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  • Presentazione del libro di Massimo Fagioli “Left 2007″ (L’Asino d’oro edizioni)

    Sono intervenuti: Marcella Fagioli, Simona Maggiorelli, Giovanni Del Missier, Matteo Fago e Massimo Fagioli (venerdi 22 ottobre 2010, libreria Feltrinelli Appia di Roma) (Click sul logo per guardare)
  • Festa dell’Unità di Roma – 25 giugno 2010

    Presentazione dei libri "RU486 – Non tutte le streghe sono state Bruciate" e "La pillola del giorno dopo" (L’asino d’oro edizioni) di Carlo Flamigni e Corrado Melega. Oltre al ginecologo Flamigni, sono intervenuti: Annelore Homberg, psichiatra Francesco Dall’Olio, magistrato Massimo Fagioli, psichiatra. Ha moderato l'incontro Simona Maggiorelli, capo servizio del settimanale Left Avvenimenti (Click sul logo per guardare) ______________________________________________
  • La sinistra che sbasaglia

    Nel trentennale della morte di Franco Basaglia cosa resta di una rivoluzione necessaria, ma non sufficiente, che portò alla chiusura dei manicomi. A Radioleft interviene il professor Massimo Fagioli, intervistato da Ilaria Bonaccorsi, Simona Maggiorelli e Federico Tulli. (Radioradicale, 14 novembre 2009 - click sul logo per ascoltare)
  • Un capolavoro chiamato mente

    Evoluzionismo, Darwin, neuroscienze e teoria della nascita umana. Dopo l'inchiesta di Simona Maggiorelli su Left (n.42 del 17 ottobre 2008) ne discutono a Radioleft Federico Tulli (in studio) il coordinatore di Genova Scienza, l'epistemiologo Telmo Pievani, la neonatologa Gabriella Gatti e lo psichiatra Massimo Fagioli (in collegamento). Conduce Luca Bonaccorsi.
  • La donna e il serpente

    La matrice culturale e psichiatrica della violenza sulle donne. Ragione, religione e filosofia occidentale sanciscono la discriminazione sulle donne. Per Radioleft in studio Simona Maggiorelli, caposervizio cultura e scienza del settimanale left avvenimenti, Elisabetta Amalfitano, professoressa e storica della filosofia, Elena Pappagallo, psichiatra e psicoterapeuta. Conduce Luca Bonaccorsi (21 novembre 2008)
  • Tutti pazzi per gli embrioni

    La presentazione del reportage di Simona Maggiorelli sul numero di Avvenimenti dedicato alla campagna referendaria contro la legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita. Roma, Casa delle Culture (27 maggio 2005).
  • Dossier: La pedofilia, i suoi profeti e il Vaticano

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La musica classica? Una passione contagiosa

Pubblicato da Simona Maggiorelli su aprile 15, 2012

A ventiquattro anni è salito sul podio della Scala di Milano. E ha già diretto opere nei maggiori teatri del mondo. “Il repertorio dei grandi compositori è fatto per i giovani”. Parola di un Maestro che ama il rock
di Simona Maggiorelli

Andrea Battistoni

E’ il più giovane direttore d’orchestra mai salito sul podio della Scala. Ha appena pubblicato il libro Non è musica per vecchi edito  da Rizzoli. E ha alle spalle già molte prime importanti al San Carlo, a La Fenice, all’Arena di Verona, la città dove è nato nel 1987. Ma il Maestro Andrea Battistoni non disdegna di suonare rock e ascoltare jazz. Anzi. «Sono un amante della musica a 360 gradi», racconta di sé confessando che nel suo personale Parnaso siedono Mozart e Beethoven  ma anche Frank Zappa, gli AC/DC e i Deep Purple. Intanto, mentre fino al 17 aprile proseguono le repliche delle “sue” Nozze di Figaro alla Scala («un’opera di grande freschezza» dice Battistoni «in cui la vitalità della musica di Mozart riesce a trasformare le maschere di Da Ponte in esseri umani mossi da passioni»), al Teatro Regio di Parma sono iniziate le prove di Stiffelio di Verdi che debutta il 15 aprile. «Un’opera poco rappresentata e che vale la pena di riscoprire perché  apre le porte agli sviluppi futuri di Verdi. Basta dire», sottolinea Battistoni, «che l’opera immediatamente successiva sarà Rigoletto. Poi verranno Trovatore e Traviata. Stiffelio ha già in nuce tutti gli elementi dei grandi capolavori. Ed è interessante vederlo come un cartone preparatorio dei successivi sviluppi dell’arte verdiana». Questa opera lirica in tre atti conobbe una riscoperta alla fine degli anni Sessanta proprio al Teatro Regio di Parma ed è qui che abbiamo raggiunto il Maestro telefonicamente. In attesa di incontrarlo poi al Maggio musicale Fiorentino dove,  il prossimo giugno, dirigerà Traviata.

Maestro Battistoni, il suo libro s’intitola Non è musica per vecchi. Una piccola provocazione per incuriosire il pubblico più giovane?
Senza voler offendere il pubblico più maturo che  già frequenta i teatri, ho cercato di parlare ai giovani che, di fatto, li disertano.
Colpa anche del fatto che l’Italia, diversamente dalla Germania e da altri Paesi europei, offre pochissima educazione musicale nelle scuole?
Conosciamo tutti qual è la situazione italiana nella scuola di base. Non mi riferisco ai conservatori ma proprio alle scuole dell’obbligo che dovrebbero fare di più per diffondere un amore, una conoscenza, per consentire un primo contatto, con la musica. Ma la responsabilità è anche nostra come interpreti e musicisti: troppo spesso ci rivolgiamo a chi già conosce questi repertori. Invece dovremmo toglierci i panni del musicista tradizionale che pensa a fare il proprio concerto per rivolgerci a persone che non masticano questo linguaggio e che potrebbero certamente appassionarsi a questo genere. Tocca a noi fare il primo passo.
Il Maestro Zubin Metha è solito dire che i bambini che crescono in una casa dove si  fa e si ascolta musica classica sviluppano una familiarità e un orecchio particolari. E’ accaduto anche a lei?
Sì ho avuto questa fortuna. In famiglia la musica è sempre stata molto importante, sia io che mio fratello abbiamo cominciato a studiarla da bambini, anche grazie a mia madre che è musicista. Siamo cresciuti in un ambiente in cui si ascoltava musica quotidianamente. E questo ci ha stimolati.
Lei ha già una carriera importante. Come si riesce a sviluppare quella autorevolezza necessaria a dirigere un’orchestra essendo così giovane?
Finora nel mio rapporto con le orchestre non ho incontrato particolari problemi. Metto in conto che la prima reazione nel momento in cui salgo sul podio possa essere di diffidenza da parte di musicisti molto più vecchi di me e con maggiore esperienza. Ma il direttore deve avere molto studio alle spalle e l’entusiasmo per coinvolgerli nel processo di interpretazione.
L’orchestra, lei dice, è il suo strumento. Come è arrivato a sentirlo?
Ho cominciato come violoncellista ma non ho mai avuto un rapporto particolarmente simbiotico con il mio strumento. Tutti i grandi strumentisti sentono che lo strumento che hanno scelto è una parte del loro corpo, è la loro voce artistica. Per me il colpo di fulmine non è mai avvenuto con il violoncello. Già dalle prime volte in cui mi sono trovato a dirigere un ensemble ho capito che attraverso un’orchestra – che non è composta da tanti strumenti separati ma parla con un’unica voce- potevo esprimermi pienamente.
Il Maestro Daniel Barenboim dirige un’orchestra composta da israeliani e palestinesi. La musica classica può trasmettere anche un messaggio politico?
Pur avendo diretto alla Scala non ho mai avuto il piacere di incontrare il maestro Barenboim, ma posso dire che la sua Orchestra Divan è la prova che il valore della musica può andare al di là del piacere dell’ ascolto e può portare davvero un messaggio di pace e di fratellanza. Suonare in orchestra appiana i conflitti perché, appunto, bisogna concorrere tutti insieme alla interpretazione di un grande capolavoro.
IL LIBRO. Non è musica per vecchi
Con un esergo “rubato” al gruppo hard rock Ac/Dc, il colto e giovane direttore d’orchestra Andrea Battistoni invita il lettore del suo libro Non è musica per vecchi (Rizzoli) a intraprendere un viaggio attraverso secoli di musica classica.
Con linguaggio fresco, ma8i paludato, il Maestro racconta come funziona una buona orchestra e l’enorme lavoro che c’è dietro l’interpretazione. Poi il fascino del podio e l’impegno totale che richiede. E ancora, la lezione dei grandi maestri, “l’ardua sfida” della composizione e molto altro.
Rifiutando modi e termini consunti. E perfino  la dizione “musica classica”:”Il termine è quanto mai improprio – annota Battistoni- odora di museo. “I giofvani bramano la novità. Ma sopra ogni cosa vogliono l’emozione… Può una musica ascoltata perlopiù da un pubblico di pensionati e da quattro studenti “nerd” dei Conservatori parlare alle nuove generazioni, ai figli di internet? La risposta è: sì!”.
da left-avvenimenti
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Tintoretto e Marietta

Pubblicato da Simona Maggiorelli su febbraio 23, 2012

La scrittrice Mazzucco, autrice dei testi per la retrospettiva Tintoretto  che siapre il 25 febbraio a  Roma, racconta il talento del maestro del tardo Rinascimento e quello di una inaspettata donna pittrice: sua figlia Marietta 

di Simona Maggiorelli

Tintoretto, presentazione di Maria al tempio

Quella bambina che, da sola, ne La presentazione di Maria al tempio (1552-’53) s’inerpica su una scalinata puntata al cielo è l’immagine che molti anni fa colpì la fantasia di Melania Mazzucco. In quella fragile e risoluta bambina la scrittrice vide Marietta, la figlia illegittima di Tintoretto, che sarebbe diventata artista, nascosta in abiti da maschio. Poi da quell’incontro inaspettato sarebbero nati due libri, il romanzo La lunga attesa dell’angelo (Rizzoli) nel 2008 e un anno dopo la ponderosa biografia Jacomo Tintoretto e i suoi figli (Rizzoli). Due testi diversissimi, ma parimenti frutto di una lunga ricerca d’archivio durata una decina di anni. Una ricerca di fatto mai terminata e a cui Mazzucco ha attinto anche per scrivere i testi che accompagnano il visitatore lungo la mostra di Tintoretto a Roma. Ma lasciamo la parola alla scrittrice: «Anni fa, per caso, mi ritrovai fra le mani la prima biografia di Marietta, apparsa nel 1584, quando sia lei che il padre erano vivi e potevano leggerla. E mi sono accorta che già lì si parlava della Tintoretta come artista, ma anche di figlia molto amata. E si sa che a quel tempo dei sentimenti non si parlava, erano sottintesi, o temuti come fonte di disordine, frutto di incantamento e magia. Proseguendo nelle ricerche, mi sono resa conto che Marietta era stata,- come artista, come persona e come leggenda – una creazione, quasi un’invenzione del padre».

Perciò nella storia ci sono state solo poche pittrici?

La storia dell’arte ne ha avute poche perché la pittura era un mestiere e non era previsto né auspicabile che una donna lavorasse. Alle donne era riservato un altro ruolo nella società. Tanto che oggi, con la rivoluzione culturale, politica e sessuale del Novecento ,ci sono tante artiste quanti artisti. Ma va la storia ci insegna che vi sono state più lavoratrici di quante pensiamo. Nella Fraglia dei Pittori di Venezia intorno al 1580 (l’epoca di Marietta) risultavano attive numerose donne capo-bottega. Si trattava per lo più di vedove o di figlie che proseguivano, talvolta con successo, il mestiere di un parente. Spesso, però, si dedicavano a una pittura minore: dipingevano tessuti, maaschere, carte da gioco, illustravano libri. Così il loro nome non è stato tramandato, e il loro ricordo si è perduto.

