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Alle radici di piazza Tahrir, con il romanzo di Ala al-Aswani

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 28, 2015

Cairo, 1940

Cairo, 1940

«Siamo nati dalla sua fantasia e adesso siamo nella vita» dicono Kamel e Saliha allo scrittore ‘Ala al-Aswani cogliendolo di sorpresa. Comincia così, tra sogno e veglia, il nuovo libro del romanziere egiziano, Cairo Automobile Club (Feltrinelli).

Ambientato all’epoca di Re Farouk, è un potente affresco della società egiziana negli anni Quaranta, oppressa dal colonialismo inglese, mentre il re corrotto e connivente perpetuava, con i pascià, un sistema di dominio arcaico e “schiavista”. Al contempo, però, è anche un polifonico e vitale ritratto di persone “comuni” non più disposte a chinare la testa.

Giovani ribelli, studenti e perfino madri di famiglia che inconsciamente già preparavano la rivoluzione. «L’immaginazione a volte supera la realtà»: quella rivolta che ‘Ala al-Aswani immaginò nel 2008 iniziando a scrivere questo romanzo sarebbe esplosa nel 2011 invadendo pacificamente piazza Tahrir. “Costringendo” lo scrittore (e dentista) a uscire dal suo studio per unirsi alla protesta contro il regime di Mubarak.

cover«Per dirla con una formula, la narrativa è la realtà più l’immaginazione. Solo dal rapporto profondo con le persone nascono libri “vivi”», dice al-Aswani. E proprio dall’esperienza fortissima di quei giorni sono nate poi indirettamente alcune delle pagine più belle della seconda parte di questo romanzo, che al-Aswani ha presentato al Salone Off di Torino.

Un libro che in filigrana lascia intravedere nessi inediti fra gli anni Quaranta e il 2011. «Sicuramente c’è un parallelismo fra queste due epoche storiche- conferma lo scrittore – . In entrambi i periodi tutti pensavano che il regime fosse sul punto di cadere, ma nessuno sapeva cosa sarebbe successo dopo».

Cairo 1954

Cairo 1954

Forse, azzardando, si potrebbe notare che la storia dei due giovani protagonisti di Cairo Automobile Club sembra prefigurare quella di tanti ragazzi di piazza Tahrir anche per il ricorrere nei loro discorsi di parole come «libertà», «dignità», e per il rifiuto della violenza: dopo la morte del padre causata dal pestaggio da parte del datore di lavoro, Kemal e Saliha scelgono la rivolta, ma non si lasciano accecare dall’odio.

«La non violenza ha avuto un ruolo importante a piazza Tahir e l’ho voluto sottolineare nel libro», racconta ‘Ala al-Aswani. «Io credo che da questo punto di vista la rivoluzione egiziana abbia rappresentato un modello per altre venute dopo. In particolare Mubarak e il suo entourage avevano disseminato cecchini in città, che prendevano la mira con laser colorati. Era impossibile prevedere chi sarebbe morto. In piazza si vedevano questi tondini rossi e arancioni che viaggiavano sulla gente. Quando si fermavano sulla testa di qualcuno non c’era scampo. Ho vissuto di persona quei momenti – aggiunge lo scrittore – nonostante l’incertezza della vita e questa estrema precarietà, i manifestanti hanno sempre urlato la non violenza. In quel modo sono riusciti a rovesciare Mubarak».

Ala Al Aswani

Ala Al Aswani

Insieme alla non violenza, era anche l’aspetto cosmopolita della piazza e la quasi totale assenza di fondamentalismo religioso a colpire l’occhio dell’osservatore.

Nel racconto del Cairo anni Quaranta che ‘Ala al-Aswani ci offre pare di poterne scorgere alcuni prodromi: in primo piano ci sono i rapporti fra le persone, non questioni di fede. E incontriamo «gli sguardi torvi e pieni di odio» di alcuni fondamentalisti solo di sfuggita.

