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    Presentazione dei libri "RU486 – Non tutte le streghe sono state Bruciate" e "La pillola del giorno dopo" (L’asino d’oro edizioni) di Carlo Flamigni e Corrado Melega. Oltre al ginecologo Flamigni, sono intervenuti: Annelore Homberg, psichiatra Francesco Dall’Olio, magistrato Massimo Fagioli, psichiatra. Ha moderato l'incontro Simona Maggiorelli, capo servizio del settimanale Left Avvenimenti (Click sul logo per guardare) ______________________________________________
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    Nel trentennale della morte di Franco Basaglia cosa resta di una rivoluzione necessaria, ma non sufficiente, che portò alla chiusura dei manicomi. A Radioleft interviene il professor Massimo Fagioli, intervistato da Ilaria Bonaccorsi, Simona Maggiorelli e Federico Tulli. (Radioradicale, 14 novembre 2009 - click sul logo per ascoltare)
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    La matrice culturale e psichiatrica della violenza sulle donne. Ragione, religione e filosofia occidentale sanciscono la discriminazione sulle donne. Per Radioleft in studio Simona Maggiorelli, caposervizio cultura e scienza del settimanale left avvenimenti, Elisabetta Amalfitano, professoressa e storica della filosofia, Elena Pappagallo, psichiatra e psicoterapeuta. Conduce Luca Bonaccorsi (21 novembre 2008)
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  • Dossier: La pedofilia, i suoi profeti e il Vaticano

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Le geniali invenzioni d’immagine di Canova

Pubblicato da Simona Maggiorelli su marzo 16, 2012

Una mostra a Possagno fino al 30 settembre racconta la passione di Antonio Canova per l’arte tersicorea, con disegni e gessi dedicati alla bellezza e al movimento femminile nella danza.  Con una prima assoluta: il ritorno nel museo della danzatrice con i cembali, finalmente restaurata. Intanto a ai musei capitolini a Roma una ampia mostra raccaonta come la favola di amore e psiche sia stata rappresentata nei secoli, dall’antichità a Canova.

di Simona Maggiorelli

Canova, bozzetto di Amore e Psiche

Non sono più monche le braccia della Danzatrice con i cembali di Antonio Canova (1757-1822) una delle tre statue “gemelle” che l’artista dedicò al fascino dell’arte tersicorea. Era dalla prima guerra mondiale, quando il gesso finì sotto le granate austroungariche, che si attendeva un suo adeguato restauro. Grazie alla collaborazione fra la Fondazione Canova e il Museo Bode di Berlino, che ha permesso il ricorso a tecniche avanzatissime di rilievo in 3D e di «modellizzazione tattile», ora l’originale di mano di Canova (che suoi collaboratori nel 1812 tradussero in marmo) ha recuperato la sua integrità. Ritrovando l’armonia di forme, il movimento delle linee e l’eleganza originarie. Come si può apprezzare ora in una mostra, aperta fino al 30 settembre, nelle sale della Gipsoteca Museo Canova di Possagno; in una esposizione che presenta non poche sorprese. Attorno alla Danzatrice con i cembali, infatti, sfilano una cinquantina di disegni, acquerelli e studi di Canova dedicati al tema della figura femminile in movimento; una serie di scene di ballo con muse e divinità, rappresentate come fanciulle vive e vitali e dalla grazia straordinaria. Specie se paragonate alla inerte e pesante statuaria romana esemplata su modello greco che Canova, appassionato di studio dell’antico, aveva avuto modo di studiare a Roma e ad Ercolano e che, nel secolo del neoclassicismo, non poteva non prendere a modello.

Canova, danzatrice con i cembali

Canova, danzatrice con i cembali

Ma se i delicati disegni canoviani di “bellezze in movimento” colpiscono per la leggerezza e la musicalità che esprimono e se le sue statue, finemente modellate (al punto da conferire al gesso e al marmo la morbidezza della carne), seducono per la somma sprezzatura e la naturalezza del risultato finale, i bozzetti in argilla di Canova catturano lo sguardo per lo straordinario pathos e per il dinamismo che li anima. Impulsivi e non finiti, i bozzetti di Possagno evocano forme sfuggenti, in divenire. In questi grezzi modellati appare dirompente l’invenzione d’immagine ma anche la sensibilità tattile con cui Canova la realizzava. Mentre l’assenza di rifiniture e di superfici levigate regala effetti pittorici e drammatici chiaro-scuri. Che fecero la fortuna di Canova presso i Romantici. Ma anche del tutto insoliti per la poetica più complessiva dell’artista.

Come si può verificare anche a Roma, confrontando dal vivo un bozzetto di Canova dedicato ad Amore e Psiche e un suo gesso che rappresenta Amore e Psiche stanti. Le due opere fanno parte di un ampio percorso espositivo dedicato alla favola di Amore e Psiche dall’antichità a Canova. Una ampia esposizione a tema, dal 16 marzo in Castel Sant’Angelo e che raccoglie una settantina di opere, dal III secolo a.C. fino alla metà dell’Ottocento; opere in cui pittori e scultori hanno rappresentato e ricreato questa favola antichissima che ci parla ancora oggi e in modo poetico e profondo del rapporto fra uomo e donna. Un mito – come ha ricostruito puntalmente la studiosa Anna Maria Zesi  nel libro Storie di Amore e psiche, l’Asino d’oro edizioni – di cui si possono trovare varianti nella cultura orale di popoli diversi e lontani, dall’India al Medio Oriente e che ci regala una storia assai diversa e ben più rivoluzionaria di quella di Edipo, che consegnerebbe a un destino  di odio, assassinio   e  cecità.

Alle radici del mito di Amore e Psiche . Una mostra ripercorre la storia dell’iconografia

annamaria zesi,storie di amore e psiche

Una ampia  mostra in Castel Sant’Angelo a Roma  ripercorre attraverso un’ottantina di opere di reperti la storia del mito di Amore e Psiche, così come nel corso di una storia millenaria l’ hanno riletto gli artisti a partire della versione del mito codificata da Apuleio che certamente, ( come intuì molti anni fa lo psichiatra Massimo Fagioli) rielaborò materiali e tradizioni greche ma anche antecedenti.

Fra le molte rielaborazioni, come accennavamo, spiccano le geniali invenzioni di immagini di Antonio Canova, a cui in occasione della mostra Mario Guderzo dedica un interessante  saggio, contenuto nel catalogo edito da L’erma di Bretschneider che accompagna la mostra .

“Canova fu scultore, pittore ed architetto- ricorda lo studioso -. Bozzetti di argilla, modelli in gesso, sculture in marmo, ma anche dipinti, documenti, lettere, attraverso questi straordinari materiali oggi si può comprendere la complessità della sua arte e leggere ” a tutto tondo” la personalità di questo straordinario artista”. Senza dimenticare  i grandi della letteratura, da Foscolo a Leopardi, ma anche Stendhal che annotava nei suoi diari: ” A casa della signora Tambroni ci è capitato spesso di discutere con il Canova della necessità in cui si trovava la scultura, di imitareil gestire degli attori, cioé di imitare un’imitazione.  Ma per quanto fossimo brillanti, Canova non ci ascoltava affatto: le discussioni estetiche non lo interessavano, egli comprendeva solo i discorsi per immagini, gli unici che sollecitassero la sua fantasia….”.

E ancora, scrieva l’autore de Il Rosso e il nero e de La Certosa di Parma: ” Canova era figlio di un semplice operaio e la felice ignoranza in cui  era vissuto per tutta la giovinezza l’aveva preservato dal contagio delle teorie estetiche, da Lessing a Winckelmann, dalla loro retorica sul mito apollineo e infine dallo Schlegel che gli avrebbe insegnato che la tragedia greca altro non è che scultura”.