Non fu così, però, per Marietta.
No, ma non ebbe mai una bottega propria, lavorò in quella di Tintoretto. Del resto Il padre la educò a rifare se stesso: era il destino dei figli d’arte. Il sesso non aveva qui molta importanza: anche il fratello Domenico divenne capo-bottega solo dopo la morte del padre. Non sappiamo quanto Marietta riuscì a emulare il padre e a realizzare opere che lui poteva firmare. Sappiamo solo che sapeva disegnare bene, perché le sue esercitazioni sono sopravvissute. Il caso di Marietta – una pittrice senza opere – non è unico, e testimonia che al grande interesse suscitato dalla sua figura non corrispondeva un’uguale considerazione del suo lavoro. Poco dopo la sua morte i suoi quadri erano già dispersi.

L’arte di Tintoretto, intanto, dopo una lunga eclisse conosce una riscoperta. A partire dalla mostra al Prado del 2007. Sorprendente è stata anche l’esposizione di un trittico di sue opere alla Biennale di Venezia l’anno scorso.

Sono molto felice del rinnovato interesse intorno alla figura di Tintoretto. La scelta della curatrice della Biennale 2011, Bice Curiger, di inserire le sue opere tra quelle d’arte contemporanea, e quella delle Scuderie del Quirinale di dedicargli una personale, dimostrano che i tempi sono maturi per confrontarsi di nuovo con lui. Credo che la ragione del suo “ritorno” sia anche la ragione della sua sottovalutazione precedente. Tintoretto non è un pittore facile: non ha creato icone, o immagini gradevoli come Bellini, Tiziano, Raffaello. E non è stato neanche un pittore maledetto come Caravaggio benché anche lui abbia alimentato una leggenda di ribellione e anticonformismo. Non è catalogabile e sfugge a ogni definizione. La sua arte è insieme brutale e raffinata, artigianale e geniale, immediata e cerebrale, realistica e mistica. Personalmente sono affascinata dalla sua sperimentazione: è un artista che non si acquieta; che si cimenta con ogni genere, linguaggio, stile, e dipinge i suoi fantasmi sulla tela senza un rigido schema prestabilito, inseguendo la sua personale visione. Ma mi colpisce anche che crea pensando all’effetto delle sue immagini su chi guarda e su di sé. Dipinge dunque anche per sé, cosa rara, unica forse nella sua epoca. Crede insomma in un’arte che “muova”, ovvero smuova, commuova, coinvolga. Provoca, lusinga, irrita, comunque non lascia indifferente. Tintoretto si parla e mi parla, Tintoretto mi riguarda.

Da qui muovono i suoi testi per la mostra?

Parola e immagine si sfiorano, talvolta si intrecciano, ma non possono mai spiegarsi a vicenda e non si bastano. E’ la sfida che ogni artista, pittore o scrittore che sia.

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Il circo Cattelan sbarca a New York

Pubblicato da Simona Maggiorelli su novembre 7, 2011

di Simona Maggiorelli

Maurizio Cattelan

Quando mesi fa alla Biennale di Venezia, con una flotta di spettatori e appassionati d’arte, ci siamo ritrovati a naso in su per rimirare la lunga teoria di piccioni impagliati che Maurizio Cattelan ha schierato sui cornicioni, c’è venuto più di un dubbio che l’artista padovano volesse farsi beffe del nostro piccionesco ammirare un’opera di fatto inesistente. Il messaggio, a quanto pare, non era passato così forte e chiaro alla Biennale del 1997 dove per la prima volta Cattelan aveva tirato fuori dal cilindro i suoi assorti e attoniti piccioni. E memore di quel “perseverare… diabolicum” che rimbombava nella sua infanzia cattolica, ora ci riprova, reiterando la trovata alla personale che dal 4 novembre 2011 gli dedica il Guggenheim Museum di New York.

Mettendo ancora una volta a dura prova il malcapitato critico: gesto di rottura contro il mummificato sistema dell’arte internazionale? Barzelletta artistica? Opportunismo di mercato? Trovata pubblicitaria? Quando si parla di Maurizio Cattelan, l’artista italiano più pagato e gettonato del momento, saltano le categorie e sale l’imbarazzo nel leggere e interpretare opere e azioni artistiche che sembrano esaurirsi in un simpatico gesto provocatorio.

Come quella volta che, per vendicarsi delle esuberanti confidenze sessuali di un gallerista, Cattelan lo convinse a comparire in un Tableau vivant travestito da coniglio rosa. «Avevo obbligato il gallerista a indossare la sua ossessione» dice Cattelan al critico e sodale Francesco Bonami. «Così, sotto forma di arte, si poteva vedere la mania di una persona. La galleria era una trappola per fare fesse le ragazze – racconta Cattelan in Autobiografia non autorizzata (Mondadori) -. Ma ora le ragazze che arrivavano, anziché essere affascinate dal giovane, ne ridevano a crepapelle».

Wojtila visto da Cattelan

Altrove avrebbe detto poi che quella buffa mascherata poteva essere anche un autoritratto. Come quando, nel 2001, Cattelan si è ”incarnato” in un pupazzo che spunta dal pavimento del museo di Rotterdam rappresentando così il suo essere «un abusivo dell’arte» (lo confessa a Catherine Grenier nel nuovo libro intervista Un salto nel vuoto, Rizzoli).

O come quando ha raccontato sé stesso come un orsetto che pericolosamente va in triciclo su un filo sospeso a mezz’aria mentre il pubblico lo spia dal buco della serratura.

Ma sarebbe anche ingiusto dire che Cattelan sia solo questo. Come ricorda la curatrice della mostra  newyorkese Nancy Spector nel catalogo Maurizio Cattelan All (Guggenheim Skira), l’artista padovano è stato anche capace di ideare immagini dirompenti come papa Wojtyla colpito da un meteorite ne La nona ora (1999) e ha osato denunciare la criminale pazzia di Hitler rappresentandolo mentre prega in ginocchio (Him , 2001).

La Spector ha appeso quella statua a fili invisibili lasciandola sinistramente a dondolare nel vuoto, insieme ad altre immaginifiche “creature” dell’universo Cattelan, dall’asinello con la tv in groppa, al cavallo con la scritta INRI, senza dimenticare il Pinocchio riverso nella fontana di Franck Llloyd Wright, ideato nel 2008 proprio per il Guggenheim.

da left-avvenimenti

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Ferragosto d’autore

Pubblicato da Simona Maggiorelli su agosto 13, 2011

di Simona Maggiorelli

Pablo Picasso

Curioso Paese l’Italia in cui scarseggiano i lettori ma abbondano gli scrittori. E che sembra aver inverato l’irriverente detto di Luciano Bianciardi “non leggete i libri, fateveli raccontare”, dacché le presentazioni di saggi e romanzi, specie durante i festival, sono frequentatissime, a fronte di librerie alquanto disertate. Ma tant’è.

E allora cogliamo l’attimo delle tante, tantissime presentazioni estive per proporre un nostro piccolo vademecum: fatto di proposte di libri per capire un po’ di più ciò che ci sta succedendo attorno. Da leggere “a mente fresca” sotto l’ombrellone, in montagna ma anche, perché no?, comodamente seduti nella poltrona di casa, se è vero come è vero che un italiano su cinque, sotto questo battente solleone di crisi, non andrà in vacanza.

Venti di rivoluzione

Instancabile conversatore nelle sere d’estate al Cairo, medico e scrittore di grande sensibilità, lo abbiamo conosciuto qualche anno fa quando con i suoi romanzi (da Se non fossi egiziano a Palazzo Yacubian ) dava voce alla dissidenza, a quella larga parte della società egiziana oppressa e umiliata sotto la cappa di un odioso regime travestito da democrazia. I suoi antieroi nel frattempo, con coraggio, sono scesi in piazza e Ali al Aswany ora li racconta nel libro La rivoluzione egiziana (Feltrinelli), felice della ritrovata fierezza degli egiziani, con la speranza che ora si possa costruire davvero un futuro più libero e giusto. Con l’arabista Paola Caridi che ne aveva raccolto la testimonianza nel libro Arabi invisibili Ali al Aswany sarà il 9 settembre al Fesivaletteratura di Mantova e poi alla Feltrinelli di Roma per parlare di letteratura ma anche dell’importante momento storico che l’Egitto sta attraversando.

E’ stato invece poche settimane fa in Italia (qualcuno lo ricorderà alla Milanesiana) lo scrittore dissidente siriano Khaled Khalifa, ma in un momento in cui l’esercito di Assad sta facendo strage dei civili ad Hama ed altrove è quasi impossibile prescindere dal suo potente e doloroso Elogio dell’odio (Bompiani) che – attraverso lo sguardo di una ragazza – ci restituisce un trentennio di storia siriana e di lotta clandestina per la democrazia. Cercando di leggere la storia del Medioriente per cavarne strumenti di comprensione del presente e per provare a intuire come potranno mutare gli equilibri geopolitici di questa importante area del mondo, Castelvecchi ha lanciato la collana RX in cui già si segnalano titoli come Mediterraneo in rivolta di Franco Rizzi che si propone come un lavoro approfondito, non come un semplice instant book. In qualità di studioso di storia del Mediterraneo, Rizzi ricostruisce anche quali sono state le responsabilità delle politiche predatorie e neocolonialiste occidentali nell’affamare i popoli del Medioriente.

Pablo Picasso ragazza che legge

Pablo Picasso, ragazza che legge

Ma responsabilità gravi e precise l’Occidente l’ha avute anche nella mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese. In chiave di toccante saga familiare e di resistenza ce lo racconta il romanzo della giovane Susan Abulhawa in Ogni mattina a Jenin (Feltrinelli). La scrittrice palestinese, che vive negli Usa, sarà di nuovo in Italia il 17 settembre per partecipare al festival Babel di Bellinzona. Dopo di lei a Babel , il 18 settembre, ci sarà anche la scrittrice palestinese e architetto Suad Amiry, autrice del durissimo Murad Murad (Feltrinelli) in cui racconta l’avventura di un gruppo di palestinesi alla ricerca di lavoro clandestino in terra di Israele, ma anche del provocatorio Niente sesso in città (Feltrinelli) in cui alcune donne sfidano i proiettili israeliani per ritrovarsi in un ristorante a Ramallah e parlare delle loro storie, del loro futuro e di quello del Paese.

Il naufragio del Belpaese

Non si parla di hijab e nemmeno di burka, ma anche in Italia, interiormente, le donne dovrebbero portare il velo. Almeno stando ai cattolici. Cerando di assomigliare quanto più possibile alla arida icona della vergine Maria. Quanto questo modello religioso abbia influito sulle bambine e sulle donne italiane è il tema che indaga Michela Murgia nel libro Ave Mary (Einaudi) di cui la scrittrice sarda torna a discutere in pubblico iin questi giorni a Prali in provincia di Torino. Più in generale, e sotto differenti angolazioni, si parlerà molto del “caso Italia”nelle prossime settimane. Anche nei ritrovi di montagna e al mare. Basta dare uno sguardo al calendario davvero fitto di presentazioni di libri dedicati a questo tema nei luoghi di villeggiatura dalle Alpi alla Sicilia. Alcuni autori come il giurista Michele Ainis o come il giornalista Gian Antonio Stella o il collega Gianluigi Nuzzi- solo per fare qualche esempio – affronteranno dei veri e propri tour con molte tappe lungo la Penisola, confidando nel fatto che la gente non voglia mandare anche il cervello in vacanza. Così Ainis è partito il 12 agosto dalla Fiera internazionale di Messina per far conoscere ai lettori che non amano troppo le librerie la sua lucida e insieme appassionata disamina dell’Assedio (Longanesi) a cui è sottoposta la Costituzione italiana, mentre Stella e Rizzohanno discusso di Vandali assalto alle bellezze d’Italia (Rizzoli) e della mala politica che non tutela il Patrimonio d’arte italiano il 7 agosto nel salotto all’aperto di Capalbio per risalire e ridiscendere poi lo stivale per tutto agosto. Lo stesso dicasi di Nuzzi, a Capalbio il 14 agosto,  e che poi porterà il suo libro inchiesta Metastasi (Chiarelettere) scritto a quattro mani con Claudio Antonelli non solo in quel Sud dove l’ndrangheta la fa da padrona, ma anche in quel nord leghista dalle mani non sempre così pulite come dice a parole.

