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Marc Quinn, tra reale e virtuale

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 26, 2013

Marc Quinn Alison Lapper pregnant

Marc Quinn Alison Lapper pregnant

È  uno degli artisti più acclamati della generazione degli Young British Artists. Classe 1964 e sodale di Damien Hirst, Marc Quinn è lo scultore che ha tramutato la modella Kate Moss in una moderna sfinge ricoperta d’oro zecchino. Ma è anche noto per le sue fotografie e stampe iperealistiche in 3D che inneggiano alla bellezza incarnata nei colori e nelle forme sontuose di farfalle, conchiglie e carnose orchidee. Così perfette e sgargianti da sembrare finte.

Su un versante opposto, quello del mostruoso e del raccapricciante, Quinn è l’autore di sculture choc come Self: autoritratto plasmato con cinque litri del proprio sangue congelato. A cui più di recente ha fatto seguito una “scultura” che ritrae il proprio figlio neonato, realizzata utilizzando la placenta e il cordone ombelicale del bambino.
La nascita, la morte, la decomposizione. I cambiamenti continui della biologia umana versus i tempi lunghi della natura, inerte e apparentemente immutabile, sono i fili rossi che percorrono tutta l’opera di Quinn. Insieme al continuo scambio fra reale e virtuale. In chiave decisamente inglese, con quel pizzico di morboso che connota certo immaginario letterario molto British. Tanto che parafrasando il titolo di un vecchio libro di Mario Praz, La carne, la morte e il diavolo, in questo caso, potremmo parlare de “la carne, la morte e il virtuale”. Temi che ritroviamo ora declinati nelle sale della Fondazione Cini, a Venezia, dove fino al 29 settembre, è aperta la retrospettiva intitolata semplicemente Marc Quinn e curata da Germano Celant.

Marc Quinn, Self

Marc Quinn, Self

In primo piano opere che sono diventate delle vere e proprie icone fra i cultori dall’arte degli Anni Zero. Con l’aggiunta di quindici nuove sculture che reinventano in chiave sottilmente inquietante i “mobile” di Calder, visto che a mezz’aria ondeggiano aerei militari in miniatura come fossero innocui giocattoli. Di fatto il percorso espositivo comincia già all’esterno, davanti alla Basilica di San Giorgio Maggiore dove troneggia Alison Lapper pregnant, una riproduzione in versione gonfiabile e sconfiabile della statua di 11 metri che l’artista realizzò nel 2005 per Trafalgar Square e che rappresenta una giovane donna, focomelica e incinta in posa ieratica, alla maniera di una dea greca antica, a cui mancano le braccia. Scardinare i criteri di bellezza, sovvertire le nostre coordinate estetiche è uno degli obiettivi che Quinn si è dato. E che persegue attraverso il sensazionalismo, suscitando effetti di repulsione, coltivando una sua personale traumatofilia. Le armi al suo arco sono le tecniche pubblicitarie, la calcomania, il trompe-l’œil.

Rinunciando dichiaratemente a creare nuove immagini originali («Non lo trovo un lavoro interessante», ha detto in una recente intervista). Tanto che ci permetteremmo di dire che il suo fare sculture e installazioni più che altro si configura come una forma di Agit prop anni Duemila. All’apparenza senza precisi contenuti politici. Ma che finisce per prestare il fianco alle più granitiche forme di ideologia , come quando Quinn scolpisce in marmo rosa una serie di feti in utero, come fossero piccoli uomini.

(Simona Maggiorelli)

Da left-Avvenimenti

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Una Risposta to “Marc Quinn, tra reale e virtuale”

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