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Monet e il paesaggio interiore

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 18, 2009

Un bagno di verde e di azzurro, fra riflessi di luce.   I capolavori del pittore francese

di Simona Maggiorelli

Monet,Impression, soleil levant

Monet,Impression, soleil levant

Tutti discutono la mia arte e affermano di comprenderla come se fosse necessario comprendere, quando invece basterebbe amare», scriveva Claude Monet. E come un tuffo nella sua pittura più creativa è concepita la retrospettiva che fino al 27 settembre gli dedica il Comune di Milano con venti opere provenienti dal museo Marmottan di Parigi. Soprattutto opere degli ultimi anni, quando Monet tentò un superamento dell’impressionismo approdando a una progressiva dissoluzione della forma, grazie all’uso libero del colore.
E un bagno di verde e d’azzurro, in acque calme, fra riflessi di luce, è l’avvolgente visione che accoglie lo spettatore nelle sale di Palazzo Reale in un continuum di scorci e di viste su giardino: l’amatissimo giardino di Giverny, coltivato dal pittore stesso come una sinfonia di colori. Di fatto un appassionato sguardo sulla natura connotò non solo gli anni 1887-1923 (periodo su cui si concentra la mostra milanese) ma tutta la parabola artistica di Monet, che più dei suoi colleghi Renoir, Pissarro, Sisley e Caillebotte, seppe trasformare la pittura di paesaggio, da descrizione oggettiva della realtà, in visione intima e personale. Arrivando fino a farne la trascrizione del proprio vissuto interiore. Una “magnifica ossessione” per paesaggi acquatici e riflessi che, come dirà lo stesso Monet «è una cosa che va al di là delle mie forze di vecchio», catturandolo in una irrinunciabile sfida nel «riuscire a rendere ciò che sento». E se già qualche anno fa la rassegna Monet e le ninfee di Goldin a Brescia aveva offerto spunti su questo tema, la mostra Monet e il Giappone. Il tempo delle ninfee, curata da Beltramo Ceppi ora offre la possibilità di completare la ricerca, esponendo accanto a tele di Monet antiche stampe giapponesi di Hiroshige e Hokusai: due maestri del paesaggio (e non solo) che furono una importante fonte di ispirazione per il pittore francese.

Terra, 2009

Monet, La senna le ninfee

di Simona Maggiorelli

monet ninfee

monet ninfee

Un bagno di verde e d’azzurro, in acque calme, fra riflessi di luce, in angoli riparati dalle fronde. E’ la quieta e avvolgente visione di Claude Monet che si dipana nella  mostra curata da Marco Goldin nel complesso di Santa Giulia a Brescia. Sulle pareti delle otto sale del museo un continuum di scorci e di viste sul fiume: l’amatissima Senna. Uno sguardo costante su una natura apparentemente immobile, sempre uguale a se stessa, quello del grande maestro impressionista che, più dei suoi colleghi Renoir, Pissarro, Sisley e Caillebotte, seppe trasformare la pittura di paesaggio, da trascrizione oggettiva della realtà che si propone allo sguardo secondo le regole della mimesis, in visione intima e personale. Arrivando a farne la trascrizione del proprio vissuto interiore rispetto al passaggio. Un elemento panico, una magnifica ossessione per paesaggi acquatici e riflessi che, come dirà lo stesso Monet già avanti negli anni “è una cosa che va al di là delle mie forze di vecchio”, catturandolo in una irrinunciabile sfida nel “riuscire a rendere ciò che sento”. Un’ossessione che durerà fin quasi alla morte del pittore avvenuta nel 1926 a 86 anni. Un’attrazione fatale che la mostra bresciana ripercorre come una sorta di viaggio, raccontandone la genesi in un ampio capitolo iniziale che squaderna dieci dipinti di Corot e Daubigny come punto di partenza dell’impressionismo sul tema della Senna, per arrivare poi all’ultimo viaggio a Pourville in Normandia dove Monet, compie l’ultimo passaggio: dalla pittura impressionista en plain air ,che egli stesso aveva contribuito a inventare, al ritorno nel chiuso dell’atelier, come luogo riparato dove continuare a distillare la propria visione. Dalla Normandia, dove non aveva potuto ritrovare gli amici del suo primo viaggio, (Paul Graff e sua moglie, gli albergatori che lo avevano accolto dodici anni prima nel frattempo erano morti), Monet se ne partì con una serie di tele non finite che rappresentavano scogliere a picco sul mare, scorci di acque in tempesta, cangianti sotto i riflessi della luce e battute dal vento. Tele che, solo una volta rientrato nel suo buen retiro di Giverny, Monet riuscì a completare, con quel particolarissimo stile di rarefazione, quasi si direbbe, di erosione e progressiva dissoluzione della visione, che caratterizzò i suoi ultimi anni, quando la sua pittura appariva sempre più come un dolce e lento inabissarsi in un mare avvolto da una sottile nebbia, appannato, sempre più pallido e evanescente. A questa evoluzione finale e sottilmente inquietante dello sguardo del maestro francese la mostra Monet. I luoghi della pittura. La Senna, le ninfee, dedica ampio spazio, con prestiti da collezioni pubbliche e private , da ogni parte del mondo. Ma più che il mare, come recita il sottotitolo della mostra, è la Senna l’indiscussa protagonista dell’immaginario di Monet. Lungo la Senna il pittore trascorse gran parte della sua vita e il fiume gli ispirò quasi trecento dipinti. A cominciare dagli anni Sessanta, quando Monet faceva i suoi primi esercizi di pittura alla Grenouillère, “lo stagno delle rane”, un ristorante con spiaggia sulla Senna, dove per la prima volta sviluppava una pittura fatta di rapidi tratti e puntini per catturare la luce, lo scintillio dell’atmosfera, il movimento dell’acqua, i gesti dei bagnanti. (Esperimenti che la mostra bresciana documenta, tra l’altro, facendo venire da Forth Worth il primo dipinto accettato dal Salon del 1865). Erano quadri squillanti di colori, vivaci bozzetti di costume che raccontavano i giorni di festa della borghesia parigina, ma ancora molto tradizionali, legati a uno sguardo esteriore. Alle ultime visioni della Senna, invece, Monet chiede molto di più, chiede di andare oltre la cronaca, la descrizione (ormai esisteva la fotografia), per restituire sulla tela una visione interiore di fronte al paesaggio, un sentire che era sempre più di rallentata malinconia, qualcuno direbbe, di sottile depressione. “Ho sempre avuto orrore delle teorie – scriverà Monet nel 1926 in una lettera a Evan Charteries – Non ho altro merito che aver dipinto direttamente dalla natura cercando di rendere le mie impressioni di fronte agli effetti più fuggevoli. E mi dispiace di essere stato all’origine del nome che è stato dato a un gruppo di artisti che per la maggior parte non avevano nulla di impressionista”. Ma questo sarà materia per un’altra mostra del prolifico Goldin che, da qui al 2008, ha in programma una tetralogia di iniziative bresciane, fra le quali svetta un interessante confronto fra Gauguin e Van Gogh e un viaggio nell’universo coloristico dei Fauves e dell’espressionismo.

da Europa 3 novembre 2004

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