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Tra la coppa del mondo e Mandela

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 18, 2010

Dopo la sbornia dei Mondiali la letteratura aiuta a capire di più della Repubblica Sudafricana, il paese arcobaleno dove, finito l’apartheid, non cessano forti tensioni politiche e sociali. Lo racconta Ndumiso Ngcobo

African art

“L’apartheid è morto! Viva l’apartheid! Se il nostro grande scrittore Can Themba potesse risorgere… non troverebbe il Paese troppo cambiato. Avremo pure passato una quindicina di anni senza apartheid, ma dalle nostre parti ci sono cose dure a morire». Parole forti, dirette, che nonostante la sua sincera ammirazione per la battaglia civile di Nelson Mandela, lo scrittore sudafricano Ndumiso Ngcobo annota in Alcuni dei miei migliori amici sono bianchi, appena uscito in Italia per i tipi di Voland.

Parole coraggiose che indicano la cruda realtà del “Paese arcobaleno” al di là dello schermo scintillante dei mondiali di calcio 2010. Spente le luci sull’evento mediatico che ha tenuto i tifosi di tutto il mondo appiccicati alla Tv, Ngcobo – anche con ironia e autoironia – ci aiuta a riabituare gli occhi alle cose nella loro luce naturale. Percorso da forti tensioni sociali e politiche, il Sudafrica è oggi in grande fermento dal punto di vista culturale ma anche un Paese ferito dal passato coloniale e, come ci ricorda Ngcobo, da un feroce razzismo che, ora che non ci sono più visibili fili spinati di apartheid a dividere l’upper class bianca dai neri delle townships, rimane tuttavia come pregiudizio mentale. E proprio questo complesso, e per molti versi contraddittorio, contesto, negli ultimi vent’anni è il tessuto su cui è cresciuta una letteratura alta, che parla con voce originale, nuova. Una multiforme galassia narrativa che case editrici italiane come Epoché, come edizioni e/o, come la stessa Voland ora ci permettono di conoscere più da vicino, portando in primo piano le nuove generazioni accanto alla presenza forte di autori come i Nobel Nadine Gordimer e John Coetzee (che da noi pubblicano per le majors, da Feltrinelli a Einaudi). Nuovi titoli che ampliano il nostro sguardo sul Sudafrica, così, fanno utilmente capolino sugli scaffali delle librerie. E mentre le edizioni e/o con il noir ad alta tensione Safari di sangue di Egon Meier denuncia gli scandali ambientali che colpiscono il continente africano, la coraggiosa Epoché propone il secondo romanzo del trentenne Kgebetli Moele, il crudo Tocca a te, che affronta il dramma dell’Aids, una malattia che in Sudafrica continua a diffondersi e a uccidere, non solo fra le classi più povere.

Tutta l’energia e il clima effervescente di una società giovane che viene dalle township, invece, è al centro del delizioso romanzo illustrato di Troy Blacklaws Bafana Bafana, «storia di calcio, di magia e di Mandela» (Donzelli), incentrato sull’avventura romantica di un ragazzino, nel villaggio chiamato Pelé perché ha il calcio nel sangue. La nazionale Bafana, bafana (che in lingua zulu significa i nostri ragazzi) – come si è potuto vedere in mondovisione – occupa un posto di primo piano nel pantheon dei miti sudafricani di oggi, non solo nei quartieri più poveri. Ma il “grido” Bafana Bafana risuona anche, in chiave sarcastica, nello spettacolo Bafana Republic del regista Mike Van Graan, storico partigiano della lotta anti apartheid o oggi pungolo critico, da sinistra, del governo sudafricano guidato dall’African national congress quando imbocca scorciatoie populiste. E il nome Bafana Bafana risuona immancabilmente anche nelle pagine romanzo autobiografico di Ngcobo da cui qui eravamo partiti e che affresca a colori forti la realtà dei trentenni di oggi, figli della classe media di Johannesburg. Da Van Graan a Ngcobo, Bafana Bafana, insomma, si fa metafora letteraria di quel collante nazionale che ancora manca in Sudafrica. è l’immagine di un sogno di riscatto soprattutto dei neri sudafricani che, per ironia della sorte, durante questi mondiali hanno rischiato di vedersi scippare la coppa proprio dalla nazionale di quel Paese, l’Olanda, dalla quale nel 1952 arrivarono i primi boeri.