Della cricca e di chi ha lucra sui terremoti parla invece il giornalista di Repubblica, Antonello Caporale presentando il 21 agosto in piazza del Plebiscito ad Ancona il suo Terremoti spa (Rizzoli). Alla corruzione e al malaffare, di chi, risparmiando sul cemento, falsificando i progetti, violentando il territorio, si è reso responsabile degli effetti devastanti del terremoto de l’Aquila è dedicato anche il libro di un altro Caporale di Repubblica, Giuseppe, dal titolo Il buco nero (Garzanti). Il giornalista ne discuterà con il pubblico il 30 agosto a San Benedetto del Tronto E ancora: Perfino nella roccaforte di “Cortina incontra” comincia a soffiare un vento nuovo. Il che è tutto dire. Così il 18 agosto il salotto “buono” per antonomasia, quello di Enrico Cisnetto, si apre alla presentazione del romanzesco I 99 giorni che travolsero il Cavaliere (Fazi editore) un libro in cui Philip Godgift mescola finzione e cronaca per affrescare scenari di definitiva uscita di scena del signor B. Le cui “gesta” sono puntualmente documentate e stigmatizzate in Colti sul Fatto (Garzanti) di Marco Travaglio, graffiante raccolta di articoli che il giornalista piemontese presenterà il 28 agosto ai vacanzieri di Rimini. E si potrebbe continuare ancora a tracciare la mappa di un Belpaese che sembra essersi svegliato da un ventennale letargo e che, sotto l’ombrellone quest’anno, sembra deciso a non si portarsi un  libro ma direttamente l’autore.

da left-avvenimenti

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Una esordiente di classe

Pubblicato da Simona Maggiorelli su marzo 26, 2010

Passione civile e profondità di scavo. Silvia Avallone racconta in Acciaio la Piombino operaia.

Ma soprattutto offre un inquieto ritratto dell’adolescenza

di Simona Maggiorelli

Silvia Avallone

Quinto posto nella classifica dei libri più venduti, a poche settimane dall’uscita. Passaggi in tv (nel salotto della Dandini), recensioni e una ridda di interviste, mentre nel mondo editoriale si parla di lei come della prossima, probabile, vincitrice del Premio Strega. Un tam tam che oggi in Italia neanche l’autore più navigato riesce a ottenere. E che ha messo in sospetto una certa critica blasonata, che, a corto di argomenti più ficcanti, ha parlato di «immaturità di stile» nella stesura di Acciaio (Rizzoli). Intanto, sul versante del tutto inaspettato della politica, ecco la levata di scudi del sindaco di Piombino e assessori che, dalle pagine locali de Il Tirreno, lamentano di non aver trovato nel libro il vero volto della città ma solo descrizioni di degrado. Come se si stesse parlando di un reportage dalla città dell’ex Ilva e non di un’opera di narrativa. Intanto lei, l’esordiente Silvia Avallone, alzando il bavero dei suoi venticinque anni («Ma mi ha fatto male sentir dire che Acciaio sarebbe cupo, senza pietas») tira dritta per la sua strada fatta perlopiù, oggi, di presentazioni su e giù per l’Italia (il 26 marzo è a Roma per LibriCome).

«Non vedo l’ora – confessa la giovane scrittrice – di potermi rinchiudere in casa per lavorare a una nuovo romanzo». Viaggiando, comunque, ha trovato modo di «covare» una nuova storia. In testa, accenna, «ho già alcune immagini». E a chi le preconizza il duro banco di prova di un secondo romanzo con molti ad aspettarla al varco, risponde decisa : «Io non ho paura». Sfoderando quell’entusiasmo sfrontato che, specie nella prima parte del romanzo, rende irresistibili le due protagoniste di Acciaio, le tredicenni Francesca e Anna, la bionda e la mora che (unite per farsi coraggio) scalpitano per entrare nella vita adulta. Fra un ballo seminude alla finestra del bagno e sfrenate corse in motorino. Crudelmente consapevoli della propria bellezza. Scoprendo un mondo di emozioni fra i ruderi di una fabbrica abbandonata con due compagni di infanzia, d’un tratto “visti” con occhi nuovi.

Acciaio

Contro uno scenario di arroventato cemento, in una provincia depressa, minacciata dalla delocalizzazione industriale, le due ragazze fioriscono nel rapido passaggio da una stagione all’altra. Come se quella Toscana operaia e, ormai in declino, fosse il posto più bello del mondo. A farle sognare quel punto luminoso all’orizzonte che è l’isola dell’Elba, piuttosto, è la violenza di padri assenti e maneschi, quella normalità familiare fatta di indifferenza che a poco a poco, impercettibilmente, le corrode dentro. Virus invisibili che per alcuni dei giovani protagonisti di Acciaio saranno semi di autodistruzione, fra droga e apatia. è una storia molto dura quella che si squaderna in questa sua “opera prima”. Non c’è «elegia della provincia» nel racconto di questi quartieri popolari intossicati di amianto dove la vita scorre senza cinema, senza libri, senza la passione politica e rossa che animava anche i più nascosti angoli di Toscana fino a una generazione fa.

C’è semmai una certa epica operaia, il gusto di raccontare la dignità e la durezza del lavoro in fonderia, dove ogni giorno, ancora oggi si rischia la vita. E c’è soprattutto una calda umanità nell’affrescare i personaggi che la abitano e la fanno vivere. Anche quelli più negativi sono delineati senza cinismo, senza deformazione grottesca. La scrittura di Avallone è lontana mille miglia da quella giovanilistica e splatter degli scrittori cannibali alla Brizzi. E altrettanto lontana è dai toni edulcorati alla Moccia o alla Muccino, fabbricanti di eterni adolescenti di plastica. Con i propri mezzi Avallone ha tentato di immergersi profondamente in quel vulcanico momento che è l’adolescenza. Fra improvvise aperture e tragiche cadute, quando il sentire, i turbamenti, i desideri e le aspirazioni delle due giovanissime protagoniste si infrangono contro il vuoto affettivo delle rispettive famiglie, contro rapporti violenti, che fanno ammalare. Incapace di una sana ribellione, Francesca precipiterà in un abisso di autodistruzione.

«Ho attinto alla cronaca, alla realtà, a storie che ho ascoltato con le mie orecchie», racconta Silvia a proposito delle sue “fonti”. «Al di là della finzione del Mulino bianco- sottolinea- nella vita ci sono purtroppo anche situazioni come quelle che ho affrontato in Acciaio. Se poi allarghiamo lo sguardo alla storia della famiglia in Italia – aggiunge – possiamo scoprire che un certo tipo di rapporto fra padri e figlie ha improntato tutto il Novecento. Il modello persistente del pater familias ha inciso pesantemente sulla psicologia dei figli, specie se femmine». A nutrire la tridimensionalità dei personaggi del libro, dunque, nessuna esperienza direttamente autobiografica («la letteratura non serve a raccontare se stessi, altrimenti diventa diaristica, ombelicale», stigmatizza Avallone). Semmai, accanto a vicende “rubate” dalla cronaca e ricreate, si avverte l’eco di classici della letteratura del XX secolo. Da Lolita di Nabokov a L’Ernesto di Saba, passando per i ritratti di adolescenti firmati da Elsa Morante. Giovani inquieti «che -dice Silvia-hanno un rapporto affascinante ma anche problematico con il corpo, con la scoperta della sessualità, aspetti che la fiction oggi rende in modo appiattito, inverosimile». Nello scavo psicologico, va detto, Acciaio ha dalla sua una lingua viva, icastica e una freschezza di eloquio che conquista fin dalle prime pagine. Qua e là ci scappa anche qualche accento vernacolare, in livornese schietto, quando a parlare sono personaggi in squarci di realtà quotidiana, in spiaggia, nei bar, nella casa del popolo, in fabbrica. «Ho cercato una lingua cruda, di aderenza totale alla materia – spiega l’autrice -. Talora, mi è stato fatto notare, anche un po’ espressionista. Ma non è stata una scelta programmatica. A guidarmi sono il soggetto e il genere che scelgo». Dunque una Silvia Avallone completamente diversa in prosa e in poesia? «La prosa per me è soprattutto ritmo ma l’essermi misurata con la poesia (ha pubblicato nel 2007 la raccolta di versi Il libro dei vent’anni con Le edizioni della Meridiana, ndr) mi ha lasciato il gusto della parola esatta, di dire le cose all’ennesima potenza. Oggi tento di fondere queste due diverse esigenze».

GLI SCRITTORI SI RACCONTANO AL FESTIVAL LIBRI COME

Roma, capitale della letteratura.Almeno da venerdì a domenica con LibriCome che trasforma l’Auditorium in un palcoscenico internazionale di incontri con autori. Alcuni davvero molto attesi. A cominciare da quello con un romanziere cult come Cees Nooteboom, che per Iperborea ha appena pubblicato il libro Le volpi vengono di notte. Ma nel parterre alto ci sono anche Abraham Yehoshua, Boris Pahor e Cathleen Schine, autrice de La lettera d’amore (Adelphi). Quanto agli scrittori nostrani, la scelta diventa più ecumenica: va dal Nobel Fo al magistrato Carofiglio, dal collettivo Wu Ming a Bajani, all’emergente D’Avenia, passando per i soliti Ammanniti, Camilleri e Mazzantini.  Fra i nuovi autori, da non perdere di vista Amedeo Romeo, che per Isbn esce con Non piangere coglione, e Giuseppe Genna (Assalto a un tempo devastato e vile, Minimum fax). Sul versante della poesia, a LibriCome ci sono Valerio Magrelli, Erri De Luca e Joumana Haddad. Per i libri d’inchiesta: Gianluigi Nuzzi, autore del best seller Vaticano Spa (Chiarelettere) ma anche il giornalista Rai Riccardo Iacona. Sul côté del giallo impegnato, ecco De Cataldo ma anche Carlotto in veste di mentore di Donne a perdere (E/0) del collettivo sardo Mama Sabot. E ancora, per la filosofia Antonio Pascale e Armando Massarenti (Il filosofo tascabile, Guanda). Ma interessanti anche le tavole rotonde sulla filiera del libro (con Marcos y Marcos, Donzelli, Minimum fax, Instar libri e Nottetempo) e su come si sceglie un libro da pubblicare con Ferri (E/O), Foglia (Feltrinelli), Franco (Einaudi), Mauri (GeMs) e altri. Mentre l’editore Fazi compare come  autore di Bright star.  La vita autentica  di Jhon Keats.

daleft-avvenimenti del  26 marzo 2010

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Una Marinella praticamente porno

Pubblicato da Simona Maggiorelli su dicembre 2, 2009

Tutto Faber on the road concerto per concerto. In un nuovo libro curato da Elena Valdini per Chiarelettere

di Simona Maggiorelli

Tourbook Chiarelettere

«Da sei anni svuoto scatole, sacchetti e sacchettini e mentre svuoto, leggo fogli e foglietti con appunti di canzoni, pensieri sparsi, numeri di telefono…autografi dal tratto lindo della trascrizione in stampatello o nati dal cortocircuito delle idee, sicché ormai distinguo la grafia dell’elaborazione da quella dell’urgenza…E’ Dori a portarli direttamente qui in Fondazione da quando la famiglia ha accettato di creare all’Università di Siena il fondo De André. Così il mio lavoro è anche quello di preparare ogni foglio per il suo viaggio in Toscana… leggo e mi perdo; staziono, riemergo e riordino. Poi metto tutto in una bella busta e saluto…».

