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Archive for settembre 2012

Mille e una Persia

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 9, 2012

Dopo aver raccontato la rivoluzione, lo scrittore Kader Abdolah torna a farsi cantastorie. Con l’urgenza etica di recuperare le memorie più antiche dell’Iran, fa rivivere la storia dello scià Naser e del suo visir che tra Ottocento e Novecento lottò per modernizzare il Paese

di Simona Maggiorelli

Isfahan, Iran

 

Lo scrittore iraniano Kader Abdolah torna a farsi cantastorie, come era nella antica tradizione persiana, per raccontare in una prosa lirica e densa di immagini, vicende che riemergono da un passato lontano e che l’Occidente fa finta di non conoscere quando si rapporta all’Iran di oggi.

Storie che nel suo nuovo libro Il re (Iperborea) ci riportano a quell’importante passaggio fra Ottocento e Novecento che vide la Persia al centro di una triangolazione di potere fra Russia, Francia e Inghilterra ma anche aprirsi alla modernizzazione, attraverso l’operato del visir Mirza Kabir che cercò di far comprendere allo scià Naser l’importanza della costruzione di strade e fabbriche per dar lavoro a una gran massa di diseredati, ma anche l’importanza di costruire scuole e ospedali a uno scià che ancora viveva immerso nella bambagia, circondato da uno sterminato harem, fra ricchezze da Mille e una notte e vicende familiari che lo legavano a un passato ancora medievale.

Così Kader Abdolah che, da giovanissimo, ha fatto la rivoluzione contro la scià Reza Pahlavi, e che poi è dovuto fuggire in Olanda per un aperto contrasto con  la teocrazia di  Khomeini, per esigenza letteraria ma anche per un imperativo etico di far conoscere la storia del proprio Paese e dei tanti amici e compagni che hanno perso la vita per la sua liberazione, si è dato a scrivere questo capitolo affascinate e ai più poco noto. In Europa, a dire il vero, i lettori del reporter polacco Ryszard Kapuscinski e del suo toccante Shah-in-Shah (Feltrinelli) in qualche modo avevano già incontrato questa storia fra gli antefatti di brucianti pagine sulla rivoluzione iraniana. Ma qui torna in veste letteraria alta e con il sapore di uno stile di scrittura che molto deve alla tradizione poetica e della letteratura araba persiana.

Kader Abdolah

Dopo La scrittura cuneiforme e dopo La casa nella Moschea (che raccontava appunto la rivoluzione giovanile in Iran nel ’79) Kader Abdolah ci regala così una nuova perla da aggiungere alla sua collana di racconti. In questi giorni è in Italia per presentarli: il primo settembre è a Genova per “I Dialoghi sulla rappresentazione”. E l’occasione è preziosa per conoscere più da vicino questo scrittore iraniano, il cui vero nome è Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani, avendo scelto il nome de plume Kader Abdolah in ricordo di due amici uccisi dal regime komeinista e per sapere dei suoi nuovi progetti, fra i quali figura «un libro molto diverso dai miei precedenti – dice lui stesso – una raccolta di storie di inventori e persone di scienza che in Olanda stanno realizzando sogni di  progetti che sfidano l’impossibile». Ma anche per sapere da lui delle reazioni che ha suscitato una sua recente e libera traduzione del Corano in nederlandese. «Un libro che ho voluto tradurre e rendere fruibile ai miei concittadini olandesi per la sua bellezza letteraria, che ho scritto con piacere – dice sorridendo l’ateo Kader – sorseggiando del buon vino e che vorrei arrivasse al pubblico che non conosce in tutta la sua rcchezza poetica, come un capolavoro d’arte».

da left avvenimenti del 1 -7 settembre 2012

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L’Islam demonizzato dall’Occidente

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 7, 2012

di Simona Maggiorelli

L’Oriente come invenzione dell’Occidente, immagine seducente ed esotica di un altrove ,a misura dei colonizzatori europei. E per questo visto in un auspicato stato di minorità. Nel suo celebre saggio Orientalismo uscito nel 1978 e pubblicato in Italia da Feltrinelli nel  1999, Edward W. Said squarciava il velo su una lunga tradizione europea di studi sul mondo arabo mettendo alla sbarra poeti come Dante, scrittori come Byron, come Flaubert e molti altri nomi illustri.

