché c’è sempre qualche tema più importante, dalle pensioni alla guerra in Iraq. Però il cittadino italiano è molto interessato. Alle presentazioni di librino trovato straordinaria passione, presenza e voglia di partecipare, di dire la propria e in modo molto sensato. È molto raro che il cittadino comune tiri fuori delle idee bislacche come vendersi i monumenti o il patrimonio d’arte. Queste sono idee che vengono in mente solo ad alcuni politici perversi.

Simona MaggiorelliEuropa

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All’incanto

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 19, 2004

Il presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi e l'archeologo Salvatore Settis

Il presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi e l'archeologo Salvatore Settis

A maggio entra in vigore il nuovo codice dei beni culturali voluto da Urbani. Iniziano i saldi di fine Paese. Il nostro patrimonio ceduto al migliore, ma mica tanto, offerente Salvatore Settis: “In 120 giorni le soprintendenze dovranno rispondere se un bene potrà essere venduto. Se tacciono è come se dicessero sì. Ma senza personale e con pochi fondi è difficile che riescano a fare il loro lavoro” di Simona Maggiorelli

Il primo maggio entrerà in vigore il nuovo codice dei Beni culturali voluto dal ministro Urbani e tra pochi giorni inizieranno ad apparire sui giornali gli avvisi di vendita e di aste per la cessione di beni del patrimonio pubblico. In una previsione del Demanio, ancora approssimativa, si parla di oltre 15mila immobili. Le soprintendenze territoriali, già acciaccate da tagli e accorpamenti e, sotto organico, saranno intasate dal lavoro. Su di loro pende la spada di Damocle del silenzio-assenso. Ogni mancata risposta al Demanio verrà letta, così dice la legge, come un via libera alla vendita. Le associazioni ambientaliste, esperti e storici dell’arte denunciano, da più parti, il rischio di dismissioni selvagge. Qualche assaggio si è già avuto lo scorso dicembre con la cessione della Manifattura tabacchi di Firenze. L’ha decisa il ministro Tremonti per decreto, senza consultare il ministero dei Beni culturali. “Alla vigilia della sua entrata in vigore il nuovo codice destava parecchia preoccupazione – spiega Salvatore Settis, direttore della Normale di Pisa, uno dei cinque consulenti di Urbani per la tutela dei beni culturali e autore del polemico volume, Italia Spa – Assalto al patrimonio culturale -. Abbiamo temuto che per beni non si intendesse più ” tutto ciò che ha un interesse culturale”, ma soltanto ciò che ha “un interesse culturale particolarmente importante”. Così si sarebbe potuto considerare importante il Colosseo e magari non una tomba sulla via Appia. Per fortuna il testo è stato corretto in più punti. Ma restano, ancora, diverse ombre”.

Per esempio?
Il confine incerto fra le competenze dello Stato e quelle delle Regioni. Si è adottata una via molto fumosa: allo Stato spetta la tutela e alle Regioni la valorizzazione. Una distinzione senza capo né coda. Che non ha luogo in nessun paese al mondo. Ma bisogna anche dire che molto si deve alla modifica del Titolo V della Costituzione, di cui la responsabilità politica va al precedente governo. Il presidente della Consulta ha ammesso, di recente, che la metà del lavoro della Corte riguarda l’interpretazione di questo titolo, il che vuol dire che la riforma è stata fatta veramente con i piedi.

Perché si è scagliato contro la norma sul silenzio-assenso? Eppure Urbani dice che con questo meccanismo aumenteranno le tutele.
“Ma no. Questo è un meccanismo molto negativo inserito il gennaio scorso su indicazione del ministro dell’economia Tremonti. Un modo per favorire le vendite. Alle soprintendenze spetterà dire se un bene che il Demanio vuole vendere abbia un valore culturale oppure no. Ma se la soprintendenza non risponderà entro 120 giorni, il silenzio verrà interpretato come un assenso alla vendita”.

Il nuovo codice ridisegna le soprintendenze. Che ruolo avranno?

