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Le maghe di Babilonia

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 6, 2009

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Ishtar

Alla scoperta dell’antica Mesopotamia dove la donna aveva una libertà che poi Cristianesimo e Islam le avrebbero negato. Una mostra al British Museum e nuove campagne di recupero delle rovine per ricostruire l’antico splendore della città di Hammurabi. «In Iraq c’è ancora la guerra civile. E’ impossibile per gli archeologi occidentali andare a visitare i siti» racconta l’archeologo Paolo Brusasco di Simona Maggiorelli

Babilonia “culla della civiltà” si studiava da piccolissimi. In questa area del mondo, si leggeva nei libri di scuola c’erano stati i primi grandi risultati nelle scienze umane, l’invenzione della scrittura cuneiforme, il primo codice di leggi di Hammurabi. Ma anche l’arte degli aruspici e degli interpreti di sogni. Un mondo favoloso, fino allo controriforma Moratti, sfuggito miracolosamente alle maglie della scuola gentiliana improntata sugli anatemi biblici contro la torre di Babele. Ma poi sul quel sogno infantile di civiltà antica fatto di giardini pensili su inespugnabili ziqqurrat sono piombate d’un tratto le agghiaccianti distruzioni della Guerra del Golfo. “Operazioni chirurgiche” come venivano raccontate dalla Cnn, dalla Bbc e dalla Rai nel 1991. A cui si sono sommate le missioni angloamericane contro le presunte armi atomiche del dittatore iracheno Saddam Hussein. Un’operazione pretestuosa, del tutto folle che “ha lascito sul campo più di 4mila soldati occidentali uccisi. E un numero ancora incalcolabile di morti fra i civili iracheni”, come ricorda l’archeologo e docente dell’Università di Genova Paolo Brusasco ad incipit del suo libro La Mesopotamia prima dell’Islam (Bruno Mondadori). Di pari passo, come è noto, sono stati distrutti centinaia di importanti siti archeologici, mentre dal museo di Bagdad sono andati dispersi- distrutti o trafugati -più di ventimila reperti importanti (che datano dal 7mila a. C al mille d. C) di arte dei Sumeri, degli Assiri e dei Babilonesi. an00404485_001-map-of-world-da-scontCome ricostruisce puntualmente l’archeologo Friederick Mario Fales nella recente riedizione del suo Saccheggio in Mesopotamia uscito nel 2003 per la casa editrice Forum di Udine. “Ancora oggi non abbiamo una stima esaustiva e definitiva, i danni potrebbero essere di molto superiori- rilancia Brusasco-. In Iraq è in corso una guerra civile ed è ancora impossibile per la maggior parte di noi occidentali andare a visitare i siti archeologici”. A cominciare da quello dell’antichissima città di Babilonia, la capitale del regno di Hammurabi del II millennio a. C, insieme a Uruk ,una delle città simbolo della Mesopotamia. Nonché una delle più segnate dalla presenza di soldati. “Del tutto incuranti delle raccomandazioni preventive dell’Unesco le truppe angloamericane – racconta a left Paolo Brusasco – hanno scavato trincee in siti archeologici di primaria importanza e buona parte dei danni causati, purtroppo, saranno purtroppo irrecuperabili”. Non solo è stata danneggiata la porta istoriata di Ishtar,installando una base di elicotteri a ridosso delle antiche e friabili mura in terra cruda, ma sono andate in rovina anche le ricostruzioni anni 70 che Saddam Hussein aveva fatto fare in mattoni cotti. “Certamente restauri che non avevano nulla di scientifico e confezionati a misura della propaganda di regime -sottolinea Brusasco – ma alcuni sostengono che almeno sommariamente potessero dare l’idea dello splendore antico di Babilonia”. Così dopo aver raso al suolo centinai di siti, dopo aver trafugato e rivenduto su internet reperti preziosissimi di arte sumera, assira e babilonese, oggi l’occidente sembra voler cercare di correre ai ripari. Per senso di colpa ma anche perché la ricostruzione può essere un buon business . Fatto è che da più parti. si annunciano campagne internazionali di scavo e di recupero dell’antica città della Mesopotamia. Una, dal titolo “Il futuro di Babilonia” e con la partecipazione economica di importanti organismi internazionali, secondo l’agenzia Reuters, partirà a giorni.oldest-lovers

