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  • Presentazione del libro di Massimo Fagioli “Left 2007″ (L’Asino d’oro edizioni)

    Sono intervenuti: Marcella Fagioli, Simona Maggiorelli, Giovanni Del Missier, Matteo Fago e Massimo Fagioli (venerdi 22 ottobre 2010, libreria Feltrinelli Appia di Roma) (Click sul logo per guardare)
  • Festa dell’Unità di Roma – 25 giugno 2010

    Presentazione dei libri "RU486 – Non tutte le streghe sono state Bruciate" e "La pillola del giorno dopo" (L’asino d’oro edizioni) di Carlo Flamigni e Corrado Melega. Oltre al ginecologo Flamigni, sono intervenuti: Annelore Homberg, psichiatra Francesco Dall’Olio, magistrato Massimo Fagioli, psichiatra. Ha moderato l'incontro Simona Maggiorelli, capo servizio del settimanale Left Avvenimenti (Click sul logo per guardare) ______________________________________________
  • La sinistra che sbasaglia

    Nel trentennale della morte di Franco Basaglia cosa resta di una rivoluzione necessaria, ma non sufficiente, che portò alla chiusura dei manicomi. A Radioleft interviene il professor Massimo Fagioli, intervistato da Ilaria Bonaccorsi, Simona Maggiorelli e Federico Tulli. (Radioradicale, 14 novembre 2009 - click sul logo per ascoltare)
  • Un capolavoro chiamato mente

    Evoluzionismo, Darwin, neuroscienze e teoria della nascita umana. Dopo l'inchiesta di Simona Maggiorelli su Left (n.42 del 17 ottobre 2008) ne discutono a Radioleft Federico Tulli (in studio) il coordinatore di Genova Scienza, l'epistemiologo Telmo Pievani, la neonatologa Gabriella Gatti e lo psichiatra Massimo Fagioli (in collegamento). Conduce Luca Bonaccorsi.
  • La donna e il serpente

    La matrice culturale e psichiatrica della violenza sulle donne. Ragione, religione e filosofia occidentale sanciscono la discriminazione sulle donne. Per Radioleft in studio Simona Maggiorelli, caposervizio cultura e scienza del settimanale left avvenimenti, Elisabetta Amalfitano, professoressa e storica della filosofia, Elena Pappagallo, psichiatra e psicoterapeuta. Conduce Luca Bonaccorsi (21 novembre 2008)
  • Tutti pazzi per gli embrioni

    La presentazione del reportage di Simona Maggiorelli sul numero di Avvenimenti dedicato alla campagna referendaria contro la legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita. Roma, Casa delle Culture (27 maggio 2005).
  • Dossier: La pedofilia, i suoi profeti e il Vaticano

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Tintoretto e Marietta

Pubblicato da Simona Maggiorelli su febbraio 23, 2012

La scrittrice Mazzucco, autrice dei testi per la retrospettiva Tintoretto  che siapre il 25 febbraio a  Roma, racconta il talento del maestro del tardo Rinascimento e quello di una inaspettata donna pittrice: sua figlia Marietta 

di Simona Maggiorelli

Tintoretto, presentazione di Maria al tempio

Quella bambina che, da sola, ne La presentazione di Maria al tempio (1552-’53) s’inerpica su una scalinata puntata al cielo è l’immagine che molti anni fa colpì la fantasia di Melania Mazzucco. In quella fragile e risoluta bambina la scrittrice vide Marietta, la figlia illegittima di Tintoretto, che sarebbe diventata artista, nascosta in abiti da maschio. Poi da quell’incontro inaspettato sarebbero nati due libri, il romanzo La lunga attesa dell’angelo (Rizzoli) nel 2008 e un anno dopo la ponderosa biografia Jacomo Tintoretto e i suoi figli (Rizzoli). Due testi diversissimi, ma parimenti frutto di una lunga ricerca d’archivio durata una decina di anni. Una ricerca di fatto mai terminata e a cui Mazzucco ha attinto anche per scrivere i testi che accompagnano il visitatore lungo la mostra di Tintoretto a Roma. Ma lasciamo la parola alla scrittrice: «Anni fa, per caso, mi ritrovai fra le mani la prima biografia di Marietta, apparsa nel 1584, quando sia lei che il padre erano vivi e potevano leggerla. E mi sono accorta che già lì si parlava della Tintoretta come artista, ma anche di figlia molto amata. E si sa che a quel tempo dei sentimenti non si parlava, erano sottintesi, o temuti come fonte di disordine, frutto di incantamento e magia. Proseguendo nelle ricerche, mi sono resa conto che Marietta era stata,- come artista, come persona e come leggenda – una creazione, quasi un’invenzione del padre».

Perciò nella storia ci sono state solo poche pittrici?

La storia dell’arte ne ha avute poche perché la pittura era un mestiere e non era previsto né auspicabile che una donna lavorasse. Alle donne era riservato un altro ruolo nella società. Tanto che oggi, con la rivoluzione culturale, politica e sessuale del Novecento ,ci sono tante artiste quanti artisti. Ma va la storia ci insegna che vi sono state più lavoratrici di quante pensiamo. Nella Fraglia dei Pittori di Venezia intorno al 1580 (l’epoca di Marietta) risultavano attive numerose donne capo-bottega. Si trattava per lo più di vedove o di figlie che proseguivano, talvolta con successo, il mestiere di un parente. Spesso, però, si dedicavano a una pittura minore: dipingevano tessuti, maaschere, carte da gioco, illustravano libri. Così il loro nome non è stato tramandato, e il loro ricordo si è perduto.

