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Saccheggio in Mesopotamia

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 3, 2009

fales-nuovoCercando di fare capolino oltre la cronaca più spiccia. Oltre lo stillicidio di notizie che, a singhiozzo, dopo i giorni feroci del saccheggio sono comparse sui giornali. Puntando a ricostruire passo dopo passo la storia di uno dei più importanti musei dell’area dell’antica Mesopotamia: il museo di Baghdad. Dalla nascita nel 1923 sotto l’egida degli inglesi, alla nazionalizzazione del 1974, ai saccheggi avvenuti durante la Guerra del Golfo, fino al clamoroso sfascio dei primi giorni del dopo Saddam.

Con più di 15mila pezzi trafugati in una manciata di giorni, dall’ 8 al 12 aprile 2003, al termine della rapida invasione dell’Iraq da parte delle forze angloamericane, con migliaia di reperti poi rivenduti al mercato nero e via internet. Oggetti d’arte, che in parte poi sono comparsi in Siria, in Giordania, in Arabia Saudita, ma anche nelle botteghe antiquarie di mezza Europa e degli Stati Uniti.

A ripercorrere da vicino queste vicende in un prezioso volume di 470 pagine, Saccheggio in Mesopotamia, edito dalla casa editrice universitaria Forum di Udine è l’archeologo Frederick Mario Fales, uno dei primi italiani ad andare, più di vent’anni fa a scavare, insieme a colleghi tedeschi e inglesi, i siti archeologici dell’antica Mesopotamia, luoghi dai nomi mitici come Selucia, Babilonia, Ninive.

Lavoravamo negli scavi mentre sopra di noi volavano gli aerei della guerra Iran Iraq, che andavano a bombardare i Curdi” racconta l’archeologo. “Sotto il regime di Saddam – ricorda Fales – ho conosciuto il museo nel suo fulgore”: una teoria di oltre ventotto gallerie dedicate alla cultura sumera, babilonese, assira, arrivando fino all’età achemenide, ellenistico romana, e poi islamica. Con reperti che risalgono fino a 10mila anni fa.

Tra questi anche la famosa Dama di Uruk, misterioso e unico volto femminile scolpito prima dell’età del bronzo, molto prima che la civiltà di Uruk, raccontano gli studiosi, consegnasse all’umanità l’invenzione della scrittura. Un reperto che, per fortuna, compare oggi nella lista dei beni in salvo (alcuni dei pezzi più preziosi, racconta Fales nel suo libro, erano stati depositati prima della guerra in località segrete). Diversa la sorte toccata, invece, ad altri pezzi come, ad esempio, il vaso di alabastro del tempio di Uruk che risale a tremila anni prima di Cristo: è stato ritrovato sì, ma gravemente danneggiato.
E, se nel caos del 2003, il dramma era stato soprattutto la spoliazione del museo di Baghdad, nel 2004 i danni maggiori sono venuti dagli scavi calndestini dei siti archeologici : l’epicentro del racket dei furti, nel Dhi Qar, nei centri a nord di Nassiriya, come Ash Shatrah e Ar Rifa’i. I ladri hanno depredato con violenza, specie attorno a Nassiriya, dove non c’era sorveglianza.

Una strage su commissione, denunciano gli archeologi. E un danno gravissimo, irreparabile. Perché gli scavi fatti da incompetenti distruggono il contesto, separano il reperto dal suo tempo, dal suo significato. E in questo modo si finisce per perdere una quantità immensa di dati e informazioni. Ma chi c’è dietro quest’evento che si è ripetuto ogni giorno quasi inalterato dal 1991 si domanda Fales.” Purtroppo, per miseria,cercando di sopravvivere alla guerra – dice Fales  – soprattutto iracheni impoveriti che si recano ogni giorno al loro ‘lavoro’ di sterrare le aree archeologiche a caccia di reperti di pregio per poi cederli a ricettatori locali, dietro i quali ci sono organizzazioni internazionali dedite al commercio di reperti antichi. Un traffico – aggiunge – che spesso serve a riciclare denaro sporco”.

L’embrago americano  ha fatto le fortune della classe dirigente irachena – spiega Fales – ma il resto della popolazione irachena ha subito una severa proletarizzazione per un decennio, e le depredazioni di pezzi d’arte non hanno certo cambiato la loro situazione”. Ad arricchirsi, semmai, sono stati altri: antiquari, collezionisti, multinazionali. “Sul campo – prosegue l’archeologo – non sono rientrati soldi, è rimasta solo la ferita aperta di un mnemocidio, un assassinio della memoria storica”. E l’angoscia, per questa vertiginosa perdita non si placa, neanche oggi che arrivano notizie incoraggianti sui ritrovamenti e nonostante gli aiuti internazionali tesi alla ricostruzione del museo di Baghdad con l’ausilio  di metodologie ammodernate. Anche perché, denuncia Fales, in questi lunghi anni di guerra non si sono perse solo ricchezze artistiche ma si è interrotta quella crescita di nuove generazioni di esperti, studiosi e archeologi iracheni che aveva cominciato a produrre risultati importanti fino agli inizi degli anni Novanta. “A causa della  pauperizzazione degli statali causata dall’embargo – spiega – con conseguente impennata dell’inflazione c’è stata nell’ultima decina di anni una massiccia serie di abbandoni con migrazioni verso il settore privato e, soprattutto, verso altri paesi del Medio Oriente”.