Rinascimento nero. Alcuni dei miei migliori amici sono bianchi (Voland) di Ndumiso Ngcobo è un romanzo dalla lingua scanzonata, pieno di spiazzante bonomia nel sovvertire i modi politically correct di trattare il razzismo. Classe 1972, Ngcobo è una delle personalità di spicco della scena sudafricana post apartheid, come scrittore di romanzi ma anche come critico sulla rivista Mail and Guardian e come blogger corrosivo. Sono «un guerriero zulu in giacca e cravatta, catapultato nella cosmopolita Johannesburg» dice di se stesso. «Con questo- aggiunge ironico – non voglio dire che me ne vado in giro intonando canti di guerra della tradizione zulu o che vado sgranando il rosario dei cristiani, ma solo che come molti altri sudafricani sono cresciuto in più di una cultura. E credo che questo si renda tangibile in ciò che scrivo, senza che io a volte mi renda conto». Dopo aver insegnato matematica in una scuola superiore, Ngcobo ha lavorato in una multinazionale del settore agroalimentare svolgendo le mansioni più disparate. «Una peggio dell’altra», accenna sorridendo. «Ma mi sono fatto una grande cultura sui modi aziendali dei bianchi». Nel frattempo ha sempre continuato a scrivere, «è il mio modo di vivere – confessa – come una formica che continua a far rotolare le sue briciole». A catalizzare la sua attenzione di scrittore è soprattutto ciò che accade nella testa delle persone, ciò che accade nei rapporti. «Relazioni non sempre facili- sottolinea – in questa nostra società dove tradizioni come quella cristiana e quella zulu hanno ancora troppa parte. creando continui cortocircuiti di comunicazione». Di cui Ngcobo nei suoi romanzi usa anche tutto il lato spiazzante, surreale, involontariamente comico. Così fra «nere snob, bianchi flippati, tassisti maleducati e via dicendo», Ngcobo fa finta di tracciare quello che ci si aspetta da uno scrittore come lui, ovvero «un acuto sguardo interetnico sul Sudafrica di oggi». Ma lui non si accontenta e va più a fondo. E accanto alle colorate, dinamiche, vitali township, il suo sguardo si ferma sui quartieri residenziali fuori città, «freddi e inospitali». «Oggi gli abitanti bianchi del mio stesso comprensorio – scrive – mi guardano dall’alto in basso con diffidenza. Atteggiamento da me ricambiato con un odio al calor bianco. Non fraintendetemi, se ci capita di avvicinarci a meno di 5 metri ci scambiamo pallidi sorrisi. Mica siamo selvaggi arretrati e incivili. Ma basta uscire da quel raggio e il pallido sorriso scompare». Parola di Ngcobo, in barba a quanti, per questo, lo additeranno come traditore del Rinascimento nero.

Strumenti.AFrica di carta

Nei nuovi scenari geostrategici del XXI secolo, l’Africa occupa un posto importante. Non solo dal punto di vista demografico. Grandi risorse non sfruttate e strutture e infrastrutture inadeguate, povertà e conflitti etnici, religiosi, culturali, tensioni economico sociali, instabilità politiche e violenze di regimi dittatoriali e inevitabili migrazioni di massa. Per capirne di più, urgono strumenti di conoscenza. Specialista di storia africana e docente all’università di Gießen, Winfried Speitkamp offre essenziali chiavi di lettura in Breve storia dell’Africa (Einaudi), ripercorrendo la storia del continente dalla preistoria a oggi, ricostruendo forme sociali, formazioni politiche e regni, culture e credenze, scambi e aggregazioni che hanno caratterizzato la vita delle popolazioni africane fino al dramma dello schiavismo e gli sconvolgimenti politici, economici, territoriali e antropologici prodotti dalle potenze coloniali, la decolonizzazione. Poi le guerre per l’indipendenza, la nascita dei nuovi Stati. Ne risulta un quadro d’insieme che tiene unite sia la prospettiva diacronica, interrogando gli stessi problemi in epoche e contesti estremamente diversi, sia la prospettiva sincronica, delineando un’introduzione chiara e approfondita a uno dei contesti salienti della nostra storia attuale. Ma un racconto appassionato sull’Africa si trova, in chiave di esperienza personale, anche nelle belle pagine di Made in Africa (Elèuthera), in cui l’architetto di Emergency Raul Pantaleo, con un viatico di Erri De Luca, ripercorre la storia di missioni in Sudan, Centro Africa, Sierra Leone, Darfur e in tutti quei Paesi dove l’associazione fondata dal medico Gino Strada continua a salvare vite umane.

da left-avvenimenti del 18 luglio 2010

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I mille volti dell’India

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 17, 2010

Tra ricerca di nuovi linguaggi e tradizione alta. I tigrotti della nuova scena letteraria si raccontano dal 13 al 17 maggio al Salone del libro di Torino. Da Kiran Desai ad Anita Nair, alle nuove voci emergenti,che in India, sono soprattutto femminili. E di talento.