In  mostra fino al 1o giungno nel museo di Castel Sant’Angelo, fra molte altre opere , si possono vedere come  testimonianze iconografiche come Amore e Psiche degli Uffizi e la Psiche alata dei Musei Capitolini, una serie di terracotte, vasi e avori provenienti da musei italiani e greci, la serie completa delle incisioni del Maestro del Dado della prima metà del Cinquecento e, ancora, due disegni di Raffaello e bottega preparatori per la Loggia di Psiche della Farnesina, Amore e Psiche di Jacopo Zucchi,   Ma anche un richiamo virtuale realizzato dall’Enea – tramite una ripresa in 3D – alla Loggia di Psiche di Raffaello.

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Arte rupestre. Il Big bang della creatività

Pubblicato da Simona Maggiorelli su gennaio 8, 2012

Presentazione del libro di Ugo Tonietti l’Arte di abitare la terra, l’Asino d’oro edizioni. 11 dicembre 2011, Fiera dell’editoria Più libri più liberi

di Simona Maggiorelli

Grotte di Chauvet

Comincerei da un sincero ringraziamento all’architetto Ugo Tonietti, docente di Scienza delle costruzioni all’Università di Firenze. per aver presentato sul settimanale left la sua ricerca man mano che andava avanti mettendoci a parte del suo lavoro, man mano che andava avanti, quando era ancora in fieri. Un libro, questo di Tonietti, che apre molte strade di ricerca perché esprime un modo originale di intendere l’arte, l’architettura e perfino la letteratura di viaggio, raccontandoci, come fosse un romanzo di formazione, le scoperte e le “frustrazioni” che il soggetto narrante sperimenta quando entra in contatto con culture diversissime da quelle occidentale e che lo interrogano radicalmente rispetto al suo sapere e alla sua formazione, (ma anche rispetto al compito di “restauratore” che gli hanno affidato istituzioni universitarie e internazionali).

Uno dei meriti del libro di Ugo Tonietti è quello di avvicinarsi al mondo dell’arte e dell’abitare degli antichi con sguardo nuovo. E’ come se Tonietti ci incitasse a proseguire una ricerca sull’espressione artistica da lui già tratteggiata partendo da una concezione dell’uomo e della sua creatività libera da quel pensiero razionale e religioso che ha contrassegnato la storia occidentale. Senza l’aridità e la miopia di quel Logos che ha portato all’impossibilità di fare una vera ricerca sul senso originario dell’arte preistorica. O a un suo pesante stravolgimento. Fin dal coraggioso abate Breuil al quale dobbiamo l’esplorazione di settantatre caverne diverse in Spagna, Francia e Italia e suggestive copie a mano delle pitture rupestri, ma che tuttavia – in quanto uomo del clero- finì per darne una lettura in chiave religiosa.

Grotta di Altamira

Dando una sguardo alla storia, è lunghissima la serie di scoperte di arte preistorica duramente attaccate da religiosi che non accettano che la creatività sia un fatto umano. E da illuministi, positivisti e lombrosiani e freudiani che identificavano nel primitivo tare ataviche (nota 1).
Lo scopritore di Altamira, Marcelino Sanz de Sautuola, non fu mai creduto finché era in vita e fu accusato di aver fatto un falso e di aver portato pittori contemporanei a dipingere la grotta.
Mentre fu addirittura assassinato da operai egiziani di religione copta l’archeologo greco Spyridon Marinatos che sotto la cenere di Santorini, nel 1967, scoprì un’intera città sepolta dalla lava e più antica di diciassette secoli rispetto a Pompei e che si suppone essere una città minoica. Il mito della creazione, la credenza cristiana nella genealogia dell’umanità stabilita di racconti del’Antico Testamento impediva di pensare che il genere umano esistesse da più di seimila anni. E Marinatos, secondo i fondamentalisti locali doveva essere eliminato per fermare la blasfemia.

Ma tantissimi altri sono stati i casi di disconoscimento dell’arte preistorica. Perfino studiosi come Levi Strauss (2) e Leroi Gourhan (3), alla fine, hanno contribuito a portarci fuori mano… Per non parlare di Jean Clottes (4) e della sua molto propagandata teoria sull’origine sciamanica dell’arte preistorica come allucinazione. Che nega totalmente l’eccezionale talento degli artisti della preistoria.

Lascaux, cavallo "cinese"

Molte sono le concezioni che si sono succedute nel tempo a partire dall’idea di un’attività puramente ornamentale resa possibile da un mondo di abbondanza, un vero e proprio giardino dell’Eden l’arte per l’arte, sarebbe nata per una disposizione al gioco e al carpe diem.
Interpretazioni magico-venatorie, totemiche, simbolico-sacrificali hanno tentato di sondare i segreti delle prime linee tracciate dai sapiens, in un’alternanza di prospettive in cui ciascun ricercatore vedeva il passato attraverso la lente, più o meno deformante, della propria concezione dell’uomo. Le ricerche scientifiche, nel frattempo, hanno sondato in modo sistematico i reperti, i contesti archeologici, in aride tassonomie, e si sono inoltrate in comparazioni etnografiche con i cosiddetti selvaggi moderni studiando gli aspetti strutturali della cosmologia preistorica così come traspare dalle grotte e dai reperti en plein air.
Nessuno, però, è giunto a conclusioni certe ed inequivocabili con i soli procedimenti della scienza che localizzano e catalogano i reperti ma lasciano aperto l’enigma del senso dell’arte preistorica e, soprattutto, non permettono di comprendere la realtà psichica dei nostri progenitori nel creare forme e dare loro un colore.

Ruffignac, mammuth e altri animali

Ben più interessante appare il contributo che hanno dato gli artisti. Non solo con riflessioni suggestive. Ma soprattutto attraverso le risonanze che le prime espressioni artistiche hanno suscitato nelle loro opere moderne. E’ suggestivo pensare che gli artisti abbiano applicato spontaneamente quel metodo che il filosofo Karl Jaspers, agli inizi del Novecento, aveva chiamato “comprensione genetica”: comprendere cioè l’umano attraverso l’umano, l’arte attraverso l’arte, risalendo così ai sentimenti, alle immagini dei primi sapiens indagando la fenomenologia degli stati d’animo che, a distanza di quarantamila anni, ancora sono capaci di suscitare in noi emozioni profonde attraverso l’irrazionalità dell’espressione artistica. La forza evocativa e la grande sensibilità estetica che le donne e gli uomini della preistoria hanno saputo esprimere nell’affrescare caverne o nell’incidere la roccia ci fa pensare che l’essere umano era già pienamente tale.

E gli artisti più ribelli all’accademia, più sensibili e innovativi fin dall’Ottocento sembrano aver colto la linea rossa di continuità che ci connette ad un passato incredibilmente remoto. Questo modo profondo di rapportarsi all’arte preistorica, che Ugo Tonietti coglie in più punti del suo libro, contraddice ogni estetica di derivazione heideggeriana che parte dalla negazione dell’esistenza di un universale umano. Secondo i cultori di Heidegger ogni espressione artistica potrebbe rimanere chiusa nel suo particolarismo, nella sua inattingibile diversità mancando un criterio unanimemente accettato per definire ciò che è bello ed esteticamente valido.
Ma, di fatto noi cogliamo intuitivamente non solo la grande potenza espressiva delle pitture preistoriche ma distinguiamo ciò che è formalmente più riuscito da ciò che lo è meno: appunto come se la nostra sensibilità non fosse dissimile da quella dei nostri progenitori.

