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Il segno schietto di Mauro Staccioli

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 15, 2011

di Simona Maggiorelli

Mario Staccioli Scolacium

Un arco enigmatico ed elegante attraversa, imprevisto, l’anfiteatro deserto di Scolacium. Più in là, ad incorniciare tratti di oliveto, compare un immaginifico quadrato rosso che sembra volersi fare cerchio. Una tensione interna, un’energia segreta, ne attraversa la struttura, rendendola instabile ma anche dinamica.

Sono alcune delle umanissime epifanie che lo scultore Mauro Staccioli ha disseminato “magicamente” nel parco archeologico della Calabria. Complice il direttore del Museo Marca di Catanzaro Alberto Fiz, l’artista toscano ha ricreato in questa assolata terra alcune delle sue installazioni realizzate anni fa sulle balze di Volterra, sua città d’origine. Etrusco mistero e schiettezza contadina si fondono nell’opera di questo maestro di un’arte povera che non è mai dimesso minimalismo. La forza ieratica di antichissimi Dolmen rivive nelle sue sculture che trasformano il paesaggio, arricchendolo di nuovi significati. Non è mai stata un’arte “naturalistica” la sua, né tanto meno esornativa. Lungi dal voler fare “arte da giardino”, Staccioli richiama nei suoi monumentali interventi la millenaria fatica dell’uomo nei campi, la sua azione risoluta e paziente per trarne nuovi e inaspettati frutti. Un umanesimo profondo connota tutta l’opera di Staccioli fin dagli anni Settanta.

Mauro Staccioli The ring

Realizzare opere site-specific all’aperto non è mai stato per lui espressione di un rapporto solipsistico con la natura, ma azione sociale, rapporto con gli altri essere umani, per vivere insieme nuovi spazi collettivi. Negli anni questo suo intento si è fatto più poetico e intimo, esprimendosi con archi e morbide linee curve, senza più quelle forme aggressive e aguzze che punteggiavano gli anni giovanili della sua protesta politica. Come, del resto, ammette lui stesso nel bel dialogo con Gillo Dorfles pubblicato nel catalogo Electa che accompagna questa mostra aperta fino al 9 ottobre.

Intanto al Museo Marca:
Berlin anni 80
Un tuffo nella Berlino del punk e della sperimentazione dei primi anni 80, quando pesava la separazione fra l’Est e l’Ovest. Ma gruppi di artisti d’avanguardia underground già preconizzavano la caduta del muro. Non solo metaforicamente. Bernd Zimmer la rappresentò in un quadro dalle tinte forti, che risentiva della lezione dell’Espressionismo tedesco e, ancor più, di quella dei cosiddetti Nuovi Selvaggi. Lo raccontano la mostra al Museo Marca di Catanzaro Berlinottanta. Pittura irruente e un catalogo Electa che documenta l’opera di Zimmer, Middendorf, Fetting ed altri.

da left-avvenimenti

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Creare opere in divenire

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 31, 2009

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Il pioniere della Land art, Oppenheim, al Parco Scolacium e al Marca di Catanzaro

di Simona Maggiorelli

Gocce che esplodono in mille mondi. Cadute da chissà quale altezza al centro di un antico teatro romano del primo secolo d.C. Al “contatto” con il terreno formano fontane irridenti e fantastiche simili a un cappello da joker.Sono gli Splashbuildings (edifici esplosi) che Dennis Oppenheim ha portato in Calabria per la sua personale che,  nell’ambito della quarta edizione di Intersezioni dal 31 luglio al 3 novembre, si snoda fra gli uliveti del Parco di Scolacium e il museo Marca di Catanzaro. Un’antologica che presenta nuovi lavori site specific accanto a una serie di opere ormai storiche, realizzate per piazze, ospedali, scuole e strutture pubbliche in ogni parte del mondo e poi ricreate, di volta in volta, in relazione a nuovi contesti spazio temporali. Con un’attenzione al “divenire” che fa delle sculture e delle installazioni di questo pioniere della Land art degli organismi viventi in continua crescita e modificazione.
Così fra le arse zolle del parco e fra reperti greci e romani ma anche accanto alla basilica normanna di Santa Maria della Roccella, spuntano come funghi i suoi Electric kisses, strutture da abitare, fatte di tubi blu e color acciaio, che hanno la caratteristica forma tondeggiante di cupole dell’Est. Inserite nel parco archeologico calabrese ne fanno un crocevia di culture diverse, fra Oriente e Occidente. Del resto Oppenheim, come ricorda il curatore Alberto Fiz nel catalogo Electa che accompagna la mostra, «non considera Scolacium esclusivamente come il luogo della conservazione, come se il passato remoto apparisse definitivamente congelato e non rappresentasse, invece, una costante attiva del nostro presente». Qui come altrove le sue sculture scomponibili e ricomponibili vengono ridefinite in relazione agli sguardi che si posano su di esse, «come se fosse l’individuo, con il suo passaggio, a determinare un rinnovamento di significato».