“Il codice, di fatto, non stabilisce nulla in materia. Ma dà alle soprintendenze tantissimi compiti. Per rispondere entro i tempi stabiliti alle richieste di valutazione ci vorrebbe un adeguato personale. Invece le soprintendenze, da 20 anni a questa parte, stanno perdendo dipendenti. Nei cinque anni del centrosinistra sono state assunte circa 300 persone, a fronte di 3000 dipendenti che, nel frattempo, sono andati in pensione. Di questo passo la situazione diventerà ingestibile. Il ministro Urbani sta approntando un decreto che riordina tutta la materia delle soprintendenze. Ma ci sono aspetti che io trovo molto criticabili. Si continua a moltiplicare il numero delle posizioni di vertice, mentre diminuisce quello delle soprintendenze territoriali. Le posizioni di vertice erano quattro nel 1998. Con il ministroGiovanna Melandri, sono diventate nove. E adesso sono 15. La tutela si fa nelle soprintendenze territoriali, si fa sul luogo stesso, non a Roma nei corridoi dei ministeri. Le posizioni di vertice hanno stipendi elevati, così si depauperano le finanze del ministero, mentre sul territorio ci saranno sempre meno persone”.

Un quadro abbastanza fosco quello delle soprintendenze locali, stipendi bassi, pochi addetti, ridotti quasi a far volontariato…
“È così. Gli stipendi di chi lavora in soprintendenza non sono per nulla competitivi. E spesso si tratta di persone molto preparate. Se lavorassero in un museo americano, con le stesse mansioni, sarebbero pagati almeno 7 o 8 volte di più.”

Il sistema americano in Italia viene spesso citato astrattamente. Lei che è stato responsabile del Getty di Los Angeles che ne pensa? È davvero un modello da inseguire?
“Conosco il sistema americano, gli ho dedicato sei anni della mia vita. Per certe cose mi piace, per altre no. Apprezzo, ad esempio, il rapporto che gli americani hanno con la loro Costituzione: prima di metterci le mani ci pensano su parecchio. Da noi, invece, la Carta è diventata come una sorta di leggina che si può cambiare a piacimento. Per quanto riguarda i musei in senso stretto, non credo siano un modello esportabile in Italia. Le condizioni sono completamente diverse. Il Metropolitan Museum o il Getty non hanno nulla a che fare con il territorio circostante. Si va al Metropolitan per vedere un Tiziano, ma quando si esce per le strade di New York non c’è niente che gli corrisponda. Non è così a Venezia”.

Dunque?
“Il rapporto museo territorio da noi è un nesso stringente. Non è stata una scelta felice quella del ministro Melandri di creare i cosiddetti poli museali svincolati dal territorio. Non è mai stato così nella nostra storia. E poi i musei americani sono quasi tutti privati. E in Italia, per ingenuità, ma credo anche per disinformazione, quando si parla di gestione privata si pensa subito che il museo funzioni come una azienda e faccia profitti. Non è così”.

Il Getty o il Moma come si reggono?
“Il Getty spende ogni anno 200-250 milioni di dollari e ne incassa circa 1000. Certamente non è la biglietteria che lo fa andare avanti. Mister IL Getty ha circa 7 miliardi di dollari investiti in borsa. Con gli utili che producono viene tenuto in vita il museo. Quando sento dire facciamo degli Uffizi una specie di Getty mi viene da ridere, perché gli Uffizi sono grandi almeno 30 o 40 volte il Getty Museum e non hanno fondi investiti o investibili”.

I giornali economici dicono che nel 2003, su cinque milioni di imprese italiane, solo 571 hanno usufruito della norma delle erogazioni per i beni culturali. Tutti ignoranti o non ci sono gli strumenti adeguati?
“Ecco, come si fa a pensare di poter trasformare gli Uffizi o altri musei italiani in musei privati o retti da privati? E poi bisogna studiare la storia. In Europa, e in particolare in Italia, i musei nascono dallo Stato, prima dai sovrani poi dalla Repubblica, ed è lo Stato che ne assicura la vita perché sono dei servizi. L’America è troppo giovane per avere questo tipo di passato, fino al 1900 non c’era nessun museo importante. Da quella data in poi grandi mecenati hanno cercato di creare una grande rete dei musei, sostituendosi allo Stato. Insomma il modello americano da noi è un’assoluta impossibilità istituzionale ed economica e stupisce vederlo citato anche da persone che dovrebbero essere informate”.

