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La battaglia di Arnaldo

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 5, 2008

Dall’opera dedicata alla lotta dei partigiani alle colonne che sfidano il cielo, come nello Yemen della regina di Saba. Le grandi sculture di Arnaldo Pomodoro reinterpretano lo spazio pubblico. Con passione civile
di Simona Maggiorelli

Un pilastro di acciaio inossidabile è conficcato nel cuore di una piramide tronca. Come se fosse stato fatto cadere da un’altezza vertiginosa. E i segni che si irradiano dalle fessure del bronzo dicono tutta la violenza di un colpo mortale. Ma il monumento nel suo insieme non racconta solo il dramma di una cieca violenza, ma anche di uno sforzo immane nel cercare di resistere. Con questa scultura nel 1971 Arnaldo Pomodoro rendeva un appassionato omaggio alla resistenza e alla lotta dei partigiani. Un’immagine imponente, ma che non ha aloni di retorica. Così come tutti i monumenti dell’artista marchigiano che, possenti, si stagliano in cima ad alture o in mezzo a piazze, riuscendo ad apparire sempre del tutto antimonumentali. Svettano eleganti a sfidare il cielo le sue colonne intessute di misteriose figure geometriche. Come quelle del Tempio di Saba – che colpirono profondamente la fantasia dell’artista durante un viaggio in Yemen nel 1996 – sono senza capitello e, ritmiche ed eleganti, appaiono come intarsiate di affascinanti iscrizioni pagane. Mentre il suo Disco in forma di rosa del deserto sembra evocare l’immagine di quelle formazioni minerali di cristalli che emergono misteriosamente dalle sabbie dei deserti africani. Anche qui Pomodoro riesce a dare un movimento interno alla materia portando alla luce le nervature del bronzo grazie all’uso sapiente di un’antica tecnica di fusione. E il “miracolo” di grandi opere concepite per spazi pubblici ma che riescono a inserirsi perfettamente nell’ambiente, regalandogli un nuovo significato, si ripete con opere come Il labirinto che, quasi fosse creatura viva e pulsante, cresce di giorno in giorno negli spazi della Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano dove è allestita, per la prima volta, una mostra dedicata alle grandi opere realizzate dall’artista dal 1972 a oggi (catalogo Skira). A gennaio 2009, quando questa retrospettiva chiuderà, il labirinto ispirato alla saga di Gilgameš (il più antico poema epico a noi pervenuto) sarà completato e resterà come installazione permanente nella cavea del teatrino della Fondazione. Ma ancora in questi giorni di dicembre si può continuare a seguire il suo affascinante prendere forma attraverso la continua aggiunta di nuove tavolette che evocano quelle antichissime di argilla su cui era incisa la saga in caratteri cuneiformi. Ma il viaggio nell’immaginario artistico di Arnaldo Pomodoro non potrebbe dirsi concluso se, usciti da questo affascinante ex capannone industriale abitato da steli, monumentali papiri e sfere sgranate che lasciano intravedere l’interno, non ci rimettessimo in viaggio per andare a Orta San Giuliano, il paese del novarese dove, fino al 12 gennaio, sono esposte altre importanti opere di Pomodoro. Nelle vie e nelle piazze del borgo affacciato sul lago sono disseminate sedici sculture monumentali. Ed è qui che s’incontrano opere chiave del percorso artistico di Pomodoro come Le due colonne del viaggiatore; una delle due sotto la “pelle” lucida e riflettente fa trapelare la bellezza della sua struttura più intima e nascosta.
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Le nuove frontiere della scultura

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 8, 2008

La Biennale di Carrara e il festival di Sarzana raccontano le ultime evoluzioni di una delle discipline artistiche più longeve di Simona Maggiorelli