Professore sarà davvero possibile un recupero delle rovine dell’antica Babilonia e in quanto tempo?
In realtà ancora siamo solo alle operazioni preventive di studio e di messa a punto organizzativa di possibili campagne. Il direttore del dipartimento del Vicino Oriente del British Museum, John Curtis, ha fatto già una serie di ispezioni portando alla luce alcuni danni, purtroppo irreversibili. Una base militare anglo americana è stata costruita, per esempio, proprio sulle rovine attigue al palazzo di Nabucodonosor, il sovrano della deportazione ebraica del 597 a. C. I soldati hanno coperto le rovine archeologiche di ghiaia e le hanno cosparse di spray chimico per non sollevare la polvere. S’immagini i danni che un esercito potrebbe fare se domani si installasi a Pompei. A Babilonia addirittura molti container sono stati riempiti di terra prelevando materiali da siti diversi, la stratigrafia è irreversibilmente danneggiata. Gesti che la popolazione irachena ha letto come una volontà di appropriarsi in modo neocolonialista del passato e della storia di queste aree. Se un giorno si faranno nuovi scavi in queste zone sempre bisognerà sempre tener presente che esiste uno strato dell’invasione anglo-americana. Hanno creato un disastro inimmaginabile dal punto di vista della lettura del sito.

La mostra londinese ora al British esplora il mito di Babilonia, quanto certo “orientalismo” ha oscurato il nostro sguardo occidentale? Babilonia è città delle prime leggi di Hammurabi, di questa città che poi fu governata Nabucodonosor ne hanno parlato in termini favolosi gli autori classici, ma soprattutto la Bibbia. Nell’immaginario occidentale è sempre stata una città simbolo di tirannia ma anche di meraviglia e di stupore. I racconti dei profeti ebrei che hanno scritto in cattività a Babilonia ce l’hanno sempre raffigurata in termini negativi e fino agli scavi del 1800 non si è mai conosciuta in Occidente la vera Babilonia.

Babilonia la grande meretrice, Babilonia che verrà distrutta dal castigo di dio sono le immagini anche dantesche…
Una parte della mostra ora al British Museum di Londra si occupa appunto del mito di Babilonia e punta a metterne in luce gli aspetti fasulli, quelli su cui si è basata la visione distorta dell’occidente. Basta pensare al mito della torre di Babele, alla minaccia della confusione delle lingue. Alle leggende che dipingevano la città come regno del vizio. In realtà la famigerata torre non era che lo ziqqurrat del dio Marduk a cui si rifacevano più colture diverse. Babilonia era una città dove convivano in modo pacifico diverse etnie. L’ interpretazione che ne ha dato l’Occidente non corrisponde in nulla ai reperti scavati.terracotta

Il fatto che lo sguardo deformante della tradizione biblica si sia accanito soprattutto su figure femminili ( basta pensare a Semiramide) farebbe pensare che le donne in Mesopotamia godessero di una certa libertà. E’ così?
Io l’ho scritto, ma non sono il solo. In Mesopotamia la donna non aveva la posizione sociale che poi ritroviamo nella tradizione cristiana o nell’islam. Soprattutto nel terzo millennio, nel periodo sumerico, i codici di leggi trovati ci raccontano di tantissime regine, donne che avevano realmente potere. Poi nel codice di Hammurabi troviamo che la donna può intraprendere attività commerciali come imprenditrice e avere libero rapporto con l’esterno. C’era anche una specifica categoria di cosiddette sacerdotesse imprenditrici che avevano delle grandi proprietà fondiarie e le gestivano autonomamente. Ovviamente non c’era una vera parità fra uomo e donna, però possiamo dire che in Mesopotamia, dal III al I millennio a C. non c’è prova che esistessero degli Harem. Solo intorno al 900 a. C. fra gli Assiri compaiono, in concomitanza con l’emergere della propaganda maschile legata alla guerra e che determinò una serie di leggi che per la prima volta relegavano la donna in aree specifiche della casa e del palazzo.

La libertà sessuale della donna in Mesopotamia, lei scrive, “non è affatto associata a un’istintualità primitiva o animale”.
Sì la sessualità e la figura femminile non sono viste in accezione negativa. Il desiderio femminile non è represso ma è considerato un elemento di vita, un aspetto culturale. Per esempio nel mito di Gilgamesh, l’eroe di Uruk, che si narra sia vissuto intorno al 2675 a. C aveva un nemico, Enkidu, che viveva nella foresta ed detto un incivile. Prima di scontrarsi con Gilgamesh, però, Enkidu viene “civilizzato” da una prostituta. In Mesopotamia il fatto che le prostitute fossero immerse nella vita urbana ne faceva delle detentrici di cultura e conoscenza. Anche da altri testi antichi si comprende che la sessualità era un mezzo per conoscere i rapporti umani di cui la società viveva. Non si trova mai in questo contesto una caratterizzazione in negativo della donna come si trova nella Bibbia. E il desiderio non è qualcosa di immediato da sfogare o da reprimere. La sessualità viene inserita in un ordine di idee urbano e civile non animale.

Non c’è un senso del peccato come nella tradizione giudaico cristiana?
No in Mesopotamia non c’è qualcosa di simile.

