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Non chiamarmi zingaro

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 19, 2011

Un libro ricostruisce la vicenda dei popoli zingari che, per secoli, hanno viaggiato per l’Europa. La loro voce non compare nei manuali di scuola
di Simona Maggiorelli

Da cinque anni va in giro per l’Italia e l’Europa per raccogliere documenti e testimonianze di rom e di sinti. Pino Petruzzelli, in realtà, non è uno storico di professione. Nella vita fa l’attore e il regista. Ma accanto alla passione per il teatro ( tra i suoi più recenti spettacoli una piéce tratta da Rigoni Stern, andata in scena al Mittelfest) ne è cresciuta un’altra: quella per la ricerca sul campo, tentando di riannodare i fili di una storia mai scritta, quella degli zingari. La storia di un popolo che non compare nei manuali scolastici e di cui si sa troppo poco. E quel poco comunque non è quasi mai stato scritto dagli zingari stessi, la cui cultura è stata per secoli soprattutto orale. Dalla ricerca di Pino Petruzzelli ora è nato un libro originale, a metà strada fra cronaca e racconto: Non chiamarmi zingaro (Chiarelettere editore). Fin dal titolo, l’annuncio di una storia tragicamente alla rovescia.
Pino, perché questo titolo?
Perché molti degli zingari che vivono in Italia sono costretti a celare le proprie origini. In realtà ci sono molti più rom e sinti mescolati nella società di quanti pensiamo. Alcuni fanno lavori umili, altri di primo piano. Ho conosciuto medici e professionisti che preferiscono non dirlo a nessuno. «È vero,potrei essere utile alla causa rom o sinti se lo raccontassi – mi diceva una dottoressa -, ma cosa accadrebbe a mio figlio? Sarebbe costretto a portare avanti una battaglia che non è la sua». Ecco, anche per così io mi chiedo che clima e che società stiamo costruendo? Se c’è un bambino che piange bisognerebbe capire perché. Non lo punisci perché piange, cerchi di capire se ha fame, se ha mal di pancia. Per questo io consiglio a tutti di andare a vedere come si vive nei campi rom, di andare a conoscere chi sono queste persone a cui la nostra società impedisce di viaggiare relegandole a vivere nelle zone più degradate delle nostre città.
Mezzo milione di rom e sinti sono stati uccisi dai nazisti nelle camere a gas. Lo si ricorda troppo poco quando si parla shoah?
Non se ne parla anche perché sono sempre stati sparpagliati, non hanno mai avuto rappresentanze ufficiali, nessuno li ha difesi. Loro stessi, per cultura, tendono a non parlare della morte e dei propri morti. E poi c’è stato un fatto “economico”. La convenzione di Bonn imposta dagli alleati obbligava i tedeschi a risarcire le famiglie delle vittime. Ma il genocidio dei rom, con un abile gioco di parole, fu fatto passare per un piano di “ prevenzione della criminalità”e derubricato. Del resto chi si sarebbe mai lamentato dei soldi negati a uno zingaro? Ma quel che è più grave è che è mancato loro anche un riconoscimento morale.
Fra i partigiani in Italia ci furono anche rom e sinti?
Sì, ma i manuali non parlano di loro. In provincia di Imperia, per esempio, c’è la tomba di un partigiano morto: Giuseppe Catter. Era uno zingaro e ha combattuto per permettere a tutti di parlare e vivere liberamente. Anche a coloro che ora vogliono prendere le impronte ai bambini zingari.
Amnesie ma anche tragici ribaltamenti, come quello che riguarda l’accusa di rubare i bambini?
Oggi li si accusa di essere ladri di bambini. Ma non si ricorda che in Svizzera, fino al 1972 è stato attivo un programma di “pro juventute” : si strappavano i bambini alle famiglie zingare per darli in affido a quelle svizzere. Possiamo immaginare il dramma e i danni psicologici. Solo 15 anni dopo è stato chiesto loro ufficialmente “scusa”.
La cultura rom idealmente è portarice di un’idea di libertà e di una concezione più cosmopolita della nostra?
Uno zingaro ha un paese natale, ma non una patria e le frontiere per loro sono poco importanti. Al contrario in Europa abbiamo stabilito una libera circolazione delle merci mentre si regima quella delle persone. Su questo sono più avanti di noi. Poter viaggiare per molti di loro si lega a un’aspirazione anche interiore di libertà. Fondamentale, per loro, è il rapporto con il gruppo, ma anche con la natura. Per cui magari preferiscono comprarsi un pezzo di terra in un posto sperduto dove poter mettere la loro roulotte avendo intorno un paesaggio piuttosto che star chiusi in un comodo appartamento. Uno zingaro una volta mi disse: «Quanto cemento nelle vostre case, ma come fa là dentro a non impazzire?». La loro è un’idea diversa di libertà , non dico che sia megliore o peggiore della nostra, ma merita di essere conosciuta.
Nella storia quand’è che la parola zingaro ha assunto uno stigma negativo?
I documenti del 1200-1300 che ho trovato non parlano male di rom e sinti. È dal 1500 che le cose cominciano a cambiare. A quel punto, con la società mercantile, si comincia a pensare a loro come a un problema. Da lì in poi si trovano i documenti più atroci. Uccidere uno zingaro viene considerato un atto lecito. Nel diario di un signorotto danese del ’600 si legge un passaggio in cui lui si vanta di aver preso in una battuta di caccia dei fagiani un cinghiale e uno zingaro «con relativo bambino»
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