Se dovesse pensare a come rilanciare i musei italiani da dove partirebbe?
“Innanzitutto dalla ricomposizione di quel nesso museo-territorio di cui dicevamo. Parlando degli Uffizi, è assurdo che facciano capo al polo museale fiorentino, mentre Palazzo Vecchio e le chiese cento metri più in là rispondano ad altri. Bisognerebbe creare più semplicemente una soprintendenza “città di Firenze”, una “città di Roma” e così via. E fare in modo che godano di larga autonomia. Bisognerebbe in primo luogo incrementare il finanziamento pubblico e al tempo stesso incoraggiare le donazioni private mediante un sistema di defiscalizzazione totale. Tentando un circolo virtuoso fra i due. Puntando non solo sul grosso personaggio che regala dieci quadri, ma anche sul singolo cittadino che dà cento o mille euro”.

Incoraggiare le donazioni ma non le speculazioni private?

“Quando si pensa a delle imprese private che entrano in un museo per guadagnarci, bisogna anche considerare che chi ci guadagna non incrementa i finanziamenti del museo”.

E con le attuali situazioni d’impasse? Per restare in tema il corridoio vasariano a Firenze, con tutto ciò che contiene, è chiuso al pubblico e probabilmente lo resterà ancora a lungo, nonostante i buoni propositi.
“Ovviamente bisogna cercare un maggiore dinamismo. Il corridoio vasariano che è una delle cose più belle, non solo di Firenze, ma al mondo, dovrebbe essere riaperto. So che c’è un progetto. Per realizzarlo occorre più personale e trovare una gestione che non tratti i musei in maniera polverosa.

In questo quadro qual è il ruolo delle fondazioni? La trasformazione del Museo Egizio in fondazione ha suscitato parecchie polemiche.
“Le fondazioni, io credo, vadano viste una per una. La situazione del museo egizio così come si presenta oggi, non mi piace. Quello è un caso in cui ci sono ben due fondazioni bancarie. L’esordio credo sia stato di 70 milioni di euro fra tutte e due. Il tipo di marchingegno che è stato creato fa sì che la fondazione inghiotta il museo. È inaccettabile che ci sia un consiglio di amministrazione composto da 9 persone di cui uno solo rappresenta la struttura delle soprintendenza. Lo Stato, che dà due o tre miliardi di euro con tutti gli oggetti del museo, dovrebbe avere la maggior parte del consiglio di amministrazione. Invece si mette in minoranza. Ora uno Stato che si mortifica, si genuflette per 70 milioni di euro, a me non piace. Io credo in uno Stato forte che negozia con i privati. Sono anche per un ruolo molto propositivo dei privati, ma non così”.

Allora cosa pensa del condono e della sua proroga?
“Lo considero una sciagura nazionale. È uno degli atti contraddittori che questo governo ha fatto, oltretutto dopo un mese o due che il ministro Urbani ha varato una legge sulla qualità architettonica. Non si può proteggere la qualità architettonica e insieme condonare qualsiasi orrore. Sono due concezioni completamente opposte. Il condono, fra l’altro, pare abbia prodotto un gettito inferiore a un quarto di quanto si attendeva. Non ho verificato questa cifra, ma al di là del possibile incasso penso sia un modo assai sbagliato di affrontare i problemi. Ne esce un discorsetto di questo genere: esistono delle regole, ma non importano più nulla se serve a fare cassa. Quando Craxi, nell’84, varò il primo condono, si disse che era una tantum. Da allora si è concesso altre due volte. Ormai tutti hanno la quasi certezza che ogni 5 o 6 anni ci sarà un condono e questo incoraggia gli abusivi.

(*) SALVATORE SETTIS: professore ordinario di storia dell’arte e archeologia classica, è direttore della Scuola Normale di Pisa. Dal 1994, per sei anni, è stato direttore del Getty Center Research Institute a Los Angeles e, l’anno scorso, è stato fra i cinque saggi a cui il ministro Urbani ha chiesto una consulenza sui temi della tutela. Fra i suoi tanti scritti, i saggi su Giorgione, sulla colonna Traina e sull’evoluzione del canone della pittura, fra sfumato e disegno, fra ‘400 e ‘500. Nel 2002 ha pubblicato il pamphlet Italia Spa, assalto ai beni culturali e, sempre per Einaudi, è appena uscito il suo Futuro del classico.