Picasso Les-deimoiselles-dAvignon

E che gli artisti siano riusciti ad avvicinarsi all’arte preistorica senza filtri e preconcetti razionali, lo si legge in filigrana nell’opera di maestri come Picasso, come Matisse, come Modigliani, come Brancusi, come Fontana, Moore e molti altri che hanno saputo leggerne e ricrearne il senso più profondo. Non sembra un caso che uno dei più interessanti studiosi di arte preistorica fosse anche un artista: il pittore Barnett Newman,nel saggio The first man was an artist (1947) sosteneva che all’origine dell’espressione dell’uomo non ci fu l’ansia o la necessità di comunicare, ma “un sentimento estetico”. Un sentimento della bellezza, un’esigenza di libera espressione prevaleva in quelle pitture rispetto ai bisogni materiali e alle istanze religiose. Sottolineando l’importanza del sogno, dell’arte per immagini e della parola poetica, Newman romanticamente arrivò a dire: “La prima espressione dell’uomo fu creativa, come il suo sognare. Fin dall’inizio della storia dell’umanità ci fu espressione estetica. Lo stesso uso del linguaggio, all’inizio fu un grido poetico più che una richiesta di comunicazione”. Per Newman, l’artista e il poeta erano coloro che avevano di più in comune con la creatività dell’uomo primitivo. Le riflessioni di Newman negli anni Quaranta del Novecento, come è noto, stimolarono la ricerca di Pollock di Rohtko di molti altri artisti coevi I segni tracciati nelle caverne dagli uomini della preistoria, secondo Newman, avevano un valore artistico, più che magico rituale e propiziatorio. Un sentimento della bellezza, un’esigenza di libera espressione prevaleva in quelle pitture rispetto ai bisogni materiali e alle istanze religiose.

Picasso, 1946

“Dopo Altamira solo decadenza” si tramanda che Picasso abbia detto. Ciò che è certo è che decise di andarvi dopo aver visto rilievi dell’abate Bruil. Parte della critica d’arte dà per acquisito che Picasso fosse stato influenzato dalle pitture rupestri. E tutti ricordiamo le serie di tori in cui la figura dipinta, via via sempre più ridotta all’essenziale, diventa quasi segno inciso, diventa graffito acquisendo maggiore intensità con l’affievolirsi della analogia realistica. E c’è chi ha notato addirittura che il disegno picassiano Dora e il minotauro mostra una somiglianza sorprendente con un’opera di arte rupestre che Picasso, certo, non potè vedere, ovvero lo stregone scoperto nel 1994 nella grotta di Chauvet risalente a più di 30mila anni fa. Più in generale c’è un’assonanza evidente fra il modo di tratteggiare figure con linee molto marcate tipicamente picassiana e il modo di esprimersi degli artisti di una delle più importanti caverne del Paleolitico, quella di Altamira, specialmente nel soffitto dei bisonti, scoperto nel 1868 da una bambina di otto anni, Maria, che era riuscita a infilarsi nel cunicolo che portava alla grotta. Si racconta che la bambina si mise a gridare “toros, toros!” al padre, lo studioso dilettante Marcelino Sanz de Sautuola che l’accompagnava. Alzando lo sguardo, d’un tratto, le erano comparsi davanti animali rossi, gialli, in colori vivi. Che parevano dipinti di fresco. Tratteggiati con pochi segni, in modo sintetico. Con un forte dinamismo, sprigionando un’energia e un’espressività che gli animali in natura certamente non hanno. Ugo Tonietti nota qualcosa di analogo, quando scrive dei puledri di Foz Coa che sembrano baciarsi o della mucca “che piange”. Come se in quelle figure si potesse cogliere l’immagine interiore degli artisti che le hanno realizzate. Altrove, come di fronte alle ragazze di Jabbaren, Ugo Tonietti evoca la leggerezza della Danza di Matisse e l’incisiva essenzialità cubista e picassiana. Sottolineando con emozione come certe pitture rupestri possano risultare modernissime.

L'uomo stilizzato di Lascaux

Il nostro pensiero allora corre alla grotta paleolitica di Lascaux: ricordando il forte senso estetico dello spazio che denota la disposizione di cavalli, mammut, uri, orsi lupi ma anche fiammeggianti bisonti e immaginari liocorni, dalla suggestiva evidenza tridimensionale e come in movimento. Sulle aspre pareti di quelle grotte i magdaleniani (i cro-magnon che vivevano in Europa tra i18 gli 11mila anni fa) seppero creare vivide pitture e incisioni che tengono conto della distanza dall’osservatore. Deformando le proporzioni degli animali affinché risultassero corrette se viste da terra. Un po’ come la Madonna dell‘Annunciazione di Leonardo il cui braccio ritorto e sproporzionato risulta perfetto se visto nella collocazione originaria della tela su una parete obliqua rispetto allo spettatore.

 

Venus Chauvet

Ogni periodo della preistoria, e ogni area geografica,sembra aver avuto uno stile, oserei quasi dire un canone condiviso, un “progetto comune”. Senza contare che molti esempi di quella misteriosa pratica di fare arte in grotte profonde che nella zona franco-cantabrica e nel Mediterraneo durò 20.000 anni risultano singolarmente multistrato. Nella Galerie profonde di Ruffignac, la rappresentazione polifonica di cervi, stambecchi e mammut, qui in bianco e nero, lascia intravedere molteplici stratificazioni di pittura, un palinsesto di immagini opera forse di successivi flussi di gruppi nomadi. Mani diverse concorrono a una rappresentazione corale in cui figure di animali, realizzate in momenti differenti, talora si sovrappongono, ma curiosamente senza quasi mai cancellare il precedente, tanto che, nonostante i differenti timbri e accenti, l’insieme rivela una singolare armonia.

 

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che grotte affrescate come quella di Chauvet o come quella di Pech Merle fossero punti di ritrovo, di scambio, di rappresentazione collettiva. Le prime figurazioni di animali che conosciamo in questa parte della Dordogna non sono affatto mimetico -realistiche. Lo diventeranno successivamente. Mentre le prime Veneri preistoriche (gravettiane e quelle steatopigiche dai grandi seni e fianchi, a poco a poco lasceranno il posto a figure femminili estremamente stilizzate. Come se,verrebbe quasi da dire, non ci fosse più l’esigenza di alienare la propria immagine interiore in eleganti e vitali rappresentazioni di animali.

I cavalli di Pech Merle

Così gli eleganti e immaginifici cavalli a puntini rossi di Peach Merle dipinti 22.600 anni fa e circondati tutt’intorno da impronte di mani nere, nella stessa grotta, campeggiano insieme a simboli sessuali e nudi femminili stilizzati. Questo per dire che entro uno stile nato nelle caverne trentamila anni fa e che ai nostri occhi appare dominante e unitario per duecento secoli si registra una compresenza di modi di rappresentazione originali e diversi. Anche se, a ben vedere, l’arte paleolitica rende capziosa la distinzione fra arte figurativa e astratta. Dal momento che nell’arte primitiva-, non essendo né narrativa né aneddotica – la figura è sempre segno che rimanda a qualcosa di più profondo.