“Oggi è urgente aiutare gli archeologi iracheni a difendere con dignità la propria reputazione professionale rispetto ai nuovi amministratori occidentali, che tendono ad epurare chi aveva un precedente ‘ tesseramento’ nel Baath,  è urgente -conclude Fales – cercare di aiutarli perché possano riprendere le redini dell’attività archeologica del paese riportando l’Iraq nella rete moderna dell’archeologia scientifica”

Da articoli del settimanale  Avvenimenti e del quotidiano Europa pubblicati  nel 2004

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Venere clandestina

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 2, 2006

latleta-della-croaziaAdriano La Regina: «L’Atleta non è di Lisippo. Potevamo anche lasciarglielo. Sarebbe stato un gesto di generosità» di Simona Maggiorelli

È stata trafugata dalla Sicilia, dopo uno dei tanti “scavi” illegali di opere d’arte. Ed è riapparsa nel Paul Getty Museum di Malibu, in California. Ora il direttore del museo, Michael Brand, promette che la Venere di Morgantina sarà restituita ma solo se, entro un anno, si riusciranno a trovare prove certe che sia stata rubata. La Venere è uno dei 52 pezzi contesi di cui lo stato italiano ha chiesto la restituzione. Ma il Getty non è disposto a mollarne più di una ventina. La settimana scorsa il ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli, è volato negli Stati Uniti per rilanciare la sua campagna di restituzioni. Il braccio di ferro continua. Ma il professor Adriano La Regina, ex soprintendente ai Beni archeologici di Roma, non è convinto dell’enfasi che accompagna questa operazione.

Professor La Regina, che cosa pensa della proposta di Rutelli di applicare ima glasnost ai musei stranieri, che non dovrebbero più esporre opere rubate?
È importante che abbia trovato ascolto a livello politico una richiesta che veniva da ambienti di studio e da Paesi come la Grecia, l’Italia e la Turchia che hanno subito una forte emorragia di reperti trafugati. Certo, si tratta di una proposta che arriva dopo le azioni della magistratura e dei Carabinieri, ma anche dopo che il governo americano ha dimostrato attenzione a questi temi.

Ma i musei americani non sono i primi indiziati del saccheggio?

Diversamente da quanto accade in Italia, il governo americano non ha potere sulle istituzioni museali, che sono in gran parte private. Ma ha giurisdizione sulle dogane e ha reso i controlli più severi pervenire incontro alle richieste dei Paesi stranieri. Una certa moralizzazione c’è stata anche in Svizzera che spesso è stata terra di transito per le opere rubate. Ripeto, è importante che il governo assuma questo impegno. Il problema ora è che fare.

Lei che strategie attuerebbe?
La soluzione alla quale avevo lavorato all’inizio degli anni Novanta e che divenne ima proposta di legge firmata dal sottosegretario Covatta, cercava di risolvere il problema del traffico illegale adottando una strategia di maggiore liberalità nei confronti dei Paesi stranieri, dando loro la possibilità di tenere in prestito a lungo, anche per 5 o 10 anni, materiali archeologici scavati in Italia. L’obiettivo era favorire la ricerca, lo studio, piuttosto che l’acquisto. Questo avrebbe depresso il mercato alimentato dai musei e dai privati che in Usa beneficiano di forti sgravi fiscali sulle donazioni.

Insomma occorre scoraggiare il business?
Si tratta di alleggerire la pressione sulla domanda del mercato, che incoraggia gli scavi clandestini e, quindi, la devastazione del patrimonio archeologico.

Perché la proposta di legge non ebbe fortuna?
Non fu bene accolta nell’ambiente degli storici dell’arte e degli archeologi. Che hanno una mentalità molto gelosa nei confronti dei materiali archeologici. E la legge non andò avanti. Ma ora leggo che il ministro Rutelli si sta orientando verso una politica di prestiti di più lunga durata. È positivo.

Rutelli ha recuperato la sua proposta?
Non direi questo. Piuttosto ha scelto una strada con divisa da molto tempo. Poi gli darà una sua impostazione. E mi pare giusto.

E sulla campagna di restituzione dei pezzi già migrati clandestinamente?
Non è semplice. Bisogna riuscire a dimostrare che si tratta di opere rubate. E nel caso di scavi clandestini è difficile arrivare a documentarlo. Qualche volta i Carabinieri ci sono riusciti. Ma su una cosa non sono d’accordo…

Quale?
Non si può da una parte chiedere la restituzione dei reperti e dall’altra accettare una sorta di politica di scambio. Per cui se voi mi restituite il mal tolto io sarò più disponibile nei prestiti. Sono due cose diverse. Se si chiede indietro un bene tenuto indebitamente, va fatto senza condizioni. Altrimenti non è serio. Poi si può aprire un rapporto diverso che riguarda una politica di prestiti di maggior durala, non vincolandola alla restituzione. Sennò diventa tutto ridicolo, è una presa in giro.