Non fu così, però, per Marietta.
No, ma non ebbe mai una bottega propria, lavorò in quella di Tintoretto. Del resto Il padre la educò a rifare se stesso: era il destino dei figli d’arte. Il sesso non aveva qui molta importanza: anche il fratello Domenico divenne capo-bottega solo dopo la morte del padre. Non sappiamo quanto Marietta riuscì a emulare il padre e a realizzare opere che lui poteva firmare. Sappiamo solo che sapeva disegnare bene, perché le sue esercitazioni sono sopravvissute. Il caso di Marietta – una pittrice senza opere – non è unico, e testimonia che al grande interesse suscitato dalla sua figura non corrispondeva un’uguale considerazione del suo lavoro. Poco dopo la sua morte i suoi quadri erano già dispersi.

L’arte di Tintoretto, intanto, dopo una lunga eclisse conosce una riscoperta. A partire dalla mostra al Prado del 2007. Sorprendente è stata anche l’esposizione di un trittico di sue opere alla Biennale di Venezia l’anno scorso.

Sono molto felice del rinnovato interesse intorno alla figura di Tintoretto. La scelta della curatrice della Biennale 2011, Bice Curiger, di inserire le sue opere tra quelle d’arte contemporanea, e quella delle Scuderie del Quirinale di dedicargli una personale, dimostrano che i tempi sono maturi per confrontarsi di nuovo con lui. Credo che la ragione del suo “ritorno” sia anche la ragione della sua sottovalutazione precedente. Tintoretto non è un pittore facile: non ha creato icone, o immagini gradevoli come Bellini, Tiziano, Raffaello. E non è stato neanche un pittore maledetto come Caravaggio benché anche lui abbia alimentato una leggenda di ribellione e anticonformismo. Non è catalogabile e sfugge a ogni definizione. La sua arte è insieme brutale e raffinata, artigianale e geniale, immediata e cerebrale, realistica e mistica. Personalmente sono affascinata dalla sua sperimentazione: è un artista che non si acquieta; che si cimenta con ogni genere, linguaggio, stile, e dipinge i suoi fantasmi sulla tela senza un rigido schema prestabilito, inseguendo la sua personale visione. Ma mi colpisce anche che crea pensando all’effetto delle sue immagini su chi guarda e su di sé. Dipinge dunque anche per sé, cosa rara, unica forse nella sua epoca. Crede insomma in un’arte che “muova”, ovvero smuova, commuova, coinvolga. Provoca, lusinga, irrita, comunque non lascia indifferente. Tintoretto si parla e mi parla, Tintoretto mi riguarda.

Da qui muovono i suoi testi per la mostra?

Parola e immagine si sfiorano, talvolta si intrecciano, ma non possono mai spiegarsi a vicenda e non si bastano. E’ la sfida che ogni artista, pittore o scrittore che sia.

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La svolta geniale dell’ultimo Tiziano

Pubblicato da Simona Maggiorelli su gennaio 30, 2012

di Simona Maggiorelli

Tiziano, Dánae , Prado,(1553-1554)

Dissero che il suo autoritratto di ultra ottuagenario non fosse finito, a causa di quei contorni poco definiti che fanno apparire la nobile figura di Tiziano quasi in dissolvenza

. Mentendo sulla straordinaria forza evocativa di questo volto maturo  su cui dardeggia uno sguardo vivo e penetrante.

Ma i cronisti cinquecenteschi  dissero che Tiziano non ci vedeva più e che, per questo, nelle sue ultime opere usava pennellate materiche, sfrangiate e dipingeva figure evanescenti su sfondi bruniti.

Come nel feroce Supplizio di Marsia (1570)conservato nel Castello ceco di Kromeriz in cui un sadico Apollo,  con un coltellacci,  scuoia un malcapitato Marzia, appeso a testa in giù, come condanna per aver osato sfidare la divinità nella musica. Su uno sfondo ribollente di rossi e di marroni, figure come arse da un fuoco paiono baluginare alla superficie della tela per poi svanire.

Tiziano, supplizio di Marsia

Davanti allo sguardo dello spettatore appare una composizione drammatica, addensata di personaggi, immersa in una natura selvaggia, fuori dal tempo, eppure in movimento, quasi fosse il riflesso dall’inquietudine più intima del pittore (che si autoritrae meditabondo nella parte destra della tela). Quella che anche il Vasari ebbe a giudicare, tra le righe, come la fine di un grande artista era, in realtà, un geniale cambio di poetica e un imprevisto salto in avanti.

In vecchiaia Tiziano seppe rinnovare interamente la propria pittura, come ricostruisce Fabrizio Biferali nel libro Tiziano, il genio e il potere (Laterza). Un saggio che, diversamente dalla appassionata biografia scritta da Alvise Zorzi (Il colore e la gloria, Mondadori), non ricorre alla seduzione dello stile romanzato volendo mettere in primo piano una ricostruzione scientifica della lunga parabola tizianesca.

Che fin dall’adolescenza fu all’insegna di una piena consapevolezza dei propri mezzi espressivi e di una fiera indipendenza: un’esigenza di autonomia che portò il pittore veneto a farsi cantore di una Venezia cosmopolita, laica e sensuale e ad opporre recisi rifiuti agli inviti papali di trasferirsi a Roma.

Dagli esordi sotto l’ombra dei Bellini, alla competizione con Giorgione (del quale Tiziano si diceva collega, aumentandosi gli anni) fino alle commissioni delle più importanti corti internazionali, per le quali nacquero misteriose e sensuali immagini di donna come la Danae del Prado.