Avvenimenti

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Patrimonio artistico svendesi

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 9, 2003

Parla lo storico dell’arte Salvatore Settis: Così va tutto in malora
di Simona Maggiorelli

«L’Italia è il paese in cui è nato il concetto di tutela dei beni culturali come patrimonio pubblico, il paese che l’ha insegnato a tutto il resto del mondo», ricorda lo storico dell’arte Salvatore Settis, autore per Einaudi di un incisivo libretto, “Italia S.p.a”, contro la svendita del patrimonio storico artistico iniziata dal governo Berlusconi. «Nel futuro – dice – abbiamo due strade, o continuiamo a insegnare agli altri che cosa è la tutela o cominciamo a insegnare come si fa a mandare tutto in malora. In questo bivio io ho una posizione motto netta a favore di un’avanguardia dell’Italia conformata alla sua storia e alla sua Costituzione nel rafforzare le ragioni della tutela, lottando anche perché i nostri principi diventino i principi di tutta l’Europa». Con queste ragioni Settis, attuale direttore della Normale di Pisa e ex direttore del Getty Research Institute di Los Angeles, ha accettato di entrare a far parte del comitato scientifico istituito dal ministro Urbani, dopo i primi “fattacci” della vendita – mercé un decreto natalizio di Tremonti – di edifici come la ex manifattura tabacchi di Firenze, come palazzo Correr a Venezia e dopo la messa all’asta di 35 proprietà vincolate. Alcuni dei beni in vendita, essendo stati battuti già due volte e non avendo avuto compratori, saranno scontati del 25 per cento. L’asta finale sarà a base libera, quindi teoricamente qualcuno potrebbe anche acquistarli per pochi euro. «La situazione è grave – ammette Settis – perciò rispondere a Urbani mi è sembrato un dovere civico inderogabile. Era molto incuriosito da alcune pagine del mio libro, in cui per altro, il suo operato viene attaccato di continuo. Ci siamo incontrati, abbiamo discusso a lungo». E un serio ripensamento sembrerebbe aver colto davvero il ministro che, oltre a chiedere la consulenza scientifica di Settis e dell’ex ministro, il soprintendente del polo museale fiorentino Antonio Paolucci, ha radunato una commissione “legislativa”, affidando a Trotta, Cassese, De Vergottini e altri, il compito di disegnare una nuova legge di tutela che, sulla base della legge delega, riaffermi l’inalienabilità del patrimonio storico artistico. «Questione non di poco conto – ribadisce Settis – potrebbe voler dire l’inizio di un’inversione di tendenza. Ma significa anche una spaccatura all’interno dell’attuale governo. Il ministro del Tesoro Tremonti, con tutta evidenza pratica una diversa politica. C’è una discordanza nei fatti. Occorre chiarezza. Sui beni culturali governa Urbani o Tremonti? ». Settis, promette di chiederlo a gran voce, nelle sedi istituzionali e attraverso i giornali. Di recente investito da un’interrogazione parlamentare sui suoi compensi di consulente, squaderna alcune delle maggiori urgenze. «Innanzitutto ribadire l’inalienabilità del patrimonio storico», per questo occorre fare «un’approfondita indagine conoscitiva, di concerto con il Demanio, per stabilire in modo definitivo, quali siano i beni di valore artistico». E se le casse dello Stato necessitassero comunque di mettere in vendita qualcosa? «Si potrà cominciare con quello sterminato patrimonio di vecchie caserme, vecchie scuole degli anni 50». E quanto allo sbandierato modello americano di gestione privata dei musei? «Un mito da sfatare. Non può essere una soluzione da noi. Tutti i musei del mondo sono in passivo anche quando hanno milioni di visitatori. I musei americani sopravvivono perché hanno un grande capitale alle spalle, frutto di donazioni private. Il Paul Getty Museum ha un patrimonio di 7 miliardi di dollari. Ogni anno il museo incassa 15 milioni di dollari, che bastano a coprire solo il 20 per cento delle spese di gestione… Questo è il modello americano che si vorrebbe importare in Italia. Io non credo francamente che gli Uffizi abbiano 7 miliardi di dollari investiti da qualche parte».