E quando un’opera come l’Atleta di Fano viene pescato in acque internazionali?

È un’altra questione. Interviene la magistratura, in base al diritto internazionale. Anche questa storia dell’Atleta che il Getty ci dovrebbe restituire mi pare un po’ esagerata.

In che senso esagerata?
Diciamolo, non sono d’accordo sull’esaltazione che si fa di queste operazioni di restituzione. E poi trovo esagerata tutta questa enfasi sull’opera. Intanto non è un Lisippo.

Però tutti lo chiamano l’Atleta di Lisippo.
È un bronzo ben conservato. Un pezzo di pregio, ma non è un Lisippo. Diciamo le cose come stanno, che reclamiamo un’opera di una certa qualità. Ma senza esagerare, perché altrimenti si da la sensazione che si tratti di un trofeo. Di statue così, i nostri musei ne hanno già un gran numero. Non si tratta di opere d’arte eccezionali, sono soltanto dei prodotti artistici di buona fattura.

Dunque meglio lasciar perdere?
A mio avviso, in casi così sarebbe utile adottare decisioni diverse. Invece di vantarsi della pretesa restituzione, per quel tipo di opera si poteva anche fare un bel gesto e lasciargliela in deposito, facendo un gesto di liberalità e generosità. Perché riportare questi reperti in Italia, per poi buttarli in qualche deposito? Diventa una cattiveria. Dovremmo sempre tener presenti quali sono i nostri interessi da tutelare, ma anche quelli del pubblico. D’accordo non subire rapine, ma quando abbiamo la possibilità di valorizzare il nostro patrimonio, la nostra tradizione culturale, con una produzione che altri possono ben curare, vale la pena di lasciarglielo fare.

E i vasi del Fine Art Museum, che in questi giorni sono in mostra in Palazzo Massimo a Roma?

Io li avrei lasciati al museo di Boston. Avrei chiesto che ce ne riconoscessero la proprietà e poi avrei firmato un protocollo d’intesa. La generosità è anche un comportamento che premia.

L’obiettivo è la conoscenza?
Nei musei vanno le scolaresche, ci si può fare lezione. Hanno la funzione di diffondere informazione culturale. Ripeto, è nostro interesse, attraverso strumenti adeguati e rapporti corretti, favorire l’opera dei musei all’estero.

Rutelli denuncia che dagli anni Sessanta agli Ottanta c’è stata una eccessiva trascuratezza nella tutela. Cosa ne pensa?

La trascuratezza non è stata delle istituzioni, è stata politica. Spesso dovuta alla sudditanza italiana nei confronti di Paesi forti e vincitori, che poi erano quelli che facevano i grandi traffici. Ma c’è stata anche una sudditanza verso il mercato. Noi sottostavamo alle posizioni politiche di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia. Ma anche della Svizzera e della Germania, perché erano forti sul mercato. Dunque eravamo perdenti.

Quali sono state le perdite più importanti?
Le devastazioni sono quelle che purtroppo vediamo in Italia un po’ ovunque, a cominciare dal paesaggio. Ce lo siamo giocato nel nome del profitto, della rendita immobiliare, del mercato. Riguardo all’archeologia, il saccheggio è tuttora molto attivo in Etruria, Puglia e in molte altre zone.

Quanto ha pesato la guerra?

La guerra è un momento critico per antonomasia. Vuoi dire distruzione, minori controlli. Quello che è stato portato via come bottino, in gran parte è stato restituito. L’unica situazione non risolta riguarda la Germania e la Russia, che ha trattenuto delle opere come risarcimento dei danni subiti.

Nell’Iraq devastato continua lo stillicidio delle opere d’arte. Come soprintendente lei collaborò alla costruzione di un laboratorio di restauro nel museo di Bagdad. Che cosa ne è stato?
Lo stillicidio continua eccome. In situazioni di povertà e di illegalità il patrimonio artistico è esposto a danneggiamenti e rapine. Non tanto nel museo, dove i reperti ora sono stati messi al sicuro e in parte si stanno restaurando con l’aiuto di esperti anche italiani. Ma la situazione di crisi e i furti continuano a un ritmo ben superiore a quello dei recuperi. Left

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Armi al fosforo a Falluja

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 17, 2005

A proposito di armi al fosforo a Falluja. Uscirono nel mese di febbraio e sulla base di quanto era emerso dalle inchieste di Avvenimenti. il deputato della sinistra Ds, Alfiero Grandi e la deputata di Rifondazione Comunista Elettra Deiana fecero un’interrogazione parlamentare alla quale risposte il sottosegretario alla Difesa Cicu

