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Generazione anti Putin

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 22, 2012

Ex agente dei corpi speciali anti terrorismo in Cecenia e oggi scrittore e giornalista pluripremiato. Tanto che anche l’americano Newswweek gli ha dedicato un ampio ritratto. Nell’avvicinarsi delle elezioni russe lo scrittore Zachar Prilepin fotografa lo scenario russo, fra rivolte giobanili e rigurgiti nazionalisti

di Simona Maggiorelli

Proteste anti Putin

Originario della piccolo villaggio di Ilinka nella regione di Rjazan,con un passato da pugile e da militare dei corpi speciali russi, Zachar Prilepin è approdato al giornalismo e alla letteratura dopo aver sperimentato la ferocia delle campagne “anti terrorismo” di Putin a Groznyj. Classe 1975, giovanissimo, ha combattuto in Cecenia per ben due volte, nel 1996 e nel 1999. Sperimentando da vicino la tensione, la paura, la disperazione di dover uccidere per non morire, in quel corto circuito di panico e adrenalina che manda in pappa il cervello del protagonista nel romanzo Patologie (Voland): «“Io ho ammazzato un uomo”, penso stancamente e non so come continuare il pensiero», dice il soldato Egor Taševskij, andando incontro a una paralisi totale. Come il suo autore, Egor è un militare dei corpi speciali russi, gli Omon. All’inizio del romanzo lo  vediamo scherzare e giocare a carte, con i commilitoni  mentre volano in elicottero verso Groznyj. Quasi fosse un gioco da ragazzi. Fra risate nervose e battute goliardiche per coprire l’insicurezza.  Poi, d’un colpo, Zachar Prilepin ci fa precipitare nel gorgo delle ossessioni di Egor che corrodono anche i suoi rapporti con la ragazza, mostrandoci quel vuoto interiore che la guerra ha fatto diventare una voragine .
«Io non ho ucciso nessuno e non ho nemmeno un centesimo delle ossessioni di Egor», mette le mani avanti Prilepin. «Ma mi premeva dire che patologia non è solo la guerra fuori di noi, ma ancora prima lo è percepire l’altro come nemico, fino a non vederlo più come essere umano».

Zachar Prilepin

Uscito nel 2005 in Russia con il titolo Patologii (e pubblicato in Italia da Voland due anni fa) il romanzo è esploso come caso letterario. Anche per la scrittura icastica, incisiva e spiazzante di Prilepin, che ne fa un caso a parte nella nuova letteratura russa in cui il filone della scrittura- verità sulla guerra contro l’indipendenza cecena conta già vari esempi. A cominciare da Nicolai Lilin, autore della trilogia Il respiro del buio, Caduta libera e Educazione siberiana (Einaudi). Diversamente da Lilin, Prilepin non punta sulla scrittura di genere, sul thriller, dai nervi scoperti,  ma su una prosa ricca e polifonica e su storie che in filigrana lasciano intravedere complessi spaccati socio-politici. Così, dopo Patologie, nel suo nuovo romanzo San’kja  (Voland) traccia un dirompente affresco di una società russa,  stretta nella morsa di poteri forti e corruzione.