Tiziano, autoritratto 1566

Già in  quadri come questo datato ’53-’54, e più ancora nel malinconico Ratto di Europa del ’59, si possono cogliere i segnali del profondo cambiamento a cui la pittura di Tiziano stava andando incontro . Basta guardare alla morbidezza delle linee, ai bagliori di luce, alla perdita di nitore delle figure. Di lì a poco il sontuoso e brillante colorismo tizianesco avrebbe lasciato il posto a una tavolozza più scura. Da ritratti ufficiali e quadri ricchi di dettagli, il Tiziano più maturo sarebbe passato a una pittura che badava solo all’essenziale, a ciò che vibra sotto la superficie delle cose, a quel guizzo vitale che fa di molti ritratti dell’artista cadorino opere universali. Come ci ricorda ora la mostra Da Vermeer a Kandinsky, capolavori dai musei del mondo che si apre il 21 gennaio in Castel Sismondo a Rimini e che, all’interno di una ampia sezione dedicata alla pittura veneta, riporta temporaneamente in Italia l’elegante Ritratto di uomo con libro del Museum of Fine Arts di Boston.

Senza dimenticare la serie di mostre a staffetta che la rete museale della Gran Bretagna sta dedicando alle opere di Tiziano conservate alla National Gallery.  Da qui è partito il quadro Diana e Atteone di Tiziano che dal 13 gennaio scorso è in mostra alla Tate Gallery di Liverpool per poi andare in tour a Cardiff e in altre città. Ma alle Metamorfosi di Tiziano, ovvero alle tele di Tiziano ispirate ad Ovidio, che raccontano  i prodromi di questa ultima geniale fase di Tiziano nei prossimi mesi sarà dedicata anche una delle più interessanti mostre dell’anno ovvero Metamorphosis: Titian 2012  che negli spazi della National Gallery , alla Royal Opera House vedrà artisti visuali come Chris Ofili, Conrad Shawcross e Mark Wallinger , ma anche coreografi, musicisti e compositori presentare nuove opere, ispirate a Tiziano.

da left-avvenimenti

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Il mare di Kiefer

Pubblicato da Simona Maggiorelli su agosto 17, 2011

di Simona Maggiorelli

Anselm Kiefer venezia

Un mare di onde rilucenti di luce. Paesaggi screziati, di una natura che appare percorsa da un continuo movimento. Lastre grigio-azzurre come finestre aperte sul mondo. Ma non è pittura classicamente fatta di colori a olio o pastello.

Anselm Kiefer riesce a tracciare scenari pieni di vita utilizzando le possibilità di cambiamento materiale dei supporti. Usa le crepe della carta che si arrotola su se stessa, l’ossidazione dell’ottone, lo sgretolarsi friabile della pietra serena per dare forma ai suoi paesaggi interiori. Rendendo visibile l’invisibile. «L’alchimista necessitava solo di tempo per trasformare il piombo in oro – scrive Kiefer-. Accelerava questo processo con vari mezzi. Si parlava di magia. Come artista non faccio nulla di diverso, mi limito ad accelerare la trasformazione che è già insita nelle cose».

kiefer

Così negli spazi della Fondazione Vedova a Venezia, progettati da Renzo Piano come una Wunderkammer (una camera delle meraviglie dove le opere sono collocate su supporti mobili) accanto a un gruppo di olii di Emilio Vedova in drammatico bianco e nero, spuntano paesaggi materici di Kiefer che hanno l’incandescenza del mercurio vivo, le forme cangianti del fuoco, il colore caldo del grano tostato. Ma talora anche risvolti assai drammatici. Come i paesaggi di ghiaccio e sangue evocati dai suoi acquerelli degli anni Settanta in cui l’artista si interroga su una tragedia immane come il nazismo e sulle responsabilità insite in certa parte della cultura tedesca. Nei quadri di quel periodo ,come sottolinea Germano Celant nel catalogo Skira che accompagna la mostra Anselm Kiefer, il sale della terra (aperta fino al 30 novembre), «l’oscurità rappresenta la profondità cupa dell’artista» ma c’è anche un nero, assai più tragico a cui Kiefer ricorre per evocare il nazionalsocialismo: «Un nero che appare refrattario a ogni riscatto».

da   left avvenimenti

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Morte a Venezia

Pubblicato da Simona Maggiorelli su agosto 8, 2011

Punta della dogana, e il cavallo di Cattelan

Negli spazi di Punta della Dogana e nella Biennale d’arte va in scena la crisi delle arte visive. Negli splendidi spazi dell’ex porto monumentale restaurato da Tadeo Ando  la mostra Elogio del dubbio mette in mostra il presente globalizzato

di Simona Maggiorelli

Sculture contemporanee o gigantografie di oggetti di consumo? Ironico iperealismo o involontaria apologia di un mondo globalizzato fatto di sole merci? Un dubbio neanche troppo amletico assale il visitatore della mostra Elogio del dubbio allestita fino al prossimo dicembre (catalogo Electa) nei suggestivi spazi di Punta della Dogana a Venezia.

Davanti ad opere come Hanging heart, lo sgargiante cuore di plastica firmato Jeff Koons, così come di fronte ai suoi assemblaggi di papere e canotti gonfiabili, il sospetto è che l’arte contemporanea (specie nelle sue declinazioni americane) si sia ridotta a puro gadget. Portando alle estreme conseguenze la lezione di  Andy Warhol che dipingeva barattoli di zuppa Campbell’s.

Hanging heart di Jeff Koons

Analogamente, di fronte ai manichini di donna fatti a pezzi da Paul McCarthy e alle sue grottesche rappresentazioni di donne-oggetto viene da domandarsi se questo suo estremo esercizio di realismo caricaturale colga nell’intento di rappresentare (e denunciare) la distruzione dell’immagine femminile messa in atto dalle società occidentali più “avanzate” o se non ne diventi, piuttosto, inconsapevole amplificatore.