“Gli artisti del paleolitico erano assai creativi e sapevano dominare le loro tecniche in maniera eccezionale” scrive lo studioso Amir Aczel. Usavano strumenti in pietra acuminati per intagliare le immagini sulle pareti e pennelli ricavati da piante e animali. Attraverso una cannuccia soffiavano il colore fresco sulla parete. E adoperavano le dita per stenderlo. Per non parlare poi della loro abilità nell’uso del carbone e di pigmenti resistenti a base di metalli, per ottenere tinte differenti. Perlopiù utilizzate in maniera espressiva e non naturalistica. Basta pensare allo spazio rosso sangue in cui campeggia il bisonte di Altamira, solo per fare un esempio o ai cavalli punteggiati di rosso di Peach Merle.

Pollock, She wolf

Un uso primitivo ed evocativo del colore che affascinò anche Pollock. Come accennavamo all’inizio, risonanze profonde legano l’arte preistorica (che nasce già matura) alla ricerca delle moderne avanguardie. Attraverso lo studio di Picasso e la lettura di saggi come l’Arte primitiva e Picasso di John Grahm, Pollock si interessò, non solo all’arte preistorica, ma anche a quella cosiddetta “primitiva”. Su questa scia dipinse quadri come The she wolf collegandosi direttamente alle iconografie tracciate dai primi artisti nelle caverne.

Ma fondamentale nella sua scelta di abbandonare del tutto la figura, superando Picasso, fu la ricerca sull’arte primitiva dei nativi americani risalente a 12mila anni fa.

Pollock, variazione sull'arte indiana

Il tentativo era quello di affacciarsi sull’ignoto, di aprire una ricerca sull’irrazionale, che nella visione di gran parte degli artisti della Scuola di New York coincise con la riscoperta del primitivo e del mito, alla ricerca di un linguaggio artistico capace di esprimere l’universale dell’uomo.

Nel 1947 Pollock arrivò a dire che la tecnica del dripping può essere considerata “un metodo simile a quello degli indiani dell’Ovest che lavorano sulla sabbia”. L’allusione è alle pitture di sabbia che gli indiani navajo realizzavano per terra durante danze rituali e alle quali attribuivano una funzione magico-curativa. Con questa azione intendevano creare forme nel contatto con i segni e le forze evocate. Tralasciando qui la ricerca di archetipi universali di matrice junghiana che Pollock sovrapponeva poi, ideologicamente a tutto questo, quello che appare evidente è che proprio attraverso il rapporto con l’arte primitiva indiana l’inventore dell’action painting superò la necessità di ricorrere a referenti formali riconoscibili e, mettendo al centro l’immediatezza irriflessa del gesto artistico si avviò sulla strada di una nuova pittura astratta. Come tentativo di ricreazione degli albori della propria creatività, della propria nascita.

Jackson Pollock,(1948) impronte di mani,

Forse l’analogia più profonda fra la pittura di Pollock e quella degli artisti preistorici è che in essa si esprime un nucleo generatore comune che è la fantasia, un universale antropologico che si afferma oltre ogni condizionamento e particolarismo storico . Fantasia…pulsione-fantasia… linea …
E qui, la tentazione di leggere l’arte presitorica attraverso la lente di ingrandimento della teoria della nascita di Massimo Fagioli, come lui stesso a più riprese ha suggerito, è grande. E direi, inevitabile. Perché senza di essa non riusciremmo a penetrare nei processi generativi ed originari del pensiero.

Come non vedere nell’arte delle caverne o nei graffiti di Foz coa o di Jabbaren raccontati da Tonietti, un modo di lasciare un segno ( in armonia con l’ambiente) affermando e realizzando un’identità umana che fin dall’inizio è irrazionale? Creazione attraverso l’arte di un’identità umana. Forse qui è la risposta all’interrogazione sul perché dei disegni e dei graffiti presitorici sparsi in tutti i continenti del mondo. Forme irrazionali, immagini della veglia come trasformazione di sogni, che prendono vita sulla tela attraverso le linee tracciate con il movimento della mano e non semplici ricordi di sogni come sembra suggerire il titolo un po’ ambiguo del documentario di Herzog su Chavet Cave of forgotten dreams (5).

Nel dipingere l’animale, l’uomo esprime la sua distanza da esso; non solo per la capacità di idearlo mentalmente, di immaginarlo, ma anche di rappresentarlo concretamente. Nelle immagini dei mammuth e dei rinoceronti ci sono in filigrana quelle degli uomini che li hanno dipinti e graffiti. E le raffigurazioni teromorfe-l’uomo toro di Chavet per esempio – potremmo immaginare che ( lungi dall’alludere all’animalità che il Logos greco vorrebbe annidata nell’irrazionale) alludano proprio al pittore primitivo che mentre dipinge ha nella testa l’animale che poi compare, per effetto della sua creazione, nella superficie della roccia? Ma come ci raccontava l’archeologo Raffaele De Marinis nel 2008 su left (6) , fin dall’inizio l’immagine maschile compare accanto a quella femminile e in rapporto con essa.

Lo raccontano le tante impronte di mani, maschili, femminili e di bambini che punteggiano le grotte della preistoria, ma anche i triangoli pubici nella grotta Chauvet e un’immagine femminile associata all’ “uomo-bisonte” nel cosiddetto pannello dello stregone. Ed è davvero seducente pensare, come ha suggerito lo psichiatra Massimo Fagioli (7), che nei gruppi nomadi del paleolitico (che archeologi come Colin Renfrew descrivono come società ancora egualitarie e non scisse), le donne esprimessero la propria creatività non solo facendo figli, ma facendo arte. Prima che il Logos occidentale, il pensiero maschile razionale e scisso si arrogasse tutta la scena, per negarle.

Grazie per l’attenzione

note:

1) “Nessun quadro generale degno di tale nome è stato delineato. In passato fulgide opere di sintesi- da Hegel a Fukuyama si sono generalmente rivelate il riflesso dei preconcetti dei loro autori piuttosto che un contributo duraturo alla comprensione dei modelli del passato” dice Colin Renfrew in Prestoria (Einaudi, 2007). Quanto a Vico- nota il pittore e filosofo Emilio Villa ne L’arte dell’uomo primordiale (Abscondita, 2005) – ha tramandato lo schema di un uomo primordiale che ha, come fondamento della sua esistenza una manifestazione di carattere nevrotico, basata sulla paura. L’uomo primitivo sarebbe stato in balia del terrore, tremante e fuggitivo come un Caino allo sbaraglio, in climi torbidi, nebulosi. Comunque la si voglia chiamare quella paura, paura dell’essere al mondo o angoscia primaria non si può ritenerla una manifestazione di psicopatia originaria e generale dell’uomo remotissimo, ma caso mai ansia reattiva e motivata da reali pericoli e avversità.

2) Levi Strauss ha finito per accentuare la lettura strutturalista e per dare una valenza mitica al pensiero dei cosiddetti primitivi. Per quanto nominalmente abbia criticato il totemismo di Frazer e Freud, basato sull’idea dell’orda e dell’assissinio primitivo, in fondo non si affrancò mai dalla visione freudiana di un incoscio perverso filogeneticamente ereditato

3)iLeroi Gourhan, a sua volta , ha finito per sostenere che durante tutto l’arco di tempo in cui le grotte furono frequentate l’arte rupestre avesse valenza religiosa( vedi il suo Le religioni della preistoria, Adelphi,1993). Quando non c’è nessuna prova certa in questa direzione. Anche l’idea che la rappresentazione di animali nelle grotte fosse parte di un rito propiziatorio di caccia trova un elemento di disconferma nel fatto che rare sono le raffigurazioni di renne di cui gli uomini della preistoria si cibavano, mentre abbondano immagini di altri animali “non commestibili” e perfino di animali immaginari. Inoltre Leroi Gourhan con libri come Il gesto e la parola (Einaudi, 1977 in francese 1964) ha sostenuto che l’opponente del pollice fosse la prima e più importante discriminante fra la specie umana e quelle animali.