Di origine palestinese – Said era nato nel 1935 a Gerusalemme allora parte del Mandato britannico della Palestina-, docente di letteratura comparata alla Columbia University, raffinato saggista fra musica classica, arti e letteratura (vedi, per esempio, il suo Lo stile tardo, Il Saggiatore, 2009) opinionista e intellettuale laico e impegnato, Edward Said ha contribuito attivamente al dialogo fra Usa, Europa e mondo arabo. Mostrando le molteplici sfaccettature di quella complessa galassia araba e musulmana di cui i  media perlopiù tratteggiano un’immagine distorta e appiattita. Proprio in Covering Islam, uscito nel 1980 e ora riproposto in Italia da Transeuropa, Said smaschera la mistificazione compiuta da un violento sguardo occidentale che demonizza l’Islam facendone così il nemico da combattere. Un libro che indirettamente invita a rileggere gli importanti lavori che Said ha dedicato alla bruciante e ancora oggi irrisolta questione palestinese. Transeuropa, così, recupera e pubblica un importante titolo dell’intellettuale palestinese scomparso il  24 settembre del 2003. Un volume che analizza i pregiudizi e le violente distorsioni occidentali  che ancora persistono riguardo alla galassia musulmana. Eccone un significativo  estratto.

COVERING ISLAM

di Edward W Said

Edward W:Said

Dalla fine del XVIII secolo fino ai nostri giorni, nel rapporto dell’Occidente con l’Islam ha prevalso un tipo di pensiero estremamente riduttivo che possiamo definire con il termine di orientalismo. La concezione orientalista si basa su una geografia immaginaria, drasticamente polarizzata, che divide il mondo in due parti diseguali, quella più grande e “differente” è chiamata Oriente, e l’altra, conosciuta come il “nostro” mondo, è detta Occidente. Tale separazione avviene sempre quando una società medita sulle culture differenti; e tuttavia, è interessante notare che l’Oriente, anche quando giudicato come la parte inferiore del mondo, è stato considerato sia di dimensioni più estese, sia dotato di una forza potenziale più grande (di solito distruttiva) rispetto all’Occidente. Dal momento che l’Islam è stato sempre visto come parte integrante dell’Oriente, entro il quadro generale dell’orientalismo, il suo destino è stato quello di essere ritenuto un’entità monolitica, capace di suscitare ostilità e paura alquanto particolari. Vi sono ovviamente molte spiegazioni religiose, psicologiche e politiche, ma tutti questi motivi derivano dal fatto che, sebbene l’Occidente ne sia interessato, l’Islam rappresenta sia un avversario temibile sia una continua sfida alla cristianità. Durante gran parte del Medioevo e all’inizio del Rinascimento in Europa si credeva che l’Islam fosse una religione demoniaca, fonte di eresia, blasfemia e oscurità. Era irrilevante che i musulmani considerassero Maometto un profeta e non un dio; ai cristiani importava solo che Maometto fosse un falso profeta, un seminatore di discordia, un lussurioso, un ipocrita e un emissario del diavolo. Questi giudizi su Maometto derivavano dal fatto che, nel corso della storia, l’Islam aveva assunto una considerevole forza politica. Per centinaia di anni grandi armate e flotte islamiche hanno minacciato l’Europa, distrutto gli avamposti e colonizzato i suoi domini… Persino quando il mondo islamico entrò in un periodo di declino, la paura dei “maomettani” persistette. Più vicina all’Europa delle altri religioni non cristiane, l’Islam, per la sua estrema prossimità, continuava, in modo permanente, a disturbare l’Occidente con il suo potere non manifesto. Le altre grandi civiltà dell’est – tra le quali India e Cina – potevano essere considerate sia sconfitte sia distanti e, pertanto, non erano una preoccupazione costante. Solo l’Islam sembrava non essersi mai sottomesso completamente all’Occidente, cosicché ancora una volta, in seguito al drammatico incremento del prezzo del petrolio all’inizio degli anni 70, il mondo musulmano è parso sul punto di ripetere le conquiste del passato e l’intero Occidente è sembrato rabbrividire. L’emergere del “terrorismo islamico” negli anni 80 e 90 ha reso la paura più profonda e intensa. Nel 1978 poi l’Iran balzò in primo piano, divenendo fonte di ansie e preoccupazioni per gli americani, dato che prima d’ora quasi nessuna nazione, tanto distante e diversa dagli Usa, li aveva impegnati così intensamente. Gli americani mai erano apparsi così paralizzati. Pertanto, non si poteva affatto ignorare l’Iran, un paese che per tanti aspetti li contrastava, quasi con un’aria di sfida. Nel periodo in cui scarseggiava l’energia, il maggior fornitore di petrolio era proprio l’Iran, in una regione del mondo considerata instabile e strategicamente vitale. Nel corso di un anno di rivolte quell’alleato importante perse legittimità nei calcoli geopolitici Usa. Un evento così sconvolgente non avveniva dalla rivoluzione d’ottobre del 1917. Stava emergendo un nuovo ordine che, denominatosi islamico, si mostrava popolare e anti-imperialista…