Come un libro che prende vita solo quando c’è un lettore, le opere di Oppenheim perdono il proprio status di oggetti che esistono di per sé per “mettersi al servizio” di chi ne fruisce. Un’idea che negli anni Sessanta l’artista americano sperimentò con interventi di Land art e poi portò alle estreme conseguenze con una serie di Viewing stations (stazioni per guardare): delle piattaforme sulle quali lo spettatore era invitato a salire per guardare il mondo circostante da una prospettiva nuova. «Con Oppenheim l’arte rompe le recinzioni ed esce allo scoperto rifiutando qualunque forma di autoreferenzialità», sottolinea Fiz. Rovesciando il procedimento messo in atto da Duchamp per cui un orinatoio decontestualizzato e posto su un piedistallo perdeva ogni funzionalità e diventava un oggetto “sacro” da museo, Oppenheim fa in modo che l’arte ,«al pari di una scoperta scientifica» o di una buona architettura dia più possibilità e maggiore identità alle persone, fosse pure in termini di una più potente immaginazione e fantasia.

da left avvenimenti 31 luglio 2009

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La nuova frontiera della bioarte

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 20, 2009


Intellettuali e artisti  in una due giorni di studi per parlare di creatività, scienza e  nuovo ambiente umano

di Simona Maggiorelli

Love difference di Pistoletto

Love difference di Pistoletto

Derrick de Kerckhove, con l’antropologo Marc Augé e l’artista Michelangelo Pistoletto, ideatore alla metà degli anni Sessanta dei primi quadri specchianti nonché della celebre Venere degli stracci, sono fra i protagonisti di una due giorni dedicata alla bioarte, il 22 e 23 maggio nel museo di palazzo Tornielli, a Miasino e Ameno, in provincia di Novara. Con loro, tra gli altri, ci saranno i critici d’arte Massimo Melotti e Francesca Alfano Miglietti ma anche lo studioso di nuovi media Juan Carlos de Martin.

Con il titolo “Futura. Mutamenti e visioni del contemporaneo” prende il via un dialogo fra filosofi, artisti e scienziati per riflettere sugli sviluppi del biotech ma anche delle sue ricadute, nella realtà e in quello che una volta si chiamava “l’immaginario collettivo”. La due giorni di studi, promossa dall’associazione Asilo bianco, ha un obiettivo preciso: mettere in moto la creatività in ogni campo per migliorare la qualità della vita delle persone senza distruggere il paesaggio. Anzi al contrario mettendo l’arte, la creatività ma anche l’innovazione tecnologica “a servizio” del territorio, per il rispetto della natura, ma anche e soprattutto per creare un ambiente più umano. Così se i protagonisti della land art degli anni Settanta costruivano con terra e sassi spirali sulla superficie dei grandi laghi dello Utah oppure sorvolavano lo Yucatan per andare a mettere frammenti di specchio fra gli alberi, oggi i fautori della bioarte utilizzano le scoperte fatte nei laboratori di genetica per far discutere sulle possibilità positive ma anche sui rischi dell’uso indiscriminato della genetica (vedi l’interessante volume Dalla land art alla bioarte, Hopefulmonster).

«Una visione del futuro – spiega il bioartista Paolo Gilardi – non può che nascere da un’analisi delle mutazioni in atto nella contemporaneità. Ma è qui che si presenta la sfida che consiste nel discriminare le tendenze “vincenti”. La ricerca artistica fornisce a questa analisi la “lente” della soggettività ma anche dei bisogni e delle esigenze collettive più profondi». La ricerca della bioarte, così si fa parente stretta della bioetica e della biopolitica mettendo in rete a livello globale tutti quegli artisti che «si interrogano sul rapporto dell’uomo con la natura e prefigurano esperienze esistenziali nuove sul piano dei comportamenti, delle relazioni e della visione euristica del mondo». Un progetto che Gilardi cerca di realizzare anche attraverso il lavoro dell’Art program del Parco d’arte vivente, la nuova istituzione civica di Torino dedicata al rapporto tra arte e natura.

love difference 2E di ricerca artistica “responsabile”, aperta al sociale, parla anche l’artista Michelangelo Pistoletto, con il progetto Love difference, realizzato a più mani con altri artisti e con una associazione no profit nata proprio per «stimolare il dialogo tra le persone che appartengono a diversi background culturali, politici o religiosi». Un progetto che nella Biennale di Venezia del 2005 sfociò nel progetto Terzo Paradiso. «Il Terzo Paradiso è il nuovo mito che porta ognuno ad assumere una personale responsabilità in questo frangente epocale. Significa – spiega Pistoletto – il passaggio a un nuovo livello di civiltà planetaria, indispensabile per assicurare al genere umano la propria sopravvivenza».

da Terra del 20 maggio 2009

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