Comincia così il lungo percorso a tappe di Tourbook, Fabrizio De André 1975-1998 (Chiarelettere,470 pagine,59 euro), il volume in cui Elena Valdini ricostruisce punto per punto i concerti dal vivo del cantautore genovese lungo un arco di più di vent’anni, raccogliendo una messe incredibile di scritti autografi, biglietti,locandine,articoli di giornale. Un pazzesco lavoro d’archivio,il suo: meticoloso, attento, come può esserlo quello di una giovane laureata in storia contemporanea e innamorata della ricerca. Un lavoro dipanato in centinaia di pagine, scritte con piglio leggero, da cui riemergono dimenticati flash di storia ma anche fotogrammi di un De André intimo. In cui si racconta, per esempio, la facilità e il piacere che il cantautore aveva nell’improvvisare dal vivo, ma anche della sua inveterata paura del palco. Così se tante volte, anche all’ultimo, annullava i concerti lamentando fantomatici mal di gola, di fronte al pubblico borghese e modaiolo de La Bussola versiliese De André fu capace di improvvisare una cruda e durissima versione de “La canzone di Marinella”, tanto che un giornale titolò scandalizzato: “Una Marinella praticamente porno”. Aspetti privati, ma anche di storia italiana del costume che Elena Valdini ha usato come pezzi di un puzzle per costruire questo suo originale Tourbook, fatto di parole e immagini. La Fondazione Fabrizio De André onlus le ha aperto gli archivi e personalmente Dori Ghezzi le ha messo a disposizione i suoi ricordi perché,lei dice, «Fabrizio è di tutti». E’ nato così questo insolito viaggio in Italia in cui, capitolo dopo capitolo, Elena Valdini non solo rintraccia e racconta le performance del cantautore genovese collazionando le cronache del tempo ma soprattutto raccoglie dal vivo le testimonianze di musicisti e amici che con lui condivisero la vita on the road.

«La sera del 23 luglio 1998 una tonda luna avrebbe illuminato il palco dell’anfiteatro comunale di Nuoro su cui Fabrizio De André si stava esibendo – scrive Elena Valdini in Tourbook – al punto di catalizzare ancora oggi il racconto di quella serata…a parte questo non c’era modo di capirne altro. Una sintesi insolita perché chi me ne ha parlato non solo è uno spettatore attento, ma anche un abile narratore, di quelli che non si accontentano di usare la retorica del cielo e rifuggono dai facili sentimentalismi». L’anomala combinazione del racconto ha incuriosito Elena al punto da decidere di volare in Sardegna «per provare a capire il significato di quella luna tonda». Scopriremo poi che quei narratori speciali si chiamavano Pierangelo Bertoli e Tazenda, storico gruppo etnopop della Sardegna. Altrove nel libro troviamo la voce degli scrittori Stefano Benni e Diego De Silva, di Cesare B. Romana che per Sperling & Kupfer ha scritto la biografia Fabrizio De André l’amico fragile, ma anche quelle di Giorgio Gori, di Mario Ricci e di Bepi Morgia, che come l’autore de “La buona novella” veniva dalla Genova “bene” e poi, attraverso l’esperienza dell’anarchia, era approdato alla musica e allo spettacolo del vivo, a fianco prima di Baglioni e poi, con un bel salto culturale, di Fabrizio. E non solo. Uno spicchio di storia inedita viene anche da Eugenio Finardi che nel suo contributo al libro ricorda i lunghi viaggi silenziosi di un tour in cui lui faceva musicalmente da spalla. «In macchina perlopiù parlavamo dei nostri figli, quasi mai di musica. Eravamo entrambi molto timidi» ricorda l’autore di Musica ribelle. Un episodio apparentemente marginale ma che ci dà la misura di quale fosse il “modo” di De André che «non voleva essere ingabbiato nel personaggio né nella professione di cantante», ma ci dice anche di quanto fosse differente, vent’anni fa, il mondo della musica. «Allora i cantautori e i musicisti erano persone reali, raggiungibili» commenta Elena Valdini che Terra ha raggiunto telefonicamente in Fondazione De André.Ed è curioso sentire lei parlare di quella stagione culturale con tanta passione, lei che è nata nel 1981 e che le canzoni di De André le ha conosciute con le ninne nanne che le cantava sua madre. «In realtà – confessa – dopo aver dichiarato il mio amore in alcuni scritti che erano piaciuti a Dori Ghezzi come Volammo davvero uscito per Rizzoli e Il suono e l’inchiostro (Chiarelettere) è stata lei a spingermi a impegnarmi in questo lavoro: “proprio tu che non mai visto Fabrizio dal vivo, mi ha detto, prova a vederlo». Il punto era fare una ricostruzione di quei lunghi anni di concerti in una chiave nuova, fresca, che potesse parlare al pubblico giovane di oggi. «In tutte le sue iniziative del resto- nota Elena Valdini- la Fondazione De André non è mai andata nella direzione della costruzione di un monumento». E se Elena dice di aver sempre pensato Fabrizio De André come «uno dei più importanti intellettuali del Novecento»,dall’altra parte ammette che per lei, fin dall’adolescenza, è stato «un semplice compagno di viaggio per comprendere le cose del mondo, grazie a quella maniera che aveva di proporle senza saccenza, aiutandoti a sviluppare un tuo sguardo critico».

Ed è stata questa la molla che alla fine ha spinto Elena, armata di taccuino, a mettersi davvero in viaggio, percorrendo in lungo e in largo la penisola. Uno spirito e un fiuto da cronista che l’ha portata anche a cercare un personaggio del tutto estraneo al mondo della canzone come il leader Radicale Marco Pannella. «L’ho incontrato chiedendogli di aiutarmi a ricostruire la data precisa di un concerto che Fabrizio De André tenne in piazza Navona a Roma – ammette Elena -. E mai mi sarei mai aspettata che venisse fuori quello straordinario racconto che Pannella mi ha regalato di quel 3 giugno 1975 e che ho ripreso nel libro». Furono una giornata e una serata per molti versi davvero speciali quelle in cui Dori Ghezzi e Fabrizio De André si trovarono a parlare con Marco Pannella, Adele Faccio e «la neoarruolata» Emma Bonino. Il concerto era stato organizzato dal Partito Radicale e, come racconta lo stesso Pannella in Tourbook «Fabrizio cantò un bel po’in quella nostra serata di diritti civili». E poi rivolgendosi alla giovane intervistatrice aggiunge:«Vedi,la cosa meravigliosa è che lui cantava quello che noi cercavamo di far vivere…».

E se per il leader radicale le parole in comune con De André erano quelle della non violenza gandhiana, Elena che ha quasi cinquant’anni di meno aggiunge:«le parole che mi hanno sempre colpito di quegli anni sono partecipazione e autenticità. E poterle riscoprire attraverso questo viaggio mi ha molto emozionato. Non vorrei apparire nostalgica, ma andare a rivedere quei giorni tentandone un’analisi per noi che siamo nati negli anni Ottanta quando il clima culturale era tutt’altro significa anche poter realizzare che c’è stato un tempo in cui quelle parole, partecipazione e autenticità, significavano una cosa concreta e finalmente poterci dire oggi: allora si può fare».

Dal quotidianto Terra del 6 dicembre 2009

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Un’estate da leggere

Pubblicato da Simona Maggiorelli su luglio 14, 2009

di Simona Maggiorelli
Picasso

Picasso

Estate tempo di riposo. E, finalmente, tempo di letture. Si direbbe con il signor Lapalisse. Quelle agognate durante tutto l’inverno affogato di impegni e di lavoro. Ma a dare retta a un certo vecchio e usurato costume dei giornali nostrani, che sotto il solleone vanno a caccia di gossip e delitti, gli italiani con l’arrivo delle ferie manderebbero anche il cervello in vacanza. Stanchi di questo vecchio adagio, curiosando fra le novità in libreria, ci siamo immaginati un piccolo vademecum per chi sia già con un piede sull’aereo, sul treno, sulla bicicletta… cercando di fare incetta di enzimi per la mente…

Sotto l’ombrellone

«Tempo!», chiedono con le mani gli allenatori di Pallavolo. E di questi tempi vacazieri, quelli del Beach Volley sulle spiagge. E allora diamoci tempo per un tuffo nelle pagine per cercare di capire qualcosa di più di questo strano Paese in cui viviamo. Un Paese in cui i giornali dei grandi gruppi editoriali “non sempre” fanno il proprio lavoro, mentre singolarmente, e con coraggio, giornalisti e scrittori, passandosi il timone, scrivono la vera storia degli ultimi anni. Parliamo, per esempio, di giornalisti come Lirio Abbate, al lavoro quotidiano in Sicilia contro la mafia, ma anche autore di libri come I complici, tutti gli uomini di Provenzano da Corleone al parlamento (Fazi) scritto due anni fa con Peter Gomez; un libro, pensiamo, che ognuno di noi dovrebbe avere in casa.

Ma pensando a Napoli, alle stragi di camorra e non solo, parliamo anche dei libri di Roberto Saviano che, recentemente per Mondadori ha raccolto i suoi reportage scritti fra il 2004 e il 2009, nel libro La bellezza e l’inferno. Abbate e Saviano, due giornalisti diversissimi, ma che in questo Paese strano vivono entrambi sotto scorta. Una stranezza che la statunitense Freedom house ha passato al vaglio classificando l’Italia all’ultimo posto in Europa per la libertà di stampa.

In campagna

Dedicato a chi va in campagna. In senso letterale. E metaforico, pensando a ciò che si muove o non si muove, ahinoi, a sinistra sulla scena politica italiana. Pensando al teatrino delle candidature alle primarie del Pd a cui già in questi giorni stiamo assistendo e, a chi non rassegnandosi a morire democristiano, berlusconiano o finiano, già si sente in campagna elettorale per le elezioni regionali dell’anno prossimo. Così, fra i molti titoli nuovi che ci si propongono ci viene, in primis, da suggerire come lettura per l’estate il libro, anche se non nuovissimo, di Beppino Englaro Eluana, la libertà e la vita (Rizzoli) accanto a Storia di una morte opportuna, il diario del medico di Welby, Mario Riccio, pubblicato da Sironi.

Poi venendo ai libri freschi di stampa, un titolo importante come Religione e politica (Meltemi) in cui si ricostruisce tutto il percorso che va da Del Noce a Habermas allo statuto del Pd, che in molti ricorderanno, stabiliva che la religione non fosse un fatto al limite privato, ma dovesse rientrare a pieno titolo nel dibattito pubblico; persino, in quello parlamentare. Ma guardando ancora in casa propria pur sforzandoci di pensare Antonio Di Pietro di sinistra, memori delle sue sacrosante battaglie da magistrato, vale la pena approfondire la deriva populista dell’Antonio nazionale, analizzata da Alberico Giostra in Il Tribuno. Vita politica di Antonio Di Pietro (Castelvecchi).