4) vedi intervista a Jean Clottes apparsa nel 2008 su left e riprodotta qui di seguito

5) Nel film Cave of forgetten dreams, con immagini poetiche e sicuramente suggestive, Werner Herzog sviluppa il tema heideggeriano del vagheggiamento di una natura incontaminta e intonsa versus il delirio faustiano della tecnica che porta alla distruzione. Lo fa raccontando di una centrale atomica che crea un pericoloso microclima tropicale nei pressi della grotta.Con un finale apocalittico, da fine della storia, con due coccodrilli albini nati nelle vasche in cui decantano le acque delle centrali. Mentre i sogni sarebbero dimenticati dall’uomo, in primo piano attraverso questa allegoria finale, dall’aura metafisica, la mostruosità di un presente che finisce per apparire nel film come il ritorno di una mostruosità primordiale

6) vedi l’intervista all’archeologo Raffaele De Marinis apparsa su left nel 2008 e riprodotta qui di seguito

7) Oltre alla tetralogia di libri di Massimo Fagioli,il riferimento è agli articoli dello psichiatra Massimo Fagioli pubblicati sul settimanale left e in particolare, fra i molti che hanno ispirato le tematiche qui sviluppate, ricordiamo qui: Ho visto una nanetta 20 ott 2006), Mele qualche perla una donna ( 10 nov 2006), Le ragazze di Jabbaren ( 23 nov 2007), L’immagine inventata (18 dic 2009), La linea invisibile (19 marzo, 2010), La grotta (8 ottobre 2010), Pensiero e sensibilità ( 5 nov 2010), I tre volti ( 21 genn 2011), Die Vorstellung ( 25 marzo 2011), Vietato sapere ( 27 maggio 2011), La libera espressione (11 nov 2011) , Pulsione fantasia ( 18 nov 2011), Percezione fantasia (25 nov 2011), Forse sono soltanto parole (6 genn 2012),

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La truffa sul lettino

Pubblicato da Simona Maggiorelli su febbraio 20, 2011

Dopo una decina di anni di psicoanalisi e nessun miglioramento, una paziente- che di professione fa la giornalista- ha deciso di uscire allo scoperto con un libro denuncia

di Simona Maggiorelli

da Freud a fumetti Raffaello Cortina

In analisi per anni, a costi altissimi, per sentirsi impartire da psicoanalisti che “agiscono da veri conservatori, un mix di cristianesimo e occultismo”, nonché una sfilza di precetti “iperazionali” per controllare e tenere a bada le passioni.

E’ l’esperienza di vita che la giornalista Elisabetta Ambrosi racconta, con linguaggio corrosivo, nel pamphlet Inconscio ladro! Malefatte degli psicoanalisti ( La lepre edizioni). Tratteggiando quella che al lettore appare come una vera e propria truffa ai danni del malato. “La parola truffa – ci risponde Ambrosi- presuppone una realtà sociale condivisa e insieme la possibilità che il truffato possa rivolgersi a vie giudiziarie o di altro tipo per un riconoscimento. Purtroppo invece, poiché l’analisi si svolge nel chiuso di una stanza, alla presenza delle due stesse identiche persone, è difficile che si possa creare una oggettività giudicabile esternamente. In teoria esiste la possibilità per il paziente di denunciare il terapeuta all’Ordine, ma quanti lo fanno?- si domanda l’autrice del libro -. E come dimostrare il danno visto  il monopolio da parte di chi sarebbe denunciato di nozioni e teorie con cui agilmente argomentare il contrario? Pensiamo a quanto è difficile per un giudice ricostruire una causa di lavoro o  un caso di mobbing”.

Quella analitica, sottolinea la giornalista,  “è una situazione massimamente delicata, che richiederebbe un’estrema competenza da parte degli analisti, che talvolta sono invece persone mediocri o comunque incapaci di curare e che possono quindi arrecare danni gravi. Non parliamo poi dei pazienti che si suicidano, le cui storie sono spesso impossibili da ricostruire”.

E allora anche alla luce di tutto questo come è stato possibile che Sigmund Freud sia diventato una figura quasi intoccabile pur non avendo scoperto l’inconscio né avendo una teoria scientifica per la cura della malattia mentale ( come hanno dimostrato tanti autorevoli studiosi da Ellenberger, a Fagioli, a Masson)? ” Confesso di non aver letto tutte le opere di Freud- risponde Ambrosi-. Sono andata in analisi perché stavo male e per un desiderio di conoscenza. Posso però dire che l’uso di categorie freudiane è stato forte e rigido in analisi, con conseguenti interpretazioni e letture in cui era difficile riconoscersi ma in cui spesso mi costringevo a stare, proprio come un tempo facevo in credenze religiose e di altro tipo. Ora è chiaro – approfondisce la giornalista- che se il paziente ha la tendenza a cercare regole o interpretazioni normative rassicuranti, compito dell’analista è scongiurare questo pericolo. Dovrebbe quanto più possibile picconare categorie di ogni tipo!”

E poi rievocando la propria esperienza personale aggiunge:” Mi sconvolge ancora ripensare a quanto dogmatismo invece ho incontrato. Un dogmatismo basato, appunto, sui testi sacri poco storicizzati, poco usati come strumenti e molto come fini in sé. Tanto che sentire parlare di psicoanalisi freudiana, lacaniana, junghiana eccetera mi fa pensare a forme di credo religioso”.

Insomma il punto non sarebbe solo  l’intoccabilità della figura di Freud nel panorama culturale? ” Per me il punto è l’intoccabilità della terapia stessa considerata appunto non come uno strumento ma come una specie di sacro rito senza il quale il paziente è perduto per sempre. Una simile visione non fa che rendere chi va in analisi ancora più dipendente e incapace di essere felice autonomamente. Una cosa terribile”.

In chiusura resta una curiosità: come ha reagito la Società psicoanalitica italiana (Spi) al libro Inconscio ladro!? “Nonostante nasca da un’esperienza privata, considero comunque questo libro come parte del mio lavoro giornalistico- dice Ambrosi-. Il libro sta sul mercato e lo legge chi vuole. Insomma non sono andata sotto le scuole Spi a lanciarlo contro le finestre! Né l’ho mandato ha chi mi ha curato malamente. Perché non mi interessava in alcun modo la vendetta, che di fatto non è altro che l’altra faccia della dipendenza, anche se la rabbia c’è stata e legittima. Io volevo raccontare con ironia una vicenda che rimanda a un problema di rilevanza pubblica, sebbene se ne parli così poco”.

da left-avvenimenti

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La creatività è che conta

Pubblicato da Simona Maggiorelli su novembre 4, 2010

Il coraggio di fare immagini nuove. E di difenderle. In un momento di crisi dell’urbanistica e di deregulation. Le proposte dell’architetto fiorentino Fabio Sani e dell’ingegnere romano Nino Reggio d’Aci di Idearc

di Simona Maggiorelli

Palazzo Rosso di Massimo Fagioli progettettazione architettonica di Idearc e Lorenzo Fagioli

Il cemento sta ipotecando il futuro del Paese, scrive l’urbanista Paolo Berdini in Storia dell’abuso edilizio, da poco uscito per Donzelli.