Certo è, che questa mostra curata da Caroline Bourgeois con opere della collezione François Pinault (al pari della Biennale dell’arte) riesce pienamente a rappresentare il momento di crisi che l’arte contemporanea sta attraversando: fra grandeur, gigantismo, dismisura e disseccato minimalismo concettuale, fra autoreferenzialità e rinuncia a creare immagini nuove, profonde, dense di senso, universali.

Un fenomeno specifico delle arti visive di questo inizio del XXI secolo e che, ci pare di poter dire, non riguarda così massicciamente altre discipline, come per esempio l’architettura. Prova ne è anche la splendida ricreazione degli spazi antichissimi di Punta della Dogana (l’ex porto monumentale affacciato sul Canal Grande e sulla Giudecca) compiuta dall’architetto giapponese Tadao Ando, con travi a vista, scale di pietra serena e magnifiche finestre ad arco che si aprono su un vero capolavoro d’arte: la città di Venezia.

da left-avvenimenti 3 luglio 2011

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Sgarbi d’Italia

Pubblicato da Simona Maggiorelli su luglio 2, 2011

Il critico ferrarese espone duecento artisti, scelti  da Scalfari, Eco, Luxuria, Alberoni e molti altri intellettuali.  Saltando a pie’ pari ogni competenza in materia. E inneggiando alla genialità del culatello. Un Padiglione Italia a dir poco… imbarazzante . Con soldi anche dei cittadini.

di Simona Maggiorelli

La mostra per i 150 anni dell’Unità d’Italia curata da Vittorio Sgarbi alla Biennale di Venezia conta ben duecento artisti. Non scelti in prima persona dal critico e curatore del Padiglione Italia 2011 ma segnalati dai più vari intellettuali e personaggi dell’establishment culturale. Da Scalfari a Galli Della Loggia, da Eco a  Luxuria, da Fo a Albertazzi, da  Bondi ad Alberoni. E via di questo passo… Tanto che la mostra risulta un puzzle assai bizzarro, fatto di opere dal valore diseguale e senza nesso, accatastate senza un filo di pensiero. E non poteva accadere altrimenti visto che Sgarbi, ostracizzando le competenze specifiche del settore, ha improntato la sua proposta all’ecumenismo, facendone la sagra della cooptazione e della ricerca di consenso. Quale dei ducento blasonati consiglieri, infatto, oserà criticare il critico che li ha elevati a cotanto onore?

E già se ne vedono le conseguenze, con stimati giuristi come il professor Michele Ainis che si improvvisano critici d’arte sul Corriere della Sera per giustificare la propria opa su un certo artista. Con esiti alquanto imbarazzanti: Ma tant’é. Il sindaco d Salemi, Vittorio Sgarbi, sostiene che i critici d’arte fanno parte di una mafia e. invece di occuparsi delle indagini che riguardano il Comune siciliano di cui è primo cittadino, a Venezia lancia una mostra spot, dal titolo l’Arte non è Cosa Nostra. Le sue ragioni le ha dette in una conferenza stampa-fiume a Roma in cui ha lungamente intrattenuto una riottosa platea di giornalisti sui valori metafisici della salama da sugo ferrarese. Specie se confrontata con il culatello parmense. E a buon diritto Sgarbi ha rimbrottato chi dal pubblico lo accusava di divagare: una selezione di culatelli e di salameria varia è assurta nel Padiglione Italia in rappresentanza delle “sublimi creazioni” di Spigaroli, maestro del culatello di Zibello.

“Questa è la mia Biennale e faccio cosa mi pare”, ha urlato Sgarbi alla malcapitata giornalista. Aggiungendo poi graziosamente: ” Se non le piace si faccia la sua”.Ma il museo del culatello non è il solo sogno di Sgarbi. A spese dello Stato. Accanto ci sarebbe anche quello di un museo dell follia. Ma non ha trovato posto in laguna. Così come è rimasta fuori una retrospettiva di Lucien Freud che, insieme a Fausto Pirandello, per Sgarbi, “è il più grande artista del Novecento”.

Comunque sia, su questa linea, largo spazio nella “sua Biennale”, hanno epigoni di un figurativismo tenebroso e attardato, esempi di una certa destra allieva di Sironi e che Sgarbi ha programmaticamente detto di voler riscattare in questo suo Padiglione Italia. In cui non c’é traccia del critico che talora scrive pezzi intelligenti perfino su rotocalchi come Oggi, né dell’autore di libri godibili come il recente Viaggio sentimentale nell’Italia dei desideri (Bompiani). Che si tratti di una omonimia?

da left-avvenimenti del 29 maggio 2011

Dal settimanale francese Le Monde:

L’arte non è cosa nostra. Ammucchiate in una sala dell’Arsenale, centinaia di opere allestite in  modo indegno sono appese a una specie di griglia. Non avevamo idea che l’Italia avesse prodotto tante croste. Questa esposizione, o piuttosto questa esibizione, è sovrastata da una immensa croce dove Cristo è sostituito da uno stivale italiano. L’Italia crocifissa e gli artisti messi in una tomba da Sgarbi sono una degna maniera di festeggiare i 150 anni dell’unità d’Italia.

giugno 2011

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Quando Ileana inventò Rauschenberg

Pubblicato da Simona Maggiorelli su luglio 2, 2011

Nello storico spazio  di Dorsoduro del Guggenheim di Venezia una selezione di opere della collezione Sonnabend

di Simona Maggiorelli

Rauschenberg, Pilgrim (1960)

Una giovane donna dall’aria malinconica, distaccata, lontana. Così appariva, in bianco e nero, Ileana Shapira in una foto d’epoca che ora campeggia sulla copertina di una fortunata biografia scritta da Manuela Gandini per l’editore Castelvecchi. Quella ragazza di buona famiglia, nata a Bucarest, ebrea, ricchissima, moglie diciassettenne del grande gallerista Leo Castelli e poi del letterato Michael Sonnabend , di fatto, è stata il deus ex machina. L’artefice diretta o indiretta, di moltissima parte della scena artistica del secondo Novecento.