Per chi va in montagna

Pensieri in vetta, dopo lunghe camminate. Un libro, un rifugio. Recita il titolo di una rassegna di incontri con l’autore in Alta Badia, che il 5 agosto, a La Villa-Corvara, invita il direttore del domenicale de Il Sole 24 ore, Riccardo Chiaberge, a presentare il suo ultimo libro La variabile Dio (Longanesi) che indaga le radici dell’insanabile conflitto fra religione e scienza. Ma di scienza e di scoperte mentalmente “ad alta quota” si occupa, fra romanzo e storia, anche il libro del fisico Gino Segré, Faust a Copenaghen (Il Saggiatore) che ricostruisce la vita, le relazioni (nonché la passione per l’alpinismo) e l’impegno assoluto nella ricerca del gruppo di scienziati, sei uomini e una donna, che nel 1932 lavoravano per Istituto di fisica teorica di Copenaghen.
Erano il gruppo di Niels Bohr e di Werner Heisenberg, i “rivoluzionari” della fisica quantistica. Per i più contemplativi, invece, c’è il bel libro curato da Chiara Dall’Olio La Montagna rivelata Fotografie di grandi viaggiatori e alpinisti tra ’800 e ’900 (Skira) e per gli scalatori del limite, invece, il libro testimonianza di uno dei più grandi scalatori al mondo, Alexander Huber La montagna ed io (Corbaccio). E ancora sul versante più “domestico”, riecheggiando il titolo del celebre viaggio in Italia di Dürer, ecco In viaggio sulle Alpi (Einaudi) di Marco Albino Ferrari, che l’autore presenta il 24 luglio a Courmayeur.

Per chi va al lago

Maurizio Pallante, il teorico italiano della decrescita, presenta il 23 luglio nel Parco Laghi Margonara a Gonzaga, in provincia di Mantova il suo ultimo libro La felicità sostenibile (Rizzoli) che parte da alcuni assunti semplici ed essenziali: tra processo di trasformazione e uso finale, una lampadina a incandescenza disperde il 95 per cento dell’energia; per ricavare una bistecca di manzo da un etto, occorrono tremila litri di acqua. Invitando a una battaglia, in teoria elementare ed evidente a tutti, contro gli sprechi. Ma un pesante sasso nel lago stagnante della politica italiana, che sotto Berlusconi (e purtroppo, anche sotto l’ultimo governo di centrosinistra) si è dimostrata quanto mai genuflessa ai diktat vaticani lo getta in primo luogo Gianluigi Nuzzi, con il libro Vaticano Spa (Chiarelettere).
In un Paese cattolico come il nostro da alcune settimane, curiosamente, in cima alle classifiche di vendita dei libri troviamo proprio questo titolo che documenta come lo Ior, la Banca vaticana, abbia negli anni prestato il fianco al riciclaggio di denaro sporco. E non solo. Una storia che si riesce a mettere ancor più a fuoco leggendo il libro di Nuzzi in parallelo con il libro Qualunque cosa succeda del giovane avvocato Umberto Ambrosoli, figlio dell’assassinato Giorgio (appena uscito per Sironi con la prefazione di del presidente Carlo Azeglio Ciampi). E per chi voglia andare ancora più a fondo in questa storia cruciale d’Italia, utilissima è anche la lettura comparata del libro Il Caffé Sindona (Garzanti) che gli autori Gianni Simoni e Giuliano Turone presentano il primo agosto a Courmayeur proprio con Umberto Ambrosoli.

Per chi viaggia

«Per viaggiare basta vivere», scriveva giustamente il portoghese Fernando Pessoa. E proprio per chi sceglie di vivere intensamente attraverso un viaggio ci sentiremmo di suggerire alcuni titoli che ci liberano dalla maschera della felliniana Gelsomina: di chi nulla sa, ma peggio ancora, nulla vuole sapere. Pensiamo a libri come l’autobiografia di Rebya Kader, ex imprenditrice dello Xinjiang, acclamata ai massimi gradi del parlamento cinese perché «arricchirsi è glorioso» e poi subitaneamente cacciata per la sua strenua difesa dei diritti umani nel Turkmenistan orientale. Qualche mese fa Kadeer, leader degli uiguri, esule negli Usa dopo anni di prigione in Cina, è venuta in Italia per presentare il suo libro, La guerriera gentile (Corbaccio), preconizzando un drammatico giro di vite nella sua terra.
Alla luce degli oltre 800 morti denunciati da fonti uigure, uccisi dalla repressione cinese, questo appassionante libro è essenziale per tentare di capire cosa sta succedendo. Dall’Estremo al Medio Oriente, altri focolai di rivolta e repressioni che si consumano sanguinosamente sotto il nostro sguardo distratto. Pensiamo all’Iran e alla rivolta di tanti giovani contro le elezioni truccate dal presidente Ahmadinejad. Anche in Italia sono usciti alcuni titoli che interrogano radicalmente il regime, a cominciare dalla Storia dell’Iran 1890-2008 (Bruno Mondadori) dell’italo-iraniana Farian Sabahi e dalla Storia dell’Iran dai primi del ’900 a oggi di Ervand Abrahamian (Donzelli).

Ma non solo. Con fantasia, raccontando per metafore, spinte da esigenze espressive ma anche dalla necessità di sviare la censura, giovani scrittrici iraniane raccontano tra le righe il cambiamento sotterraneo che la società di Teheran sta vivendo, anche grazie all’impegno delle donne. La studiosa Anna Vanzan ha raccolto le loro voci nel libro Figlie di Shahrazad. Scrittrici iraniane dal XIX secolo a oggi (Bruno Mondadori). E ancora. Dal Medio Oriente all’emergenze dell’Africa, Benito Li Vigni, esperto di geopolitica nel libro I predatori dell’oro nero e della finanza globale (Baldini Castoldi Dalai), indaga a tutto campo sui legami tra «mondo del petrolio» e potere politico-finanziario, inquadrando le verità nascoste che riguardano il futuro dei giacimenti, le guerre, le tensioni geopolitiche e l’uso dell’«arma petrolifera» da parte dei maggiori produttori, primo fra tutti la Russia. «Lungo una sorta di cintura che lega il Sud del mondo, passando dall’Iraq al Sudan e alla Nigeria, per arrivare in Venezuela e Colombia scrive Li Vigni – gli “imperi del profitto” si scontrano e si alleano. La fame di petrolio spinge a mutamenti epocali negli assetti politici internazionali, basti pensare alla silenziosa colonizzazione cinese dell’Africa e a un evento impensabile come l’affacciarsi della flotta militare di Pechino nel Mediterraneo». Uno scenario instabile nel quale si affaccia la «svolta verde» di Barack Obama e la sua politica estera fin qui moderata.

E ancora a chi voglia viaggiare con cognizione in terra d’Africa suggeriamo I signori della sete (Piemme) di Sergio Grea che offre – in chiave di romanzo ma sostanziata da una fitta messe di documenti – un drammatico spaccato delle conseguenze delle guerre per una risorsa primaria come l’acqua. Il libro sarà presentato il 19 luglio a San Marzano Oliveto in provincia di Asti. Last but not least, un libro essenziale per chi quest’estate prendesse le rotte dell’India: parliamo di Quando arrivano le cavallette (Guanda) della scrittrice e coraggiosa reporter Arundhati Roy. Nonostante i passi avanti che ha fatto la più grande democrazia mondiale, sono molte ancora le pagine di ingiustizia. La straordinaria romanziera de Il dio delle piccole cose qui fa cronaca di denuncia documentando azioni di apparati dello Stato deviati e la corruzione di una magistratura prona agli interessi delle multinazionali.

Per chi sta a casa

«L’amore è un viaggio. Ed è meglio viaggiare che arrivare, come diceva qualcuno». Quel qualcuno era il maestro del romanzo d’avventura Stevenson, quello dell’Isola del tesoro. Ma chi siglava questa nota nel 1918 era uno scrittore di lingua anglosassone, forse ancor più grande: D.H. Lawrence, l’autore scandaloso per quegli anni del romanzo L’amante di Lady Chatterly. Di Lawrence in questi giorni Adelphi fa uscire una interessante raccolta di saggi intitolata Classici americani. Di fatto una serie di folgoranti ritratti, di grande penetrazione psicologica di maestri come Edgar Allan Poe, Nathaniel Hawthorne (l’autore de La lettera scarlatta) e di Herman Melville. Il libro, scritto in prima persona, ha come voce narrante quella di un ragazzino di 11 anni che vede suo padre morire improvvisamente.

Ma volendo continuare a viaggiare con la mente nella grande e contraddittoria terra americana, Adelphi offre anche un altro titolo da non perdere di vista: l’affascinante Zia Mame di Patrick Dennis in cui si racconta la grande mela degli anni Venti ricca di jazz e nuove culture con lo sguardo ancora una volta di un ragazzino rimasto orfano, ma in questo caso affidato a una affascinate zia che non aveva mai voluto sposarsi. E ancora per restare in terra a stelle e strisce, mentre il giovanissimo Todd HasakLowy in Prigionieri (Minimum Fax) traccia un corrosivo ritratto dell’America dei nostri giorni in cui – ipse dixit «tutto è andato completamente a puttane, il governo, le grandi aziende, tutto», esce in rinnovata edizione italiana Uomo invisibile (Einaudi), il romanzo dello scrittore afroamericano Ralph Ellison, che per primo nel 1947 seppe fondere la tradizione orale del Sud con il registro poetico di Dostoevsky per raccontare la storia di un meticcio che ha più di qualche assonanza con quella del presidente Obama, il quale in passato, se non proprio citando Uomo invisibile, ha fatto riferimento ai libri di Ellison.

Un tempo, parlando di superpotenze culturali e non solo politiche, sbirciando da casa il mappamondo e avendo a portata di mano una degna biblioteca, a questo punto, si sarebbe andati a scovare qualche perla di novità letteraria nei territori della ex Urss. Ma letterariamente parlando oggi la temperatura culturale di Mosca sembra essere “non pervenuta”. Come se di dittatura in dittatura, da quella staliniana a quella putiniana, la voce dell’arte fosse stata più che mai tacitata. Mentre le voci critiche dei giornalisti, drammaticamente, vengono azzerate a colpi di pistola. Come la cecena Natalya Estemirova, come Anna Politkovskaya. Alle quali Voland dedica Ragazze della guerra di Susanne Scholl, in uscita nei prossimi mesi.

Nello scacchiere mondiale dell’arte, accanto a nuovi voci emergenti da vaste aree e continenti fin qui ingiustamente considerati periferia del canone occidentale come India, Africa, Caraibi, America Latina, svetta ancora, nonostante la censura, il colosso cinese, che uno scrittore di tradizione alta come Mo Yan ne Le sei rincarnazioni di Ximen Nao (Einaudi) racconta con accenti epici e sottile ironia nel passaggio lungo mezzo secolo che va dalla riforma agraria, alla rivoluzione culturale di Mao, fino agli esiti più recenti, di un’economia liberista e macchiata di sangue. Più giovane, caustico e disposto a raccontare gli ultimi anni della storia cinese al grado zero, Ma Jan, l’autore di folgoranti storie dal Tibet, raccolte in Tira fuori la lingua (Feltrinelli), nel nuovo romanzo Pechino è in coma (Feltrinelli) traccia un poderoso e agghiacciante ritratto di quel che è accaduto nel Paese di Mao a partire dal quel fatidico 4 giugno 1989 in cui la migliore gioventù cinese morì n piazza Tienanmen.

