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Van Eyck e la nascita del ritratto interiore

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 1, 2013

Van Eyck, L'uomo dal turbante turchese

Van Eyck, L’uomo dal turbante turchese

Dal 2 febbraio al primo aprile 2013 a Verona, la mostra da Boticelli a Matisse,volti e figure. Con uno straordinario focus sull’arte fiamminga e la nascita del ritratto moderno

di Simona Maggiorelli

Fuori dalla fissità delle icone e delle fisionomie stereotipate, tipiche della tradizione medievale. Quasi d’un tratto. Per la prima volta appare sulla tela di un pittore lo sguardo vivo e l’espressività di un volto che ci appare in tutta la sua individualità irripetibile e originale.

Siamo nelle Fiandre, nei primi decenni del Quattrocento, nelle ricche terre del Nord dove Robert Campin, meglio noto come il Maestro di Flémelle, aveva già dato avvio a una evoluzione del ritratto che assumeva forme nuove e sperimentali. Forme che poi diventano pienamente moderne grazie al lavoro di Jan van Eyck (Maaseik, 1390 circa- Bruges, 1441), forse il vero iniziatore del ritratto inteso come ritratto interiore, come rappresentazione di ciò che si muove nella mente e negli “affetti” del soggetto che misteriosamente ci appare sulla tela e, apertamente, interroga il nostro sguardo. Presenza anonima e misteriosa, ma non per questo meno intensa, l’uomo dal turbante turchese (1429) è diventato un emblema di un modo di intendere l’arte del ritratto come suggestiva sintesi di naturalismo

e capacità di penetrazione psicologica. In una seducente fusione di forma e contenuto. Di verosimiglianza e allusione a qualcosa di invisibile e di vitale al di là della superficie. Come si può constatare dal 2 febbraio andando a visitare la mostra Da Botticelli a Matisse, volti e figure (catalogo Linea d’ombra) curata da Marco Goldin e ideale continuazione della bella mostra vicentina Raffaello verso Picasso, di cui ci siamo già occupati in queste pagine. Una mostra anche questa di Verona, ricchissima di capolavori, ognuno dei quali meriterebbe un articolo a parte. Ma anche per

uscire dal «consumismo dell’arte visiva» e «ridare tempo al tempo», come suggerisce con un pizzico di provocazione Philippe Daverio nel suo Il Museo immaginato (Rizzoli) possiamo anche andare ad una mostra o in un «museo per guardare un quadro solo». Sedotti da quest’idea abbiamo scelto di dedicare questo spazio di riflessione critica a questa tela di Van Eyck: sontuosa nei colori rubati alle preziose tavolozze delle miniature orientali e che spiccano sullo fondo nero e drammatico che preconizza le opere di Antonello da Messina (di cui a Verona è esposta una rara Crocifissione datata 1460). Terra di commercianti, le Fiandre, avevano maturato una lunga tradizione di scambi e di incontri fruttuosi con altre culture. E un maestro come Van Eyck, come racconta Gilbert Sinoue nel romanzo storico Il ragazzo di Bruges (Neri Pozza), ben conosceva anche l’arte italiana, il main stream fiorentino, ma anche quella di autori “ribelli” più vicini a una certa inquietudine nordica. Van Eyck seppe fare tesoro delleforme più morbide del Rinascimento italiano in modo del tutto originale. Così se i volti di altri due maestri dell’arte fiamminga come Petrus Christus e Rogier van der Weyden hanno ancora la fissità scultorea di personaggi scavati nel dogma della fede protestante, l’uomo dal copricapo azzurro di Van Eyck, incarna già l’immagine del laico e libero mercante che, come Colombo, ambisce ad ampliare i propri orizzonti, anche interiori.

Come il suo artefice che, racconta Sinoué nel suo celebre romanzo, nel suo atelier non aveva paura di tramestare con alambicchi , storte e forni ad alta temperatura tanto che “chiunque fosse entrato in quella stanza avrebbe certamente pensato che il pittore avesse commercio con qualche spirito infernale”. La parete del suo studio era tappezzata di scaffali pieni di manoscritti dai titoli ermetici, mescolati ai trattati di pittura, da Cellini all’Alberti. Spirito curioso di tutto, Van Eyck, annota lo scrittore, “rinnovava continuamente la sua giovinezza interiore. Ogni volta che dipingeva un’opera, rinasceva, e nel rinascere dava vita. Sotto le sue dita, banali tele di lino, semplici tavole di noce si trasformavano in un’esplosione di colori. Forme e figure nascevano dal nulla, come nel brano della Bibbia”, trasmettendo a noi ancora oggi l’idea che la creatività sia una caratteristica unicamente umana.

Dal settimanale Left-Avvenimenti

 

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