Al pari di un’altra signora dell’arte, Peggy Guggenheim, ma da una posizione più riservata e schiva. Anche se non meno tenace nell’annettere alla propria “scuderia” opere di avanguardia, che sapessero raccontare il proprio tempo, aspirando a diventare a loro modo classiche. Così a quattro anni dalla scomparsa di Ileana, il museo Guggenheim di Venezia le dedica un omaggio, fino al 2 ottobre, ospitando la mostra Ileana Sonnabend, un ritratto italiano curata da Antonio Homem e da Philip Rylands e che raccoglie una selezione di opere della collezione Sonnabend, – una settantina in tutto – legate dal filo rosso dell’amore di Ileana per il Belpaese.

In primo piano, così, un bianco e magnetico Concetto speziale di Lucio Fontana e opere scabre ed essenziali di maestri dell’Arte povera (Kounellis, Pistoletto, Paolini, Zorio, Merz, Calzolari, Anselmo), ma ecco anche il new Pop di Rotella e i collage di Rauschenberg d’ispirazione italiana, realizzati proprio per la gallerista, che insieme a Castelli, si fece mentore del lavoro dell’artista statunitense.

Ileana Sonnabend

E poi ancora i freddi geometrismi di minimalisti come Dine e Sol Lewitt e, sul versante opposto, la cifra neoselvaggia di artisti come Baselitz e Kiefer che forse, più di tutti, risuonavano nella passione di Ileana per l’arte, coltivata fin da giovanissima in ambito mitteleuropeo, con piglio nomade e cosmopolita.

Come del resto lo fu la sua vita, trascorsa fino a 94 anni tra Parigi, Venezia e New York. Proprio nella Grande mela con il triestino Leo Castelli , Ileana Shapira diventò la “regista” di gran parte dell’arte americana anni Sessanta e Settanta. Insieme lanciarono i principali protagonisti del minimalismo ma anche dell’arte processuale e concettuale. E proprio grazie alla galassia di gallerie che Ileana e Leo, ciascuno a suo modo, contribuirono a far nascere nel quartiere di Soho, New York rilanciò la propria leadership culturale nel mercato internazionale dell’arte. E se quel legame esigente e complesso fra i due non poteva rimanere compresso nell’ambito di un matrimonio, per tutta la vita Ileana e Leo furono complici, sodali e sottilmente rivali sapendo di tracciare le linee della storia dell’arte del XX secolo.

da left-avvenimenti 2011

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Dare forma all’invisibile

Pubblicato da Simona Maggiorelli su giugno 3, 2011

di Simona Maggiorelli

Anish Kapoor Rotonda della Besana, foto Melzi

Dopo l’omaggio ad Ai Wei Wei al Grand Palais di Parigi con un’opera politica che vuole accendere l’attenzione sulla sorte dell’artista cinese arrestato nei mesi scorsi e di cui non si hanno più notizie, Anish Kapoor è in Italia con due nuove installazioni e una retrospettiva. Per il suo ritorno alla Biennale di Venezia, che lo lanciò nel 1990,l’artista anglo-indiano ha pensato di riproporre una delle sue prime opere realizzate per Artecontinua di San Gimignano, stabilendo così un filo di continuità con la sua storia di scultore e architetto raccontata fino al 9 ottobre alla Rotonda della Besana di Milano da una bella mostra curata da Gianni Mercurio e Demetrio Paparoni.

Nella milanese Fabbrica del vapore, invece, Kapoor propone fino all’8 gennaio, una nuova installazione site specific, dal titolo Dirty corner, Un’opera monumentale, di forte impatto emotivo, che attraversa il grande spazio da archeologia industriale della fabbrica. E che ricorda gli spazi specchianti, opere in luminoso acciaio e dalle superfici ricurve, che Kapoor, negli anni, ha realizzato per città come Londra e Chicago dove si trova il suo celebre “fagiolo”, una scultura in acciaio che sembra un’enorme goccia di mercurio vivo nel cuore del Millennium Park.

Anish Japoor Dirty Corner

Ma nell’accogliente bocca di Dirty corner che attira il visitatore ad entrare dentro un tunnel c’è anche un chiaro rimando a tutta l’elaborazione che Kapoor ha compiuto negli ultimi vent’anni su forme primarie e primordiali, che rimandano alla differenza fra maschile e femminile, alla sessualità, al continuo cambiamento  nel rapporto profondo fra uomo e donna, così come nel continuo divenire della vita biologica. Un tema che l’artista ha cercato di rappresentare nella scultura When I’m Pregnant e che non rimanda semplicemente alla gravidanza in senso stretto.