Da Avvenimenti nunero 7 del 17 febbraio 2005
di Simona Maggiorelli

Che cosa è accaduto realmente a Falluja durante l’attacco da parte delle truppe della coalizione? La questione è ancora tutta da indagare secondo Alice Mahon, la parlamentare del Labour party che l’ha sollevata, mettendo sotto pressione il governo Blair, chiedendo in maniera sempre più incalzante se le truppe angloamericane abbiano utilizzato il napalm. Una domanda a cui non è ancora stata data una risposta convincente, che sgombri il campo dai dubbi. Anche perché ormai sono davvero tante e autorevoli le denunce e le inchieste, apparse su testate arabe, ma anche pubblicate autonomamente da giornali e agenzie di stampa inglesi, tedesche e americane. E la domanda, il bisogno di sapere contagia, si allarga, specie fra chi, non avrebbe mai voluto questa guerra. Coinvolgendo anche l’Italia e le forze di opposizione al governo Berlusconi. Cosa sa il governo italiano del possibile uso di un’arma non convenzionale come il
napalm?
Un’interrogazione parlamentare, anche a partire dalle notizie riportate la settimana scorsa da Avvenimenti, è stata fatta dalla deputata del Prc Elettra Deiana e dal deputato della sinistra ds Alfiero Grandi e firmata da ventisei deputati dell’Unione. “Molte persone che erano a Falluja hanno detto di aver visto una quantità di corpi bruciati con i segni caratteristici che lascia il napalm”, dice Alice Mahon, laburista di quell’ampia area del partito di Blair che fin dall’inizio si è schierata contro la guerra in Iraq. Per il Labour party ha svolto missioni internazionali; di recente è stata osservatrice delle elezioni in Ucraina. “La Gran Bretagna – dice la parlamentare inglese – ha firmato il protocollo dell’Onu che mette al bando il napalm, ma gli Usa non lo hanno fatto”. E aggiunge: “Come membri di una coalizione siamo ugualmente responsabili”. Responsabili di morti atroci, con la famigerata miscela di gas, sali di alluminio e benzina o altri derivati del petrolio, di cui gli Usa fecero ampio uso durante la guerra del Vietnam. E che ora l’esercito americano in Iraq, per stessa ammissione di graduati dell’esercito Usa, utilizzerebbe in formula aggiornata, “a basso impatto ambientale”.
Per distruggere l’umano, ma senza inquinare, insomma. Nel contesto di una guerra cominciata per togliere a Saddam quelle armi chimiche di cui poi non si è mai trovato traccia.
Ma il governo britannico, ancora nega, fra non poche incongruenze.Alla lunga fila di interrogazioni sollevate da Alice Mahon e da altri parlamentari inglesi, solo stringate o evasive risposte da parte del governo Blair. Una storia che si può ricostruire dai verbali delle sedute del parlamento inglese pubblicate nel sito internet. La prima interrogazione della parlamentare laburista è del 29 novembre dell’anno scorso. Una domandina secca, in calce a un discorso sulle elezioni in Ucraina: “Durante la conferenza di Sharm el-Sheikh,
qualcuno ha parlato di uso di napalm o derivati da parte delle forze della coalizione?” chiede Mahon. “Non mi è stato riferito nulla in proposito”, liquida la faccenda il ministro degli Esteri Straw. La parlamentare del Labour torna alla carica agli inizi di dicembre, riformulando la domanda. Questa volta è Ingram a risponderle: “No – dice – il napalm non è mai stato usato in Iraq dalle forze di coalizione, né durante la guerra, né in altri fasi delle operazioni più recenti”.
Bugia palese, stando a quanto è uscito sui giornali inglesi e americani fin dall’agosto 2003. Sull’Independent, il 10 agosto di due anni fausciva un articolo di Andrew Buncombe in cui si diceva a chiare lettere: “gli Usa ammettono di aver usato il napalm in Iraq”. Il giornalista basa la sua inchiesta su dichiarazioni di piloti e graduati della Marina americana. Il Pentagono nega. Intervistato da Buncombe il colonello James Alles, comandante dell’undicesimo Marine Air Group ammette: “Abbiamo bombardato con il napalm i ponti sul canale Saddam e sul fiume Tigri, nel sud di Bagdad”. E poi aggiunge: “purtroppo c’erano delle persone, lì abbiamo visti nel
video, erano dei soldati iracheni. Non è un bel modo di morire. Mai generali amano il napalm. Ha un effetto psicologico molto forte”Già, la pelle che brucia, corpi che sembrano fondere per potere abrasivo del micidiale cocktail messo fuori legge da una convenzione internazionale del 1980, che gli Usa non hanno sottoscritto.
Un altro attacco al napalm del 21 marzo 2003 viene raccontato sul Sydney Morning Herald “La collina di Safwan – scrive l’inviato – vicina al confine con il Kwait è andata completamente a fuoco. “Ho pietà di chiunque fosse là sotto”, dice un sergente dei Marins, “li avevamo avvertiti di arrendersi”. Il San Diego Union Tribune, sempre nell’agosto 2003 riporta la testimonianza del Maggiore dei Marins Jim Amos che conferma l’uso di naplm in più occasioni durante l’invasione in Iraq. Ma è nell’inchiesta dell’Indipendent che esponenti del Pentagono parlano di operazioni chirurgiche, “a basso impatto ambientale”, eseguite non con il napalm direttamente ma con bombe derivate, le cosiddette bombe incendiarie Mark 77. Sullo stesso
giornale John Pike del Global Security Group commenta: “Puoi chiamarlo in un altro modo ma è sempre napalm. È stato riformulato, nel senso che ora utilizzano un differente distillato di petrolio come base, ma al fondo è sempre quello. Gli Stati Uniti sono uno dei pochi paesi – aggiunge – che abbiano fatto largo uso di napalm, non ho notizie di altri paesi che lo facciano”.
