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Lo strano sorriso di Pol Pot

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 8, 2010

Ha raccolto testimonianze dai sopravvissuti al genocidio dei Khmer ricostruendo come funzionava la disumana Organizzazione messa in piedi da Pol Pot. Ma non solo. Il sorriso di Pol Pot, uscito a inizio settembre per Iperborea ricostruisce le responsabilità egli intellettuali occidentali di sinistra che sulla Kampuchea democratica non volleroaprire gli occhi

di Simona Maggiorelli

Angkor wat

Nell’agosto del 1978 una delegazione di svedesi ottiene il permesso dai khmer rossi di atterrare a Phnom Penh. Per conto di associazioni umanitarie di sinistra ha il compito di verificare le politiche del governo di Pol Pot. Fra loro c’è anche uno dei più influenti intellettuali svedesi: Jan Myrdal, figlio dei premi Nobel per la Pace Alva e Gunnar Myrdal. Sulla strada della costruzione dell’“uomo nuovo”, Pol Pot e i suoi, fra il 1975 e il ’79, hanno ucciso quasi due milioni di persone. Freddamente derubricate come «ostacoli» alla rivoluzione. In questo clima la spedizione svedese viaggia scortata per la Kampuchea democratica. Distese di campagne, contadini al lavoro, alla vista degli stranieri si fermano, salutano, parlano, si fanno fotografare. Nei suoi reportage Mydal ne racconta le magnifiche sorti e progressive. Non lo sfiora il dubbio che la realtà sia ben diversa. E ancora quando Peter Fröberg Idling, ex cooperante e giornalista svedese, lo cerca per un’intervista, a trent’anni di distanza, Mydal risponde che non ha nulla da aggiungere a ciò che scrisse allora. Negli anni Duemila, finalmente, anche se con molto ritardo, viene processato lo scrupoloso professore di matematica “Duch” che ha torturato e ucciso almeno 17mila persone nel centro di detenzione S-21. Con lui, alla sbarra, una manciata di altri feroci sodali di Pol Pot che, nel frattempo, è morto senza aver mai fatto i conti con la giustizia. Ma ancora oggi il comunista Mydal si dice suo sostenitore non pentito. L’ ideologia gli impedisce di vedere la violenza cieca del regime. Da questo episodio Idling è partito per questo suo toccante libro inchiesta, Il sorriso di Pol Pot, appena uscito per Iperborea. Nato nel 1972, quando i socialdemocratici svedesi guardavano con interesse a quella che credevano essere “una rivoluzione contadina”, Idling compone questo suo bruciante puzzle di storia con tasselli sfaccettati e preziosi: testimonianze inedite di scampati al genocidio raccolte percorrendo in un lungo e in largo la Cambogia (Idling parla khmer e ha vissuto nel Sudest Asiatico), filmati e documenti d’epoca cercando di leggere al di là delle veline di regime. E poi interviste a quei partecipanti alla spedizione svedese che hanno accettato di parlare. Ma anche frammenti di memoria di quando l’autore, ancora bambino, veniva portato nel passeggino dalla madre alle manifestazioni pro Cambogia. Tutto si mescola e si integra nella prosa d Idling. La cosa importante è non «finire nei numeri». Cercare di ridare un volto e una voce a chi è stato gettato nelle fosse comuni, cancellato dai documenti ufficiali.
Idling, che significatoassumono oggi i processi ai khmer rossi sopravvissuti?
A mio avviso sono molto importanti. Almeno da almeno due punti di vista. Purtroppo la giustizia ancora oggi in Cambogia è una farsa. Chi ha soldi e amicizie altolocate gode di assoluta impunità. E questi processi rappresentano uno stop, inseriscono almeno una discontinuità in questo modo di procedere. è il primo passo per ricostruire la fiducia della gente nella giustizia. E poi la gran parte dei cambogiani non sa perché ha vissuto quell’inferno. A scuola fin qui il capitolo khmer rossi non è mai stato affrontato nei programmi di storia perché ancora troppo angosciante e doloroso. La conoscenza e la consapevolezza di ciò che è accaduto nel Paese sono scarsissime. I processi trasmessi in tv e per radio possono dare il la a un processo di elaborazione collettiva.
Cosa pensa dei molti intellettuali di sinistra che in Europa hanno scelto di chiudere gli occhi di fronte al genocidio ?