Dovunque andiate

«Nonostante l’epoca sia così nera, così difficile, piena di teologi, di ladroni, la poesia non ha perduto il suo valore, la sua efficacia, l’unica cosa che rimane ancora che possa trasformare il mondo, almeno allusivamente – un ultimo miracolo che ci resta – è forse la poesia; anche per questo suo dono di avere gli occhi divaricati, di poter abbracciare diverse cose insieme… ». Così, ricordando queste parole forti che Angelo Maria Ripellino affidò al suo Splendido violino verde (Einaudi), dovunque andiate o non andiate, ci sono dei libri che non deludono mai: sono le raccolte di versi.E fra i tanti classici a cui si può ricorrere per trovare buona linfa, ne segnaliamo anche uno uscito in questi mesi. è Ecco il mio nome (Donzelli) del poeta siriano Adonis. Un libro di versi dedicato al Medio Oriente dove l’autore è nato, ma anche ai sentieri incrociati di New York e di Parigi, dove ha scelto di vivere. A far da filo rosso della raccolta i temi che Adonis esplora poeticamente da cinquant’anni, il desiderio, il rapporto con la donna, il rifiuto della violenza, a cominciare da quella della religione. «Sono nato anti-ideologo e areligioso, perché temo molto tutti coloro che hanno la risposta a ogni domanda», spiega Adonis in una recente intervista.«Il monoteismo è la fonte dei nostri problemi e delle guerre che hanno sempre insanguinato il Mediterraneo; questo posso dirlo certamente come conoscitore dell’islam. Ma lascio a voi la critica del giudaismo e del cristianesimo, gli altri due grandi monoteismi». Nei suoi versi Adonis configura una sua laica antropologia. Con parole risonanti, sfaccettate, dense di significati. Lontane da ogni astrattezza filosofica. «Io vedo l’uomo come essere capace di amore e come creatura anti violenta. Credo davvero che l’uomo possa essere al sommo della creazione, intesa non in senso religioso, ma naturalistico».

dal quotidiano Terra, 18 luglio 2009

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Quei supermaschi dei Romani

Pubblicato da Simona Maggiorelli su aprile 27, 2009

cantarella

eva cantarella

di Simona Maggiorelli

Dopo aver guidato il lettore in un viaggio colto e appassionato all’interno della polis raccontandoci come i greci vivevano i rapporti sessuali e le passioni, con il suo nuovo libro, Dammi mille baci (Feltrinelli, dal 23 aprile in libreria), Eva Cantarella ci fa scoprire i lati meno noti della vita dei Romani.

E se in Passato prossimo (Feltrinelli) con personaggi come Tacita Muta aveva messo a fuoco l’assoluto silenzio a cui le donne erano condannate nei primi secoli della romanità, in questo nuovo lavoro racconta come le matrone apparentemente acquisirono nuovi diritti durante gli anni della Repubblica e dell’Impero, guadagnandosi un posto nella sfera pubblica. Ma pagando un prezzo altissimo. «Consapevoli dei premi, dei vantaggi e degli onori che sarebbero derivati loro dall’adempimento dei propri compiti – scrive la studiosa – le donne romane di regola condividevano i ruoli maschili. Esse accettavano, profondamente convinte della sua importanza, la costruzione maschile della loro immagine e del loro ruolo».

Tanto che, riempite di gioielli e onorate pubblicamente come matrone, mogli e madri modello, azzarderemmo, se la passavano perfino peggio delle donne greche, stigmatizzate dal sommo Aristotele come esseri inferiori, irrazionali, incapaci di ragionare. Pienamente sussunte nel modello maschile sulla scena pubblica e violentate in privato da mariti che concepivano solo una «sessualità per stupro» non facendo alcuna differenza fra uomini e donne, purché avessero un ruolo passivo, le donne dell’Urbe ci appaiono catturate in una situazione di annullamento totale della propria immagine e identità. Senza contare che presto sarebbe stato il Cristianesimo a dar loro il colpo finale. «Studiando la condizione femminile a Roma ci si trova davvero di fronte a un quadro agghiacciante – ammette Eva Canterella -. E la cosa ci tocca da vicino perché ha lasciato tracce durevoli e pesanti su di noi. La grande abilità politica dei Romani e la loro astuzia determinò questa situazione. A differenza dei Greci che discriminavano le donne tanto da costringerle a vivere appartate, le Romane stipularono questo tacito patto con gli uomini, che vige ancora oggi, nelle ricompense, nei piccoli vantaggi.

Purché fossero mogli e madri modello…

Solamente se diventavano delle madri modello, mogli o vedove potevano ottenere qualcosa. Quanto alla lunga durata di una certa mentalità mi impressiona quello che si sente dire oggi riguardo alla necessità di aumentare le pene nei casi di stupro. Per carità, aumentino pure gli anni di carcere, ma il punto è che molto spesso i responsabili non vengono nemmeno individuati perché gli stupri avvengono in famiglia. Soprattutto non si ferma con il mero istituto della pena un fatto psicologico culturale di questa portata che ha radici così profonde. Ci vuole veramente una rivoluzione culturale.

affresco_romano_-_pompei_-_eros_e_psiche2Nel saggio Essere diverse contenuto nel libro Donna m’apparve curato da Nicla Vassallo per Codice edizioni lei scrive che la diversità della donna è una teoria elaborata dai Greci.

Sì, ma il fatto è che i filosofi greci elaborano un’idea di differenza che significa inferiorità della donna. E Aristotele, lo sappiamo, ha avuto un peso enorme sulla cultura occidentale. Il suo pensiero ha resistito fino a quando le femministe hanno elaborato una nuova teoria della differenza. Che poi sia riuscita o  meno, questo è un altro discorso. Ma non c’è dubbio che fino a quel momento la “differenza” è stata solo una sciagura per le donne.

Fra i Romani, come fra i Greci, l’omosessualità era pratica comune. Ma quello che più colpisce è che per i primi essere uomini voleva dire avere un ruolo sessualmente attivo. Poco importava se poi il partner era una donna o un uomo.

Questo accadeva anche in Grecia. Con una differenza tuttavia: Aristofane usa tutta una serie di aggettivi per indicare gli omosessuali passivi, usa parole che poco si adattano a un’intervista. Ma se si trattava di un giovane da educare ai valori della polis, il rapporto omosessuale veniva considerato un mezzo nobilissimo, in ogni caso. I Romani erano portatori – per capirsi – di un “celodurismo” alla Bossi, si pensavano supermaschi, ma se certi ragazzi romani di buona famiglia erano intoccabili, gli adulti non esitavano a ficcarlo in quel posto ai nemici e agli schiavetti. Perfino il dolce Catullo rivendicava l’io te lo metto lì e lo scriveva nei messaggi che indirizzava ai giovani uomini.

A Pompei i fanciulli che si prostituivano erano più ricercati e pagati delle donne?

Accadeva anche a Roma dove c’erano molti ragazzini viziati che dagli uomini si facevano pagare moltissimo. L’etica cittadina diceva no a tutto questo, ma la pratica quotidiana era cosa diversa. Come sempre.

E il Cristianesimo che tipo di cesura segnò nella cultura romana?

Una cesura radicale. Per il Cristianesimo l’unico rapporto secondo natura è quello che porta alla procreazione. E condannava ogni relazione omosessuale. Le conseguenze si possono leggere nelle costituzioni di epoca imperiale. Anche allora vigeva questo vizio dei politici di imporre a chicchessia quanto affermato dalle gerarchie ecclesiastiche. Gli imperatori cristiani cercarono di adeguare la legislazione, ma non potevano bruciare vivi gli omosessuali attivi che erano “approvati” dall’etica pagana. Quindi per secoli si punirono solo gli omosessuali passivi.

affresco-romanoLei scrive che nella società romana il parricidio era un’ossessione diffusa. E non di rado si passava all’atto.

Non lo dico solo io, ma anche un grande storico come Paul Veyne. E devo ammettere che se si vanno a leggere direttamente le fonti il fenomeno appare impressionante. A Roma, di fatto, non si smetteva mai di essere figli. Capitava così che un individuo a 40 oppure a 50 anni, sposato o console che fosse, dipendesse ancora dal padre, il quale poteva tagliargli i viveri o diseredarlo. L’usura, anche per questa causa, era molto praticata e c’era chi arrivava, per questo, ad uccidere il padre. E che non fosse un fatto straordinario, lo  si capisce dalle leggi ad hoc che furono emanate.

Dunque la famiglia romana produceva crimini e pazzia?

Di sicuro produceva rapporti difficili e contorti. Certo che il problema del parricidio era un affar serio, è documentato da molte fonti. Andrebbe ricordato a quanti ancora oggi esaltano la famiglia dipingendola in ogni epoca come un paradiso.

Il parricidio veniva punito con una pena efferata: la morte in un sacco con un cane, un gallo, una scimmia e una vipera

La pena del sacco, che a noi  sembra assolutamente primitiva, rimane in vigore anche nell’Impero. La si comminava anche agli adulteri, ma forse senza animali.

In questa romanità incentrata sul pater familias, in cui si imponevano modelli culturali anche attraverso la letteratura e la scelta dei miti e delle divinità, Apuleio come riuscì a introdurre la favola di Amore e Psiche?

In effetti fu un bel salto. Quello che sappiamo è che la favola di Amore e Psiche probabilmente era di origine orientale e arrivò in occidente attraverso percorsi sui quali si discute moltissimo.

Di questo lei si è occupata per una nuova edizione della favola di Apuleio che uscirà a giugno per Rizzoli. A che conclusione è giunta?

Ho scritto, appunto, che le radici della storia di Amore e Psiche affondano in luogo diverso da Roma e in un tempo probabilmente molto lontano da quello in cui visse Apuleio. Secondo alcuni studiosi il mito viene dalla Siria, secondo altri ancora sarebbe l’elaborazione greca di un mito iraniano. L’ipotesi sulle origini sono incerte. Ma quali che siano, la storia viene ripresa e rielaborata da Apuleio per adattarla alla società in cui viveva.

Da cosa lo deduce?

Apuleio, come sappiamo, era un avvocato e nel suo testo ci sono molti riferimenti ad istituti romani. Per esempio le donne a cui Psiche chiede aiuto le rispondono: non posso perché altrimenti sarei punita. La legge effettivamente sanzionava chi aiutava gli schiavi fuggitivi. Lo stesso Giove, a un certo punto dice: «Per colpa tua, io ho più volte violato la lex Iulia.

Il fatto che Apuleio fosse di origini berbere non potrebbe anche far pensare che la materia del mito provenisse proprio da quell’area dove le donne fin dalle epoche più antiche hanno sempre goduto di una certa libertà?

Non è da escludere, ma non abbiamo prove certe. Quello che possiamo dire è che il mito è sicuramente orientale, berbero o persiano che sia. Il mio lavoro su Amore e Psiche in realtà origina da alcune lezioni che tenni a New York con Karol Gilligan. Nel libro In a different voice, la Gilligan scrive che la favola di Amore e Psiche racconta una storia di resistenza femminile. Un’interpretazione affascinante, anche se mi convince fino a certo punto.  Il mito si offre a molte letture. In ogni caso particolarmente eversivo nella cultura classica romana, razionale, impostata sull’autorità paterna e la sottomissione totale della donna e dei figli.

Questo rapporto con l’Oriente è stato problematico. In Dammi mille baci, per esempio, lei racconta che la leggenda di Cleopatra con il naso lungo fu inventata da Pascal. Ma sono tante le storie di donne di culture mediorientali che la tradizione ebraico-cristiana ha deformato e alterato.

