Dopo anni di grandeur dell’arte. Di opere gadget alla Jeff Koons. A Firenze a Miano l’arte riscopre la fragilità e l’interiorità come valore
di Simona Maggiorelli
Un manifesto di leggerezza, un inno alla sensibilità, ma anche un chiaro richiamo all’instabilità, alla debolezza, al trascorrere incessante delle cose che talora resta incompiutezza. E’ la mostra Suspense, sculture sospese allestita fino all’8 maggio nel Centro per l’arte contemporanea EX3 di Firenze. Una collettiva di artisti da ogni parte del mondo che si fa leggere anche come un invito a riflettere sui rischi che corre il pianeta (vedi le fragili sfere-serra a mezz’aria di Saraceno e le delicate tessiture di foglie di Morgan) e come una chiara denuncia delle ferite ancora aperte dei molti territori di guerra sparsi nel globo (ecco il pianeta suturato con il nastro adesivo di Putrih). Ma forse alcune di queste opere propongono qualcosa di più della denuncia della violenza fisica e palese.
Passeggiando fra le reti ricucite di Birken o fra i rami disseccati di Campbell, così come in mezzo agli instabili circuiti domestici costruiti in giunco da Menicagli, si coglie uno sguardo introspettivo, un gioco di metafore sull’interiorità, un tentativo di riflettere sulle proprie interne fragilità e sulle trappole che si possono celare anche in ambienti familiari. Così facendo questa mostra curata da Lorenzo Giusti e da Arabella Natalini (e che riporta Firenze sulle strade internazionali dell’arte contemporanea) ci suggerisce un rimando a un’altra importante iniziativa: al lavoro che su temi analoghi sta svolgendo Chiara Bertola a Milano con la rassegna in progress Terre vulnerabili, della quale il 6 maggio è stata inaugurata una quarta tranche.
Quasi nello stesso torno di ore, fra Milano e Firenze, sembra di assistere a un passaggio di testimone fra due eventi che non hanno tangenze ufficiali ma che curiosamente suggeriscono percorsi intorno alle stesse tematiche. Quasi che comuni fossero le radici della riflessione sulla contemporaneità e il bisogno di segnalare una svolta. Opponendosi alla grandeur di installazioni plurimiliardarie (che in questi giorni campeggiano a Punta della Dogana nel museo veneziano del tycon François Pinault), ma anche al gigantismo spiazzante alla Cattelan e alla ottusità di opere gadget alla Jeff Koons. Passata l’euforia dell’arte che celebra il mercato anche quando sembra criticarlo (Andy Warhol docet) ecco che la strada imboccata dagli artisti delle ultime generazioni appare all’insegna di una ricerca più intima, tormentata e profonda. Più aperta al divenire che alla costruzione granitica di spazi.
Più all’insegna dell’understatement che alla ricerca del sorprendente. La scultura oggi scende dal piedistallo, come sottolineano i curatori di Suspence nei saggi pubblicati nel catalogo Damiani che accompagna la mostra fiorentina. Della ricerca delle avanguardie storiche resta l’interesse per la polimatericità (mutuata da Picasso ma anche da Boccioni) e l’attenzione al movimento (andando oltre Calder) ma nella gran parte dei lavori esposti in EX3 non c’è quel tratto gioioso di apertura al nuovo che connotava questi illustri precedenti. Analogamente a quanto suggerito dalle diafane opere-batufolo create da Löhr, dalle scarpe slacciate fotografate da Ondak, dalle composizioni di palloncini sgonfi di Tayou esposte a Milano, la bussola delle emozioni della mostra fiorentina è orientata sull’inquietudine e su un movimento che non conosce catarsi.
da left avvenimenti



E fu questo rapporto continuo, diffuso, capillare, a lasciare i segni più duraturi nella cultura veneziana, quella popolare delle feste del santo in cui si mettevano tappeti orientali ai terrazzi e quella alta delle tradizione pittorica di maestri come i Bellini che gettarono le basi per quel vibrante colorismo che sarebbe diventato la cifra più propria e conosciuta della pittura veneta. E questo grazie all’impiego di pigmenti tipici delle miniature orientali. Un ampliamento della tavolozza ottenuta con i blu Oltremare, con l’indaco, l’azzurrite, il cinabro, le polveri d’oro e d’argento che arrivavano con le altre merci importate dai mercanti, ma che nei pittori del Quattrocento fu accompagnato anche da un mutamento di stile e di iconografia. Per la prima volta nella pittura italiana cominciarono a comparire immagini di orientali. Nelle tele di Bellini e di Carpaccio, un fiorire di turbanti e abiti di foggia araba. E poi storie di santi, come il celebre San Marco di Tintoretto rappresentato nell’atto di salvare un Saraceno. E se nella pittura rinascimentale furono soprattutto rappresentazioni dell’altro come soggetto battuto e sconfitto, non mancano esempi di altissima levatura artistica che testimoniano di un confronto culturale libero con l’Islam. Basta pensare a quel capolavoro di Giorgione che è la tela intitolata I tre filosofi, in cui, fra un vecchio dalla barba bianca e un ragazzo, spicca la figura di un uomo giovane e dall’aspetto fiero nel quale molti storici dell’arte hanno ravvisato un ritratto del filosofo Averroè.