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IL paradosso del tempo libero

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 18, 2014

Cattelan

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Il benessere non si misura con il Pil. E i consumi non portano la felicità. Ma la soluzione non è neanche la decrescita, dicono gli economisti di Quale crescita. Occorre superare una vecchia antropologia basata sull’Homo oeconomicus

La crescita economica è stata per lunghi anni l’obiettivo da perseguire con ogni mezzo nei Paesi del capitalismo avanzato. Ma il prezzo che si è dovuto pagare anche in termini di distruzione dell’ambiente è stato altissimo. Per non dire dei costi umani. Con l’emergere di nuovi schiavismi e, dall’altro lato, di modi di vita iper consumistici, alienati e alienanti. L’evidente crisi strutturale di questo modello economico può essere, però, anche l’occasione buona per un cambio di marcia; per studiare nuovi e più sostenibili modelli di sviluppo. Ma per riuscire a farlo in modo efficace oggi occorre allargare lo sguardo oltre i confini dell’economia, coinvolgendo anche la filosofia, l’antropologia e la psicologia, suggeriscono gli economisti autori di Quale crescita (L’Asino d’oro edizioni).

Con questo volume, i curatori Anna Pettini e Andrea Ventura, insieme a Ernesto Longobardi e ad altri studiosi, aprono un dibattito multidisciplinare che mette in discussione molti idoli dei nostri tempi. A cominciare dal mito della crescita esponenziale e dalla fede nel Pil. «Il prodotto interno lordo conteggia il valore della produzione delle attività che hanno un controvalore monetario. Non è un indice di benessere», spiega l’economista Anna Pettini. «Basta dire che dal prossimo autunno, per direttiva comunitaria, conteggerà anche l’economia illegale: droga, prostituzione e contrabbando. Senza che nessuno protesti, dal momento che aiuta ad aumentare il Pil», rileva la docente di Economia politica all’Università di Firenze. «L’idea che maggiore attività significhi maggiore movimento e creazione di ricchezza e che, da questa, si crei necessariamente benessere è completamente da rivedere», dice Pettini. «Questa equazione era sensata quando c’erano da comprare il frigorifero e la prima automobile, oggi la questione è più complessa. Come evidenzia da alcuni decenni l’economia della felicità sottolineando la rottura del nesso causale: più ricchezza- più felicità».

Il problema è che abbiamo ancora un modo di pensare che risale al dopoguerra? «Siamo rimasti bloccati a quando ciò che mancava erano i beni di consumo, mentre per le persone oggi contano accesso alle cure, salute e qualità della vita. Parlare di crescita non ha senso se non la qualifichiamo». E in questo quadro, sostengono gli economisti di Quale crescita, la teoria della decrescita felice non offre una soluzione valida. «Non si può riavvolgere il nastro della storia per ritrovare il funzionamento dell’economia “che fu”, che garantiva un miglioramento per tutti», evidenzia Anna Pettini. «È indispensabile guardare avanti, il mondo è cambiato radicalmente, a partire dal senso e dalle forme del lavoro, e da ciò che questo significa in termini di classi sociali. Per non dire della velocità con cui si possono spostare i capitali».

Ma occorre anche un cambiamento culturale, suggerisce Anna Pettini è venuto il momento di mettere radicalmente in discussione il modello di Homo oeconomicus che ha prevalso in Occidente, un’idea di essere umano centrato su una razionalità strumentale, volta all’utile, al guadagno, improntata sul principio vita mea mors tua; un’idea di uomo in fondo povero di umanità e di vere relazioni con gli altri.

«Il fatto è che il modello moderno di Homo oeconomicus non è neanche più quello che viene fatto risalire alla filosofia utilitaristica», precisa Ernesto Longobardi, ordinario di Scienza delle finanze all’Università di Bari. «C’è un abisso tra i filosofi utilitaristi e i moderni economisti. L’utilitarismo era una filosofia etica, e politica, che si poneva il problema della massimizzazione della felicità collettiva. La versione moderna è una macchina calcolante, più vicina, nel comportamento, all’animale che all’uomo. Per questo oggi è importante porre al centro dell’analisi economica una diversa teoria della realtà umana».

«Nella letteratura scientifica – aggiunge l’economista Andrea Ventura – si assume che l’Homo oeconomicus preferisca sempre il più al meno, cioè che non abbia mai abbastanza. Per soddisfare questo strano individuo i nostri sistemi economici dovrebbero dunque produrre sempre una maggiore quantità di merci. La cosa interessante – sottolinea il docente di Economia politica dell’Università di Firenze – è che ciò che gli economisti considerano un tratto fondamentale della natura umana, in psichiatria e in psicologia, è visto come patologico». Dunque occorre liberarsi di una vecchia visione “antropologica”? «Esattamente», risponde Ventura. «Occorre superare un’antropologia assai radicata, quella che dalla favola della api di Mandeville arriva alla celebre massima di Benjamin Franklin per la quale “il tempo è danaro”, per approdare appunto all’Homo oeconomicus moderno. Un’antropologia disumana che costituisce il fondamento dell’accumulazione capitalistica fine a se stessa. Il tempo è denaro per il capitale- sottolinea Ventura – non per gli esseri umani. Ma il capitale è un prodotto umano, una forza sociale che esprime appunto in massimo grado quest’antropologia malata e purtroppo molto radicata nella teoria economica e nella cultura. Non c’è prospettiva di superamento degli aspetti distruttivi dei nostri sistemi economici se non a partire dal riconoscimento di questo fatto».