VA Bab 4431In un modellino di un letto conservato al British Museum si coglie uno scambio di sguardi fortissimo fra un uomo e una donna. Una rappresentazione ben diversa dalle fredde anatomie di Pompei.
Nelle abitazioni in Mesopotamia si trovano placche sessuali come amuleti di fecondità. Si rifacevano a miti del matrimonio sacro fra due divinità. In Mesopotamia l’accoppiamento fra esseri umani e divinità era considerata all’origine del mondo. Anche per questo la sessualità veniva vista in modo positivo. Ma sessualità era anche l’intimità fra uomo e donna è vista in senso sentimentale, romantico. Questo abbraccio, questo letto che rappresenta il simbolo della vita di coppia, soprattutto in epoca sumerica, nel periodo più antico è molto legato a situazioni sentimentali più profonde.

Nella cultura della Mesopotamia il Logos, inteso come ragione non arriva a schiacciare un mondo di immagini e di passioni come accade a un certo punto nella Grecia antica?
La ragione in Mesopotamia è secondaria rispetto a una concezione del mondo e anche della scienza sempre divinatoria. Per l’uomo della Mesopotamia il rapporto con il mondo non è logico ma è in qualche modo illogico, talvolta legato ai presagi. Grande importanza aveva l’astronomia ma anche l’astrologia. La divinazione era considerata una scienza. C’erano indovini, esorcisti, scienziati, specializzati nella lettura dei pianeti e delle stelle, maghi, interpreti di sogni. C’è un approccio completamente diverso da quello della logica greca.

Lei scrive anche che è un pregiudizio pensare che solo la lingua e la scrittura siano sistemi altamente simbolici. Anche l’arte in Mesopotamia tende ad essere rappresentazione simbolica, talvolta quasi astratta?
In Mesopotamia l’arte non è mai mimetica della realtà alla maniera greca. Parte da un altro presupposto. Non c’è l’umanesimo greco. L’arte mesopotamica è un’arte sempre simbolica, tanto che anche quanto raffigura la realtà, come nelle stele o nei rilievi assiri che pur narrando di guerre, le traspongono sempre con elementi astratti su un piano simbolico. Si parte da un fatto, da un azione singola, ma si arriva poi a trasporla su un piano universale. Sono scene che non tendono a una prospettiva precisa, ma puntano a a un’evidenza viva, alla drammaticità del racconto. All’arte mesopotamica non interessa raffigurare la realtà per ciò che è.

da Left-Avvenimenti 7/2009 del 20 febbraio

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Come ti ripulisco l’Italia

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 1, 2008

euphronios_krater_side_b_met_l200610Relazioni pericolose fra musei collezionisti e trafficanti. Un libro inchiesta smaschera il modo in cui si riciclano i reperti trafugati  e mette sotto accusa il Getty e altri musei

di Simona Maggiorelli

Un tavolo di cristallo sostenuto da capitelli antichi all’ingresso. E nelle stanze, in teche illuminate, circa quattromila reperti trafugati. Così si presentava la “show room” che Giacomo Medici aveva messo su nei depositi del Porto Franco di Ginevra. In quei locali intestati alla società Edition Service che faceva capo al mercante italiano i Carabinieri e la Polizia svizzera ritrovarono anche centinaia di polaroid. Scatti che mostravano reperti ancora incrostati di terra, poi in fase di restauro e pronti per la vendita. Immagini che raccontano di opere importanti uscite clandestinamente dall’Italia. Fra queste anche un affresco romano di area vesuviana di cui erano state staccate e rubate tre intere pareti. E poi la tavola votiva in marmo con grifoni che azzannano un daino, venduta alla metà degli anni Ottanta  al Getty, il busto di Vibia Sabina rubato a Villa Adriana e il Kylix di Eufronio oggi a Villa Giulia. Accanto ai reperti, decine e decine di documenti scritti. Comprese alcune lettere inviate a Medici dall’archeologa Marion True, curatrice per le antichità del Getty Museum di Malibu, Los Angeles. In una di queste, cominciando con “Caro Giacomo”, la signora dell’archeologia americana, ora sotto processo in Italia, chiedeva da quale necropoli provenissero esattamente alcuni pezzi acquistati.

Perché lo chiedeva a un trafficante come Medici? Si è domandata la giornalista Cecilia Todeschini quando, con il fotografo inglese Peter Watson, ha cominciato le sue ricerche per il libro inchiesta The Medici conspiracy, pubblicato dall’editore newyorkese Public Affairs. «Evidentemente la True sapeva che Medici era in possesso di queste informazioni e forse in contatto diretto con i tombaroli che avevano scavato quelle tombe», ipotizza Todeschini. E perché Marion Treu, ora accusata di associazione a delinquere e ricettazione, si rivolgeva a lui e non a Robert Hecht, il grande mercante dal quale aveva acquistato i pezzi in questione? «Qui entriamo nel vivo dei meccanismi di riciclaggio di pezzi d’arte trafugati, una catena di cui fanno parte tombaroli, trafficanti, grandi antiquari case d’aste e musei prestigiosi» denuncia la giornalista italiana, che in passato ha realizzato inchieste su Ustica e sulla mafia per la Bbc ed altri media stranieri.