Myrdal è un rivoluzionario di vecchia scuola, di quelli che dicono: bisogna rompere delle uova per fare una frittata. Sì, certo, in alcuni casi devi romperne proprio tante ma per quelli come Myrdal ne vale la pena se lo scopo è una società migliore.
Lei scrive che anche un intellettuale pacifista come  Noam Chomsky contribuì a mistificare la verità su Pol Pot. Come è accaduto?
Il caso di Chomsky è diverso da quello di Myrdal. Non si è fidato dei reportage che arrivavano dalla Cambogia perché in larga parte basati sul sentito dire. Di sicuro erano un esempio di cattivo giornalismo, ma nel corso del tempo è emerso che dicevano il vero.
Non crede che non aver creduto alle parole dei profughi che parlavano di genocidio sia stato un fatto gravissimo?
L’immagine della Kampuchea Democratica all’estero era stravolta. Il dramma è, però, che nel frattempo le violenze subite e la fame denunciate da quei pochi che riuscivano a fuggire dalla Cambogia, in Occidente venivano lette come esagerazioni per ottenere aiuti e uno status di rifugiati in Occidente.
Nel suo libro ricostruisce  la vicenda di Pol Pot fin dagli anni di formazione in Francia.  Che influenza ebbe su di lui quella cultura?
La Rivoluzione francese lo aveva colpito molto. Del resto anche andando a scuola nell’Indocina francese aveva studiato gli stessi programmi di storia di un suo coetano che fosse nato a Lione o a Nantes. Poi, nei primi anni Cinquanta, è andato all’università a Parigi, entrando in contatto con i comunisti francesi che erano molto vicini allo stalinismo. Ma a Parigi incontrò anche molti giovani provenienti dalle colonie francesi che volevano lottare per l’indipendenza dei propri Paesi di origine. E furono ancora più importanti nel suo percorso. In questa rete di rapporti diventò un comunista ma anche un ferreo nazionalista cambogiano.
Nel suo libro lei ricostruisce che da piccolo il futuro Pol Pot era «il timido Sar, la cui gentilezza sfiora l’autoannullamento». Ma anche Sar dallo strano sorriso seducente. Una maschera di normalità che nascondeva altro?
Io non saprei fare una diagnosi precisa, quello che ho ricavato dalle testimonianze che ho raccolto è che era una “charming person”, una persona che appariva piuttosto piacevole, addirittura seducente. Ma è un fatto che Pol Pot abbia costruito un sistema completamente pazzo, diventandone parte. Un sistema che univa una devastante incompetenza con una feroce brutalità.  Un sistema che in Cambogia era chiamato allora l’Organizzazione onnipotente e onnipresente quasi quanto la cospirazione antirivoluzionaria che Pol Pot vedeva ovunque. L’Organizzazione distorceva la percezione della società che Pol Pot aveva intorno e negava la reale sofferenza della gente.   Pol pot cercò di costruire una società razionale. Praticamente era il caos. Lui ci credeva ciecamente, ci aveva investito tutto se stesso, tanto da non poter più tornare indietro. Se qualcosa non funzionava cercava di farlo camminare a forza. I costi umani diventarono per lui del tutto secondari.  Certo, tutto questo può anche essere descritto come  pazzia.
In Italia il Pci non discusse mai veramente il caso Cambogia, dicendo che se Pol Pot era un pazzo, non per questo si poteva gettare l’idea di comunismo…
Non sono per niente d’accordo. C’è qualcosa di terribilmente sbagliato nel marxismo-leninismo. Ogni volta che si è cercato di metterlo in pratica si è finiti in un bagno di sangue. La sinistra più radicale deve assumersi la responsabilità di riflettere su ciò che è accaduto in Cambogia, in Cina, in Urss, in Albania, nella Corea del Nord… Non possiamo ripetere sempre gli stessi errori. Io mi considero una persona di sinistra ma dopo aver vissuto in Cambogia per me la parola comunismo è morta. Il comunismo sembra la risposta più razionale , la risposta più semplice a questioni complesse. Ma la realtà non può essere cambiata da un giorno all’altro. A meno che tu non sia disponibile a sacrificare un sacco di persone. E anche in questo caso, come Pol Pot, Stalin e Mao ci hanno dimostrato, non funziona lo stesso.

da left-avvenimenti del 3 settembre 2010

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