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Fontana, lo scultore

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 28, 2008

A Genova un’antologica racconta la coerenza della ricerca dell’artista italo-argentino di Simona Maggiorelli

Il grande arabesco di luce della Triennale di Milano del 1951 accoglie il visitatore all’ingresso. Ma subito si precipita nel buio di pece di “concetti spaziali” ribollenti di riflessi. Per approdare poi ai fuochi di artificio di un rosa acceso, crivellato di buchi; un rosa impossibile da trovare in natura. Nelle prime stanze dell’appartamento del doge in Palazzo Ducale a Genova opposti mondi di colore introducono all’universo prismatico dell’arte di Lucio Fontana. Poi è la volta dell’oro caldo, materico e barocco, della stanza delle “Venezie” e del rosso vivo, pulsante, delle “Attese”, percorse dal dinamismo di tagli che cambiano al mutare del nostro sguardo e a seconda dell’incidenza della luce sulle zone d’ombra che si aprono all’interno della tela, là dove è stata lacerata dai fendenti ritmici e precisi dell’artista. Fino a che il respiro si blocca in una sala di un bianco “metafisico” inviolato. Al centro, la celebre tela ovale intitolata La fine di Dio, che Fontana realizzò nel 1963. Ogni sala, una scelta monocroma. Sono il colore e la luce, come questa mostra genovese dichiara fin dal titolo a scandire il percorso di questa antologica di Lucio Fontana (aperta fino al 15 febbraio, catalogo Skira, Lucio Fontana, luce e colore). Non una più prevedibile sequenza cronologica. Una buona parte delle 130 opere raccolte dai curatori Sergio Casoli e Elena Geuna in collaborazione con la Fondazione Lucio Fontana provengono da collezioni private, ma non è solo la rarità della loro esposizione al pubblico a rendere particolarmente interessante questa retrospettiva. In anni recenti e (finalmente) di grande fortuna critica dell’artista italo-argentino sono tantissimi gli eventi a lui dedicati. fontana_Più volte ce ne siamo occupati anche in queste pagine. Dalla grande mostra al Centre Pompidou a quella dell’estate scorsa a Londra, è stato l’aspetto eclettico, imprevedibile, dissacrante, iconoclasta dell’arte di Fontana a essere portato in primo piano. Certo, i buchi di Fontana che fecero scandalo alla Biennale di Venezia del 1950 superavano in modo rivoluzionario e dirompente la bidimensionalità del quadro, sussumendo lo spazio reale in quello artistico. Mentre i successivi ambienti spaziali sembravano alludere a una tridimensionalità che non è soltanto fisica, ma anche interiore. Ma dalle prime sculture degli anni 30 ai buchi, ai tagli, alle ceramiche, fino alle originali riletture del mito dell’opera totale negli ambienti spaziali degli ultimi anni, un medesimo e rigorosissimo filo di ricerca sembra percorrere le intuizioni e le invenzioni di Fontana. La ricerca sulla luce e sul colore sono il filo rosso, come ci racconta la mostra genovese. Ma non solo. Fontana nasce scultore e, come suggerisce Enrico Crispolti nel libro Lucio Fontana, scultore (Electa), forse fu sempre e “soltanto” scultore. Nella ricerca di una nuova spazialità, che non si esplica meramente nella realtà materiale, ma presuppone uno spazio interiore da parte dell’artista, una sua fantasia interna e più profonda che non lo porta a scolpire solo degli oggetti.

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