Vishnu salva Gajendra,re degli elefanti

Frammenti di India, del suo ricco universo multiculturale, dal 13 al 17 maggio, al Lingotto di Torino compongono il bel volto di una democrazia giovane e in rapida crescita, sul quale però ancora si vedono i segni lasciati dal colonialismo.

Tra tradizione e sviluppo, fra povertà e industria high tech, fra inarrestabili megalopoli e il tempo lento dei villaggi rurali. E ancora…

Fra sperimentazione di nuovi linguaggi e il fascino di antichi miti. Per cinque giorni decine di scrittori e intellettuali indiani al Salone del libro si passeranno il timone del racconto. Pochi i sapienti paludati. Perlopiù gli ospiti sono giovani “ambasciatori“ di una cultura in vitale fermento.

In India, del resto, il 50 per cento della popolazione ha circa 30 anni. E non ancora quarantenne è anche uno delle scrittrici indiane più attese, Kiran Desai, voce critica della globalizzazione e narratrice raffinata che con Eredi della sconfitta (Adelphi) è stata nel 2007 la più giovane vincitrice del Booker Price. Figlia di Anita Desai, Kiran è un’autrice schiva, che si concede il lusso di distillare le sue opere senza fretta. Compagna di vita di Orhan Pamuk non ama stare troppo sotto i riflettori. Se non quando vi è chiamata per la sostanza politica dei suoi romanzi. E «di questi tempi-ammette Desai- è difficile per un romanziere sottrarsi a una lettura politica». Anche per questo, per parlare dei problemi dell’India di oggi, Kiran Desai ha accettato di aprire il 14 maggio la serie degli incontri che il Salone dedica al paese ospite 2010. Il contrasto fra globalizzazione e l’emergere di “nuovi” localismi innerva profondamente Eredi della sconfitta, libro dalla tessitura complessa, fra invenzione poetica e storia. In quattrocento pagine, attraverso le storie parallele di una manciata di personaggi, Desai affresca il paesaggio accidentato di una democrazia in rapido sviluppo sullo scenario mondiale degli anni Ottanta, ma anche segnata da rigurgiti etnici e religiosi. Un fuoco narrativo del romanzo è a Kalimpong, un villaggio tra Nepal e Tibet, dove il chiuso nazionalismo dei Gurkha spinge per l’indipendenza. Un altro, contemporaneamente, arde a New York dove un giovane di Kalimpong, senza permesso di soggiorno lavora come uno schiavo in un locale esotico per occidentali. «Se da un lato i processi di globalizzazione dell’economia hanno portato innovazione – spiega Desai – dall’altro hanno prodotto nuova povertà. Per capirlo basta andare nella periferia di Delhi dove grattacieli finanziati dall’American Express o dalla Tata sono costruiti da muratori sfruttati e senza diritti».

Uno sguardo critico sui processi di globalizzazione in India è anche quello offerto dallo scrittore Indra Sinha nel romanzo Animal (Neri Pozza): una vivida ricostruzione del drammatico incidente chimico industriale accaduto a Bhopal nel 1984. La Union Carbide India, una multinazionale americana produttrice di pesticidi causò la morte di 754 persone. Nel libro quella tragedia è raccontata dal punto di vista di un bambino, uno dei tantissimi intossicati dal veleno, che si stima furono tra 200 e 600mila persone. Il 16 maggio con Tarun Tejpal, autore di Storia dei miei assassini (Garzanti), Sinha racconterà il suo impegno di scrittore e “testimone”.