Con l’uso del colore, (all’inizio, soprattutto, il giallo e il rosso di puro pigmento) con l’uso di materiali malleabili come la cera (vedi My Red Homeland del 2003 ora riproposta a Milano), ma anche cavando forme dinamiche da granito, marmo e ardesia, Anish Kapoor è riuscito a fare “un uso allargato” del mezzo scultoreo, aprendo la scultura a una molteplicità di nuove forme, ma anche facendo diventare «la scultura tutt’uno con lo spazio» come giustamente rilevano Mercurio e Paparoni nel saggio contenuto nel catalogo Skira. La filosofia buddista, i miti e le forme dell’arte indiana più antica, così come il lavoro di artisti delle avanguardie storiche come Brancusi sono spesso tirati in causa per raccontare la complessità e la densità di significati dell’opera di Kapoor. Ma certamente non bastano per spiegare il fascino e l’intensità delle sue sculture, come abbiamo provato ad argomentare, in altre occasioni, anche su queste pagine.

da left-avvenimenti

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Venezia, a caccia di luce

Pubblicato da Simona Maggiorelli su maggio 31, 2011

Si alza il sipario sulla  Biennale diretta da Bice Curiger. Che apre il dialogo fra passato e presente con la mostra ILLUMInazioni. E fra le opere contemporanee spuntano tre capolavori di Tintoretto

di Simona Maggiorelli

Jack Goldstein, in mostra a Venezia

Identità migranti, aperte al dialogo, che si sono sviluppate entrando in rapporto con culture diverse da quella di origine in cui sono nate. E forse, anche per questo, solide, senza pregiudizi, senza paura dell’altro. Sono giovani e giovanissimi, provenienti da ogni parte del globo, ma con già alle spalle molteplici esperienze creative, gli artisti che la direttrice della 54ª edizione Biennale d’arte di Venezia Bice Curiger ha scelto, in maggioranza, per la sua mostra ILLUMINInazioni che apre ufficialmente il 4 giugno.

Quasi la metà degli 82 invitati, infatti, ha meno di quarant’anni e avrà in laguna la prima importante ribalta internazionale. Dalla iraniana (ma berlinese di adozione) Nairy Baghramian con i suoi fragili ambienti costruiti con esili shanghai colorati, a un duo molto giovane e “cool” come Birdhead che a Shanghai, in senso proprio, è nato nel 2004 scegliendo una ruvida poetica metropolitana. Fino al palestinese trapiantato a New York Seth Prince, nato nel 1973, che con le sue opere realizzate sottovuoto riflette su un’arte concettuale ridotta a solo guscio e, più in generale, su una cultura che ha fatto del vuoto e dello svuotamento di contenuto la sua stessa identità per celebrare solo la superficie. Questo solo per fare qualche esempio, fra una miriade di altri da scoprire.

«L’idea è semplice, è quella che ho cercato di riassumere anche nel titolo della mostra – spiega Curiger -. Le intuizioni, le illuminazioni creative, non conoscono confini, attraversano liberamente le barriere nazionali». Sul concetto di nazione, tuttavia, si è da sempre strutturata la Biennale di Venezia, organizzata in padiglioni (quest’anno le partecipazioni nazionali sfiorano quota novanta). «Dal mio punto di vista – approfondisce la curatrice  svizzera, da vent’anni alla guida della Kunsthaus di Zurigo – ho cercato di leggere questo ineludibile impianto nazionale della Biennale in chiave meno asfittica, dando risalto alla storia, e alla storia dell’arte in modo particolare, che qui a Venezia è presenza forte, diffusa e risonante. Sarebbe stata una pazzia da parte mia chiudermi in un autoreferenziale presente ignorando questo richiamo».

Anche a partire da qui, con una richiesta che inizialmente ha fatto alzare più di un sopracciglio in soprintendenza, Bice Curiger ha ottenuto che tre capolavori di un maestro del secondo Cinquecento come Tintoretto (1519-1594) campeggiassero all’ingresso della sua mostra: parliamo dell’Ultima cena (1592-94) del Trafugamento del corpo di San Marco (1562-’66) e della Creazione degli animali (1551-52). Tre opere provenienti dal museo dell’Accademia e dalla Chiesa di San Giorgio Maggiore e che la curatrice ha scelto per il loro carattere di forte sperimentalismo, per «l’energia visiva che irradiano».

Jacopo Robusti, detto Tintoretto, ricorda Curiger, «fece dello studio sulla luce il suo strumento di ricerca, in chiave antinaturalistica, febbrile, capovolgendo l’ordine classico, tanto che ancora oggi la sua pittura, carica di tensione, ci tocca profondamente». Così accanto ad opere di artisti del nuovo millennio che fanno della luce l’elemento cardine di installazioni, quadri, ambienti, fotografie e opere di videoarte, ecco – d’un tratto, all’ingresso della mostra – l’esplosione di luce di una delle ultime opere di Tintoretto, l’ Ultima cena, con il suo impianto teatrale, carico di pathos, che sovverte la logica razionale della prospettiva rinascimentale. Un dipinto dalla tessitura cromatica vibrante, in cui i personaggi paiono quasi sgranarsi al loro comparire sulla tela. Con una drammatica modalità espressiva che è spia del profondo mutamento umanistico-rinascimentale di fine Cinquecento.

E ancor più straniante, in mezzo a fredde opere concettuali contemporanee, ci appare la visione del Trafugamento del corpo di San Marco in cui Tintoretto usa insolitamente toni scuri per le figure in primo piano e tinte chiare e luminose per rendere irreale lo splendore freddo dell’architettura sullo sfondo. Lontani dalla carnalità di Tiziano, fuori dall’intensa e sfrangiata essenzialità che la sua arte raggiunse nella stagione più  matura, con Tintoretto siamo dentro una ricerca pienamente manierista.

