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Ada, voce di donna

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 15, 2012

Il 16 aprile all’Auditorium di Roma, Ada Montellanico presenta il suo nuovo disco Suono di donna. Un’originale viaggio nell’intrigante mondo della composizione al femminile. In dialogo vivo con Giovanni Falzone

di Simona Maggiorelli

Afa Montellanico

Le conoscevamo tutte, ma non le avevamo mai viste in questa luce. Da Joni Mitchell ad Abbey Lincoln, da Ani Di Franco a Carol King. La cantante e compositrice Ada Montellanico nel nuovo album ce le fa incontrare di nuovo, ricreandone i brani più famosi, regalando loro un diverso spessore con la sua straordinaria voce. In Suono di donna, il nuovo cd Egea che la cantante romana presenta il 16 aprile all’Auditorium di Roma, c’è spazio per la cantante Carmen Consoli, come per Bjork. Mondi musicali diversissimi. A far da filo rosso la ricerca che Ada Montellanico sta sviluppando in modo originale da anni intorno alla composizione al femminile. « Non ascolto solo jazz – racconta lei stessa – e quando ho pensato a questo progetto sono andata a cercarmi quelle personalità che per me rappresentavano qualcosa, per l’originalità della loro proposta musicale, ma anche per il modo con cui l’hanno sviluppata. Oltre che grandi interpreti e compositrici queste sono donne che hanno portato avanti un certo impegno culturale, che in qualche caso sono diventate anche produttrici per poter fare musica in autonomia, in modo integro, coerente. Sono donne che hanno deciso di ribellarsi a ogni conformismo». In tempi in cui non doveva essere certo facile, se pensiamo per esempio a decane come Abbey Lincoln scomparsa lo scorso anno a 80 anni. «Lei si è spesa molto anche in importanti battaglie per i diritti civili. Ma potremmo parlare anche di Carla Bley compositrice e direttrice conduttrice di orchestra per eccellenza nel jazz, classe 1938. Oppure di Maria Schneider che, sento molto vicina, anche per il suo modo particolarmente femminile. Ciascuna di queste donne ha creato uno stile alternativo, modernissimo».

Nel disco tu passi dal canto allo scat, con grande naturalezza e sprezzatura. Sperimentando a tutto raggio la tua espressività vocale. In un intenso dialogo fra voce e tromba con Giovanni Falzone. Come è nata questa collaborazione?

Ci siamo incontrati anni fa e per quanto lui viva a Milano e io a Roma, nel tempo abbiamo mantenuto un contatto stretto, scambiandoci dischi, scrivendoci, appassionandoci ai progetti dell’altro. Apparentemente siamo su due mondi opposti. Lui ha una formazione classica e si muove sul versante della musica contemporanea e d’avanguardia. Io sono più legata alla narrazione e alla melodia. Eppure quando mi è nata l’idea di questo disco ho pensato che lui fosse la persona giusta, non solo come ospite, ma anche come arrangiatore.

Una dialettica fra il timbro molto “maschile” della sua tromba e la tua voce così femminile, innerva e caratterizza tutto l’album, in cui compare anche un brano composto da voi due insieme.

Mi fa piacere che si percepisca questa dialettica. Devo dire che in alcuni punti la sua presenza mi ha spinta a cercare strade nuove “costringendomi” a tirare fuori una mia parte che forse era un po’ nascosta. Per me è sempre stata importante la ricerca sul canto come narrazione. Mi interessa un certo modo di mettere insieme suono e parola. Mi piace esplorare i toni bassi della mia voce, come se andassi a pescarli nel profondo. Giovanni ha creato questa possibilità che mi ha permesso di viaggiare dalla canzone in italiano per arrivare allo scat di cui necessitavano brani di Carla  e di Maria Schneider che non avevano parole.

Molto vitale è anche la presenza dell’ensemble in questo tuo nuovo lavoro. In tempi di crisi in pochi osano formazioni ampie.

Lo so, in tempi di crisi, vanno soprattutto i duetti, le formazioni ridotte. Per ragioni economiche. Ma io ho voluto osare. Sono tutti musicisti giovanissimi e di grande talento. Nell’album ci sono molti special orchestrali, mi piace modulare l’improvvisazione. Creare delle microstrutture dove o si lavora all’unisono o in contrappunto. La mia voce così diventa uno degli strumenti.

Nel disco due brani portano la tua firma. Sono molto rare le donne che si cimentano con la composizione. Come sono nati?