Critico militante e autore di libri importanti come Il sistema dell’arte contemporanea e La scultura del Novecento (entrambi editi da Laterza), Francesco Poli è stato chiamato quest’anno a dirigere la Biennale di scultura di Carrara. Rassegna gloriosa, nata nel 1957 e che, fra alti e bassi, ha cercato di tenere un doppio rapporto: quello con i nuovi linguaggi (anche attraverso i giovani dell’Accademia carrarina) e quello con l’antica e dura realtà delle cave di marmo delle Apuane. E se certamente non sono più i tempi in cui Michelangelo sceglieva qui blocchi intonsi da cui, per “arte del levare”, ricavare la forma plastica del suo David repubblicano, per Carrara non sono più nemmeno quelli in cui a “dare immagine” alla Biennale era Gina Lollobrigida invitata a confezionare qui le sue sculture. A far uscire la rassegna dall’impasse contribuisce questa XIII edizione che all’Accademia (con Giulio Paolini), nel parco della Padula (con Louise Bourgeois) e nella chiesa del Suffragio ( con Merz) riflette sulla storia, mentre nelle altre sezioni indaga le evoluzioni aperte al futuro. Già da diversi anni, infatti, non si parla più di scultura come oggetto, che diventa autoreferenziale e decorativo. La scultura contemporanea, per dirla con Poli, ha molti volti e si è fatta anche « corpo vivente», nelle sue derivazioni che da Manzoni e Yves Klein arrivano alla body art. Ma soprattutto si è fatta ambiente, installazione e videoarte. Sfruttando le potenzialità del digitale per andare alla ricerca di una tridimensionalità, che non sia più solo spaziale, ma interiore, mettendo in gioco la fantasia e l’intenzionalità più profonda dell’artista. Delle nuove frontiere della scultura Francesco Poli parlerà il 31 agosto al festival della Mente di Sarzana. Per left anticipa alcuni spunti.
Professor Poli come è cambiato il lavoro dello scultore?
È cambiato moltissimo, perché per scultura nella critica oggi si intendono diversi tipi di opera tridimensionale in varie forme e materiali. Anche se il materiale tradizionale è ancora molto importante. Nella sezione della Biennale intitolata “La forza attuale del marmo” se ne raccontano gli usi più innovativi con Anselmo, Penone e altri dell’Arte povera. Accanto a nuovi nomi.
Fra loro anche un artista in voga come l’inglese Marc Quinn.
Sono esposte due sue statue. Rappresentano una donna handicappata incinta e poi con la sua bambina.
Fecero molto discutere qualche anno fa.
L’idea era dare dignità di bellezza a un corpo a cui mancano in parte gli arti. Similmente ai frammenti di una scultura antica, che ci appare bella. Evocando la scultura antica si valorizza la figura. È una operazione concettuale realizzata con tecniche antiche per scolpire il marmo.
Su un piano diverso, Tony Cragg ha cercato di dare movimento “interno” alle sue sinuose sculture.
La scultura come forma, quella che si fa partire dal secondo Rodin, è ancora oggi la più praticata con elaborazioni diverse. Un altro esempio è Anthony Gomerly. Per Carrara ha fatto delle vere e proprie statue e delle forme sintetiche di uomini fusi in ferro. Il loro senso non è tanto nella figura, ieratica, un po’ rigida, ma nella relazione con lo spazio. Colpisce il modo in cui Gomerly colloca le statue in ambienti naturali o urbani.
Quanto ha contato l’innovazione di Fontana, nel rapporto con lo spazio?
Fontana è un personaggio di straordinaria importanza. Tra i primi a fare degli ambienti, a teorizzarli come opera d’arte, non come ambiente decorato. Nel ’49 il suo ambiente spaziale fu un inedito: uno spazio con forme plastiche sospese, nel buio, percorso da luce ultravioletta. Crea una dimensione artistica autonoma rispetto all’esterno.
Oggi si fanno opere site specific in esterni. Ma spesso non c’è relazione con l’ambiente, ridotto a scenografia.
La scultura come installazione riesce se un contesto spaziale dà senso all’opera e viceversa. La magia sta nella relazione fra le due cose. Quando scatta, l’opera affascina, perché non è un fatto decorativo e di suggestione, ma qualcosa che tocca sensi profondi.
Collocare l’igloo di Merz nella chiesetta sconsacrata ha questo significato?
Nasce da una bella installazione che Merz fece a Milano: un igloo dentro l’abside. La chiesa vuota. Un raggio laser e del fumo continuo. Per ragioni tecniche non si poteva rifare. In questa architettura barocca, il lavoro di Merz crea una tensione particolare attivando l’attenzione su questo spazio che apparirebbe come una chiesa qualunque.
Nel suo libro parla di Picasso come capofila della scultura di costruzione. Rivoluzionario anche questo ambito?
La scultura come costruzione è stata una sua invenzione assoluta. Tra il 1912 e il ’13 combinando pezzi di materiali come legno o latta. Questo tipo di scultura avrà uno sviluppo enorme, ma in chiave strutturale e razionale, con il filone neocostruttivista e minimalista, come assemblaggio libero, con i neo dadaisti, fino a oggi.
Aveva anche fatto sculture in legno all’epoca delle Demoiselles d’Avignon.
Sì, nella fase di ricerca primitivista. Picasso ha fatto… tutto. Sia la scultura modellata nella creta, che fusa in bronzo, sia sculture come costruzione, nate come elaborazione di modelli tridimensionali di opere cubiste. Anche Braque le aveva fatte, ma senza capirne il senso. Picasso, invece, capì che dovevano essere opere autonome, tant’è che le pubblicò nel ‘13 sulla rivista di Apollinaire. Ha lavorato sulla scultura a cicli. A fine anni 20 poi ha elaborato una concezione della scultura come costruzione in termini strutturali col ferro saldato.
Che influenza ha avuto negli anni a venire?
Picasso è stato il più grande dei pittori moderni e contemporanei, lavorando sempre in termini di composizione. Ha usato le tecniche più svariate anche inventate da lui, sempre cercando di fare delle composizioni. Per lui il tema non è mai stato il fatto principale. Sì c’erano le persone, poi le figure, meno i paesaggi. Ma sempre un po’ a pretesto. Ad avere grande influenza sul ’900 è stato soprattutto Boccioni con il manifesto della scultura del 1912. Anche se lui forse non ha potuto esprimere tutto ciò che poteva.
Alcuni artisti, oggi, con le installazioni riescono a esprimere una tridimensionalità che evoca uno “spazio” e un movimento interiore. Ma il main streem della scultura oggi è fermo a una spazialità reificata. Che ne pensa?
C’è stata tutta una fase di rilancio di espressività diretta dei materiali, negli anni 60 e 70, in chiave poverista, processuale, minimalista. Continua in chiave di spettacolarizzazione oggi. Si cerca una trasformazione della realtà attraverso i materiali stessi di ricostruzione di realtà.Invece i più bravi artisti video, fra quali citerei Bill Viola e un anticipatore come Bruce Neuman creano degli ambienti che evocano un’interiorità. Ancor più chi fa videoinstallazioni. C’è un movimento nelle immagini, che non è solo quello materiale.
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Quando fioriva il Comune