Se si considerano romanzi acclamati dalla critica come Alla curva del fiume di V. S. Naipaul e Il colpo di stato di John Updike, oppure i libri di storia diffusi nelle scuole, i fumetti, i serial tv, i film e i cartoni animati, l’iconografia dell’Islam appare uniforme. Si era radicata nel tempo una visione dell’Islam monolitica, dalla quale derivano le frequenti caricature dei musulmani, raffigurati come fornitori di petrolio, terroristi e come folle assetate di sangue. Ogniqualvolta romanzieri, reporter, strateghi-politici ed “esperti” trattano l’“Islam”, vale a dire l’Islam che è attualmente in vigore in Iran e in altre parti del mondo musulmano, pare che non vi possano essere distinzioni tra il fervore religioso e la lotta per una giusta causa, tra la normale debolezza umana e il conflitto politico; il corso della storia fatta da uomini, donne e società non è contemplato come un umano divenire. L’“Islam” sembra fagocitare i variegati aspetti del mondo musulmano, tutti riconducibili in una speciale entità malvagia, priva di ragione. Così, tende a prevalere la più cruda forma di scontro tra le parti, un antagonismo tra noi e loro, a discapito di analisi e comprensione. Qualunque cosa gli iraniani o i musulmani dicano sul loro senso di giustizia, sulla loro storia di oppressione, sulla loro visione della loro società, sembra irrilevante… si denunciano le impiccagioni in Iran, le leggi teocratiche, ma ovviamente nessuno ha mai considerato il massacro di Jonestown, l’attentato di Oklahoma, terribilmente distruttivo, o la devastazione dell’Indocina, eventi commessi dalla cristianità, oppure in senso lato dall’Occidente e dalla cultura americana; una tale similitudine è valida solamente per l’“Islam”.

Perché l’“Islam” è spesso riconducibile in modo pavloviano a un’intera serie di eventi politici, culturali, sociali e perfino economici? Cosa c’è nell’Islam che provoca una reazione così irrefrenabile? Cosa rende differente l’“Islam” e il mondo islamico dall’Occidente? Queste non sono domande banali, pertanto è necessario rispondere con molte analisi e differenziazioni. Le etichette che pretendono di definire realtà molto vaste e complesse sono notoriamente vaghe e, allo stesso tempo, inevitabili. Ma fra tutte le persone che pronunciano tali definizioni in modo aggressivo e con fermezza, quante padroneggiano gli aspetti della giurisprudenza islamica, oppure conoscono le lingue parlate nel mondo islamico? Pochissime, ma ciò non impedisce alle persone d’indicare con fiducia “Islam” e “Occidente”, credendo di saper esattamente ciò di cui stanno parlando. Per questo motivo dobbiamo considerare seriamente le etichette. Le definizioni sono ideologiche e, rimanendo intatte nel corso dei secoli, sono state capaci di adattarsi al mutare degli eventi e delle situazioni…

Islam contro l’Occidente: questo è un terreno fertile per una vasta gamma di variazioni. Le tesi che prevalgono sono infatti Europa contro Islam e America contro Islam. Ma i rapporti reali con l’Occidente sono piuttosto differenti e, nel complesso, giocano anche un ruolo significativo. A proposito è necessario evidenziare le differenze fondamentali tra la conoscenza dell’Islam degli americani e degli europei. Francia e Inghilterra, per esempio, fino a poco tempo fa possedevano grandi imperi musulmani. Inoltre milioni di musulmani provenienti dall’Africa e dall’Asia attualmente vivono nelle città francesi e inglesi. Tutto ciò ha influito nel campo dell’orientalismo accademico, ben strutturato in Europa. Nessuna di queste esperienze appartiene alla storia degli Usa, nonostante la popolazione musulmana residente sia in continuo aumento e, mai prima d’ora, così tanti americani abbiano scritto, pensato e parlato dell’Islam. In America l’assenza di un passato coloniale, nonché la scarsa tradizione di studi sull’Islam, contribuisce a rendere l’attuale ossessione piuttosto particolare, più astratta.