E a questa cifra Bice Curiger sembra voler rendere espressamente omaggio attraverso una scelta di artisti contemporanei che variamente paiono poter ricreare oggi quel tipo di estetica. Con drammatici e dinamici contrasti di luce. Esplorando le vibrazioni espressive più profonde del colore. Fuori da ogni rassicurante naturalismo cromatico. E, ancora, sviluppando lo spazio secondo direttrici multiple, come già faceva nella Milano anni Sessanta  un maestro dell’arte cinetica come Gianni Colombo e che la direttrice della Biennale d’arte 2011 ha voluto rappresentato in mostra insieme a una manciata di pochi altri affermati maestri (da Sigmar Polke, da poco scomparso, a Pipilotti Rist, da Cindy Sherman a Urs Fischer e al duo Fischli & Weiss). Pur senza voler forzatamente ridurre ad un unicum le differenti poetiche dei protagonisti di ILLUMInazioni (aperta fino al 27 novembre, catalogo Marsilio) si può certamente ritrovare nel lavoro di alcuni artisti italiani presenti in mostra, e che conosciamo più da vicino, una cifra di inquieto “manierismo” anni Duemila. In primis nel multiforme lavoro di Elisabetta Benassi, di cui in particolare ricordiamo il video Tutti morimmo a stento (2004) in cui la trentenne artista romana indugiava con la telecamera su una stampa di Pieter Bruegel, quasi accarezzandone i particolari, per passare poi senza soluzione di continuità (ricreando quelle tonalità di colore cinquecentesche) a filmare gli oggetti di un loft disabitato e resti di auto e moto in inquadrature di suggestiva composizione pittorica.

L'ultima cena di Tintoretto

Ma una cifra modernamente manierista si può ritrovare anche nel lavoro di Meris Angioletti (classe 1977, vive fra Milano e Parigi) che usa fotografia, scultura installazioni per dare vita a “forme”, a presenze, intrappolate negli oggetti, e che allo spettatore appaiono come epifanie in momenti di rêverie. E in quello della più ribelle e iconoclasta Monica Bonvicini che – al pari di Turrell, Hlobo, Quaytman, Mirza, Gréaud e alcuni altri – ha creato un’opera ad hoc per questa Biennale. Per quanto legata ai video di avanguardia di Bruce Nauman e a certa minimal art, Bonvicini, con Curiger, condivide un’estetica fortemente legata alla storia dell’arte: «Il passato- dice l’artista veneta – permette una profonda lettura e comprensione di situazioni contemporanee e delle loro implicazioni. Ed è essenziale in questi tempi di amnesia culturale e politica».

GLI EVENTI

Leone d’oro a Franz West

Con 89 partecipazioni nazionali e  37 eventi collaterali, dopo tre giorni di vernissage, il 4 giugno alle 10 apre ufficialmente la  54esima Biennale internazionale d’arte di Venezia che resterà aperta fino al 27 novembre. Nella stessa mattinata, l’assegnazione dei Leoni d’oro. La giuria presieduta dall’ egiziano Hassan Khan, artista visivo e musista e dalla vice prsidente Carol Yinghua Lu, curatrice e critica d’arte cinese consegnerà i premi speciali alla carriera a un artista di fama internazionale come l’austriaco Franz West (per aver innovato la scultura  con i suoi Passstücke, piccole sculture maneggiabili che si completano a contatto del corpo dello spettatore) e a Sturtevant, come anticipatrice dell’arte concettuale. Fra i Padiglioni nazionali, quest’anno, da segnalare le new entries di Andorra, Arabia Saudita, Bangladesh, Haiti e Bahrain (che nel 2010 è risultato vincitore alla Biennale di architettura). Dopo una lunga assenza, ritornano l’India, il Congo, l’Iraq, lo Zimbabwe, il Sudafrica, Costa Rica e Cuba.  E se la Gran Bretagna propone Mike Nelson, la Francia offre un assolo di Christian Boltanski, mentre l’Iraq e la Turchia propongono intense riflessioni d’artista sull’acqua bene primario.  Sul web: www.labiennale.org

 da left-avvenimenti del 29 maggio-3 giugno 2011

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Creatività nel vortice

Pubblicato da Simona Maggiorelli su aprile 6, 2011

Al Museo Guggenheim di Venezia la prima mostra ampia sul Vorticismo, il movimento inglese ispirato da Ezra Pound. Una avanguardia dalla vita breve ma che aprì la pittura inglese all’astrattismo

di Simona Maggiorelli

Dorothy Shakespear senza titolo

Con questa iniziativa della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia si colma finalmente una lacuna scientifica. Fin qui non si era mai vista in Italia una mostra sufficientemente completa sul Vorticismo, movimento inglese dalla parabola fulminante (1913- 1915) e che ebbe molti addentellati con il Futurismo italiano. A unirli, in primis, una parallela ricerca sul dinamismo, sulla  rappresentazione della velocità, sullo studio delle figure in movimento.

Analogamente a quanto andavano sperimentando da noi Bragaglia e Balla, Alvin Langdon Coburn, per esempio, realizzò con le sue vortografie una interessante serie di fotografie astratte, cercando di cogliere non solo lo spostamento del corpo nello spazio, ma anche il movimento umano nello scorrere del tempo. E ancora. Composizioni astratte di linee in movimento e forme a vortice per rappresentare forza e energia campeggiano nei quadri del primo Futurismo e di Boccioni in modo particolare. E diventano soggetto pressoché univoco delle elaborazioni pittoriche e grafiche che in Inghilterra si svilupparono nel “laboratorio” della rivista Blast, a review of the Great English Vortex, fondata da Ezra Pound con Wyndham Lewis dichiarando apertamente il proprio debito con Umberto Boccioni che aveva parlato del suo fare arte come «risultato finale di un vortice di emozioni».