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 23, 2005

Arnolfo di Cambio, dopo settecento anni a Perugia. Ricostruita la fonte del Grifo e del Leone, l’opera monumentale voluta dalla capitale umbra, influenzata da Nicola Pisano, e distrutta dopo soli venti anni. I cinque marmi che restano parlano un linguaggio nuovo per il Medioevo, anticipatore dell’Umanesimo. Nella mostra anche Cimabue, Duccio, Giotto. Da aprile Arnolfo tornerà nella sua Firenze.

di Simona Maggiorelli

L'assetata di Arnolfo di Cambio

L'assetata di Arnolfo di Cambio

A settecento anni dalla morte di Arnolfo di Cambio (Colle Val d’Elsa tra il 1240 e il 1245 – Firenze, intorno al 1302), dopo la bella mole di mostre e di convegni che la sua terra di nascita gli ha dedicato un paio di anni fa, l’Umbria prosegue il cammino di studi organizzando intorno al periodo umbro di questo maestro della scultura e dell’architettura tardomedievale: un doppio percorso espositivo, giocato fra Perugia e Orvieto e che ha anche il sapore di un invito alla scoperta della cosiddetta Umbria “minore”, disseminata di abbazie, di chiese e palazzi e castelli duecenteschi fra Assisi, Spello e Bevagna, Giano dell’Umbria, Massa Martana, Todi, Titignano e Prodo .
La mostra, Arnolfo di Cambio, una rinascita nell’Umbria medievale, curata da Vittoria Garibaldi e Bruno Toscano, ha un pregio innanzitutto: quello di ricostruire un importantissimo pezzo perduto del repertorio di Arnolfo di Cambio, la sua fonte del Grifo e del Leone, detta anche degli Assetati, l’opera monumentale, e divenuta poi quasi leggendaria, che realizzò su commissione del comune di Perugia e in cui – come documentano i pochi pezzi superstiti – fortissima era l’influenza del maestro Nicola Pisano, lo scultore toscano che aveva coinvolto Arnolfo nei lavori per il Duomo di Siena e nella realizzazione dei rilievi dell’Arca per San Domenico Maggiore a Bologna, e che gli aveva trasmesso un senso più leggero, più mosso ed espressivo delle figure scolpite.

Con la fonte del Grifo e del Leone siamo nel pieno periodo della fioritura comunale, in quella parte del XIII secolo quando il governo di molte città medievali si fece più democratico e popolare, anche attraverso la creazione della figura del capitano del popolo.
In quell’ultimo scorcio di Medioevo, insomma, in cui le istituzioni pubbliche e civili cominciavano a “investire” in opere architettoniche e d’arte, concorrendo con la committenza ecclesiastica (che in Umbria era fortissima, per la presenza papale, ma anche grazie a diffusi e ramificati ordini mendicanti) attraendo artisti e maestranze, fra le migliori su piazza, come quella di Arnolfo, la cui fama si legava alla fabbrica di Santa Maria del Fiore a Firenze, ma anche alle commissioni papali che, nel corso della sua vita, lo portarono più volte a Roma. In questo quadro, dopo che il governo comunale aveva dato il via alla costruzione del grande acquedotto che avrebbe portato in città l’acqua pulita del contado, fra il 1278 e il 1281, Arnolfo scolpì la sua portentosa fonte, in origine collocata in piazza Grande, dal lato opposto della fontana Maggiore, dove rimase fino agli inizi del Trecento quando, durante un periodo di forte crisi della città, andò distrutta. Un’opera dalla vita breve, anzi brevissima, durata appena vent’anni, ma che ha lasciato un segno fortissimo nella storia dell’arte italiana.