Sul piano più strettamente economico, invece, a svolgere una serrata critica ai processi di globalizzazione (il 16 maggio in dialogo con Loretta Napoleoni) sarà Prem Shankar Jha. Nel libro Quando la tigre incontra il dragone e nel più recente Il Caos prossimo venturo, entrambi editi da Neri Pozza, il filosofo ed economista indiano manda in frantumi la formula “Cindia”, in quanto invenzione di un cattivo giornalismo occidentale che appiattisce le immense differenze politiche e culturali fra Cina e india. «Molti osservatori occidentali- sottolinea Jha- non colgono la differenza abissale che c’è fra il capitalismo di stato cinese e quello indiano, più di stampo occidentale». Ma azzerano anche le enormi differenze sociali fra un paese politicamente irreggimentato come la Cina e una democrazia in fieri come l’India «dove la rabbia dei diseredati – sostiene Jha – può trovare una canalizzazione politica e una risposta nelle istituzioni».

rama sita e laksmana in esilio, collezione Ducrot

E tutto il fascino e il dramma di un’India percorsa da forti tensioni, zavorrata da sacche di fondamentalismo religioso e di povertà, ma per altri versi estremamente viva e in movimento si trova fortissimo nelle pagine de La tigre bianca (Einaudi) e di Fra due omicidi (Einaudi) del giovane Aravind Adiga che saranno lette al Salone.

Ma anche nei reportage di Suketu Metha. Emblematico resta il suo Maximum City (Einaudi) scritto nel 2007, un anno prima dell’attentato di Mumbai, un attacco feroce, secondo il giornalista indiano, proprio al carattere cosmopolita più profondo di questa megalopoli da 18 milioni di abitanti, dove sindhi, punjabi, bengalesi e molti altri cittadini di etnie diverse vivono fianco a fianco in spazi pubblici e privati che, fiduciosamente, “non conoscono privacy”.

Nella complessa koinè di Mumbai scrive Altaf Tyrewala in Nessun dio in vista (Feltrinelli) si mescolano da sempre musulmani e indù, cattolici e pagani. Quattordici lingue e otto religioni abitano la città che i colonialisti inglesi tentarono con violenza di occidentalizzare, fin dal nome, ribattezzandola Bombay.  Nato nel 1977, Tyrewala fa parte della folta flotta dei nuovi narratori indiani che, in stili nuovi – in questo caso brevi capitoli a staffetta lungo imprevedibili percorsi narrativi- permettono di tuffarsi nella ribollente vita di una megalopoli post industriale come Mumbay, come New Delhi o come la capitale dell’high tech Bengalore. Con Tishani Doshi, della quale è appena uscito Il piacere non può aspettare (Feltrinelli), al Lingotto, il 13 e il 16 maggio, Tyrewala racconta la nuova scena letteraria indiana non più abitata solo di narrativa in senso classico ma anche di inchieste, fumetti e graphic novel. Un tipo di letteratura ibridata, ironica, spiazzante, ma anche corrosiva verso i facili miti della “shining India”. Per averne un assaggio basta leggere l’antologia curata da Gioia Guerzoni per Isbn, poi se – come è capitato a noi- la curiosità non si placa la neonata casa editrice Metropoli d’Asia, (nata da una costola della Giunti) offre già una decina di titoli, fra i quali molti noir e un elegante graphic novel, Nel cuore di smog city che la giovane illustratrice Amruta Patil presenta a Torino il 13 maggio.

Accanto alla narrativa sperimentale che ama mescolare differenti linguaggi c’è un altro fenomeno macroscopico da segnalare nella nuova letteratura indiana: la forte presenza di scrittrici. Artisticamente cresciute, ciascuna con una propria voce e originalità, nel varco aperto a partire dagli anni Cinquanta dal talento di Anita Desai e poi, negli anni Ottanta, da Arundhati Roy. Più dei loro colleghi, rimasti legati a una modalità narrativa di stampo inglese e razionalista (da Ghosh a Rushdie) queste scrittrici entrate nel pantheon della letteratura internazionale sono capaci di fondere storia e letteratura alta, poetica.

Ganesha, collezione Ducrot

I loro libri vivono di una attenzione al vissuto più profondo dei personaggi e di una lingua ricca di immagini. Proprio in questo ambito di ricerca idealmente si iscrive l’esordiente Anuradha Roy (il 16 al Lingotto) con il romanzo L’atlante del desiderio (Bompiani). Un romanzo storico, dal sapore di epos, che rincorre lungo il Novecento la vicenda di due amanti osteggiati dalle famiglie, che si ritroveranno inconsapevolmente dopo molti anni. Ma una narrazione icastica, in uno stile asciutto e appassionato, che va al cuore delle cose è anche quella che caratterizza Giorno di pioggia a Madras (edizioni e/o) in cui Samina Ali racconta la vita di una ragazza di oggi che vive tra Minneapolis e l’indiana Hyderabad e che da un padre violento e da una madre che è stata ripudiata si vedrà costretta, in nome della sottomissione all’Islam, a un matrimonio combinato.