Paolo Berdini ha ragione. La realtà è davanti agli occhi di tutti. L’urbanistica ha perso la sua “spinta propulsiva”. L’idea di piano, che accorda tutto in un unico disegno, è superata. La pretesa di prestabilire tutto costruisce una gabbia difensiva. Però è chiaro che l’insensata deregulation degli ultimi anni è una cura ben peggiore del male. Dietro vi si intravede infatti la direzione di quell’instancabile motore della crescita urbana che è la rendita. Il cambiamento di città e territorio è avvenuto senza che le amministrazioni lo governassero. Al moltiplicarsi della complessità urbana si è risposto estendendo l’area del negoziabile, della contrattazione, dello scambio politico, con una confusione di ruoli che è una delle cause dell’attuale fallimento delle nostre città. Noi non abbiamo una soluzione. Forse l’unica via, almeno per ora, è opporsi quando è possibile a quanto c’è di disumano e violento. Il buon progetto, il buon quartiere forse possono creare una contaminazione positiva, indicare una strada.
Quanto è difficile per un architetto “difendere” leproprie immagini dai diktat della cattiva politica?
Molto. Ma non è una questione di buona o cattiva politica. I condizionamenti ci sono sempre stati. La società ha sempre voluto attribuire compiti sociali all’architettura. L’autonomia e il controllo estetico della progettazione sono fra i temi più complessi della storia dell’architettura. D’altra parte l’architettura e il suo fare immagini è l’arte che ha più immediato impatto politico per la sua capacità di esprimere la fisionomia di una realtà sociale o di un certo regime politico. è un incontro inevitabile ma può essere anche un abbraccio mortale. La professionalità, intesa come sanità e identità dell’architetto, può contrastare la cattiva politica e la cultura della committenza.
Il fascismo ha fatto brutta architettura di regime, anche se ora c’è chi pretende di rivalutarla. D’altra parte il Corviale, progettato con le migliori intenzioni, è un ghetto. L’ideologia fa male all’architettura?

Palazzo rosso di Massimo Fagioli; progettazione architettonica di Idearc e Lorenzo Fagioli

Fa male, non solo all’architettura. Con il loro fortissimo potere di penetrazione, le ideologie hanno coinvolto milioni di esseri umani, con le conseguenze e i danni che conosciamo. L’architettura, in quanto arte “sociale” non ne è stata esente. L’architetto che accetta di porsi al servizio di un’idea politica rinuncia sempre a una propria immagine. Nella vicenda del fascismo, la critica ha messo bene in luce questo rapporto, spesso drammatico al di là di qualsiasi rivalutazione. E, più di recente, l’ideologia della” funzione” ha portato a  strutture che di “macro” hanno solo lo squallore e l’abbandono. Forse solo oggi, liberi dalle ideologie che li hanno a lungo paralizzati, gli architetti possono recuperare la possibilità di un rapporto diretto e immediato con le loro immagini.

Il Palazzo Rosso valorizzail territorio e la qualità della vita. L’architettura non deve perdere di vista l’umano? Cosa ispira la vostra progettazione?
In un suo bell’articolo recente, Vittorio Sgarbi dice che al di là delle archistar, è la «creatività artistica» che conta. Per questo ci siamo rivolti a Massimo Fagioli e la risposta è stata il Palazzo Rosso. Quanto a dire come avviene questo passaggio non è facile. Fagioli fa un disegno e noi lo concretizziamo materialmente? Rubiamo un’immagine a chi ce l’ha? Forse lasciarsi completamente andare? Tutto questo ma non solo. Quando ci incontrammo per il progetto di questo grande edificio nella campagna di Roma, ignorati i nostri modesti schizzi, ci spiazzò completamente prospettandoci un edificio rivoluzionario ed emozionante.
L’architettura del nuovo millennio s’incontra con l’arte?
Certo, una dialettica con l’arte è ineludibile. Quello che possiamo dire è che l’architettura, ricercando esclusivamente la funzionalità, rischia di trovare una identità senza fantasia.

da left-avvenimenti del 15 ottobre 2010

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La proposta. Un cantiere delle idee

Pubblicato da Simona Maggiorelli su novembre 4, 2010

di Simona Maggiorelli

Palazzetto bianco di Massimo Fagioli

Quali scenari per l’architettura del XXI secolo? Quali obiettivi per una ricerca non appiattita? Quali possibilità per nuovi talenti di emergere in questa  penisola in cui ogni Comune, piccolo o grande che sia, pretende il ritorno d’immagine massmediatico che dà l’ingaggio delle solite archistar? E, soprattutto, quale nuovo rapporto con la politica di sinistra per fare fronte ai danni prodotti dai condoni, dall’emergenza, dalla deregulation che – come denunciano gli urbanisti Paolo Berdini e Vezio De Lucia  – sta facendo morire il Belpaese sotto una coltre di cemento? Sono alcune delle domande che questa settimana abbiamo rivolto a eminenti “addetti ai lavori”, alcuni dei quali proprio di questi temi hanno discusso il 15 e il 16 ottobre 2010 all’auditorium Pirelli HQ, in occasione del convegno Idee italiane, un osservatorio sulla cultura del Paese organizzato dalla Fondazione per l’Istituto italiano di scienze umane.

Una tavola rotonda multidisciplinare (fra i relatori figurano Stefano Rodotà, Marc Fumaroli, Vittorio Gregotti, Franco Purini Joseph Rykwert e molti altri) da cui abbiamo preso spunto per lanciare un nostro dibattito e accendere l’attenzione su un’architettura alternativa che in Italia c’è già: fuori dal clamore da archistar, avendo il coraggio di innovare in maniera alta, creativa. Perché se come dice la direttrice della Biennale di Venezia 2010, Kazuyo Sejima «L’architetto del nuovo millennio deve sapere inventare spazi reali per l’incontro e l’emozione» poi bisogna saper passare dalle parole ai fatti.

da left-avvenimenti  15 ottobre 2010

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Chiesa e pedofilia. L’analisi culturale che mancava

Pubblicato da Simona Maggiorelli su ottobre 19, 2010

Dopo decenni di silenzi e nonostante l’omertà delle gerarchie ecclesiastiche, è esploso in tutta la sua virulenza lo scandalo della pedofilia nel clero cattolico. Centinaia di migliaia di vittime accertate in tutto il mondo testimoniano un fenomeno dalle dimensioni inquietanti, paragonabile a uno sterminio. Un crimine, quello degli abusi del clero sui bambini che non ci fa trascurare il fatto che le violenze pedofile avvengono spesso nell’ambito della cerchia familiare. Senza dimenticare qui anche la dimensione internazionale che hanno assunto il cosiddetto “turismo sessuale” e la pedopornografia on-line. Reati disumani che a loro volta alimentano altri reati disumani, a cominciare dalla tratta dei minori. Che non risparmia nessuna popolazione nel globo. Ma riguardo al fenomeno pedofilia nella Chiesa si segnala un fatto nuovo: dal modo in cui i media stranieri hanno trattato la vicenda della Santa sede, alla reazione dell’opinione pubblica sembra infatti trapelare un nuovo atteggiamento. Che è di totale indignazione. Cosa è cambiato? Per dare una risposta a questa domanda, il libro indaga la storia del pensiero che ha fatto da matrice all’azione e ha garantito l’impunità dei pedofili. Si parte dall’analisi delle radici culturali della pedofilia, un crimine che in Occidente si consuma da 2500 anni sotto la copertura culturale che comincia con Platone, Socrate e Aristotele. Una cultura e un modo di pensare il bambino che segna 20 secoli di cattolicesimo e che nel Novecento ha trovato nuova velenosa linfa in Freud, padre di quell’idea violenta e assolutamente infondata che il bambino abbia già una sessualità. Sino ad arrivare al pensiero, anche sessantottino, per cui in fondo al bimbo piacerebbe essere violentato fisicamente e psichicamente dall’adulto. Lo sosteneva Foucault, proprio negli anni in cui la Chiesa emanava il testo segreto Crimen sollicitationis. E d’accordo con questo pensiero criminale del filosofo francese si sono detti intellettuali e politici, italiani e stranieri. Da Cohn-Bendit fino a Vendola.