Questo accadeva più di un anno fa. E a Falluja nel novembre scorso? È perché si sono usati napalm e altre armi non convenzionali che non si è permesso e non si permette a giornalisti e media di indagare da quelle parti? Nel parlamento inglese la domanda è stata sollevata l’8 dicembre, questa volta dalla parlamentare Jenny Tonge. La risposta tarda e il 21 dicembre Alice Mahon lancia in Parlamento il suo affondo più duro: “Visto che – dice la deputata inglese – abbiamo la possibilità di fare domande, ma non ci viene permesso di aprire una discussione, voglio dire che questa guerra è illegale. È stata ingaggiata su false premesse. È, e resta, un’operazione dai costi altissimi, finanziari e umani. Una guerra che ha incrementato il terrorismo a livello internazionale”. E poi lancia una stoccata a Blair: “Andare a Bassora e nella green zone come ha fatto il nostro primo ministro, non è andare a visitare l’Iraq: mi piacerebbe vedere un primo ministro che parla con qualche rifugiato di Falluja. In quanti sono morti in quella città? La battaglia di Falluja è la battaglia che non siamo stati autorizzati a vedere. È la battaglia che avrebbe dovuto portare la democrazia in Iraq”. Tanto, che arrivati alle elezioni, non ha partecipato al voto, perché area, troppo inquieta e ribelle. “Che fine hanno fatto – incalza Mahon – gli sfollati che hanno lasciato la città? Perché non ci sono immagini delle persone che ancora vivono a Falluja, alcuni in condizioni davvero estreme? Che tipo di armi sono state usate là? Gli americani hanno ammesso di usare una sostanza simile al napalm quando cominciò l’invasione. Abbiamo avuto testimonianze, in particolare dalla Reuters, che armi veramente terribili sono state impiegate dalle truppe americane. Ho cercato più volte di ottenere una risposta qui, in parlamento, ma invano. Al-Jazeera è stata messa alla porta prima della seconda battaglia a Falluaja, così non ci sono state fonti d’informazione affidabili”. Poche le testimonianze dalla zona di Falluja, eccetto che dagli “embedded”. Un giornalista americano, Michael Schwartz, ha scritto il 16 dicembre scorso: “L’agghiacciante realtà di ciò che la città è diventata, comincia solo ora a venir fuori, mentre le forze militari americane continuano a bloccare quasi tutti gli accessi alla città, impedendo a tutti, reporter, cittadini, organizzazioni come la Mezzaluna rossa di entrare”. “Ci sono checkpoints a tutte le cinque entrate – prosegue – controllati dalle truppe americane. Chiunque voglia entrare viene fotografato, gli vengono prese le impronte digitali e il colore degli occhi viene registrato. Tutto viene trascritto su un documento di riconoscimento”. E mentre per i reporter americani l’intera operazione non richiede più di dieci minuti, per tutti gli altri, compresi i cittadini le operazioni sono lunghe e non è permesso girare senza una targhetta di riconoscimento. “È come creare un ghetto – ha denunciato Mahon in Parlamento – marchi di riconoscimento, segnali assai sinistri per persone della mia generazione che si sono a lungo occupati di lager nazisti. Non mi pare che sia portare la democrazia offrire 500 dollari per ogni casa che è stata distrutta.. La Croce Rossa denuncia – prosegue Mahon – che in città non c’è acqua e non c’è luce elettrica, non ci sono ospedali funzionanti e molte case sono state rase al suolo. Avevo fatto domande su Falluja prima della battaglia, avevo chiesto se quello che ci veniva raccontato dei bombardamenti fosse una strategia di democratizzazione dell’Iraq.
Se lo è, non funziona. Abbiamo bisogno di alcune risposte chiare su che cosa sia stato fatto a nostro nome in Iraq. Dobbiamo sapere di più su queste elezioni, quando è chiaro che gli abitanti di Falluja non sono stati in grado di parteciparvi in modo significativo. Penso che occorra convocare una conferenza di emergenza all’Onu, con tutti i paesi membri presenti. Dobbiamo aprire un tavolo di discussione all’interno della coalizione per il ritiro delle truppe dall’Iraq, perché in questo momento noi rappresentiamo più un problema che una soluzione”. E conclude: “Dopo aver visto l’esecuzione a freddo di un soldato iracheno ferito e inerme mi è parso chiaro che occorre mettere in piedi un tribunale contro i crimini di guerra. Lasciateci sapere che cosa gli Americani hanno fatto a Falluja. Per la Serbia fu istituito un tribunale di guerra e là in Kosovo i media erano presenti e potevano vedere e raccontare. Ora non sento nessuno chiedere a gran voce giustizia per i tantissimi civili iracheni che sono stati uccisi. Non mi pento di essermi schierata contro il governo sull’Iraq. Avevo ragione. Penso che che prima o poi ci dobbiate delle risposte e che qualcuno debba assumersi le sue responsabilità”. Responsabilità di aver bombardato gli ospedali di Falluja uccidendo decine di civili ricoverati, come riportano, tra
gli altri, il Washington Post del 13 novembre e come ha raccontato la BBC. Responsabilità, secondo quanto scrive Simon Jenkins del British Sunday Times di aver bombardato Falluja con armi al fosforo: “Alcuni pezzi d’artiglieria hanno aperto il fuoco con cariche di fosforo bianco – ha scritto – che creano uno schermo di fuoco che non può essere estinto con l’acqua. I ribelli hanno riferito di essere stati attaccati con una sostanza che gli ha sciolto la pelle, una reazione consistente con il fosforo bianco che brucia”.
Responsabilità di aver utilizzato il napalm, secondo il commentatore politico del Daily Mirror Paul Gilfeather, che il 28 novembre scorso ha scritto: “Le truppe statunitensi stanno usando in segreto dei gas al napalm proibiti per spazzare via i restanti ribelli a Falluja e nei dintorni. La notizia che il presidente George Bush ha consentito l’uso del napalm, una miscela mortale di polistirene e benzina, proibita dalle nazioni unite nel 1980, sbalordirà i governi di tutto il mondo”. Allo sbigottimento non ha ancora fatto seguito un assunzione di responsabilità da parte delle forze di coalizione. Le elezioni in Iraq ci sono state, ha vinto la coalizione sciita, ma sono ancora giorni di sangue. Quando le truppe della coalizione accetteranno di togliere l’assedio e andarsene?
su Avvenimenti numero 8 l’inchiesta continuava con “MK-77, bomba micidiale, ancora più letale del gas usato in Vietnam” di Umberto Rapetto, con la risposta del sottosegretario alla Difesa Salvatore Cicu all’ interrogazione urgente presentata da 26 parlamentari dell’Unione. Il portavoce del governo ammette di “Non avere elementi di riscontro sui fatti evocati”, “aggiungendo che: “i militari italiani impegnati in Iraq, nel rispetto della convenzione di Ginevra, non dispongono degli armamenti menzionati”. Senza fare parola su quello che l’interpellanza, di fatto, chiedeva: dell’uso di armi non convenzionali da parte delle forze statunitensi di cui il governo Berlusconi ci ha voluti stretti alleati. Gli Usa, come è noto, non hanno firmato la convenzione del 1980 contro le armi chimiche. E ancora, nel numero in edicola, un’intervista a Nuccio Iovene, senatore ds che ha firmato un progetto di legge per la messa al bando delle cluster bombs e la testimonianza di Ezio Di Nicolò, militare di 23 anni dimissionario dalla missione Antica Babilonia”.