È comprensibile che Cleopatra fosse vista malissimo dai Romani, ma è vero che si potrebbero fare molti altri esempi di cattiveria occidentale. Uno dei pochi casi opposti è quello di Zenobia, la regina di Palmira. Di lei le fonti occidentali dicono che conosceva non so quante lingue e che cavalcava alla testa dei suoi soldati. Se ne parlava con rispetto. Se il nostro sguardo si fosse liberato dal pregiudizio si sarebbe accorto già molti secoli fa che nella storia e nella letteratura orientale emergono figure femminili veramente straordinarie.

da left-Avvenimenti 27 aprile 2009

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Cronaca di due leggi vergogna

Pubblicato da Simona Maggiorelli su aprile 2, 2009


di Federico Tulli

fecondazioneMentre andiamo in stampa la Corte costituzionale è appena uscita dalla camera di consiglio dove si era riunita per valutare la legittimità costituzionale della legge 40 sulla procreazione medicalmente assitita (Pma). La norma è stata giudicata parzialmente illegittima dall’Alta Corte. I giudici hanno infatti dichiarato «l’illegittimità costituzionale» dell’«unico e contemporaneo impianto» di tre embrioni (articolo 14 comma 2). Allo stesso modo è incostituzionale il comma 3 dello stesso articolo 14 comma 3 laddove non prevede che il «trasferimento degli embrioni, “da realizzare non appena possibile”, debba essere effettuato senza pregiudizio della salute della donna». Nel mirino dei giudici, dunque, due passaggi della legge che minano la salute della donna. L’obbligo di contemporaneo impianto di tre embrioni è infatti causa di parti plurigemellari tra le donne più giovani, mentre è spesso insufficiente per chi ricorre alla fecondazione assistita in età più avanzata. La qual cosa comporta il ricorso a più tentativi di impianto. Ciò che invece la Corte ha dichiarato inammissibili, «per difetto di rilevanza nei giudizi principali», sono le questioni di legittimità costituzionale degli articoli 6, comma 3 (irrevocabilità del consenso della donna) e 14, commi 1 e 4. Il primo comma vieta la crioconservazione di embrioni al di fuori di ipotesi limitate, mentre il comma 4 vieta la riduzione embrionaria di gravidanze plurime salvo nei casi previsti dalla legge sull’interruzione volontaria dela gravidanza.

L'avvocato Filomena Gallo, Amica Cicogna

L'avvocato Filomena Gallo, Amica Cicogna

«La pentola clericale della legge 40 è stata fatta senza il coperchio costituzionale – commentano Marco Cappato e Rocco Berardo dell’associazione Luca Coscioni -. I casi individuali arrivati alla Consulta hanno dimostrato quanto piena di ideologia sia stata la stesura della legge “italiana” sulla fecondazione assistita». Secondo i due politici radicali è ora urgente riuscire a imprimere una svolta anche sulla questione centrale per milioni di malati: quella di destinare le migliaia di embrioni sovrannumerari, invece che nella spazzatura, alla ricerca. A fare ricorso alla Corte, con tre distinte ordinanze, sono stati il Tar del Lazio e il tribunale di Firenze, ai quali si erano rivolti, rispettivamente, la World association reproductive medicine (Warm) e una coppia non fertile di Milano affetta da esostosi, una grave malattia genetica (con tasso di trasmissibilità superiore al 50 per cento) che genera la crescita smisurata delle cartilagini delle ossa. Dopo lo scempio dell’approvazione in Senato del ddl Calabrò sul testamento biologico, finalmente la buona notizia della bocciatura “costituzionale” (anche se parziale) di questa brutta legge. La cui storia – che il nostro settimanale ha denunciato sin da quando fu proposta – ha tanti significativi punti in comune con il ddl sul testamento biologico appena approvato al Senato. Entrambe, antiscientifiche e ispirate a dogmi religiosi, attaccano violentemente una serie di diritti civili dati oramai per acquisiti. Almeno fino a quando la destra berlusconiana non è arrivata al governo. E l’opposizione le si è sistematicamente sgretolata di fronte, lacerata da mille contraddizioni interne sui temi etici.

Un registro contro l’accanimento

L’biettivo è l’istituzione di un registro comunale per i testamenti biologici.I Radicali che stanno raccogliendo le firme per una delibera di iniziativa popolare al Comune di Roma ci stanno lavorando. Quello retto da Gianni Alemanno, uno dei più accaniti sostenitori del ddl Calabrò. Nel frattempo la breccia è stata aperta da Sandro Medici, “minisindaco” del X Municipio della Capitale, dove vivono oltre 180mila persone. Tra le proteste dell’opposizione, Medici ha istituito un registro che sarà inaugurato la prossima settimana dal testamento biologico di Mina Welby, la moglie di Piergiorgio.

La battaglia politica di Coscioni e Welby

la deputata Maria Antonietta Coscioni

la deputata Maria Antonietta Coscioni

«Ci sono malattie con le quali è possibile vivere. Altre con cui è possibile convivere. Infine, ve ne sono alcune alle quali si può sopravvivere. La sclerosi laterale amiotrofica non rientra in nessuna di queste tre categorie, è una malattia che non lascia molto spazio di manovra e che può essere affrontata soltanto sul piano della resistenza mentale. Se, infatti, ci si confronta con essa sul piano fisico si è sconfitti in partenza. L’intelletto è l’unica risorsa che può aiutarti». In piena battaglia referendaria contro la legge 40 sulla Pma, così scriveva Luca Coscioni ne Il maratoneta (ed. Stampa Alternativa). Siamo all’inizio del 2005. Di lì a poco la pressione della Conferenza episcopale italiana sull’opinione pubblica avrebbe stroncato le possibilità di riuscita del referendum abrogativo. Una vittoria della Chiesa e della destra asservita alle gerarchie vaticane, che rappresentò la posa della prima pietra per la nascita di quello Stato etico di recente paventato niente meno che da Gianfranco Fini. Uno Stato che con una sola norma è riuscito a violentare la dignità della donna (la cui salute ha valore secondario rispetto a quella dell’embrione assunto al rango di essere umano), ledere l’identità medica (con l’obbligo del contestuale impianto nell’utero di tre embrioni), umiliare la ricerca scientifica (con lo stop all’utilizzo di nuove linee cellulari embrionali). Luca Coscioni è poi morto nel febbraio del 2006, lasciandoci in eredità, insieme a quel prezioso libro, la memoria della sua battaglia civile e politica nelle file dei Radicali, condotta senza sosta fino all’ultimo giorno di vita. Un impegno che si è tradotto concretamente nella storica vittoria dei Radicali con il via libera dell’Unione europea ai fondi comunitari per la ricerca sulle staminali embrionali. Gli unici finanziamenti che oggi consentono alla ricerca italiana in questo campo – un tempo all’avanguardia – di mantenersi al passo con quella internazionale. Guardando alla storia umana e politica di Coscioni e della legge contro cui si è battuto non si può non pensare a Piergiorgio Welby e al ddl sul cosiddetto testamento biologico appena varato dal Senato e in attesa di passare all’esame definitivo della Camera. Come Luca, Piergiorgio era affetto da sclerosi laterale amiotrofica. E come lui trasformò la propria condizione di malato terminale in una strenua battaglia politica per il rispetto del diritto alla salute e alla tutela della dignità umana garantiti dall’articolo 32 della Costituzione. Una battaglia per il diritto di morire di morte naturale, senza cioè essere più sottoposto a un inutile quanto doloroso accanimento terapeutico, rappresentato dal ventilatore polmonare.

Nell’estate del 2006 Welby chiede che gli sia staccato. È malato da oltre 40 anni: la distrofia muscolare progressiva gli è stata diagnosticata nel 1963. Negli anni Ottanta perde l’uso delle gambe. Poi l’ultimo stadio: insufficienza respiratoria. Welby entra in coma e quando si risveglia è tracheotomizzato e immobilizzato al letto. Da questo momento può respirare solo col ventilatore e comunicare solo tramite computer. Scrive indicando le lettere con gli occhi. Sono questi d’ora in poi la sua voce. Che fa sentire sul web sul sito dei Radicali italiani, dove ha aperto un forum dedicato all’eutanasia (www.calibano.ilcannocchiale.it). E che fa sentire nel suo libro Lasciatemi morire (Rizzoli) che conclude a settembre, tre mesi prima che l’anesesista Mario Riccio gli stacchi il respiratore. Quando il libro va in stampa Welby ha quasi del tutto perso ogni capacità di comunicare anche attraverso gli occhi. Sono le settimane in cui la lettera che scrisse al presidente Napolitano e che fa da prologo al libro mantiene alto il dibattito sull’eutanasia e il testamento biologico. «Io amo la vita Presidente – scrive Welby -. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né malinconico né un maniaco depresso (come accertò lo psichiatra Alessandro Grispini, ndr). Morire non mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita. È solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche». Quell’insensato accanimento che secondo il ddl approvato al Senato ora va imposto per legge. A chiunque si trovi in quelle condizioni.

da Left-Avvenimenti del 3 aprile 2009

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Sulla pelle di Eluana

Pubblicato da Simona Maggiorelli su febbraio 8, 2009

083161uw-ansaBeppino Englaro: «Ho perso mia figlia diciassette anni fa». In libreria il nuovo libro di Maurizio Mori ripercorre un caso di violenza di “governo”.

di Simona Maggiorelli

«Ho perso mia figlia diciassette anni fa». In questa frase di Beppino Englaro è riassunta tutta la schietta e dolorosa verità sulla vicenda di Eluana, da parte di chi l’ha davvero amata. Splendida ragazza piena di energia che, in una notte di inverno e ghiaccio di molti anni fa, è rimasta vittima di un incidente d’auto. Da allora è in clinica, in uno stato vegetativo permanente, alimentata e idratata artificialmente.Ill suo corpo di giovane donna biologicamente resiste, ma Eluana non c’è più, la sua corteccia cerebrale distrutta e, dicono i maggiori esperti internazionali, è escluso che la sua realtà mentale funzioni. Il che vuol dire, purtroppo, nessuna possibilità di affetti, immagini, pensieri.
In una realtà così compromessa nonc’è possibilità di avere rapporto con gli altri esseri umani. Ma come ribadisce utilmente il presidente della consulta di bioetica, il docente dell’università di Torino, Maurizio Mori nel suo nuovo libro Il caso Eluana Englaro, appena uscito per Pendagron (con una toccante introduzione di Peppino Englaro), Eluana aveva detto e ripetuto a più persone, quando stava bene e in più di un’occasione, che mai avrebbe voluto sopravvivere così, da cadavere riscaldato dalle macchine, come era accaduto a un suo caro amico che, dopo i tentativi medici di rianimarlo, era disgraziatamente caduto in stato vegetativo. Ma su questo pensiero vivo della ragazza, testimoniato da familiari e amici, la politica italiana si è scagliata. Con cieco e furibondo accanimento. Fino alla decisione del ministro Maurizio Sacconi espressa il mese scorso in una circolare (e denunciata dall’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca) di bloccare la proposta della struttura ospedaliera di Udine che si era detta disponibile ad accogliere Eluana Englaro per rispettare le sue volontà. E questo da parte del ministro Sacconi, in aperto conflitto con la Costituzione italiana ma anche con la decisione della Corte di appello di Milano che già molti mesi aveva dato ragione agli Englaro.9788883427022 Una sentenza ribatita dalla Cassazione che anche Berlusconi all’inizio di febbraio osteggia, ipotizzando un disegno di legge sul testamento biologico da far approvare direttamente in sede di Commissione sanità al Senato. Raccapriccianti le parole del premier che, in sprezzo totale della realtà in cui si trova Eluana (ostaggio di medici e infermieri che le somministrano farmaci con un sondino naso-gastrico, che la nutrono artificialmente e la svuotano) arriva a dire che Eluana è una donna che ha perfino il ciclo e potrebbe avere figli. Insomma, dopo che il presidente della Lombardia Formigoni ha avuto il coraggio di dire che quella di Eluana è una vita piena, con il premier siamo alla necrofilia. Quale idea di vita umana emerge dai discorsi di Berlusconi? Quale immagine e identità di donna?