Dei conflitti fra religione e laicità moderna, fra tradizione indiana e forzata occidentalizzazione, Ali parlerà al Lingotto il 17 maggio nell’ambito della rassegna Lingua madre. E ancora di “india al femminile” parla il 15 maggio un’autrice ben conosciuta anche dal pubblico italiano: Anita Nair. Autrice del best seller Cuccette per signora e, fra gli altri, del bellissimo libro illustrato La mia magica India (Donzelli) Nair ha appena pubblicato il suo nuovo L’arte di dimenticare (Guanda), incentrato su una vicenda che, come quella narrata da Ali, apre molte riflessioni su come le tradizioni di Oriente e Occidente si intrecciano e si scontrano sulla pelle di molte donne indiane oggi.

L’India del nuovo millennio è certamente il Paese che ha permesso a una intoccabile, Naina Mayawati, per la prima volta, di diventare ministro. E come scrive Javier Moro (il 14 maggio a Torino) nell’appassionata biografia di Sonia Gandhi Il sari rosso (Il Saggiatore) l’India è la democrazia che, per portare avanti la politica di Nerhu e Gandhi, «ha scelto coraggiosamente una donna, per giunta un’italiana, come premier». Ma fuori dalle moderne megalopoli, nei villaggi più poveri, è anche la nazione dove le donne che hanno studiato «sono ancora viste con orrore» come racconta Radhika Jha ne Il dono della dea (Neri Pozza). Attraverso la storia della giovane Laxmi che va a studiare all’estero per riscattare il sogno fallito del padre di far fruttare la terra con le nuove tecnologie, Jha (a Torino il 15 e 16) indirettamente apre una finestra sul dramma dei contadini indiani che, per comprare sementi brevettate e spacciate dalla multinazionali come miracolosamente produttive, finiscono per suicidarsi in un gorgo di debiti e usurai.

Nell’India rurale e arretrata, nell’Uttar Pradesh, una delle regione più povere, dove le donne sono tenute nell’analfabetismo e costrette a sposarsi da bambine, Sampat Pal nel 2006 ha fondato la Gulabi gang, la gang dei rosa rosa, un gruppo di donne che lotta contro la violenza e la sopraffazione, quando non c’è altro mezzo, anche con le maniere forti e i bastoni. A Torino, il 15 maggio, questa indomita cinquantenne che lotta per i diritti delle donne e per una società più giusta presenta la propria autobiografia Con il sari rosa, appena uscita per Piemme.” Il nostro obiettivo- racconta Sampat Pal- è combattere il fenomeno delle spose bambine. Questa è la prima emergenza.  Non che con questo il  problema dei matrimoni tradizionali non sia un problema ma per cambiare una tradizione di secoli ci vorrà tempo, non possiamo pensare di cambiare tutto subito”. Sampat Pal che è nata  dei mandriani, una delle caste più povere, era analfabeta, ma con una ribellione trasformata in canto ha saputo  ottenere attenzione da parte delle donne. “La nostra è una società molto tradizionale , se avessi semplicemente detto: donne ribellatevi , nessuna mi avrebbe ascoltato. Cantando canzoni popolari – racconta- il messaggio a poco a poco è arrivato”. Oggi il movimento messo in piedi da Sampat Pal conta migliaia di donne pronte a uscire allo scoperto per combattere per i propri diritti.

Simona Maggiorelli

da left-avvenimenti, 7 maggio 2010

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La Habana di notte. La nuova onda di scrittori cubani