In calce al pezzo su Avvenimenti, viene ripubblicato l’articolo de il manifesto in cui Giuliana Sgrena denuncia l’uso di armi al napalm su Falluja.

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La lucida follia degli aguzzini

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 21, 2004

da AVVENIMENTI 21.5.04

di Annelore Homberg*

Le immagini delle torture in Iraq costringono a prendere atto, per l’ennesima volta, di quello che l’essere umano può infliggere a un altro essere umano. Siamo costretti, almeno per un po’, a vedere ciò che sapevamo già. Vi è una ferocia lucidamente organizzata che viene attuata non solo da dittature del terzo mondo ma anche da paesi evoluti e industrializzati. Se è cosi, come abbiamo sentito nel dibattito di questi giorni, se queste atrocità non spariscono nemmeno nelle condizioni evolute delle democrazie parlamentari, allora il vero problema è la natura umana. Nell’uomo ci sarebbe una dimensione barbara e bestiale e questo nucleo non sarebbe eliminabile. Altri, più sofisticati, dicono che le persone non hanno un’identità propria, hanno un’identità solo se vengono riconosciute dal loro gruppo, quindi fanno di tutto, anche delle atrocità, pur di rimanere nel gruppo di appartenenza. Altri ancora hanno tirato fuori la vecchia storia del gruppo che toglie le inibizioni, così nella massa l’individuo si troverebbe a fare cose che da solo non farebbe mai. Come psichiatri riteniamo che nessuno si dovrebbe accontentare delle affermazioni che ho appena citato. Prima di tutto, non è affatto necessario ritenere che le atrocità commesse esprimano il male nascosto nell’essere umano o che siano la prova di avvenuta regressione all’animalità. Gli animali non torturano; è specifico dell’uomo che può diventare disumano. Va fatta una lunga ricerca sulle realtà interne che sostengono tale disumanità e troveremmo, con sopresa, che il motivo ultimo non è né l’odio né il sadismo né la paura dei superiori. Troveremmo una strana storia di persone lucide. L’uomo può arrivare a una realtà psichica alterata a tal punto che non riconosce più, interiormente, l’altro essere umano come tale. Per questo annullamento dell’altro come essere umano lo può poi trattare, razionalmente, come un oggetto, come mero mezzo per raggiungere altri obiettivi, come verme da schiacciare, come insetto da eliminare. *Psichiatra e psicoterapeuta