Passando dal romanzo alla storia, viene da chiedersi come dalla società egiziana sia potuto nascere un movimento oscurantista come quello wahabita. «Non dobbiamo dimenticare – spiega ‘Ala al-Aswani – che l’Egitto è musulmano da 15 secoli. Nei precedenti 35 è stato cosmopolita. Questo ha lasciato segni forti nella cultura degli egiziani,piuttosto laica. I rapporti sono basati su elementi molto più umani, c’è un rispetto profondo per la differenze. In Egitto vivono tanti greci, italiani, armeni».

Qual è allora la radice del fondamentalismo? «Il wahabismo era sempre stato una corrente minoritaria, ma ha avuto un boom grazie agli introiti della vendita del petrolio negli anni Settanta: miliardi di dollari. L’Europa non è esclusa da queste campagne di promozione foraggiate con i soldi del petrolio». Negli anni raccontati da questo romanzo, di tutto ciò, quasi non c’è traccia. Forse anche per questo brillano alcuni personaggi femminili, immagini vitali di ragazze non costrette a nascondersi. Come la musulmana Salhia, che Aisha prepara alla notte di nozze evitando con cura toni «da predica del venerdì».

Piazza Tahrir

Piazza Tahrir

E poi ecco affascinanti figure di donna in lotta contro i pregiudizi, come l’ebrea Odette, amante del britannico Wright. La sessualità e la dialettica fra uomo e donna è il filo rosso e forte che attraversa tutto il romanzo. «La letteratura è la vita scritta sulla carta» commenta al-Aswani. «Quello che leggiamo deve richiamare ciò che c’è di più significativo, profondo e bello nella vita reale. Come la sessualità. Non facciamo l’amore solo per piacere. Ma anche per cercare qualcosa nel rapporto con l’altra, per conoscere l’altro, perché vogliamo scoprire il nostro partner. Il sesso è uno degli aspetti più preziosi della nostra vita. E la letteratura non può assolutamente ignorare i lati più profondi della nostra personalità».

Letteratura e vita hanno un rapporto profondo, dunque, da ultimo, passando dalla pagina scritta alla realtà, che cosa sta accadendo in Egitto con il governo di al-Sisi e cosa ne è della rivoluzione? «Occorre una premessa – risponde lo scrittore – la rivoluzione è un cambiamento umano e come tale ha bisogno di tempo per raggiungere i suoi scopi. Non è una partita di calcio che dura 90 minuti per cui al 91esimo si può già sapere chi ha vinto o perso, è un processo in continuo divenire e quando si è messo in moto non si può più fermare. Prendiamo la Rivoluzione francese, per esempio, dopo tre anni non aveva ottenuto nulla di specifico, nulla di quello che avrebbero voluto i rivoluzionari. Però il processo è ancora in corso. E ha portato un forte cambiamento culturale nella mentalità delle persone» ( Simona Maggiorelli)

dal settimanale Left

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Ala al Aswani: La rivoluzione? E’ solo umana

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 28, 2011

Durante l’occupazione di piazza Tahrir al Cairo faceva ogni notte un comizio dialogando con la gente, ragionando sulle prospettive della rivoluzione e provando a fare i conti con la paura dei cecchini. Medico e scrittore, ‘Ala al Aswani è l’autore di capolavori come Palazzo Yacobian. Dopo l’appuntamento a Mantovaletteratura è in tour in Italia per presentare il suonuovo libro: La rivoluzione egiziana , da poco uscito per Feltrinelli.