Nel coro di chi si prodiga per fare disinformazione non può mancare, ovviamente, il sottosegretario Eugenia Roccella (già autrice di libri antiscientifici sulla Ru486), che contro ogni evidenza medica dice: “Eluana deglutisce, ha mangiato yogurt e ogni giorno le suore la portano a fare un giro in giardino”. Un autorevole medico trapiantista come Ignazio Marino, che ha lunga esperienza di casi di coma e stato vegetativo dice invece che Eluana può solo deglutire la saliva. Forse 16 anni fa fu nutrita da sua madre, ma da allora ha bisogno del sondino naso gastrico. “Se qualcuno le desse un panino – sottolinea Marino – morirebbe di polmonite perché il cibo non le andrebbe nello stomaco, ma nei polmoni”. Ma il conduttore Bruno Vespa nel suo Porta a Porta e sorprendentemente non poche altre testate giornalistiche continuano a fare del terrorismo dicendo che interrompere le terapie vorrebbe dire far morire Eluana di fame e di sete. Ancora Marino: “I pazienti in stato vegetativo permanente non provano dolore, tanto che non si somministrano loro quotidianamente anti-dolorifici”. Ma è drammaticamente inascoltato. Anche dalla sua parte politica, il Partito democratico.

“L’unica persona che non sa che in Italia c’eè un ‘caso Eluana’, e’ proprio la ragazza che non sa neanche di esistere e dove sta: certo che e’ viva ma grazie al supporto dei macchinari, e potrebbe continuare a vivere per anni, ma e’ senza coscienza, senza relazioni con gli altri, senza emozioni e percezioni, senza attivita’ motorie”. Così il neurologo Carlo Alberto Defanti,  che da 16 anni la segue. Il medico denuncia che tante affermazioni di politici sono “fuori luogo” e “giocano con il caso Eluana in maniera del tutto disonesta”. Ma il neurologo aggiunge: “essendo un medico ho un codice deontologico da rispettare e una privacy del paziente da tutelare sempre. L’unica cosa che posso dire è che si pensa che Eluana sia quella che appare nelle foto, purtroppo non è più così da tempo”.  Il volto e gli occhi e il volto perdono ogni espressione quando si siano perse  in maniera irreversibile tutte le funzioni cerebrali come in questo caso.  “Non c’è coscienza,  motilità e  capacità di relazionarsi con gli altri. Non ci può essere  sensibilita’ e percezione quando si sia persa l’ attività cerebrale”.

L’obiettivo di questa maggioranza di centro destra, dunque ne potremmo dedurre, è solo quello di continuare a strumentalizzare il caso di Eluana  per far passare rapidamente una legge sul testamento biologico che, sul modello del testo unico presentato da Calabrò, neghi qualunque diritto di autodeterminazione delle persone. La legge vuoluta da questa maggioranza non solo  rimetterebbe le decisioni del paziente nelle mani del medico, ma accetterebbe la possibilità per il paziente di esprimersi solo sulla terapia da seguire e non sulla decisione se vivere o morire.  E derubricando l’alimentazione e l’idratazione artificiale dai trattamenti medici impedisce al paziente la possibilità di rifiutarli. Intanto e, giustamente, forse anche in reazione a questo annuncio del governo, sul web continuano a crescere le adesioni alla proposta del senatore del Pd e chirurgo Ignazio Marino, che nella scorsa legislatura si è battuto coraggiosamente per una giusta legge sul testamento biologico. A oggi sono più di 50.000 adesioni per la sua proposta che mette al primo posto la volontà del malato in accordo con l’articolo 32 della nostra  Costituzione. Fra i primi firmatari figurano l’oncologo ed ex ministro della Salute Umberto Veronesi, il premio Nobel Rita Levi Montalcini, il farmacologo e direttore dell’Istituto Mario Negri, Silvio Garattini (è possibile firmare l’appello sul sito www.ignaziomarino.it). Sotto Montecitorio intanto, l’associazione Luca Coscioni, con  i Radicali e  insieme a loro parte dell’opposizione di sinistra, protesta perché ciascuno possa decidere autonomamente del proprio destino, senza che altri – come troppo spesso accade e immotivatamente – possano decidere sulla propria pelle.  Left -Avvenimenti 02/09 e aggiunte

Quelle brutte menzogne su  Eluana

Bisogna tornare ai tempi della legge 40/2004 per ritrovare un così feroce attacco ai diritti e alla dignità della persona, alla libertà di scelta dell’individuo. Un attacco di una gravità inaudita perché sferrato dalle massime cariche di governo. In totale sprezzo della Costituzione. Lo hanno rilevato tutti i più autorevoli giuristi da Rodotà a Zagrebelsky, a Onida. Nonostante le parole del presidente della Repubblica, che si è mosso da garante dei principi di laicità della Carta, il Vaticano, grazie a questa genuflessa maggioranza di centrodestra, l’ha fatta da padrone bombardando lettori e ascoltatori di messaggi assolutamente distorti sul caso Englaro. Abbiamo ascoltato di tutto: che Eluana sorrideva, che mangiava yogurt, che grazie alle suore faceva passeggiate in giardino… Nonostante che il neurologo curante di Eluana, Carlo Alberto Defanti (e con lui tutti i maggiori esperti) dicesse che quando si è in uno stato vegetativo permanente, come lo era lei, non si ha più nessuna attività mentale, nessuna percezione, nessuna sensazione. Niente immagini, niente pensieri, nessuna possibilità di relazionarsi con gli altri. Perché lo stato vegetativo permanente – come è tornato a spiegare Defanti al convegno Verità e menzogne su “eutanasia”Coscioni, Welby,Englaro che si è tenuto a Roma il 14 febbraio – è cosa diversa dal coma e  dallo stato minimo di coscienza. Dopo 17 anni anni di stato vegetativo i danni cerebrali che Eluana aveva subito erano tali che non c’era alcuna possibilità di “risveglio”. Ma perfino la Rai ha preferito lasciare ampio spazio e senza contraddittorio ai discorsi di religiosi di ogni ordine e grado. Ora lo ricostruisce efficacemente un video di spezzoni tv confezionato dal Centro d’ascolto. Così dopo giorni e giorni dell’offensivo rumore creato dalle esternazioni del Premier e dei suoi ministri, dopo aver letto su testate come Il Corsera titoli aberranti come “Il decreto salva Eluana”, per disintossicarsi la mente fa bene ripercorrere la storia vera di Eluana attraverso le pagine del libro di Maurizio Mori, Il caso Englaro, la porta Pia del vitalismo ippocratico (Pendragon). Il filosofo e presidente della Consulta di Bioetica, con una puntuale disamina, smaschera le molte falsità uscite in tutti questi anni sui giornali. Ma ancor di più fa bene tornare alla voce schietta di Beppino Englaro che nel libro Eluana, la libertà e la vita (Rizzoli) ci consegna, non solo una straordinaria testimonianza di coraggio e di resistenza umana, ma anche un o strumento “politico” utile a ogni cittadino che voglia vedere riconosciuto il proprio diritto di poter scegliere sulla propria vita come è scritto nella Costituzione.  Simona Maggiorelli,  17 febbraio 2009


Nasce l’associazione per Eluana

Beppino Englaro: “L’esperienza che ho fatto con mia figlia voglio metterla al servizio del Paese”

di Simona Maggiorelli

cover-eluana1«Se il cervello è morto, lo è l’individuo» ha detto più volte il senatore del Pd Ignazio Marino. «Nel ’68, con i primi interventi di bypass, si fermava il cuore, si operava e lo si faceva ripartire; allora – ha spiegato – si è capito che la fine della vita non corrispondeva all’arresto del cuore, bensì al danno irreversibile al cervello, la morte cerebrale». Da quelle esperienze, come è noto, nacquero i criteri di Harvard, adottati internazionalmente e su cui si è basato lo sviluppo dei trapianti. Da parte sua, l’ex ministro della Salute, l’oncologo Umberto Veronesi ha dichiarato: «Quando non c’è più attività cerebrale, non c’è più nulla di quello che caratterizza la nostra vita umana: non c’è più pensiero, né memoria, né emozioni. E questo non l’ho stabilito io, ma il famoso protocollo di Harvard». Affermazioni importanti, ma che appaiono tristemente inascoltate anche da quel Pd con cui i due scienziati si sono schierati. E se l’opposizione politica in Parlamento è venuta meno al suo compito sui temi che riguardano la fine della vita, l’informazione ha fatto anche peggio. Basta pensare alle deliranti descrizioni dello stato di salute di Eluana Englaro diffuse nei mesi scorsi dai maggiori media nazionali. Per reagire a tutto ciò la neonata associazione-fondazione Per Eluana si è data alcuni compiti: fare chiarezza, facendo piazza pulita di tutti quei miti pseudoscientifici su risvegli (impossibili) quando le funzioni cerebrali siano irrimediabilmente compromesse. Dare strumenti ai cittadini per poter decidere su quali terapie accettare o rifiutare in caso di malattia incurabile. Offrire informazioni su come, in termini di legge, far valere la propria volontà, quando poi non si fosse più capaci di intendere e di volere. L’associazione fondata da Englaro, insomma, parte dai problemi concreti. E questo mentre il Parlamento si appresta a varare una legge sul testamento biologico basata sull’assunto teologico che la vita è un bene indisponibile. «La nostra associazione – ha ribadito Beppino Englaro presentando l’iniziativa il 17 marzo a palazzo Madama – è nata per mettere a disposizione di tutti le informazioni scientifiche e giuridiche che abbiamo dovuto acquisire per far rispettare la volontà di mia figlia». Come Englaro scrive nel libro Eluana, la libertà e la vita (Rizzoli) «Eluana era un purosangue, una ragazza vitale che già giovanissima aveva realizzato la sua indipendenza. Non avrebbe mai accettato di sopravvivere a se stessa, come mera vita biologica. Eppure a questo è stata obbligata». Perciò trasformare l’esperienza dolorosa che ha segnato la sua famiglia in strumenti di autodeterminazione per tutti è oggi l’obiettivo principale di Englaro. E per questo la sua coraggiosa battaglia civile non si ferma. Anche se smentisce ogni voce di prossima candidatura. «Per Eluana- dice – è un’associazione libera, autonoma, sganciata dai partiti. Uno strumento in primo luogo per fare informazione scientifica». Non a caso nel comitato scientifico dell’associazione spiccano nomi come quello del neurologo Carlo Alberto Defanti che ha seguito Eluana per quindici anni. «All’opinione pubblica di  questo Paese – prosegue Englaro – sono sottratte conoscenze scientifiche, in particolare riguardo allo stato vegetativo permanente, che non esiste in natura, ma può essere l’esito infausto di iter rianimativi». «Sospendere l’idratazione e l’alimentazione artificiale in questo caso non ha nulla a che fare con l’eutanasia» ribadisce Englaro che, anche dopo  aver viste le sue ragioni riconosciute dalla Corte suprema della Cassazione, ha dovuto difendersi per via legali dalle accuse di “assassinio” avanzate dal ministro della Sanità del Vaticano, Barragan, ma anche dalle accuse pronunciate da esponenti del centrodestra nel Parlamento. Fino all’inqualificabile “fuoco amico” arrivato da chi si dice progressista. Torna in mente, in proposito, un editoriale di Ritanna Armeni, che a fine febbraio sul Riformista invocava: “Beppino, si fermi” «in nome di un presunto decoro e di un – a suo dire – doveroso silenzio dopo la morte di Eluana»


da left-avvenimenti del 20 marzo 2009

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