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Voci d’Oriente. Kyung-Sook Shin e la nuova letteratura coreana

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 16, 2014

Kyung-Sook Shin

Kyung-Sook Shin

Una folla si accalca sul binario. E una coppia di anziani si affretta per paura di perdere il treno, camminando vicini. Ma a un certo punto lei resta indietro e sparisce alla vista del marito. Che non riuscirà più a trovarla. Da questa “sparizione” prende avvio il romanzo Prenditi cura di lei di Kyung-Sook Shin, best seller in Corea del Sud e tradotto in diciannove lingue (in Italia è stato pubblicato da Neri Pozza).

Da questo fatto all’apparenza banale si dipana la trama complessa di rapporti fra i personaggi, che dà spessore al romanzo. Figli, parenti, vicini. Tutti si ritrovano a parlare di lei, quando non c’è più. Pensavano di conoscerla bene ma, d’un tratto, si accorgono di sapere poco e niente di lei al di là del suo noto integerrimo comportamento. Come se il ruolo di madre per anni e anni avesse coperto e cancellato la vera personalità della donna. Così quello che sembrava un banale incidente si fa metafora complessa e sfaccettata: da un lato Kyung-Sook Shin sembra voler denunciare l’annullamento della donna che tradizionalmente in Corea spariva dalla scena pubblica per dedicarsi con totale abnegazione alla vita domestica, dall’altro lato, però, sembra registrare con nostalgia la perdita del sistema di valori della Corea rurale che trovava nei rapporti familiari il suo ancoraggio. Nella corsa verso la modernizzazione capitalista il Paese è cambiato drasticamente e in tempi rapidissimi, racconta lo studioso Maurizio Riotto, docente dell’Orientale di Napoli e curatore, con Antonetta L. Bruno, de La letteratura coreana appena pubblicata da L’Asino d’oro edizioni.

«Nella società coreana gli anziani hanno sempre avuto un posto di riguardo e sono sempre stati trattati con grande rispetto, faceva parte della tradizione», sottolinea lo studioso. «Ma oggi le nuove generazioni non hanno più tempo per stare con i genitori anziani e molti di loro si trovano a vivere soli e, non di rado, in stato di indigenza. La competizione per emergere è feroce nella Corea del Sud, seconda nazione al mondo, dopo la Lituania, per tasso di suicidi». Progresso economico, crescita esorbitante di metropoli come Seul, ma anche feroce darwinismo sociale, un Paese contrassegnato da laceranti contraddizioni. Così appare oggi la Corea del Sud raccontata da una nuova generazione di scrittori, che si sta facendo conoscere anche fuori confine. «Abbiamo molte risorse naturali. Tanti coreani vanno al college e poi riescono a ottenere un buon lavoro, ma la competizione fra i giovani è massima e lo stress raggiunge livelli di guardia», racconta la cinquantenne Kyung-Sook Shin, alla quale abbiamo rivolto alcune domande prima del suo arrivo a Roma per partecipare al festival Libri Come (in programma fino al 16 marzo all’Auditorium) e ad una tavola rotonda in suo onore ( il 17 marzo)  alla Biblioteca di studi orientali .

«Nel romanzo che ho da poco terminato racconto di un uomo che diventa improvvisamente cieco – dice la scrittrice – e in Prenditi cura di lei ho scritto del prezzo che le donne hanno pagato per la crescita economica del Paese. Nel libro la madre che sparisce in qualche modo simboleggia la perdita degli affetti, di relazioni umane calde, attente alla vita dell’altro che registriamo nelle grandi città. Ma bisogna anche riconoscere che la Corea del Sud ha saputo affrontare importanti cambiamenti. Se oggi è uno Stato democratico lo deve all’impegno delle giovani generazioni», sottolinea Kyung-Sook Shin. Poi commentando i dati Ocse che indicano gli studenti coreani fra i più stressati al mondo, approfondisce: «La pressione, la spinta a primeggiare sugli altri, domina la nostra scuola, ma i giovani hanno energia e possono migliorare la nostra società anche sotto questo aspetto». Della voglia di cambiamento dei giovani coreani Kyung-Sook Shin parla nel suo recente romanzo Io ci sarò, uscito in Italia per Sellerio. « In quel libro racconto rapporti di amicizia e amori fra giovanissimi. È ambientato negli anni Ottanta, un periodo molto tumultuoso in cui i ragazzi non esitavano a scendere in piazza lottando per i diritti di tutti. All’epoca molti giovani furono feriti, imprigionati, torturati».

Come il precedente romanzo, anche questo contiene elementi autobiografici? «Avevo vent’anni e come molti della mia generazione ho partecipato alle lotte per la democrazia. Sì – ammette Kyung-Sook Shin – credo che i protagonisti di Io ci sarò rispecchino molto come ero allora». Contrassegnati dal massacro di Kwangju, gli anni Ottanta «furono cruciali per il passaggio della Corea del Sud dalla dittatura militare a un sistema più libero», commenta Maurizio Riotto, autore della storia della Corea (Bompiani) ma anche primo studioso straniero a pubblicare una storia della letteratura coreana nel 1996 (con la casa editrice Novecento). «Quegli anni fanno registrare, accanto a nomi già affermati, l’esordio di molti scrittori della generazione postbellica, protagonisti di lotte per la libertà». E negli anni Novanta poi il forte ingresso delle donne in letteratura. Molte di loro contrappongono l’esplorazione del mondo interiore e dell’universo degli affetti alla velocità consumistica. Riuscendo a farsi largo nel vivace mercato editoriale (in Corea, nonostante il boom tecnologico e di internet, i libri di carta vendono migliaia di copie, talora anche milioni come nel caso di Kyung-Sook Shin.

«Le scrittrici e le poetesse coreane sono eredi di un passato in cui non solo gli uomini scrivevano – chiarisce Riotto -. Pur essendo una società maschilista, quella coreana ha visto sempre le donne cimentarsi, spesso con grande successo, nel campo delle lettere». Accanto alla letteratura, negli ultimi anni è cresciuto il cinema (come racconta il Korea film festival di Firenze dal 21 marzo), ma anche il teatro popolare e la produzione poetica.«La Corea da sempre pensa se stessa come il Paese dei poeti. La poesia è un genere largamente diffuso e in molti si cimentano nello scrivere versi, anche se la qualità – ammette Riotto – non di rado scarseggia». E mentre la Corea del Sud da anni attende un Nobel per la Poesia, a causa delle difficoltà di traduzione, la lirica coreana circola poco all’estero. Non così la narrativa, come dicevamo, e se autori noti anche da noi come Yi Munyol sono rimasti negli ultimi anni più in ombra, anche grazie al lavoro di scouting di case editrici come O barra O e Metropoli d’Asia emergono nel frattempo autori più di tendenza, come il caustico Kim Young-ha, del quale proprio Metropoli d’Asia ha appena pubblicato il provocatorio Ho il diritto di distruggermi. Un libro – ha confessato l’autore al suo editore -che non immaginava potesse uscire in Italia. « Nel Paese del Vaticano – ha detto Kim Young-ha – pensavo che il mio nome fosse off limits». (Simona Maggiorelli)

dal settimanale left-avvenimenti

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