Simona Maggiorelli

Ala Al Aswani

Da sempre critico verso il regime di Mubarak e suo strenuo oppositore, lo scrittore e medico egiziano ‘Ala al-Aswani (autore di potenti affreschi della società egiziana come Palazzo Yacoubian) durante la rivoluzione del Cairo ha trascorso quasi tutte le sue notti in piazza Tahrir, facendo comizi e cercando di «dare una mano a chi dal basso organizzava la protesta. Il mio compito – racconta a left lo scrittore – era quello di sviluppare la discussione su questioni di giustizia sociale e  diritti, ma anche di raccogliere le preoccupazioni e le paure della piazza». Paure che si sono fatte rischio concreto di vita quando i cecchini di Mubarak hanno cominciato a sparare con armi ad alta precisione. «Ogni volta che vedevi il laser fermarsi su un punto della piazza sapevi che una vita umana era stata stroncata con un colpo alla testa – dice Al Aswani-.  Ma quel 28 gennaio, quando hanno cominciato a sparare sulla folla, abbiamo avuto anche la certezza che da quel momento il regime era finito», chiosa lo scrittore in tour in Italia per presentare il suo “diario” da piazza Tahrir, una raccolta di articoli apparsi sulla stampa indipendente e ora pubblicati da Feltrinelli con il titolo La rivoluzione egiziana.
«Io non penso di essere una persona particolare, né tanto meno uno sprezzante del rischio. Ma in quella piazza ho sperimentato uno strano fenomeno che alcuni studi – ho letto poi- descrivono come tipico delle rivoluzioni: quando ti trovi in mezzo a eventi storici di questa portata non ragioni più in termini di pericolo individuale, ma valuti le cose nella prospettiva del “noi”».

piazza Tahrir

Ripensando oggi a quelle settimane, dopo che Mubarak è stato deposto ed è finito in tribunale, «la rivoluzione- dice al-Aswani – mi pare ancor più un sogno ad occhi aperti. Vedere gli egiziani ribellarsi alle umiliazioni inflitte dalla dittatura, alzare la testa e lottare con grande dignità è stata una delle cose più belle per me». Nel frattempo ’Ala al-Aswani al Cairo continua a scrivere articoli e a tenere aperto il suo studio di medico e di dentista, da alcuni anni diventato anche luogo di incontro fra intellettuali dissidenti. Mentre l’eccezionalità della congiuntura ha fatto momentaneamente scivolare in secondo piano la sua attività di romanziere, dagli anni Novanta noto in tutto il mondo per la sua capacità di dare voce a una società egiziana negli ultimi anni diventata sempre più povera e oppressa, senza prospettiva.