In realtà ho iniziato a comporre quando ho cominciato a sentire che le composizioni di altri mi andavano strette e volevo provare a dire certe cose a modo mio. Ma al tempo stesso non la ritengo questa una scelta obbligata, prioritaria. Interprete o compositrice per me va bene ugualmente, vorrei sentirmi libera di scegliere l’una strada o l’altra a seconda dell’esigenza espressiva. Certo è che la composizione e l’orchestrazione comportano uno studio della musica a un livello diverso. Ma è anche vero che in questo ambito noi donne facciamo fatica a trovare la nostra strada, una nostra dimensione femminile. Nel passare alla scrittura c’è sempre il rischio di un raffreddamento, di cadere nell’astrazione.

Trovare una “propria voce” non è sempre facile per una artista?

È difficile perché bisogna scavare in profondità, trovare una voce interna, profonda. La particolarità della voce poi è che è legata al corpo. È come se nella vocalità si realizzasse una fusione fra corpo e psiche. Esplorare nuove strade mi piace e questo riguarda anche la composizione, ma senza perdere il proprio essere donna. Alcune donne, compositrici e direttrici di orchestra tendono a imitare un modello maschile e allora l’operazione non riesce.

da left-avvenimenti

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Enrico Pieranunzi, eclettismo sulla pelle

