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Effetto Rodin sulla scultura del Novecento

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 2, 2014

Effetto Rodin

Giovanni PIni, Gli amanti

Giovanni PIni, Gli amanti

ROMA- Mentre alle Terme di Diocleziano, lo scorso 18 febbraio è arrivata da Milano la mostra dedicata ai marmi di Rodin,  la collettiva D’apres Rodin, scultura italiana del primo Novecento  negli spazi della  Galleria d’arte moderna (Gnam) offre al pubblico un’interessante occasione per indagare l’influenza che la poetica di August Rodin esercitò non solo sugli artisti a lui contemporanei ma anche su quelli di generazioni successive. Come stimolo a uscire dall’accademismo, a cercare nuove strade fuori dall’ingessata tradizione monumentale, facendo tesoro della statuaria più antica, della levigata eleganza di Donatello e soprattutto della torsione drammatica che anima le sculture di Michelangelo.

 Di fatto  il movimento e l’espressione che August Rodin seppe dare alle sue statue fecero entrare la scultura nel moderno. Recuperando sulla pittura, che aveva compiuto questo passaggio da tempo, rinnovandosi radicalmente nella poetica e nella tecnica. Più costosa e legata a committenze celebrative del potere, la scultura nell’Ottocento era per lo più retoricamente celebrativa, un trionfo di gigantismo carico di accenti sentimentali e idealizzanti. Ma Rodin, attraverso un difficile e travagliato percorso di ricerca, riuscì a imporre un nuovo stile e un nuovo modo di fare scultura, che dall’antico recuperava il gusto del frammento e che osava sfidare anche la neonata fotografia rappresentando il movimento come processo, liberato dall’immobilità dell’istante in cui lo confina l’obiettivo fotografico.

Medardo Rosso, Ecce puer

Medardo Rosso, Ecce puer

Una lezione che, come ben racconta nel catalogo Electa la curatrice della mostra  Stefania Frezzotti, fu raccolta e ricreata in maniera del tutto originale da Umberto Boccioni. Per lui la scultura del maestro francese era ancora troppo “da museo”. E i futuristi, si sa, volevano distruggere i musei in quanto anticaglie polverose. Ma a Boccioni non sfuggì l’indicazione che veniva da opere come L’homme qui marche, in cui Rodin realizzava una scultura in movimento, perennemente in fieri. Quella statua dal movimento plastico e senza testa, come ricordavamo la settimana scorsa, colpì parimenti Alberto Giacometti, che ne dette una sua interpretazione corrosivamente filiforme.

Tornando al passaggio fra Ottocento e Novecento di grande impatto emotivo è la dialettica che nelle sale della Gnam ingaggiano sculture di Rodin come L’età del bronzo (1877) con capolavori che Medardo Rosso realizzò anni dopo, come ad esempio Bambino malato (1889) e poi Ecce puer (1905-6).

Un gioco di segrete risonanze percorre i volti e i gesti di queste opere, anche se Rodin privilegia l’eleganza del gesto e un’espressione struggente del volto, mentre Medardo Rosso arriva fin quasi a dissolvere le forme nella luce. Amici e rivali, i due artisti sembrano ingaggiare qui un dialogo, in un gioco di emulazione e di presa di distanza che li portò a definire sempre più la propria originale identità.

La mostra D’apres Rodin documenta anche la grande popolarità che le sue creazioni ebbero fra scultori italiani del Novecento come l’arcaizzante Libero Andreotti e poi il “citazionista” Arturo Martini. E ancora sulo schivo e originale Giovanni Prini ma anche su autori più di maniera come Angelo Zanelli che finirono per ricalcarne le forme svuotandola di senso. (Simona Maggiorelli)