Nell’Europa moderna l’interesse nei confronti dell’Islam si sviluppò tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo nel cosiddetto periodo di “rinascimento orientale”, nel quale gli studiosi francesi e britannici riscoprirono “l’Est”, ossia l’India, la Cina, il Giappone, la Mesopotamia e la Terra Santa. L’Islam era visto, nel bene o nel male, come parte dell’Oriente, dotato di mistero, esotismo, corruzione e di un potere latente.  Nonostante le forti ostilità tra l’Europa e l’Islam, gli scambi non furono mai interrotti, coinvolsero la sfera dell’immaginazione e delle arti raffinate, per esempio influenzando poeti, romanzieri e studiosi come Goethe, Gerard de Nerval, Richard Burton, Flaubert e Luis Massignon. Eppure, malgrado questi artisti e altri come loro, l’Islam non è mai stato accolto in Europa. La maggior parte dei grandi filosofi della storia, da Hegel a Spengler, hanno giudicato l’Islam con scarso entusiasmo. Eccetto qualche raro interesse nei confronti di mistici sufi e scrittori, le mode europee nei confronti della “saggezza dell’Est” raramente includono saggi e poeti musulmani. Omar Khayyàm, Harun al-Rashid, Sindbad, Alladin, Hajji Baba, Scheherazade, Saladin, costituiscono più o meno l’intera lista dei personaggi islamici conosciuti dagli europei più colti. Verso la fine del XIX secolo, con l’emergere del nazionalismo islamico in Asia e in Africa, l’opinione comunemente accettata riteneva che le colonie musulmane sarebbero dovute rimanere sotto la tutela europea, sia perché fonte di guadagno, sia perché, essendo paesi sottosviluppati, avevano bisogno della disciplina occidentale. Nonostante il razzismo diffuso e gli attacchi contro il mondo musulmano, gli europei espressero molto chiaramente ciò che l’Islam significasse per loro. Le rappresentazioni dell’Islam infatti hanno influenzato tutta la cultura europea – studi, arte, letteratura, musica – fino ai nostri giorni. Molti governi europei, inoltre, hanno intrapreso una politica di dialogo culturale con i paesi musulmani e arabi che ha dato origine a seminari, conferenze e traduzioni di libri. Tutto ciò è assente negli Usa, in quanto l’Islam è fondamentalmente una questione politica che impegna il Council on Foreign Relations, un “pericolo” militare… Le crisi politiche quasi sempre offrono l’occasione per intavolare dibattiti sull’Islam, coinvolgendo persone più o meno esperte. È estremamente raro leggere articoli che informano sulla cultura islamica sul New York Review of Books, per esempio, o sull’Harper’s Bazaar. Pare che l’Islam desti l’attenzione solo quando scoppia una bomba in Arabia Saudita, oppure quando l’Iran minaccia di attaccare gli Stati Uniti.

da left-avvenimenti

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L’intifada creativa di Suad Amiry

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 2, 2012

Recuperare la storia del popolo palestinese restaurando antichi villaggi. E trasformare costruzioni armate israeliane in spazi pubblici per tutti. Suad Amiry racconta il suo ventennale lavoro per decolonizzare la sua terra

 di Simona Maggiorelli

Suad Amiry

Decolonizzare la Palestina, a partire dall’architettura. E’ il progetto a cui lavora con passione, da più di vent’anni, l’architetto e scrittrice Suad Amiry. Con un obiettivo: non aggiungere distruzione a distruzione. E nemmeno altro cemento alla già soffocata Ramallah, che boccheggia senza un alito di verde. Il punto cruciale per Amiry- conosciuta in Italia soprattutto per i suoi  romanzi e la forza dei dei suoi libri inchiesta – è dare nuova vita all’architettura palestinese, agli anonimi palazzi cittadini costruiti negli anni Novanta, ma anche alle abitazioni fortificate israeliane, immaginando parchi giochi al posto di basi militari e centri di aggregazione sui tetti delle colonie in disuso.

Così, quelli che erano avamposti coloniali e torri di controllo militare sulla striscia di Gaza, nell’idea di Amiry e di un gruppo di giovani architetti che si va sempre più allargando, potrebbero diventare spazi pubblici, collettivi, aperti a palestinesi e israeliani in un orizzonte di pace, di convivenza di due popoli e due Stati.

