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Il ritratto del diavolo

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 19, 2012

Giotto, Lucifero, Cappella degli Scrovegni, Padova

Giotto, Lucifero, Cappella degli Scrovegni, Padova

Con le corna e trinariciuto. Oppure seducente angelo ribelle. Una mostra a Bolzano e uno studio di Daniel Arasse indagano la  nascita e le metamorfosi dell’iconografia di Belzebù

di Simona Maggiorelli

Dicembre tempo di Babbi Natale e di presepi (quest’anno senza bue e l’asinello “bannati” da un Ratzinger neofita di twitter). Ma anche tempo di diavoli con tanto di coda biforcuta e corna.

Come vuole la tradizione popolare tedesca che fa del Krampus – il diavolo che accompagna la festa di San Nicolò il 5 dicembre – il vero protagonista di questa stagione. Così la doppia mostra che l’assessorato alla Cultura e alla convivenza del Comune di Bolzano dedica a questa leggendaria e affascinante figura diventa l’occasione per fare qualche riflessione, fra il serio e faceto, sull’imperitura fenomenologia del diavolo e sulla metamorfosi che la sua rappresentazione ha avuto in pittura, tra medioevo e protoumanesimo, oscillando fra bestia repellente e superbo angelo ribelle.

Sul primo aspetto indaga una spassosa esposizione di 250 cartoline storiche raccolte nelle sale della Galleria civica altoatesina sotto il titolo Saluti dal diavolo (fino al prossimo 23 febbraio 2013), insieme a un’ampia collezione di maschere popolari del XVIII e XIX secolo indossate in passato durante spettacoli teatrali e feste altoatesine.

A fare da filo rosso, una serie di credenze popolari che, per esempio, raccomandano di non aprire la porta di notte perché a bussare potrebbe essere Belzebù in persona. Ma anche di cospargere la soglia di sale e di piante dall’odore pungente per metterlo in fuga. Per chi, all’uopo, non si sentisse ancora certo di saper resistere alle seduzioni diaboliche si raccomanda di procurarsi un uovo di gallina nera come talismano e, nel caso, di sacrificare qualche malcapitato gatto. Nel suo monumentale Dizionario della superstizione (Castelvecchi)  Helmut Hiller ricorda anche che – al pari di dio – il diavolo non deve essere nominato invano.

Il ritrattoNé conviene dipingerlo sulla parete, perché altrimenti comparirà davvero. Curioso consiglio popolare, questo. In paganissimo contrasto con tutta l’arte medievale di matrice cristiana che, invece, di orribili diavoli è piena zeppa. Come memento mori e minaccia di bruciare in un eterno inferno. Sulla rappresentazione del diavolo in pittura, come è noto, c’è una bibliografia sterminata. Che vanta storici dell’arte come André Chastel e Luther Link. Ma per chi volesse divertirsi ad approfondire le tempestose vicende della rappresentazione di Satana si consiglia anche il dotto e affascinante Ritratto del diavolo di Daniel Arasse che ora Nottetempo pubblica in edizione illustrata.

Frutto di un seminario che lo storico dell’arte francese scomparso nel 2003 tenne all’Ecole des hautes etudes en Sciences sociales, il volume analizza in particolare la nascita di una certa iconografia orrorifica e trinariciuta del diavolo a partire dalla tradizione orale dei predicatori, che era carica di immagini d’impatto e molto teatrale. Sulla scorta degli studi sull’arte della memoria di Francis Yates, Arasse ricostruisce come si andò consolidando una tradizione che aveva un preciso intento: inculcare in chi non sapeva leggere il terrore di dio, facendo del diavolo “mostruoso” una imago agens che si fissa nella memoria.

dal settimanale left avvenimenti

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