In primo piano le recenti proteste anti Putin, che convogliano  nelle piazze di Mosca istanze diverse e spesso contraddittorie: dai movimenti di sinistra ai nostalgici del comunismo, dal ribellismo anarcoide a rigurgiti nazionalisti, che,  racconta Prilepin,  nel vuoto  lasciato dall’ideologia sovietica stanno sempre più prendendo piede: «Da quando era diventato un uomo, dall’età di leva, tutto gli era diventato chiaro» scrive Prilepin in San’kja mostrando la mentalità di uno dei leader delle manifestazioni. «Questioni insolubili non ne sorgevano più. Dio c’è. Senza padre si sta male. La madre è buona e cara. La Patria è una sola…».
Eccoci dunque nel ventre molle delle proteste russe di oggi che Prilepin conosce direttamente come giornalista della Novaja Gazeta, (il giornale per il quale lavorava anche Anna Politkovskaja) ma anche come attivista della coalizione politica Drugaja Rossija, l’Altra Russia.
«La Russia degli anni Ottanta, in cui la mia generazione è cresciuta, ha visto un’imposizione quasi assoluta dei valori liberali» ricorda Prilepin. «E la censura liberale è stata altrettanto aggressiva e intollerante  di quella sovietica. Gli scrittori di “sinistra” per molti anni non hanno avuto accesso alla tv e ai  maggiori media. A mia volta, quando all’inizio degli anni 2000 (anni zero come li chiama Prilepin ndr) cercai di pubblicare qualcosa, le testate letterarie più importanti mi rifiutarono proprio per motivi politici. Allora tutti erano convinti che i letterati di “sinistra” fossero  marginali e mascalzoni». Ora però le cose sono cambiate e Zachar Prilepin, vincitore del Super National Bestseller Price per il romanzo Grech e del Premio scrittore dell’anno è fra gli autori giovani più seguiti e  apprezzati in Russia.

«Stranamente, la cose cominciarono a cambiare sette o sei anni fa» racconta lui stesso. «Quando divenne chiaro che della nuova generazione di scrittori russi praticamente nessuno professava idee liberal-borghesi. O hanno valori di sinistra o conservatori. Questo è stato uno shock per la società liberale! Avevano cercato di sradicare tutto ciò che rimaneva della mentalità sovietica e d’un tratto hanno scoperto di non avere “figli” dal punto di vista letterario».
Ma d’altro canto anche gli scrittori della rivoluzione, da Majakovskij a Esenin, non sembrano rappresentare uno stimolo per i nuovi narratori russi, perlopiù impegnati a “fotografare” la violenza e il nihilismo dell’attuale deriva russa. «Per la generazione letteraria attuale la rivoluzione russa di cui parlate voi in Occidente è un mistero, quasi un atto religioso» commenta Prilepin. «Io riconosco che la rivoluzione ebbe varie conseguenze, anche devastanti – dice lo scrittore – Ma non è stata una tappa casuale nella storia dell’umanità. Scendi, sorgi a noi, cavallo rosso, aggiogati nelle stanghe della Terra, scriveva Sergej Esenin allora, E porta il globo terrestre a un’altra strada! Tutti speravano in un rinnovamento globale, universale. La rivoluzione lo portò solo parzialmente. Tuttavia l’importanza e la scala dell’evento fu comunque vastissima. Quello che avvenne in Russia nel 1991 fu  assai meno significativo e non ebbe ripercussioni sulla cultura. Perché non si può ingannare la cultura! Che accoglie solo quello che può diventare mito ed epos. La rivoluzione del 1917 è un mito, mentre il 1991 è una disgustosa e misera  faccenda politica.
E oggi cosa sta  accadendo in Russia?
Il Paese è nel degrado. La Russia ha subito tracolli sociali e politici; metà della popolazione è andata incontro a fallimenti; sono state distrutte migliaia di imprese. In cambio volevamo ottenere almeno la libertà. Ma ora è chiaro che il potere è nelle mani di un gruppo di persone corrotte che fanno sì  che  non ci sia nessun ricambio politico. Usano il potere per arricchirsi. Hanno “esportato” miliardi di dollari all’estero. I figli delle élite non studiano in Russia, le persone più vicine a Putin non hanno neanche la cittadinanza russa. Un esempio: Timčenko che gestisce quasi la metà del petrolio russo, è cittadino finlandese e non si capisce perché paghi le tasse in Svizzera. È il regno dell’assurdo.
Perché si è schierato con Drugaja Rossija, l’Altra Russia, non esente da nazionalismo?
Perché fra i movimenti all’opposizione  è il più coerente. E non è liberal-borghese. Un poeta geniale come Blok scrisse: «Sono un artista quindi non sono liberale». Il liberalismo è troppo razionale. Le intuizioni appartengono alla sfera dell’irrazionale.
Cosa resta nella memoria di Anna Politkovskaja uccisa nel 2006 per le sue inchieste in Cecenia, scomode al regime di Putin?
Ahimé viene ricordata molto più da voi che in Russia. Per me Politkovskaja è stata un esempio geniale di come una donna esile possa essere più coraggiosa di centinaia di uomini. Lei è stata un eroe indifeso, molto intelligente, molto semplice, assolutamente priva di qualsiasi paternalismo. L’eredità più importante che ci ha lasciato è il suo esempio: il coraggio di una persona che non scende a compromessi anche quando si trova da  sola contro uno Stato implacabile, spietato.
La sua scrittura è ruvida e in presa diretta con la realtà. Ma anche piena di echi letterari. Riconosce dei “maestri”?
Amo gli autori del dopo Rivoluzione come Šolochov, Leonov, Gazdanov, Babel’. In questa letteratura ci sono molti colori, era molto passionale. Parlando delle due linee di classici russi – Tolstoj e Dostoevskij – sono più vicino a Tolstoj. I personaggi di Dostoevskij parlano troppo, come se volessero tirar fuori tutta l’anima russa. In realtà i russi sono molto più taciturni. Si parla così tanto solo nei libri di Dostoevskij.
Perché la nuova onda letteraria russa ha iniziato solo da poco a farsi conoscere fuori dai confini ?
Paradossalmente il lettore all’estero ha un’immagine strana della letteratura russa, come se quella classica appartenesse a un’altra Russia che non ha quasi nessun legame con quella odierna. La Russia di oggi, per quanto fragorosa, per l’Occidente è sempre una periferia, molto lontana, oscura, poco civilizzata, perennemente sull’orlo della dittatura e del degrado. L’ultimo risveglio dell’interesse per noi fu legato al crollo dell’Urss. La resa dei conti con il potere sovietico diventò allora il pane quotidiano della letteratura russa. In quegli anni in  Occidente era di moda un piatto  ultra piccante, noto come “Autoflagellazione russa” o “Brutte notizie dalla Russia”. Ma il crollo dell’Urss non può fare notizia all’infinito. E da voi si è tornati a pensare che, in questa Russia fredda non succede niente di interessante, tranne la sostituzione di un ubriaco Eltsin con un Putin troppo lucido. Ma anche se solo pochi di voi se ne sono accorti la letteratura russa oggi vive un periodo eccezionale. Le opere classiche si scrivono nel tempo reale. Se il lettore occidentale accoglierà questa letteratura russa resta una questione aperta. Ma un fatto resta chiaro: questa letteratura esiste già.