Oggi ne restano solo cinque marmi con figure scolpite di grande intensità espressiva e che testimoniano il linguaggio colto e raffinato, nuovissimo per il Duecento, con cui Arnolfo di Cambio in qualche modo anticipò la svolta culturale dell’Umanesimo.
Fino all’8 gennaio 2006, per tutta la durata della mostra, nella galleria nazionale di Perugia, i cinque marmi scolpiti tornano a ricomporsi nell’originario progetto architettonico concepito dall’artista toscano, con le grandi statue bronzee del grifo e del leone reinserite nell’originaria struttura monumentale della fonte.

Ma accanto alle testimonianze della scultura arnolfiana in Umbria la doppia mostra curata da Garibaldi e Toscano, offre anche la possibilità di uno sguardo sinottico sulle conquiste dell’arte dell’Italia centrale nel Duecento, con una serie di opere di Cimabue, Duccio di Boninsegna e Giotto. A catalizzare l’attenzione, in questo caso, sono sopratutto gli affreschi staccati provenienti dalla Basilica di S. Francesco di Assisi: il grande Angelo di Cimabue, (rimosso dalla tribuna della chiesa superiore per una ricerca sul suo stato di conservazione), e una figura allegorica di Giotto, staccata dall’abside della chiesa inferiore, e che viene dal Museo delle Belle Arti di Budapest.
E se a Perugia, nella sala Podiani della Galleria Nazionale, un’intera sezione è dedicata alla ricostruzione del contesto storico e politico in cui Arnolfo di Cambio visse, tra XIII e XIV secolo, un periodo, come si diceva, caratterizzato da grandi trasformazioni culturali, sociali e urbanistiche, legate alla presenza delle residenze papali nelle due città umbre, nella chiesa di Sant’Agostino, a Orvieto, si possono ripercorrere tutte le fasi della costruzione della grande macchina del nuovo Duomo: il cantiere trecentesco, cosmopolita, variegato, crocevia della scultura gotica internazionale, a cui Arnolfo di Cambio partecipò con il progetto del monumento funebre al Cardinal de Braye.
Anche in questo caso un’opera in parte andata distrutta e poi ricostruita filologicamente dagli studiosi.

Da quello che resta – ovvero il cardinale rappresentato disteso sul letto funebre, con ai lati due chierici che chiudono le cortine e il feretro sormontato dalle statue della Madonna con Bambino. San Domenico e San Marco – si percepisce che l’opera era un esempio di quella geniale fusione di architettura e scultura che Arnolfo di Cambio introdusse nella storia dell’arte italiana. Anche qui, però, come nel caso della fonte di Perugia, molte sono le lacune. Sulla nascita, sulla fortuna e sulla distruzione della fontana, ampio spazio è dato nel catalogo edito da Silvana che accompagna la mostra umbra con contributi di Maria Rita Silvestrelli, Attilio Bartoli Langeli, Clara Cutini, oltre a quelli dei due curatori. Ma il mistero dell’assoluta modernità dell’opera di Arnolfo di Cambio, così come le sue origini, ancora oggi in parte incerte, invitano a continuare il lavoro di conoscenza di questo straordinario artista. Dal prossimo 25 dicembre (e fino al 21 aprile 2006) il testimone passerà a Firenze con la mostra Arnolfo alle origini del Rinascimento fiorentino, allestita al Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore. In mostra una novantina di sculture in marmo e legno attribuite all’artista toscano, tra cui l’Annunciazione del Victoria and Albert Museum di Londra, e la Madonna Loese di Palazzo Vecchio a Firenze. A completare il contesto – per dare un quadro artistico complessivo di Firenze all’epoca di Arnolfo – saranno esposte anche sculture, pitture e oreficerie del tardo Duecento fiorentino.
La sfida che si sono dati i curatori di questa mostra fiorentina è alta: fare un confronto tra le opere arnolfiane giunte fino a noi e di tentare finalmente una ragionata ricomposizione della perduta facciata di Santa Maria del Fiore, capolavoro incompiuto di Arnolfo, smembrato e disperso alla fine del Cinquecento.

da Europa del 23 luglio 2005

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