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 18, 2009

habana-noche-413x450di Simona Maggiorelli

Di notte l’Avana è più bella che mai. Le luci gialle dei lampioni attenuano le rughe e le ferite del centro antico e dei palazzi della Bella epoque. Nel caldo umido dei vicoli, sul Malecòn corroso dal salmastro dove arrivano alti i cavalloni, i bambini, scalzi, giocano e ridono a tutte le ore. Mentre le ragazze, poco più in là, si vendono. E’ la Cuba delle molte contraddizioni e «di una bellezza che non lascia scampo» quella raccontata per immagini dal fotografo Sandro Miller in Imagine Cuba 1999-1997 (Charta). Nel suoi scatti l’organismo fragile dell’Habana veja, l’umido sgretolarsi dei palazzi coloniani ma anche l’azzurro abbagliante del mare, la musica che non smette mai, l’allegria delle spiagge dove le famiglie arrivano cariche di frutta e stereo a spalla. Più che i luoghi sono i primi piani a parlare; primi piani di bambini che ridono a gola aperta e ragazzini che guardano l’obiettivo malinconici tenendosi la faccia fra i guantoni. Vecchi che giocano a carte in strada e ragazzine che si fanno fotografare vestite come Rossella O’Hara per la festa dei 15 anni. E ancora ragazzini stipati sui mezzi pubblici (che per risparmiare, in discesa, vanno “in folle”) e che sfrecciano in motorini scassati davanti ai cartelloni con la faccia di Bush con su la scritta “El asasino”. Primi piani di gente povera, ma nello sguardo, non sconfitta.

Da Colombo alle jieneteras

«A metà millennio Colombo sbarcava sulla terra più bella del mondo ancora ignoto, avviando la rapida scomparsa dei suoi indigeni» scrive Danilo Manera nella nuova edizione di Vedi Cuba e poi muori (Feltrinelli). «Con nuove genti venute dall’Europa e dall’Africa, l’isola ha conservato la sua dolcezza d’acque, cieli e fiori e continuato a fumare tabacco, ma ha conosciuto l’urlo della schiavitù e gli scoppi delle rivolte, il rapimento della danza e l’oblio del rum, il sussulto del sesso, i tuoni della storia e il gocciolio della povertà». Un passato, che insieme alla memoria della rivoluzione castrista e alle contraddizioni del presente, distilla umori nuovi nella nuova narrativa cubana. Che ha soprattutto il suo epicentro a ll’Avana, nel quartiere del Vedado dove si trova l’Uneac, l’associazione degli scrittori e artisti cubani che ha già visto crescere più generazioni di autor. Anche negli anni Ottanta quando salì alla ribalta una generazione di narratori caustici, spregiudicati, pronti a denunciare ogni faglia politica e sociale. Erano gli anni delle fughe disperate da Cuba verso Miami, del Periòdo especial. quando per tentare di far fronte all’embargo Usa il governo di Castro imponeva pesanti razionamenti. Anni in cui esplode la Trilogia sporca dell’Havana di Pedro J. Gutiérrez (edizioni e/o), ma anche il successo di Padura Fuentes e il talento di quello che è forse il più grande scrittore di quella generazione, Miguel Mejiedes. Poi, come ci ha scritto Manera nel libro A Labbra nude (Feltrinelli) sarebbe venuta la che-guevaragenerazione degli scrittori nati alla metà degli anni Sessanta, come Yoss (alias José M. Sanchez Gomez), una laurea in biologia e physique du rôle da divo rock; Yoss racconta l’Habana di notte, gli incontri imprevisti, le vite parallele di una gioventù colta, che si divide fra militanti dell’Unione della gioventù comunista e le jineteras cavallerizze) e i jineteros che amano la moda e il carpe diem negli alberghi frequentati da ricchi turisti, «con ironia e non senza un pizzico di nihilismo». Ma oggi rivela Manera con la raccolta La fiamma in bocca. Giovani narratori cubani (Voland) siamo già oltre e spuntano voci nuove nate negli anni Settanta  e Ottanta . Scrittori che passano con disinvoltura dal realismo magico, al racconto storico, a derivati da cyberpunk e a impreviste contaminazioni di generi. Cresciuti artisticamente (perlopiù) al laboratorio di tecniche creative dell’Uneac, sostenuto dal Ministero della cultura cubano pubblicano in riviste e i racconti scelti da Manera per Voland sono tutti inediti.

L’ombra del Che

La storia del Che è anche la storia della costruzione letteraria di un mito come ha racconto Alberto Filippi in Guevariana (Einaudi) raccogliendo racconti, saggi, e pensieri che al medico e comandante Che Guevara hanno dedicato scrittori in ogni parte del mondo (da Saramago a Taibo, a Vazquez Montalbàn). Ora, ad arricchire la serie pressoché sterminata di biografie arrivano due nuovi volumi: la monumentale monografia del giornalista del New Yorker Jon Lee Anderson Che Guevara (Fandango), ricca di inediti grazie alla collaborazione di Aleida March e il prezioso, agile, volumetto di Roberto Borroni, Pombo, (Negretto editore) che racconta il Che attraverso la testimonianza di Harry Villegas detto Pombo: quando decise di unirsi alle truppe del Che aveva appena 17 anni.