da left-avvenimenti

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Quella nonna pazza chiamata Urss

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 22, 2012

Il suo libro, Seppellitemi dietro il battiscopa è  un caso editoriale in Russia ed è uno dei maggiori long seller degli ultimi dieci  anni. Lo scrittore  Pavel Sanaev ne racconta la genesi al settimanale left

di Simona Maggiorelli

pavel sanaev

Dostoevskij, ma anche Balzac, per quanto riguarda la sostanza drammatica. E un autore poco letto in Russia come Jerome K. Jerome, da cui  Pavel Sanaev ha preso l’ispirazione per una sua originale forma di umorismo («un modo divertente di trattare le profondità dell’animo umano» dice lui stesso). Si possono, a buon diritto, scomodare  tutti questi bei nomi del Pantheon letterario per far capire di che pasta sia fatta la prosa di Seppellitemi dietro il battiscopa (Nottetempo), libro d’esordio di uno sceneggiatore appena quarantenne e che in Russia è esploso come un vero e proprio caso editoriale. Il romanzo, dalla chiave visionaria, è costruito intorno al rapporto claustrofobico fra una nonna iperprotettiva e un bambino di nove anni costretto dalla “amabile” Nina a bere di continuo tisane, a indossare una calzamaglia di lana ruvida in ogni stagione senza avere il diritto di sudare. Saša non può salire sulle giostre e non può fare tutto ciò che fanno i ragazzi della sua età. In breve, «è destinato a marcire prima dei sedici anni», grazie all’adorabile babuska.