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 15, 2009

di Simona Maggiorelli

Klimt, Il bacio 1907

Klimt, Il bacio 1907

Tra originali “incursioni” nella musica classica, progetti di ricerca e di scrittura e un suo trio stabile, praticamente in ogni capitale del jazz, Enrico Pieranunzi ha trovato anche modo di tornare sulle strade del Nord Europa, per registrare Oslo un disco nato dalla collaborazione con il bassista norvegese Terje Gewelt. Un cd registrato nell’agosto 2008 negli studi dell’etichetta norvegese Resonant music che lo produce e che, con l’aggiunta della batteria di Anders Kjellberg, rinnova l’esperienza del primo incontro fra il maestro romano e l’allora trentenne Gewelt. «Tutto è cominciato nel 1990 quando andai per la prima volta in Norvegia- ricorda Pieranunzi -. Dopo alcuni passaggi in radio andai a suonare in un club per conoscere un po’ i musicisti locali. Gewelt racconta ancora di essere rimasto «scioccato» dal mio modo di suonare, così diverso dal loro. Quando ci siamo rivisti di recente è nato questo cd che è anche un curioso incontro fra Nord e Sud.
La sensazione, ascoltando il cd, è di una particolarissima sintonia fra voi.
Gewelt ha un bel suono ed è un basso da Trio con molta capacità di interagire con gli altri. Ma anche il  batterista è molto bravo.
I pezzi sono in parte suoi, in parte di Gewelt?
Lui ha scritto dei brani e ha chiesto anche a me di contribuire.  “Suspension Points” e “World of wonders” portano la mia firma.
Ma c’è anche una intensa suite, totalmente libera e improvvisata.
Amo l’improvvisazione integrale. E’ come creare in tre una breve pièce teatrale. Uno butta là una frase, un accordo, un motivo. Un altro lo riprende e lo sviluppa.  È liberatorio. Se suoni dei pezzi devi passare attraverso la mediazione dello spartito, che può essere frenante in situazioni così.  Nell’improvvisazione c’è un rapporto diretto fra il corpo e il sentire interno. Ti relazioni con la figurazione che l’altro lancia, la riprendi liberamente. Ti lasci andare all’altro,  con fantasia.
Dalla Norvegia ci aspetteremmo una musica un po’ cerebrale, molto fredda. Jazzisti come Jan Garbarek, invece, ce ne hanno fatto conoscere anche un lato  poetico.
Il jazz è una musica universale, ma all’interno ha molte differenze di colore e di calore. Vado spesso al festival di Copenhagen e i musicisti di là, ho notato, trovano me e altri musicisti italiani calorosissimi. Ma anche all’interno dei paesi scandinavi non tutto è  uguale. I norvegesi, per esempio, hanno una cifra più estatica. Hanno un rapporto speciale con la natura, con i boschi, con il mare, che è molto più duro del nostro. Il loro è una sorta di misticismo pagano.
Una cifra che si ritrova anche nella letteratura norvegese…
Sì, c’è una sensibilità forte, ma talora anche una certa deriva misticheggiante. Penso per esempio a un disco di Garbarek come Officium (Ecm). Anche se probabilmente fu il produttore Manfred Eicher a spingere in quella direzione. Lo ha fatto anche Keith Jarrett.
Come se il musicista dovesse avere un’ aura?
Come se, oltre che a un tono meditativo, il musicista in questi Paesi dovesse avere un ruolo da officiante. Una cosa che piace ai borghesi. Capita poi che qualche musicista ci creda davvero a questo ruolo. Allora per lui può essere anche un bel problema. Altri, invece, cercano di suonare attingendo al proprio sentire. Alla fine, però, per fortuna si suona. E quando si suona  si tace e l’unica cosa che conta è interagire con sensibilità.
L’importanza dell’«improvissar componendo» e del «comporre improvvisando» ci riporta al suo Pieranunzi plays Scarlatti (CAM jazz). Il 12 giugno lo ripropone in una cornice straordinaria: nella basilica dei Frari a Venezia, fra opere di Tiziano e di Bellini…
A Venezia porto nelle dita e nella mente quindici brani di Scarlatti, in scena poi decido su quali improvvisare.
Con questo progetto, che ha avuto grande successo, ha anche incontrato un pubblico nuovo?
Per fortuna ormai le divisioni nel pubblico sono molto sfumate, gli ascoltatori si sono fatti più recettivi verso generi diversi. Le stagioni classiche non includono più solo Brahms  o Beethoven, ma anche proposte più aperte al crossover. Che è sempre una bella sfida, anche se comporta qualche rischio. Quanto alle improvvisazioni su Scarlatti sono andate molto al di là delle mie aspettative. Forse perché per una parte del pubblico è stata una scoperta, essendo un autore purtroppo poco frequentato.
Il suo percorso nella classica continuerà?
Mi piace sperimentare filoni diversi, offrire sfaccettature nuove. Così con mio fratello Gabriele (primo violino del San Carlo di Napoli  e vincitore del premio Paganini ndr) e con un virtuoso di clarinetto come Alessandro Carbonari di S. Cecilia abbiamo formato un trio classico che suona musica dei maestri del ‘900, con alcuni elementi jazz e blues.
Dunque, ricapitolando, lei ha un trio classico e un trio jazz a Roma. Un trio in Francia e un altro, molto prestigioso negli Usa…
Eclettismo sulla pelle o se vogliamo assoluta poligamia. Mi piace cambiare, ogni musicista offre un colore, un tempo, un’intensità diversa. Ogni musicista si mette in rapporto diversamente con la mia musica.
Con un musicista come Paul Motian lei ha una lunga storia. Uscirà  un vostro nuovo lavoro?
L’anno prossimo uscirà un album che ho registrato lo scorso ottobre al Birdland.  Con Paul suoniamo insieme dal  1992 e volevo che nella registrazione dal vivo lui ci fosse, ha una forte identità  ma mi piace anche perché è un musicista scomodo: non fa mai quello che ti aspetti. Così, a tua volta,  sei costretto  a cercare il nuovo.
Il suo libro su Bill Evans ha avuto molte edizioni. Tornerà a sperimentare con la parola scritta?
A dire il vero ho un paio di progetti che mi piacerebbe sviluppare. Il primo riguarda ciò che accadde nel mondo dell’arte e della musica fra il 1890 e il 1910. Curiosamente sono accadute autentiche rivoluzioni in entrambi gli ambiti. Una piccola notazione: Debussy e Klimt sono nati e sono morti nello stesso anno. Una casualità. Ma è vero che fra loro ci sono molte assonanze. Sono due artisti che hanno cambiato il modo di fare musica e di dipingere.
Quella di Klimt in certo modo fu anche una rivoluzione antimoderna. Basta pensare che nel 1907 Picasso dipinge le Damoiselles e Klimt un quadro come il Bacio.
Indubbiamente la rivoluzione di Klimt fu meno drastica, meno rumorosa, di quella di Picasso, ma la sua ricerca segnò comunque un nuovo modo in pittura. Lo stesso si può dire di Debussy che non fu un’impressionista come si dice di solito. Semmai fu un simbolista. Ma soprattutto  cambiò la grammatica del comporre. Dopo di lui il discorso musicale non avrebbe più avuto quella certa prevedibilità razionale che aveva in Brahms. Debussy faceva una ricerca  in certo modo aperta all’irrazionale.
E il suo secondo progetto?
Mi piacerebbe saper raccontare in un libro le emozioni e il senso più profondo che hanno avuto per me certi incontri artistici, che poi non sono stati mai solo rapporti fra colleghi, ma anche umani in senso pieno.Solo per fare un esempio ricordo ancora fortemente quello con Chet Baker, la sua fantasia potente, spiazzante. Fin da giovanissimo avuto la fortuna di suonare accanto a dei giganti, – io  nato a Roma, che apparentemente nulla avevo a che vedere con il mondo afroamericano -, così vorrei poter restituire qualcosa di quelle esperienze, che mi hanno offerto spunti nuovi.
Incontri che qualche volta le hanno cambiato la vita?
Be’ sì, basta dire che io non sono nato compositore. Ero un musicista, la possibilità di comporre l’ho scoperta molto più avanti, dopo aver fatto incontri, scoperte.  Un’altra svolta c’è  stata  durante la lavorazione del film Il cielo della luna, nel rapporto creativo  con il regista mi sono aperto a un tipo di ricerca e a possibilità per me del tutto nuove.

da left Avvenimenti del 12 giugno 2009

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