dal quotidiano Terra 18 luglio 2009

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L’epos raggae di due gemellini rasta

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 25, 2009

Letteratura migrante In larga parte autobiografico, Due volte è un travolgente romanzo di formazione di due bambini di colore in fuga da un orfanotrofio delle suore. Scanzonato, ironico, ma soprattutto ad alto tasso di poesia

di Simona Maggiorelli

Dreadlock da rasta sono il loro orgoglio. Ma sono anche il bersaglio preferito delle forbici delle suore. Perché «portare i capelli lunghi fino alla scuola è da bambine». Ma i due gemellini, David e Daniel, non si arrendono facilmente. E, fra fughe da messa e cotte da paura, nell’orfanotrofio emiliano dove sono stati lasciati costruiscono tutto un loro mondo di giochi e di fantasia che procede al ritmo contagioso della musica reggae. Un mondo dove i colori della bandiera giamaicana diventano “scudo magico” contro la tristezza dell’abbandono e antidoto allo squallore di camerate di luci e neon e crocifissi. Non che il dolore non abiti il loro mondo.

Ma i due irresistibili ragazzini protagonisti del romanzo Due volte (edizioni e/o) sanno come tenerlo a bada raccontando storie e inventandosi sempre nuove avventure. Da soli o con i robot comprati di nascosto e subito sequestrati dalle suore. Ingaggiando proverbiali partite di calcio o immaginando rocamboleschi piani di fuga. Fino a quando nel mondo di Daniel entra quella bambina dagli occhi dolci e tristi che trema al pensiero di dover trovare a casa, “dall’orco”. Dietro le mura di casa di Agata si avverte una voragine di violenza, una tragica vicenda di abusi che lo scrittore Jadelin Mabiala Gangbo ci fa cogliere in tutta la sua tragicità attraverso linguaggio potente delle fiabe, affidandoci allo sguardo del piccolo Daniel e di Agata, che non hanno perso la tenerezza.

E’ il piccolo grande miracolo di questo sorprendente libro scritto per immagini, poetico, ironico, disarmante. Di fatto un romanzo di formazione in senso classico, ma anche un picaresco spaccato di vita in provincia.
Come suo fratello gemello, Gangbo la provincia nostrana l’ha conosciuta sulla pelle e oggi racconta: «Due volte si basa su esperienze autobiografiche. Io e mio fratello siamo nati in Benin ma siamo cresciuti fra Imola e Bologna». E anche se l’Emilia Romagna, fino agli anni 80 e 90, è stata fra le più culturalmente vive «non mancano le chiusure verso gli stranieri. Colpisce – sottolinea Gangbo – il modo in cui i giornali parlano degli stranieri. I media continuano a trasmetterne un’immagine distorta. Non parlano dello straniero che fa una vita normale, studia, lavora. Si parla dello straniero come criminale o come clandestino, con i soliti esperti italiani chiamati a rapporto per commentare casi drammatici. Insomma – conclude Gangbo – in Italia c’è una precisa volontà di occultamento della realtà dello straniero. Una tendenza che ha messo radici. E che non si può ignorare: si continua a negare la presenza di nuovi italiani». Gangbo da qualche tempo vive a Londra e nel formulare il suo pensiero mette a confronto due mondi: «In Inghilterra la riflessione sul multiculturalismo è molto avanzata. I media, gli intellettuali ma anche le persone mediamente colte non si sognerebbero mai di dire cose razziste. Vige il politically correct, anche se poi la tensione fra neri e bianchi in certi quartieri si avverte chiaramente». Il fenomeno della letteratura inglese scritta da immigrati, però, da decenni è non solo accettata, ma in cima alle classifiche. Basta pensare al caso Kureishi o a quello di Zadie Smith. Anche in Italia – il caso dello stesso Gangbo ne è la riprova – immigrati e figli di immigrati, oppure stranieri che hanno scelto di scrivere nella lingua di Dante, stanno largamente contribuendo alla nuova letteratura italiana, ma il fenomeno dal punto di vista dell’attenzione del pubblico resta ancora sotto traccia. «Manca ancora – chiosa Gangbo – la consapevolezza della piega nuova che potrebbero prendere la letteratura, il cinema, la musica se venisse accettata la mescolanza fra culture diverse».
dal quotidiano Terra

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