Gaudier Brzeska

Ma come ci racconta questa importante mostra al Guggenheim di Venezia,  I vorticisti (fino al 15 maggio) e nata dalla collaborazione con molteplici istituzioni internazionali fra cui anche la Tate Britain di Londra, il Vorticismo non fu solo la versione più spiritualistica e letteraria del Futurismo ma -come ben evidenziano i due curatori Mark Antliff e Vivien Greene – fu anche un movimento aperto a quanto di più rivoluzionario aveva portato il Cubismo in Francia ma anche il Blaue Reiter in Germania. Basta dire che il nesso fra suono e colore indagato da Kandinskij. come del resto il suo scritto Lo spirituale nell’arte, esercitarono una grande attrazione su vorticisti inglesi come l’artista-letterato-poeta Wyndham Lewis, autore del manifesto del movimento.

Mentre il dinamismo plastico e la ricerca di forme “primitive” di Picabia e di Picasso  influenzarono fortemente la scultura del vorticista Henri Gaudier Brzeska, noto soprattutto per un totemico ritratto (in legno scolpito) del poeta Pound. Legandosi alle intuizioni più brillanti delle avanguardie i vorticisti d’Oltremanica cercarono di uscire dall’inerzia culturale del periodo edoardiano (1901-1910), ma non solo. In una Inghilterra in tumulto, in una società dinamizzata dalle lotte operaie, ma anche piena di contraddizioni, i Vorticisti cercarono di interpretare in termini artistici queste istanze di cambiamento. Purtroppo – alcuni di loro – finendo per restare impigliati in un inquieto e ambiguo esoterismo.

Da Left-Avvenimenti

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Gottlieb sulla via di Rohtko

Pubblicato da Simona Maggiorelli su novembre 1, 2010

Amico e sodale del maestro della scuola di New York, cercò di emularne la ricerca sul coloreal Guggenheim di Venezia la prima retrospettiva italiana. Fino al 9 gennaio 2011.

di Simona Maggiorelli

Adolph Gottlieb, Guggenheim

Albe rosseggianti e paesaggi azzurri e lunari che nei colori e nei grafismi d’inchiostro nero ricordano l’arte delle stampe giapponesi. Mentre gli aloni sfrangiati e la tessitura rada di certi soli evanescenti al tramonto sembrano suggeriti dalle sperimentazioni di Mark Rothko con il puro colore.

Con il più creativo dei pittori della scuola di New York, del resto, Adolph Gottlieb (1903-1974) – a cui fino al 9 gennaio il Guggenheim di Venezia dedica la prima retrospettiva italiana – condivise gran parte delle scelte artistiche e programmatiche. Insieme scrissero, tra l’altro, il breve saggio Il ritratto e l’artista moderno (di recente riproposto in Mark Rothko, Scritti d’arte, Donzelli) ma anche la celebre lettera del 1943 al New York Times in cui, su invito del direttore, stilavano un manifesto della nuova pittura astratta americana, cercando al contempo di difendersi dalle accuse della critica.

«Gentile dott. Jewell – scrivevano Rothko e Gottlieb – per l’artista l’attività di uno spirito critico fa parte dei misteri della vita. è per questo, crediamo, che il rammarico dell’artista di essere frainteso è diventato un chiaccherato luogo comune. è pertanto un evento quando la situazione si capovolge e il critico del Times confessa il suo “sconcerto”. Ci rallegriamo di questa onestà, della reazione verso i nostri dipinti “oscuri”, perché in altri circoli critici abbiamo l’impressione di aver suscitato uno scompiglio isterico».

Lo “scandalo” era esploso quando i due artisti avevano esposto opere di tema mitologico alla Federation show: sperimentazioni mutuate dalla cultura antica e che ancora non abbandonavano la figurazione tradizionale. La retrospettiva dedicata a Rothko al Palaxpo di Roma nel 2007 offriva l’occasione per vedere dal vivo alcuni di questi suoi lavori, a dire il vero, non fra i suoi più felici. E ora qui a Venezia idealmente si possono confrontare con quelli di Gottlieb, notando quanto entrambi in quella fase risentissero dell’armamentario surrealista di immagini fintamente oniriche e grottesche.

Per fortuna, per entrambi, si trattò solo di un periodo. Poi si tuffarono nelle sperimentazioni astratte con il puro colore. Convinti – come scrivevano nella lettera per il New York Times - che «l’arte è un’avventura in un mondo sconosciuto, che possono esplorare solo quanti siano decisi ad assumersene i rischi». Rischi che Mark Rothko si prese totalmente realizzando alcune delle sue opere più geniali; alle quali, però, seguì una grave crisi personale fino al suicidio nel 1970.

Gottlieb, invece, non rischiò affatto, preferendo veleggiare verso il successo commerciale con opere dai colori sgargianti, popolate da “creature” fantastiche alla Mirò, come Imaginary landscape del 1969 o Three discs on chrome ground ora esposte al Guggenheim di Venezia assieme a tele bistrate che rielaborano in geometriche scacchiere suggestioni di Klee e di Picasso. Un finale che tuttavia, come suggerisce il curatore Luca Massimo Barbero nel catalogo Giunti che accompagna la mostra, non deve farci dimenticare alcuni suoi paesaggi immaginari che rievocavano tradizioni e miti dei nativi americani, o la serie dei burst di cui parlavamo all’inizio e che rappresentavano una consapevole via d’uscita dall’action painting. «Contro la ricerca sterile del puro evento gestuale Gottlieb si definiva un image maker e non smise mai di pensare la pittura come creazione di immagine».

da left-avvenimenti del 22 ottobre 2010

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