Un sogno che ha assunto i contorni di un’utopia per chi ancora aspetta che vengano rispettati gli accordi di Oslo del 1993 «quando, dopo aver elaborato la dolorosa perdita della propria terra, i Palestinesi accettarono formalmente lo stato Israele: cosa che – sottolinea Amiry –  gli israeliani non hanno mai fatto». Fu così che, preso atto del dislivello di forze («loro hanno uno degli eserciti più forti al mondo, noi solo i sassi») Suad cominciò a cercare un modo per reagire a una colonizzazione israeliana che, di fatto, non ha mai smesso di avanzare. L’idea fu non costruire nulla. Un’idea alquanto insolita per un architetto. Specie per lei, con in tasca un Ph.D dell’nversità del Michigan e un dottorato a Edimburgo: «L’architetto urbanista, mi avevano insegnato, come Deus ex machina, doveva decidere ospedali, scuole, case , fabbriche…tutto molto ordinato e razionale».

Ma puntare sul recupero non è stata soltanto una scelta dettata dalla realtà effettuale. «Ristrutturare, riorientare restaurare ha a che fare con la memoria, con l’esigenza di riappropriarci della nostra storia che l’occupazione israeliana cerca di cancellare», ribadisce la scrittrice che proprio di rapporto fra paesaggio e memoria ha parlato il 5 agosto al neonato Cortona Mix Festival. «Non a caso – nota – uno dei primi gesti che fecero i coloni israeliani fu distruggere 250 nostri villaggi».

Rileggere la storia è importante per capire il presente, non cessa di ripetere Amiry .Nata a Damasco perché la costituzione dello Stato di Israele aveva costretto la sua famiglia a lasciare Jaffa («Tra il  1947 e  il 1948, 850mila palestinesi furono cacciati dalle loro case, fra cui anche la mia famiglia» ) da intellettuale militante dell’Olp di Arafat ha fatto parte della delegazione palestinese ae Nazioni Unite.

Tuttavia la sua visione politica, laica e lungimirante, si è espressa soprattutto in vent’anni di direzione del Riwaq Center for Architectural Conservation di Ramallah, un lavoro svolto in parallelo all’insegnamento all’Università di Birzeit . Ma a questo punto si apre un altro avvincente capitolo della avventura intellettuale di Suad Amiry, quello della scrittura.

«Durante estenuanti giornate di coprifuoco nel 2003 – ricorda – mi ritrovai non solo senza poter lavorare, uscire, né fare alcunché, ma anche costretta a ospitare mia suocera che altrimenti sarebbe rimasta isolata. Il risultato fu in pratica una doppia occupazione, esterna e interna. Di notte cercavo scampo scrivendo mail disperate agli amici. Luisa Morgantini, a mia insaputa, fece leggere le mail che le avevo inviato a Feltrinelli.

Fu così che d’un tratto, a 55 anni, mi ritrovai scrittrice. E- aggiunge Suad divertita- invitata in tanti paesi stranieri, non per raccontare dei miei bei progetti di architettura, ma di Sharon e mia suocera, che compaiono anel titolo del mio primo libro». Nei libri Suad ha potuto così mettere a valore lo humour che da sempre la contraddistingue nella vita.

«Per chi, come noi palestinese, vive un’occupazione militare da quarant’anni, l’ironia è un’arma necessaria per fare i conti con le difficoltà del quotidiano. Diventa uno strumento di sopravvivenza indispensabile. Quando la realtà è troppo opprimente, solo così puoi comunicare ciò che sarebbe altrimenti insopportabile». Sul filo dell’ironia si muove anche Niente sesso in città (Feltrinelli, 2007) che Amiry scrisse dopo la vittoria di Hamas raccontando le vicende tragiche e esilarante di un gruppo di signore negli “anta” per stigmatizzare i dogmi di un “partito islamizzato che ha segnato la sconfitta delle donne palestinesi”.

Su un versante più di inchiesta si muovono invece libri come Se questa è vita (2005), che racconta la vita sotto l’occupazione e il potente Murad Murad (2009), in cui l’autrice ripercorre una giornata passata con quei palestinesi ostracizzati da Gerusalemme che si fingono israeliani per poter continuare a lavorare, alzandosi alle tre del mattino e senza la certezza di tornare a casa sani e salvi.

«E’ stata un’esperienza scioccante – confessa Suad – vedere la violenza che c’è nel negare ogni possibilità a chi ti implora di farlo lavorare.

E’ inaccettabile il ricatto, l’umiliazione. Ma nonostante i divieti di Sharon che nel 2000 decise di espellere i lavoratori palestinesi, ogni giorno , nonostante i “tu sei un nulla” e i “tu non devi esistere”, queste persone tornano a riproporsi. Andare a tirar su le case dei coloni in cui non potrai entrare è durissimo.. E questo ti fa toccare con mano la capacità di resistenza dei palestinesi. Noi non abbiamo per nulla voglia di essere eterne vittime».

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