Basta pensare a quanto è accaduto negli Stati Uniti, scrive Stefano Bartolini in Quale crescita: «Mentre gli Usa si stavano trasformando nel paradiso dell’opulenza consumistica, l’americano medio si sentiva sempre peggio». Una riflessione che fa tornare alla mente il protagonista del romanzo Sei ricco, coniglio (Einaudi): Harry, un venditore di Toyota che lo scrittore John Updike tratteggia come perfetta incarnazione dell’everyman americano drammaticamente in fuga da se stesso. Ma anche in Europa, sul piano sociologico, c’è un dato che colpisce: i più alti tassi di suicidio e di consumo di psicofarmaci si riscontrano negli ordinati ed efficienti Paesi avanzati del Nord. è solo un caso? «È il paradosso della felicità», risponde Longobardi. «Nel libro Quale crescita Stefano Bartolini parla di “crescita endogena negativa”, una spirale, secondo la quale lo sviluppo si basa sui consumi privati, a scapito di beni relazionali, la distruzione delle relazioni porta infelicità, a cui si reagisce con maggiori consumi privati e così via». Come si può uscire allora da questa spirale negativa? «Sul piano delle politiche pubbliche è urgente una radicale inversione di tendenza. Che richiede una dimensione sia nazionale che europea. Abbiamo bisogno di un nuovo “New Deal”», avverte Andrea Ventura. Ma, aggiunge: «Può essere veramente nuovo solo se non è né basato unicamente su modelli economici o sul recupero della religione (i leader della sinistra col rosario in tasca ci portano poco lontano). Il punto cruciale, a nostro avviso, è costituito dalla necessità del superamento di una visione economica e antropologica che ha i suoi effetti devastanti su tutti gli ambiti sociali». Ovvero? «La capacità delle società avanzate di assicurare il progresso civile si misurerà su quanto terranno conto delle esigenze delle persone, una volta soddisfatti i bisogni fondamentali. È qui, nella realizzazione delle esigenze che riguardano la sfera psichica e il rapporto interumano il punto cruciale».

Dunque le politiche economiche dovrebbero guardare con meno sospetto alla cultura, all’arte, a tutto ciò che, per dirla con l’articolo 3 della nostra Costituzione, che favorisce «il pieno sviluppo della persona umana». Ma occorrerebbe forse anche tornare a riflettere su cosa è diventato il tempo libero, nell’era del supercapitalismo. Karl Marx parlava di «tempo liberato» come un tempo di non lavoro, da dedicare allo studio, allo sviluppo del proprio talento, alle relazioni umane. Una conquista che il filosofo del Capitale pensava fosse realizzabile con l’“avvento” della dittatura del proletariato. Iscrivendola in una prospettiva insieme profetica e deterministica tipicamente ottocentesca. Per quanto questo “meccanicismo” della riflessione marxiana mostri la corda , resta il fascino dell’espressione “tempo liberato”, che, paradossalmente, oggi è diventata il titolo di una pagina culturale del giornale della Confindustria.

«Quello del tempo libero è un tema centrale nel lavoro del gruppo di economisti che ha lavorato al volume Quale crescita», afferma Longobardi. «Il tempo libero era visto da Marx come la dimensione della più piena realizzazione umana. Oggi – nota il professore – il tempo libero è sotto attacco in un duplice senso: da una parte, il tempo libero è ridotto al minimo in tutte le aree del nuovo sfruttamento, quella degli working poor, lavoratori anche molto qualificati che lavorano anche dieci ore al giorno; dall’altra l’impiego del tempo libero, per quelli che lo hanno, viene snaturato da consumi pensati per un uomo sempre più terribilmente solo e ripetitivo. Il tema del tempo libero e quello dei beni comuni sono strettamente intrecciati. I beni comuni sono tali in quanto legati allo stare insieme: le relazioni umane richiedono tempo libero e il tempo libero richiede relazioni umane». Quanto alla cultura, oggi in Italia è depauperata di risorse pubbliche e sottovalutata dalla nostra classe politica. Non solo nella concezione di destra, plasticamente rappresentata dall’espressione «con la cultura non si mangia» coniata dall’ex ministro dell’Economia Tremonti. Ma anche nella concezione dei beni culturali come “brand” da sfruttare che impronta la filosofia renziana e che concretamente significa depotenziamento delle soprintendenze e incremento di operazioni di marketing affidate a manager senza specifiche competenze di storia dell’arte e di archeologia. Significa sfruttamento del patrimonio pubblico per avere un ritorno di immagine, incuranti dei rischi che comporta, per esempio, noleggiare il Ponte Vecchio alla Ferrari per una festa privata. «è dilagata una forma deteriore direi di “aziendalismo” più che di economicismo – conclude Longobardi -, lo stesso è successo nella sanità, dove l’impronta di tipo manageriale sta prendendo il sopravvento sulle competenze dei medici, con risultati che saranno disastrosi. Come invertire questa tendenza? è difficile invertirla, ma almeno urliamo a più non posso».

dal settimanale left -agosto 2014

www.qualecrescita.blogspot.com

Quale crescita, Roma

Quale crescita, Roma

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Anna Pettini e Simona Maggiorelli

Ernesto Longobardi, Simona Maggiorelli, Andrea Ventura

Ernesto Longobardi, Simona Maggiorelli, Andrea Ventura di spalle

Simona Maggiorelli, Paolo Cacciari e Diego Piacentino

Simona Maggiorelli, Paolo Cacciari e Diego Piacentino

Blog di Quale crescita con le presentazioni del libro

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