Federico Tulli è giornalista professionista, frequenta da anni il settore scientifico. È autore di numerose inchieste sul mercato dei farmaci, sui finanziamenti pubblici alla ricerca scientifica, sulla tratta delle schiave del terzo millennio, solo per citarne alcune. Ha lavorato con diverse testate giornalistiche, tra cui l’agenzia stampa Il Velino. Collaboratore del settimanale Avvenimenti e di Left che ne ha raccolto e rinnovato l’eredità, è redattore del quotidiano Terra.

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Lo psichiatra bifronte

Pubblicato da Simona Maggiorelli su febbraio 14, 2010

Abdicando alla sua formazione medica, Basaglia si fece “pensatore”. In un cortocircuito da Sartre a Heidegger

di Simona Maggiorelli

Franco Basaglia

Il direttore della clinica universitaria di Padova lo accusava di fare della filosofia. Invece di dedicarsi alla psichiatria, come suo dovere. Lo ricorda anche la fiction C’era una volta la città dei matti. E forse non è solo un aneddoto marginale. Di fatto per Franco Basaglia la filosofia non fu solo una passione passeggera ma un interesse che diventò addirittura preponderante rispetto alla sua formazione di medico. Negli anni giovanili e poi dalla metà degli anni Cinquanta a interessare l’autore de L’istituzione negata furono soprattutto la fenomenologia e l’esistenzialismo. In particolare quello di Sartre con cui strinse un sodalizio documentato negli Scritti (Einaudi). Dall’autore de L’essere e il nulla Basaglia mutuò un’idea di libertà come valore assoluto, incurante del fatto che liberare i matti dall’istituzione manicomiale non significava di per sé liberarli dalla malattia e dal dolore psichico. Questi elementi di fondo della prassi basagliana, come è noto, maturarono anche in rapporto con Foucault che nel 1961 pubblicò la sua Storia della follia.

In sintonia con la critica antistituzionale del pensatore francese (che non era medico) Basaglia attaccava il paradigma medico in quanto «paradigma di potere» e rifiutava «le etichette» di sanità e patologia «perché rinserrano vincoli e divieti di potere». D’accordo con la rivolta antiscientifica di Foucault e poi del ’68, riteneva che la diagnosi fosse uno stigma e non uno strumento medico e dinamico per individuare la cura. «Per questo ce l’aveva con chiunque facesse un discorso nosografico» ricordava Pier Aldo Rovatti nel 2008 in occasione di un convegno sui rapporti di Basaglia con la filosofia del Novecento. Sartre, Merleau Ponty, Husserl, ma anche Goffman per la critica sociologica all’istituzione psichiatrica contenuta in Asylum, e poi curiosamente Jaspers che parla di delirio come fatto di natura e della sua assoluta incomprensibilità.

Ma più ampiamente Heidegger a cui Basaglia era arrivato attraverso la lettura Binswanger. I riferimenti dello psichiatra veneziano erano piuttosto eterocliti, quando non apertamente contraddittori. Emblematico appare in questo senso Ansia e malafede (1964) in cui Basaglia parla della crisi della psichiatria e della sua «incapacità di affrontare l’enigma che sta alla sua base: la soggettività umana». «Per questo – scriveva – psicologia e psichiatria vanno alla ricerca del loro significato nella filosofia, la sola in grado di far comprendere alla radice l’uomo, il problema del senso e del non senso della sua esistenza, il suo modo di costruire il suo Dasein, la sua possibilità di essere autentico o meno, di scegliere o meno». Basaglia sposa qui e altrove il pericoloso gergo dell’autenticità di marca heideggeriana e nazista. E con il filosofo che accettò il rettorato offertogli da Hitler nel ’33 pronunciando un funesto discorso, Basaglia discetta di «condizione umana originaria di inautenticità e di angoscia». Per lui la psicosi sarebbe «un Dasein mancato» e la nevrosi il risultato di una «non scelta». Abdicando alla sua formazione psichiatrica, la malattia mentale diventa per lui una condizione esistenziale di tutti. Alla clinica e alla ricerca dell’eziopatogenesi della malattia mentale Basaglia ha sostituito l’idea cristiana e immutabile di peccato. Sordo alle riflessioni di alcuni psichiatri di ispirazione fenomenologica sui pericoli insiti nel trasporre tout court concetti filosofici in psichiatria, Basaglia ribadisce ancora una volta che psicologia e psichiatria «ritrovano il loro senso nella filosofia». «L’impiego di queste discipline per lui – scrivono Mario Colucci e Pierangelo Di Vittorio in Franco Basaglia (Bruno Mondadori) – non può essere ristretto alla definizione di una diagnosi e di una terapia, ma deve consentire un’analisi delle problematiche esistenziali dell’uomo». Con tutta evidenza non gli interessa un discorso di cura della pazzia. Basaglia «cerca un metodo filosofico per prendere posizione politica, non solo per un’indagine sull’uomo. Cerca una filosofia di supporto alla sua azione di rovesciamento pratico del manicomio».

FRANCO BASAGLIA: “Una cosa è considerare il problema una crisi, e una cosa è considerarlo una diagnosi, perché la diagnosi è un oggetto, la crisi è una soggettività’.” ed ancora: “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’ essere”

da left-avvenimenti del 12 febbraio 2010

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Tempo della coscienza e tempo dell’inconscio

Pubblicato da Simona Maggiorelli su settembre 24, 2009

Intervista allo psichiatra Massimo Fagioli

di Simona Maggiorelli

massimo fagioli

massimo fagioli

Tempo di vita degli animali e degli esseri umani, una differenza profonda. Tra le due cesure forti della nascita e della morte c’è da notare la differenza fra il tempo misurabile della coscienza e il tempo dell’inconscio che fa la qualità della vita degli esseri umani. Ma occorre dare anche uno sguardo alla storia della cultura per rivedere criticamente l’idea di tempo che ha connotato il cristianesimo, la psicoanalisi, il marxismo e l’esistenzialismo. Sul tema del tempo- il primo della triade su cui si appunta la riflessione di questo numero speciale della rivista Il Grandevetro – abbiamo sentito lo psichiatra Massimo Fagioli, che con la scoperta della pulsione di annullamento e della fantasia di sparizione concettualizzata nel suo prio libro Istinto di morte e conoscenza (1971, Nuove edizioni romane, e ora edizioni l’Asino d’oro) e poi con i seminari di analisi collettiva ha rivoluzionato dal punto di vista della teoria e della prassi, il modo di pensare e di fare psichiatria, mettendo al centro della ricerca scientifica la ricerca sull’inconscio, il tema della cura e della possibilità di trasformazione psichica umana.

professor Fagioli che differenza c’è fra il tempo di vita degli esseri umani, degli animali e dei vegetali?