dal settimanale left-avvenimenti

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Un bacio da capogiro

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 6, 2009

Towmbly, le quattro stagioni

Towmbly, le quattro stagioni

Compagno di ricerche di Rothko, e sodale di Rauschenberg l’artista americano Cy Twombly,che dal 1957 vive a Roma, è protagonista di una importante retrospettiva alla galleria di arte moderna della Capitale. Una personale che parte dagli anni Quaranta per arrivare ai nostri giorni e che comprende una suite di opere come Le quattro stagioni, in cui Twombly ricrea in pittura astratta, – fra colpi di colori e pause di bianco- una suggestione pittorica dal compositore Vivaldi. Dopo un’anteprima alla Tate Gallery di Londra dal 24 maggio, alla chiusura della mostra romana inaugurata il 5 marzo, la retrospettiva migrerà al Guggenheim di Bilbao. Ed è proprio Sir Nicholas Serota, da vent’anni direttore della Tate a raccontare a Notizie Verdi i prodromi di questa retrospettiva. “Ci stiamo lavorando da molto tempo- ammette Serota – cercando di comporre la ricerca rigorosissima e schiva di Cy Twombly in una mostra che possa dar conto in modo autentico della sua parabola creativa, anche al di là dall’immediata onda di successo di questi ultimi anni”. Un’onda di successo che, dopo aver toccato cifre record nelle aste internazionali, ha avuto anche esiti curiosi sul piano della cronaca, dopo che 2007, durante una visita alla collection Lambert Museum di Avignone, un artista franco cambogiano non ha trovato di meglio per esprimere il suo apprezzamento all’arte di Twombly che dare uno schietto bacio alla tela. Il collezionista proprietario dell’opera, convinto che questo gesto l’avesse irrimediabilmente danneggiata, ha poi citato l’appassionato visitatore della mostra per danni di milioni di dollari. Che alla fine, tutto compreso, lo ha obbligato a versare al proprietario circa mille dollari. s.m. da Notizie Verdi 6 marzo 2009

Quel bianco profanato

Compagno di ricerche di Rothko, Cy Twombly è protagonista di una retrospettiva alla Gnam di Roma

di Simona Maggiorelli

«Chi non ha mai lasciato il segno su un muro, inarrestabile impulso di tracciar un segno, di fare un gesto sul puro muro bianco? Solo una superficie dapprima, poi i segni si sovrappongono, creano un tempo e uno spazio, il muro ora ha una sua profondità», scriveva Palma Bucarelli nel 1958, presentando al pubblico italiano l’opera di Cy Twombly. Figura ormai quasi leggendaria, studiosa di intelligenza acuta, l’allora soprintendente della Galleria di arte moderna (Gnam) regalava all’artista americano un’immagine e una profondità espressiva che in quei suoi primi gesti di action painting, quasi graffi incisi nel bianco metafisico del muro, forse non aveva, se non come primitiva intuizione. Quella profondità, di cui parlava Bucarelli, Twombly l’avrebbe realizzata poi in tempi recenti, quasi alla soglia degli ottant’anni. Ce ne rendiamo conto ripercorrendo a ritroso la parabola dell’artista dai primi anni 40 a Boston e a New York per arrivare all’oggi e al suo successo internazionale. Così come ce la ripropone nelle sale della Gnam Nicholas Serota, direttore della Tate gallery di Londra e curatore della retrospettiva romana aperta fino al 24 maggio (catalogo Electa), che poi andrà al Guggenheim di Bilbao. Coetaneo di Rothko, Twombly, diversamente dal geniale pittore russo-americano, non osa una regressione creativa fino a grandi campiture di puro colore.

Preferisce lavorare sul margine di questa grande ricerca. Raccontandosi attraverso forti colpi di colore su un bianco che, in alcune composizioni, riecheggia il calore di certi bianchi pastosi e stratificati di Utrillo. Nella serie Quattro stagioni (1993-1995), in particolare, Twombly sembra toccare lo zenit della sua arte: e sono variazioni di bianco, grondanti colori, ma anche composizioni di lettere e immagini che hanno il ritmo di variazioni musicali. Schivo, parco di interviste, Cy Twombly vive quasi inosservato dal 1957 in Italia, prima lavorando nello studio di Campo de’ Fiori a Roma, poi a Gaeta, in cerca dei riflessi del Mediterraneo. Intanto le quotazioni dei suoi quadri curiosamente hanno raggiunto cifre da capogiro e c’è stato anche chi ha dato di matto, baciando una sua tela. Per questo gesto durante una visita alla collection Lambert museum di Avignone, l’artista franco-cambogiano Rindy Sam ha rischiato una multa di 2 milioni di dollari. Il collezionista proprietario della tela di Twombly era convinto che quel bacio l’avesse danneggiata.

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