Cartoline da Bagdad

Come souvenir, le sevizie di guerra dei soldati «pacificatori»

di Simona Maggiorelli

Arrestati di notte e portati via così come si trovavano. Spesso, presi ancora nel sonno dai soldati della coalizione che usavano fare rastrellamenti nelle case private di Bagdad e nei villaggi per scovare nemici. I settemila stipati nel carcere di Abu Ghraib sarebbero tutti terroristi sospetti secondo le forze militari angloamericane. Da rinchiudere, torturare, ridurre in condizioni umilianti, sottoporre a sevizie. Qualche volta fino alla morte, come è accaduto al ventottenne Baha Mousa, ucciso di botte. Più spesso fiaccati da elettrodi a mani, piedi e genitali; spezzati dallo stillicidio di umiliazioni come l’essere incappucciati e ammassati, nudi, l’uno sull’altro, ridotti a masturbarsi con in testa mutande femminili, costretti a mimare scene di sesso orale fra uomini, sotto la luce dei flash e dei sorrisi fatui di soldatesse e soldati, certi dell’impunità.

Dal 70 al 90 per cento dei casi, si legge nel dossier della Croce Rossa internazionale, i prigionieri di Abu Ghraib e di altri carceri da campo sono persone arrestate per errore. Intanto le sevizie gratuite documentate da centinaia di foto e di cd rom, modello souvenir da riportare a casa insieme ai ritratti sotto la palma o con il cammello, cominciano a circolare, a far conoscere al mondo questa orrenda galleria degli orrori firmata dai «pacificatori», per usare l’espressione d iGianfranco Fini di Alleanza Nazionale. Una brutta faccenda che si fatica a comprendere, dal momento che si è dimostrata così diffusa, sistematica, comprovata, al di là della manciata di foto false che sono costate la poltrona al direttore della testata inglese The Mirror.

Un fenomeno che fa tornare alla mente tristi episodi di storia fascista. Le foto d’epoca in Eritrea, con i militari italiani che ostentavano come trofeo il cadavere evirato di un uomo o si facevano ritrarre accanto a donne con il seno scoperto. Ma dal cassetto delle cose più brutte della nostra memoria escono anche le “foto ricordo” delle sevizie compiute dagli italiani in Somalia e arrivando a l’altro ieri, la violenza sessuale usata come arma, in Kosovo, nel Congo, in Rwanda. E in tante altre guerre “dimenticate”.

Nella terza puntata della sua importnate inchiesta sul New Yorker, Seymour Hersh documenta come le sevizie, fin dal febbraio 2003, non fossero affatto il risultato della mente perversa di alcune cosiddette «mele marce», come la soldatessa Lynndie, pollice alzato e sorriso compiaciuto davanti alle sue malcapitate vittime accatastate in rappresentazioni fetish, costrette a strisciare, trascinate per ore con una cinghia al collo. Hersh ricostruisce che si trattava della messa in pratica di un preciso cliché (lo stesso generale americano Antonio Taguba, del resto, nel suo dossier parlava già delle sevizie come «systemic problems») secondo il protocollo «verde rame», di cui la prima regola era «prendi chi ti pare e fai quel che ti pare», in ottemperanza alla dottrina «della guerra senza limiti», varata dal ministro della Difesa americano Rumsfeld. «La stessa – scrive ancora Hersh – che è stata messa a punto e sperimentata in Afghanistan e a Guantanamo». Strumento principe: sevizie, stupri veri o mimati, abusi sessuali di ogni tipo, per calpestare la sfera più intima dell’altro, per entrare subito, con prepotenza, nella sua sfera più intima, nel suo mondo psichico, nella sua mentalità, nel suo modo di sentire.

«Per un arabo e un iracheno in particolare – commenta lo scrittore Youvnis Tawfik, dissidente del regime di Saddam e fondatore del centro di cultura araba di Torino – l’essere sottoposto a situazioni come quelle che abbiamo visto, denudato e oltraggiato, è un dramma. Peggio che essere fisicamente torturati. Peggio che rischiare di morire. Nella cultura islamica – spiega Tawfik -il corpo è specchio dell’anima, fa parte della propria intimità. Anche quando un uomo lavora può mostrare al massimo le braccia nude o il torace, non di più». Una cultura e una concezione del corpo, per certi versi chiusa e conservatrice, ammette lo scrittore iracheno, ma che, «diversamente che in Occidente sottintende un’integrità di corpo e mente», per cui « il nudo non è un fatto solo fisico». Aspetti che i soldati torturatori hanno sfruttato lucidamente. «Lo scopo delle sevizie – denuncia Tawfik – non era estorcere informazioni, ma rompere, calpestare la dignità degli iracheni. Spezzare l’orgoglio e la volontà del popolo iracheno». E aggiunge: «Anche per un laico come me che vivo all’estero, che sono entrato in contatto con tante culture diverse, è stato un dolore vivo vedere quelle immagini. In questo voler sbeffeggiare la virilità degli uomini iracheni, vi ho visto una rivalsa degli americani sulle proprie frustrazioni sessuali, utilizzate per affermare con violenza la propria superiorità.