E Sanaev è bravissimo a farci precipitare in questo ansiogeno mondo dominato dall’ombra castrante della nonnina. La tentazione è allora subito quella di chiedere allo scrittore   se l’immagine della nonna pazza non abbia qualcosa a che vedere con l’ideologia che dominava L’Unione sovietica. «A ben guardare esistono migliaia  di Nina al mondo  oggi e non solo in Russia – risponde “sibillino” -. Penso che molte famiglie nel mondo abbiano una loro Nina. A volte è la madre, a volte il padre. Questa nonna è un personaggio vivente, una metafora e può avere molti significati». E quando poi gli si chiede se si aspettava che il libro avesse così tanto successo, Sanaev rompe un altro cliché, quello cattolico della modestia che spetterebbe a ogni scrittore: «Sì contavo in una risposta forte. Sentivo di aver scritto un bel libro – dice – e sono rimasto sorpreso che non abbia avuto riscontri quando l’ho proposto alle case editrici. Per nove anni ha vissuto solo sulle pagine della rivista Ottobre. Ma gli editor nel 1996 non erano interessati a pubblicarlo. C’è una teoria secondo la quale negli anni Novanta in Russia c’era un pubblico molto ristretto. All’epoca il Paese attraversava una crisi terribile e le persone intelligenti non leggevano: erano troppo impegnate a cercare un modo per sopravvivere. Di fatto industriali e vigilantes, che avevano un sacco di tempo libero, erano gli unici lettori. E leggevano ciò che  piaceva loro: detective stories e romanzi su chi vive in prigione. Dopo il Duemila – prosegue Sanaev-  la situazione in Russia si è stabilizzata ed è iniziata la domanda di un altro tipo di letteratura. Così il mio romanzo è stato finalmente pubblicato ed è diventato popolare. Perché? Perché è molto divertente e insieme drammatico. E parla della vita vera. E’ stato un best seller per più di sette anni. Penso che sia una buon risarcimento per tutti gli anni in cui è rimasto nell’ombra».
Nel frattempo insieme a lei è cresciuta molto la nuova scena letteraria russa. Quali sono, a suo avviso,  i nomi nuovi più interessanti?
In Russia ci sono molti autori giovani di buon livello. Prilepin, Glukhovsky, Pelevin, per esempio. Ma direi che Sergey Minaev ha scritto uno dei migliori libri in circolazione sulla Russia contemporanea. Quando mi sono messo a leggerlo in una caffetteria mi sono scordato anche che dovevo spostare la macchina .
La forza cinematografica della narrazione nel suo libro è evidente, quanto ha contato la sua esperienza di sceneggiatore?
E’ accaduto, in realtà, il contrario. Prima ho scritto il romanzo poi ho cominciato a fare film. C’è una spiegazione semplice: Non si possono scrivere tanti libri del genere. Su una vicenda così intima e personale, nutrita di esperienze della mia infanzia. Ho subito capito che mi ci sarebbe voluto molto tempo prima di riuscire a raccogliere sufficiente materiale per scrivere un altro libro di quel livello. Così mi sono messo a fare film d’avventura, d’amore, thriller… Penso che uno scrittore non debba scrivere se non ha nulla di importante da dire. Perciò solo ora mi sono messo a scrivere un secondo libro. Parla di ragazzi degli anni Settanta. La storia comincia nell’agosto del 1989, due anni prima del collasso dell’Urss. E arriva fino ai nostri giorni.
Quei ragazzi ora sono liberi dal comunismo. Che problemi devono affrontare?
I problemi maggiori riguardano la mancanza di mobilità sociale, la distruzione della scuola e della cultura, l’assenza di possibilità di lavoro creativo. L’Urss ha molte colpe ma almeno era all’avanguardia nella scienza e nella tecnologia. La Russia non è più creativa, vive perlopiù vendendo gas e petrolio. Ma quale ricaduta sociale ha tutto questo? In questo settore lavorano 15-20 milioni di persone, compreso l’indotto finanziario. Ma noi siamo 140 milioni di abitanti. Ci sono possibilità di realizzarsi per 120milioni di persone?

da left-avvenimenti del 13-19 maggio 2011

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