Se ci limitiamo a intendere la domanda in senso positivistico si può dire che dal punto di vista del tempo di vita vi sono variabili nel senso della misurazione mediante anni. Per cui un cane vive vent’anni, un elefante novanta, una tartaruga, credo, anche trecento. Alcune piante possono vivere anche mille anni prima di seccare. Il tempo di vita viene misurato con strumenti, con un sistema artificiale che noi facciamo regolandoci su quello che sono i cicli e quindi con il calendario più o meno cristiano di Gregorio Magno. Se questa domanda, invece, nasconde qualcosa qualcosa di non esplicito, come se ci fosse un tempo diverso fra vegetali, animali e uomo, allora non è questo di cui stiamo parlando, perché in questi casi che abbamo citato il tempo viene misurato sempre nella stessa maniera. Se ci sia una diffrenza fra animali e vegetali, questo esattamente non lo so, perché fra la cellula vegetale e quella animale mettersi a pensare quali possano essere le differenze è difficile, però possiamo fare un discorso sulla biologia umana e su quella animale. Se facciamo un discorso del genere dobbiamo in effetti scoprire un altro tempo, oltre ed al di là di quello razionale, matematico che calcola, misura secondo parametri per cui un anno è fatto di dodici mesi, seguendo certi criteri di misurazione di matematica razionale. Il termine comune per indicare questo altro tipo di tempo è tempo interno. E qui ci può essere utile un discorso: che l’uomo si distingue dagli animali perché sa di dover morire è la balla più grande che possa esistere. Come realtà di tempo interno non è vero affatto. La coscienza, la ragione non ha nessuna sensazione del tempo, deve misurarlo per capire se una cosa dura un’ora o dieci ore. Il tempo interno è direttamente legato all’immagine interna. Finché l’uomo non scopre l’immagine interiore non può pensare il tempo inetrno. Quindi, se l’uomo sa di dover morire, lo sa per questioni statistiche. Siccome vede che tutti , all’incirca, dopo novant’anni muoiono dice: allora morirò anch’io. Ma non perché abbia più o meno capito una cosa di questo genere.

E volendo andare più a fondo che differenza c’è fra tempo inconscio e tempo della coscienza?

Appunto, questo di cui abbiamo detto è tempo razionale nel senso che io lo calcolo con l’orologio: il tempo che mi ci vuole per scendere le scale, andare in strada, fare un chilometro, ritornare eccetera. Mentre quest’altro tipo di tempo che è inconscio- chiamiamolo tempo interno o tempo inconscio- non dà la sensazione perché si lega al discorso del movimento psichico. La ragione non ha movimento. La ragione sposta, registra con i sensi un oggetto che va da un punto all’altro ma è una registrazione, direi, quasi meccanica. più o meno fotografica. per realizzare il movimento bisogna realizzare l’immagine interna e non la figura esterna. Allora si legano movimento, tempo interno e immagine interiore. Ci vogliono tutte e tre queste cose per cui poi uscire da casa non è soltanto calcolare quanto tempo ci vuole per andare da qui a lì. E’ fare qualche cosa,è un movimento dell’organismo.

La sua teoria della nascita come supera il modo di pensare il tempo che hanno avuto alcuni filoni della cultura occidentale come la psicoanalisi, il marxismo el’esitenzialismo?

Direi che che li acchiappa tutti e tre, perché tutto sta nella grande sfida, nel grande coraggio direi, di concepire un inizio. il difetto di esistenzialismo, cristianesimo e anche del marxismo è di non concepire un inizio. Se lo si concepisce allora si trova anche la fine. Tra l’inizio e la fine c’è il discorso del tempo. Il tempo che è un movimento che non può essere sentito, realizzato e pensato finché non si ha il coraggio di realizzare un’immagine. Quindi la nascita è un inizio di realtà psichica. Sappiamo che la cultura, anche quella marxista, e in modo particolare il cristianesimo, esclude in maniera assoluta che ci sia un inizio. Tutto deve essere sempre, in eterno, sempre stato e sempre sarà. All’inizio appunto il cristianesimo concepisce uno spostamento, diciamo pure, dalle nuvolette all’organismo biologico ma non concepisce affatto una realtà psichica e quindi di immagine interiore. E quindi non concepisce un inizio del tempo.

La letteratura psicoanalitica e in particolare Freud ha parlato di una atemporalità dell’inconscio. In che modo deve essere rivista questa concezione?

Deve essere rivista in tutto.  Perché la banalità, la stupidità di Freud è totale. Nel senso che Freud dice che la realtà psichica comincia con il pensiero verbale e dire questo significa affermare che prima di un anno e mezzo due anni di vita non esista realtà psichica. Non esisterebbe mente, non esisterebbe pensiero. Significherebbe dire che il bambino per un anno e mezzo è peggiore di un animale. Non capisco.  Perché forse l’animale un abbozzo- non so se posso chiamarlo pensiero- ma di sensazione o di elaborazione delle percezioni ce l’ha. Freud dice che il bambino non ce l’ha, quindi è completamente fuori da ogni possibilità di discussione perché afferma delle cose che sono assurde anche a rapporto immediato, a buon senso comune.

Anche il marxismo in qualche modo ha parlato di una tensione verso qualcosa di nuovo, di futuro, ha parlato di trasformazione sociale ma ugualmente ha fallito il tema della trasformazione umana, perché?

Esatto. Della storia del fallimento di Marx ne parlo da trent’anni. Marx tentò in ambito filosofico di occuparsi di realtà umana. E dichiara chiaramente nella famosa lettera al padre del 10 novembre 1937 che ha fallito, che non ce l’ha fatta. Andava a finire nella logica hegeliana dello spirito assoluto e quindi abbandonò tutto per occuparsi di rapporti materiali e di realtà e comportamento materiale e con ciò si è fermato a un’idea di “male”. Ecco forse è riuscito- ma non so se realmente l’abbia fatto – a togliersi un po’ dal pensiero  religioso per cui il male è il sadismo e l’aggressivitò violenta di procurare sofferenza fisica agli altri. Non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello d pensare a un’altra violenza e aggressività che è la negazione e che non è mai stata pensata da Freud. Invece il problema era proprio quello che per occuparsi di realtà psichica bisogna scoprire una violenza, una distruzione che andava ben oltre il discorso del sadismo fisico, della distruzione delle cose materiali, occorreva un rapporto psichico di conoscenza e di sapere.

Dalla rivista Il Grandevetro agosto-settembre 2009

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Dagli scienziati, una lezione ai politici

Pubblicato da Simona Maggiorelli su settembre 16, 2009

Scienziati , medici e psichiatri il 19 settembre all’Università Roma Tre presentano in un confronto pubblico le nuove acquisizioni
e scoperte. Utili a chi voglia fare buone leggi

di Simona Maggiorelli

il sogno della farfalla

il sogno della farfalla

Esistenza puramente biologica, vita delle piante e degli animali, vita umana. Realtà completamente diverse dal punto di vista scientifico. Ma in politica, sui media, perfino nei dibattiti culturali, la confusione è somma, a tutto vantaggio dei soliti cattolicissimi crociati per la vita. «Da ricercatori ci siamo accorti che anche fra le discipline che si occupano di questi ambiti c’è poca chiarezza e la ritroviamo poi nelle applicazioni – racconta la biologa Giulia Carpinelli che insieme al biologo Fabio Virgili e all’associazione Amore e psiche ha organizzato il convegno Dall’esistenza alla vita che si svolge il 19 settembre nell’aula magna di Lettere dell’università Roma Tre.

Fuori dai laboratori, invece, ciò che appare più evidente è la grande disinformazione che impera nei media italiani, per cui capita di leggere, su testate come Repubblica o Il Corriere articoli improbabili che discettano sull’attività onirica dei feti di pecora oppure di topi resi schizofrenici per sperimentare psicofarmaci. «La cosa che più colpisce – commenta Carpinelli – è che su questi argomenti ci possa metter bocca il profano e non lo scienziato. Nessuno oserebbe intromettersi in questioni di fisica. Invece su alcuni aspetti di biologia o medicina tutti sono pronti a dire la propria. