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L’incanto che viene dal Nord

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 10, 2013

Iceland

Iceland

Non solo giallo. La letteratura dei Paesi scandinavi e del nord Europa ci sta regalando narratori dalla vena originale, polifonica, potente: all’insegna della poesia (Stefánsson), dello humour (Niemi), dell’avventura (Larsoon, L’ultima avventura del pirata Long Jhon Silver) della riflessione filosofica (Noteboom, Lettere a Poseidon), solo per citare alcune fra le voci più interessanti ora in libreria. E accanto ad un impareggiabile narratore di storie finlandesi tragicomiche e fiabesche come Arto Paasillinna ( Sangue caldo, nervi d’acciaio è il suo ultimo titolo) crescono nuovi autori come Audur Ava Olafsdottir, critica d’arte e direttrice dell’University of Iceland’s Art Museum, che si è fatta notare con il delicato e disarmante Rosa Candida, e che ora, sempre con Einaudi, pubblica La donna è un’isola, affresco di vita di due amiche – una traduttrice poliglotta e una pianista incinta di due gemelli – dai temperamenti opposti anche nel rapporto con l’unverso maschile. Con apparente semplicità Olafsdottir tratteggia storie quotidiane nell’Islanda di oggi. Riuscendo però a far risplendere nel dettaglio, ciò che è l’universale. Raccontando l’invisibile dei rapporti umani, senza mai metterli del tutto a nudo.

Una capacità che ritroviamo, mutatis mutandis, anche in Jón Kalman Stefánsson, poeta e romanziere immaginifico e della suggestiva prosa lirica che gli permette di scavare con sensibilità nell’animo umano, nella trama cangiante dei desideri di personggi all’apparenza un po’ folli come il direttore del maglificio in Luce d’estate ed è subito notte (Iperborea) che sogna in latino e s’immerge negli studi di astronomia o come il suo deuteragonista, un avvocato convinto che tutto il mondo si regga sul calcolo, fino a quando scopre che non può contare i pesci del mare, né le sue lacrime.

cover_media Entrambi vivono in un piccolo villaggio, lontano da ogni cosa, dalla città e dal mondo occidentale. «E’ nella gente comune che si nasconde ciò che comune non è: i sogni più grandi e i dolori più profondi. Mi piace raccontare di uomini e donne semplici ma epici», dice Stefánsson a left. «A fine Ottocento in cui è ambientata la trilogia di Paradiso e inferno non c’erano delle vere e proprie classi da noi, c’era chi stava un po’ meglio di altri ma in genere erano tutti molto poveri. Ma amavano leggere. Non era affatto raro che un pescatore leggesse Milton o Shakespeare». Anche in Luce d’estate accade la stessa cosa anche se è ambientato ai giorni nostri. «In questo romanzo le persone lottano per sopravvivere, amano, soffrono, ma al tempo stesso vorrebbero, come l’astronomo, guardare il cielo e occuparsi dei grandi temi dell’universo. Quello che amo raccontare – confessa- è un mondo forse perduto ma, poetico, magnifico, pieno di grandezza umana». E’ questo, in fondo, sembra essere il filo rosso che lega la trilogia di Paradiso e inferno e Luce d’estate. «Non so cosa colleghi questi due mondi, a parte il fatto che sono stati entrambi creati da me- commenta Stefánsson -. Sembra però che in tutti e due ci siano  molte persone che hanno difficoltà a vivere la loro vita, a scoprire ciò che vogliono e verso quale direzione vorranno o dovranno andare. E si potrebbe trovare un nesso tra i personaggi femminili: Elisabet in Luce d’estate e Geirthrudur nella Trilogia sono due caratteri forti, due donne che cercano di ritagliarsi uno spazio in un mondo di uomini. Forse quando l’ho scritto nel 2001, dopo essermi occupato per molto tempo di tematiche più astratte e filosofiche, volevo scoprire cosa fosse la vita, la passione, la morte; e scrivere di quanto fosse difficile, a volte, vivere per un essere umano».

Come alcuni suoi personaggi Stefánsson ha fatto molti lavori diversi- il postino, il bibliotecario, il pescatore e perfino il macellaio- prima di trovare la sua strada. «Tutte queste esperienze sono entrate poi nei miei libri. E’ inevitabile – dice -. Specie quelle fatte durante la mia formazione». Ma fondamentale per la qualità della sua scrittura sembra essere stata soprattutto la sua esperienza di poeta. «Ho pubblicato tre raccolte di poesia anni fa e ancora penso come un poeta ma, – ammette Stefánsson – oggi non riuscirei più a scrivere in versi, non credo che fosse il genere a me più congeniale. Ma amo la poesia, è forse la forma più profonda d’espressione: porta una nuova e diversa complessità di senso, commuove e destabilizza il lettore, lo colpisce nel profondo forse più di ogni altra forma artistica, insieme alla musica. La letteratura è sempre stata importante in Islanda, e alla base della nostra stessa idea di nazione . Il nostro è un paese così piccolo e isolato che ha sempre fondato la propria identità sulla nostra lingua. In Islanda la letteratura può e deve fare quel che ha sempre fatto: farti capire che non sei solo e spingerti a farti domandar per capire chi veramente siamo».

a-piena Non senza però quell’ingrediente che si trova in molta letteratura nordica, ovvero l’umorismo. Che in Stefánsson vira al grottesco. «Luce d’estate in certo senso rappresenta la mia lotta contro il materialismo estremo che soffoca le nostre menti. Se il diavolo esiste – dice ridendo – è un maestro di marketing. E uno dei modi per combattere l’avidità dell’uomo è certamente l’umorismo».

E uno humour verace e imprevisto alimenta la prosa di Mikael Niemi, autore di Musica rock da Vittula, dicui Iperborea ha da poco pubblicato anche il suo nuovo La piena. Un romanzo pieno di tensione, cinematografico, che fa emergere la vera natura umana dei personaggi, catapultandoli crudelmente in una situazione di catastrofe naturale. Per molti di loro un orizzonte tragico di «death by water» come nella migliore tradizione shakespeariana, mentre l’acqua assurge ad elemento simbolico dominante insieme a un paesaggio selvaggio potente che sovrasta l’uomo. «Nel nord della Svezia dove sono nato e vivo, il clima è estremamente rigido e la vita è molto dura. Da noi l’umorismo è uno strumento essenziale di sopravvivenza», racconta Niemi a left. «Senza sarebbe impossibile vivere. Ma è un’umorismo a volte nasconto, sotterraneo che, per esempio, gli svedesi del Sud giudicano ruvido o incomprensibile». Al nostro sguardo quello di Niemi è un umorismo tagliante, è la lama con cui disegna magistralmente alcuni suoi personaggi. Che paiono vivere e parlare a ritmo di musica. «La musica e il ritmo per me sono fondamentali – sottolinea Niemi – non solo nella costruzione delle frasi, che qui hanno beat quasi da musica rap, ma anche la strutturazione dei capitoli pensati come una partitura». Ma  per quanto i personaggi si diano da fare, accelerando sul ritmo, sullo sfondo resta protagonista assoluta una natura possente e ingovernabile. Una natura bellissima anche nei suoi aspetti più pericolosi e in cui panteisticamente i personaggi di Neimi, talora, sembrano specchiarsi. «Bisognava navigare nell’odio, nella fenditura del ghiccio», dirà a se stesso uno dei protagonisti di fronte alla moglie presente fisicamente ma che sembra non avere alcun rapporto con lui.  (Simona Maggiorelli e Cristina Rendina)

dal settimanale left-Avvenimenti

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