Ma per andare più a fondo occorre fare un passo indietro. Torniamo agli inizi degli anni 90. Siamo a Londra e il fotografo Peter Watson “riceve una soffiata” da un amico, che lavora al British Museum: durante una colazione gli consiglia di tenere d’occhio una partita di reperti archeologici che stanno per essere messi all’asta da Sotheby’s. È l’inizio della grande inchiesta di Todeschini e Watson che porta a una raffica di licenziamenti e alla chiusura della piazza d’aste londinese di Sotheby’s riguardo alla compravendita di reperti archeologici (spostata poi sulla piazza americana). «Su incarico di Channel 4 facemmo un’inchiesta – ricorda Todeschini – entrando nella casa d’aste con telecamere nascoste. In questo modo potemmo filmare tutto. Ricostruendo il modo in cui un pezzo trafugato veniva “ripulito”».

Il fatto che aveva incuriosito la giornalista italiana era che alcuni pezzi ritrovati nel 1995 nel deposito Porto Franco di Ginevra avessero ancora appeso il cartellino che riportava la data in cui erano stati battuti all’asta. «Fatto strano – dice Todeschini – perché se io voglio rivendermi qualcosa per guadagnarci su cerco di non far sapere al mio acquirente quando l’ho comprato e quanto l’ho pagato». Ma per Medici e gli altri trafficanti d’arte quel cartellino è importante: è una sorta di bollino di garanzia, che dà una nuova verginità e apparenza di provenienza legale a quella statua o a quel vaso trafugato e che così può essere più facilmente rivenduto a grossi antiquari o collezionisti che a loro volta poi faranno da intermediari per importanti musei in giro in America, in Giappone, in Svizzera, in Germania e ovunque in giro per il mondo ci siano fondazioni o  gallerie poco propense a fare indagini approfondite sulla reale provenienza dei reperti che vengono loro proposti. Un meccanismo dove il guadagno cresce in maniera esponenziale, strada facendo. Tanto che a lucrarci poco alla fine è prorio chi scava la terra.

«Nell’Italia del centro-sud – racconta Todeschini – e in modo particolare nel meridione, operano non tanto singoli tombaroli, quanto vere e proprie squadre organizzate, stipendiate dai compratori». Compratori che si fanno committenti e che, spesso, si mettono d’accordo fra loro per calmierare i prezzi dei tombaroli. Le quotazioni dei reperti rubati saliranno in modo vertiginoso solo dopo essere stati battuti all’asta. Dai faldoni che la Sotheby’s consegnò alla magistratura e che contenevano tremila pagine sull’attività di vendita della Edition Service di Medici tra la fine degli anni ’80 e il 1994, i prezzi risultavano aumentati anche di dieci volte. Così Giacomo Medici, ufficialmente “esperto d’arte” e consulente presso il Tribunale penale e civile di Roma e in realtà esperto di “riciclo”, è stato l’anello determinante perché il Metropolitan arrivasse, nel 1972, ad acquistare per un milione di dollari dalle mani (apparentemente più pulite) di un noto antiquario come Hecht il Cratere di Eufronio, il famoso vaso con dipinte scene dell’Iliade a figure rosse trafugato da una tomba di Cerveteri. Una cifra record trent’anni fa.

Oggi Medici, sessantacinquenne aspetta l’appello, dopo una condanna in primo grado a 10 anni di reclusione, a una multa di 16.000 euro, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e al risarcimento di 10 milioni di euro in favore del ministero dei Beni culturali per i danni subiti. La sanzione più alta mai comminata in Italia per un caso di questo genere. A  mo’ di anticipo gli è stata sequestrata la Maserati e la villa, guarda caso, proprio nei pressi di Cerveteri. L’archeologa Marion True, responsabile degli acquisti a Villa Getty dalla metà degli anni 80 a tutti gli anni 90, invece, è venuta in Italia lo scorso 18 luglio per la prima udienza del suo processo. La prossima sarà a gennaio. Con lei è chiamato a comparire anche Hecht. Intervestato dal New York Times, dice di aver continuato la sua attività da casa, a New York, in questi mesi, nonostante il processo, lamentandosi di aver subito un calo di profitti e di aver perso grossi clienti come Shelby White, collezionista e intermediario del Metropolitan. «Oggi nesun museo in America comprerebbe più da me – ha detto Hecht al giornale Usa – ma lo hanno fatto in passato. E poi perché non avrebbero dovuto?».

da left -Avvenimenti 1 dicembre 2006

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