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Settis: I beni culturali vanno tutelati, non venduti

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 12, 2003

Intervista al direttore della Normale di Pisa, Salvatore Settis, a quasi un anno dall’entrata in vigore della legge sulla vendita del patrimonio pubblico

di Simona Maggiorelli

Hanno fatto appena in tempo a utilizzarlo come spazio per una mostra di arte contemporanea, con opere di Calzolari e altri maestri dell’Arte povera fra l’odore ancora intenso del tabacco. S’intitolava Sboom! e avrebbe dovuto segnare il primo passo verso la trasformazione della ex Manifattura Tabacchi di Firenze in cittadella della cultura. Un nome, un destino, avrebbe detto Tristram Shandy facendo contento il ministro Tremonti, che prima di Natale, mercé, un nuovo decreto, si è venduto il complesso fiorentino. E non solo. Dalla pagine del Giornale dell’arte l’archeologo e docente dell’University College di Londra, Gaetano Palumbo, denuncia: sono 35 le proprietà vincolate messe in vendita nella prima fase delle aste Scip, la società di cartolarizzazione degli immobili pubblici creata, prima della Patrimonio spa, nel novembre 2001. Sono già stati venduti Palazzo Correr a Venezia, un palazzo storico al centro di Palermo, e un edificio a Milano, costruito sulla zona dell’anfiteatro romano, mentre ancora invenduti risultano Palazzo Artelli a Trieste, la residenza termale dei Granduchi di Toscana a San Giuliano Terme, e Villa Manzoni a Roma. «Questi ultimi- spiega Palombo – essendo stati battuti già due volte, verranno messi in vendita con uno sconto del 25 per cento. Se anche in quel caso le proprietà non saranno vendute, sarà battuta un’altra asta con base scontata del 35 per cento. L’asta finale sarà a base libera, quindi teoricamente qualcuno potrebbe portarsi via queste proprietà per pochi euro». D’obbligo allora chiedere qualche lume in più al direttore della scuola Nornale di Pisa, lo storico dell’arte Salvatore Settis, fin qui strenuo avversario delle svendite volute dal governo di centro destra.

Professor Settis, l’assalto ai beni culturali da lei paventato nel libro Italia s.p.a (Einaudi) sembra già cominciato. Cosa sta succedendo realmente?

Negli ultimi mesi sono accaduti fatti molto discordanti. Da un lato ci sono state le vendite di cui parla Palumbo, dall’altro il ministro dei beni culturali Urbani rilascia dichiarazioni pubbliche e compie atti che vanno nella direzione opposta a quella indicata dal Ministro del Tesoro. Ha istituito una commissione di lavoro per una nuova legge di tutela che, sulla base della legge delega, riaffermi l’inalienabilità del patrimonio storico artistico.

Lei da poco ha accettato di entrare a far parte del comitato scientifico che affianca il lavoro di questa commissione diretta da Gaetano Trotta. Segno che crede alla sincerità del dietro front del ministro Urbani?

Fin’ora abbiamo fatto una sola riunione e anche in quell’occasione Urbani ha ribadito il suo impegno. Certo quello che non posso fare a meno di chiedermi è: qual è la politica del governo? Quella di Urbani o quella di Tremonti? Questo governo dovrebbe decidersi. Per parte mia lo sto chiedendo a gran voce nelle sedi istituzionali e attraverso i giornali. Occorre chiarezza, che si rispettino le regole, che pure ci sono. La vendita della Manifatura tabacchi, l’ho verificato di persona, è avvenuta senza chiedere il parere preventivo del Ministero dei Beni culturali, né tanto meno della soprintendenza locale. E questo è un fatto gravissimo, una violazione di quello che stabilisce la legge.

E se invece vincesse integralmente la linea Tremonti cosa accadrebbe?

Piano piano si venderebbero tutto il patrimonio, indistintamente. Io non sono un economista, ma se proprio dovessimo venderci qualcosa potremmo ben cominciare dalle scuole, dalle caserme dimesse degli anni’50, strutture e edifici che non abbiano un valore artistico o paesaggistico.

Lei parla spesso del patrimonio artistico come fulcro della nostra identità nazionale, della nostra memoria storica. Senza di questo che contributo possiamo dare all’Europa?

Intanto comincerei con il dire quello che l’Italia ha già fatto. Il nostro è il Paese in cui storicamente è nato il concetto di tutela dei monumenti, che lo ha insegnato al resto del mondo. Per il futuro si prospettano due strade: o continuiamo a insegnare agli altri che cosa è la tutela o cominciamo a insegnare come si fa a mandare tutto in malora. In questo bivio io ho una posizione molto netta a favore di un’avanguardia dell’Italia, in linea con la sua storia e la sua Costituzione, nel rafforzare le ragioni della tutela e perché i nostri princìpi diventino i princìpi di tutta l’Europa.

Avvenimenti 12 marzo 2003

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