Un messaggio chiaro diretto non solo agli iracheni, ma a tutti gli arabi». Che le sevizie siano un fatto lucido e studiato a tavolino lo sostiene anche Anteo Di Napoli di Medici contro le torture, un’associazione di internisti, ginecologi, psichiatri, nata in Italia come costola di Amnesty International (perché Amnesty per mandato non può fare attività clinica) e che si occupa del recupero delle vittime delle torture. «Per esperienza diretta – dice Di Napoli – posso dire che qualche forma di abuso sessuale viene sempre esercitata durante le torture, l’essere denudati abbassa immediatamente le difese, mette in una posizione più fragile, dà accesso all’intimo. E le torture sessuali, spesso, sono quelle che lasciano i segni psichici più forti, più difficili da scoprire». Medici contro le torture ha base a Roma e a fare ricorso alle loro cure sono soprattutto persone che vengono dalle regioni africane dei Grandi laghi e dall’Est. «Spesso si rivolgono a noi come medici di base, perché hanno dolori all’addome, mal di testa perenne perché non riescono a dormire. Denunciano sempre qualche sintomo fisico le donne, ma soprattutto gli uomini abusati non rivelano mai di aver subito torture violenze sessuali, lo scopri poi, se riesci ad agganciarli in un rapporto, rispondendo a queste loro prime richieste, perché la violenza sessuale viene spesso perpetrata in modo da distruggere interiormente l’altro, da procurargli un trauma perenne». Il quadro della diffusione di questo tipo di violenze è ancora oggi più che drammatico.

Basta leggere i recenti dossier fatti dalle organizzazioni non governative e da associazioni per i diritti umani. In Congo, racconta una ricerca sul campo di Medici senza frontiere pubblicata due mesi fa, «la violenza sessuale è un deliberato strumento di guerra, usato per destabilizzare e minacciare una parte della popolazione civile». Gli abusi e le violenze riguardano soprattutto le donne e, in particolare, le adolescenti. «Vengono scelte, dicono i medici dell’associazione – perché il danno e le umiliazioni subiti feriscono profondamente non solo loro, ma anche le loro famiglie e spesso l’intera comunità». E la pratica dello stupro spesso continua anche quando la guerra è finita. In Rwanda dalle 300mila alle 500mila donne sopravvissute al genocidio sono state stuprate. E la violenza carnale è diventa arma letale con la diffusione del contagio da Hiv, senza adeguate cure. In paesi come la Cecenia, il Pakistan e l’Afghanistan, dove lo stigma sociale dell’essere state stuprate è particolarmente pesante, le donne spesso vengono ripudiate e uccise. In Sudan, in Burundi e in Rwanda, riporta un dossier di Amnesty International diffuso lo scorso febbraio, le situazioni di violenza non conoscono tregua. In Rwanda, in particolare, dove il 60 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà, anche la violenza domestica, non solo quella perpetrata dall’esercito, è andata aumentando. E l’essere violentate comporta per le donne la perdita di diritti civili e politici. «Spesso – raccontano i medici di Amnesty – sviluppano conflitti interiori al punto da avere sensi di colpa per essere sopravvissute allo stupro». Costrette ad aborti e a matrimoni forzati, molte volte sono spinte anche all’infanticidio. I fatti più drammatici riguardano la catena delle violenze che si riverbera poi sui figli, detti «enfants mauvais souvenir», oltraggiati in ogni modo. Il punto – ribadisce il dottor Anteo Di Napoli- è proprio questo. L’obiettivo del torturatore è distruggere la persona, in quanto persona e in quanto parte di un gruppo». E aggiunge: «Nella maggior parte dei casi, ci troviamo davanti a violenze praticate a freddo, in maniera lucida. Abbiamo assistito a casi di torturatori che ogni giorno alla stessa ora andavano a torturare una persona e poi magari tornavano a casa, a cena con i propri figli». Episodi sui quali, purtroppo, il nazismo ci ha lasciato ampia documentazione. Si può pensare che tutti i militari delle SS fossero pazzi o che lo siano tutti i giovani soldati anglo americani sul fronte? «Non ho elementi per dirlo – conclude Di Napoli – ma in nove anni di lavoro contro le torture, e leggendo la vasta letteratura sull’argomento, mi sono fatto l’idea che non si diventa facilmente torturatori. Una cosa è la situazione di guerra con tutti i suoi orrori, un’altra è la tortura che devi compiere sull’altro con cui hai un rapporto, che conosci, che dipende totalmente da te ed è inerme. Lì c’è un salto enorme».

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