«Gli egiziani non sono diversi da altri popoli che abbiano subito una dittatura – spiega al-Aswani-, non sono differenti dagli spagnoli sotto Franco o dai sovietici sotto Stalin. Un dittatore non ha mai doti, gli basta uccidere e torturare. Magari vestendo la maschera di padre della patria. E il risultato è che la gente precipita in uno stato di minorità, è prostrata, fiaccata nell’iniziativa. Ma c’è un momento in cui la frustrazione arriva al top e bastano poche scintille perché scoppi la rivolta. Così – aggiunge Al Aswani  sorridendo – da un giorno all’altro ho visto tutti i miei personaggi di Palazzo Yacoubian scrollarsi da dosso l’inerzia e scendere in strada per protestare».
Per piazza Tahrir quale è stata la scintilla decisiva? «Tre sono stati i momenti salienti: il primo risale al 2008, al grande sciopero organizzato da una rete di attiviste che toccò molto l’opinione pubblica. Nel 2010 poi c’è stato il barbaro omicidio di Khaled Said, un ragazzo di 28 anni, ucciso dalle forze dell’ordine, senza un movente, senza che lui avesse mai aderito a gruppi di protesta né fatto attività politica. Quel crimine – spiega al-Aswani – ha fatto capire a molti egiziani che, anche abbassando la testa, standosene ai margini, non si era più al sicuro dalla violenza del regime. Poi ci sono stati i brogli delle elezioni di novembre che, ancora una volta, hanno dato la maggioranza assoluta del Parlamento a Mubarak: la goccia che ha fatto traboccare il vaso». Adesso cosa ci si aspetta? C’è il rischio che elementi religiosi o di controrivoluzione prendano il sopravvento? «Io non credo, perché la società egiziana ha un fondo laico. Ma è anche vero che, nonostante la piazza si sia costituita come Parlamento alternativo, non ne abbiamo ancora uno eletto». E l’esercito che ruolo sta giocando? «La polizia in Egitto non si è comportata come in Libia – ricorda al-Alswani- ma non ha nemmeno preso posizioni chiare per il cambiamento; del resto molti elementi collusi con il vecchio regime allignano nei suoi ranghi. E tanto più nel ministero di Giustizia che è controllato dal Governo. Ma sono certo che la volontà popolare eserciterà una pressione perché non ci siano imbrogli nel processo a Mubarak».  Quanto alla risposta dei governi occidentali, come è stata vista da piazza Tahrir? «Che Guevara diceva che l’onore è dire ciò che si pensa e fare ciò che si pensa. Ecco, speriamo che i governi occidentali si facciano onore, smettendo le doppiezze. Comunque sia – prosegue al-Aswani- se Governi come quello italiano hanno sostenuto il regime di Mubarak rafforzandolo come oppressore della nostra gente, sappiamo che il popolo italiano non la pensa allo stesso modo.  Se si guarda alla risposta della gente, la rivolta di piazza Tahrir è stata sostenuta da ogni parte del mondo, perché – approfondisce lo scrittore – la rivoluzione è una cosa molto umana: è un movimento che nasce per avere rispetto, libertà, democrazia, dignità. Cose che ogni essere umano capisce al volo. Ora è tempo che anche i Governi si alzino in piedi per la difesa dei diritti umani». Poi rivolgendo un pensiero alla questione israelo-palestinese che questa settimana conoscerà un momento importante all’Onu aggiunge: «Se affrontassimo la questione pensando che siamo tutti esseri umani, si troverebbe una soluzione. Anni fa – ricorda al-Aswani – ho scritto un racconto immaginando un pilota israeliano affettuoso a casa e poi freddissimo quando spara sui bambini palestinesi, visti come nemici in erba. I problemi nascono quando tu consideri l’altro come nemico, come arabo, come musulmano, come cristiano. E non come essere umano. La violenza comincia quando neghi l’umanità dell’altro. Se lo guardi negli occhi, trovi l’umanità che ci accomuna e allora non puoi uccidere. I soldati Usa in Vietnam, non a caso, venivano addestrati a non guardare mai il nemico negli occhi.

IL LIBRO

l libro
Una primavera inaspettata
«Perché gli egiziani non si ribellano? Questa era la domanda che veniva posta ripetutamente in Egitto e all’estero». Così esordisce lo scrittore ‘Ala al-Aswani ad incipit del suo nuovo libro, La rivoluzione egiziana (Feltrinelli): Già, perché le condizioni c’erano proprio tutte: la metà della popolazione egiziana viveva da tempo sotto la soglia di povertà, con meno di 2 dollari al giorno, mentre  Hosni Mubarak monopolizzava il potere da trent’anni, con elezioni truccate. Senza contare che ogni giorno gli egiziani subivano torture e violenze sessuali nelle centrali di polizia per estorcere loro confessioni di reati che non avevano commesso. In questo libro in cui l’autore di Palazzo Yacubian e di Chicago raccoglie articoli scritti per giornali indipendenti, emerge il quadro delle complesse ragioni che impedivano quel colpo di reni che, inaspettato ai più, sarebbe arrivato in quella che è stata giustamente chiamata la primavera araba. Una stagione di grandi promesse di libertà e democrazia. Ma in questo libro che fa comprendere più a fondo i molti volti della rivoluzione egiziana, troviamo anche pagine pungenti in cui lo scrittore e medico al-Aswani non solo denuncia la corruzione e gli abusi del regime  ma invita gli egiziani a riflettere sulle violente imposizioni della religione ( «Il niqab impedisce alle donne di vivere come esseri umani»). Una religione che fa ammalare dice coraggiosamente al-Aswani citando ricerche mediche che raccontano l’alta incidenza di problemi e di malattie mentali in un’Arabia Saudita che, in nome di Allah, si pretende virtuosa e invece è solo altamente repressiva.

Da left-avvenimenti

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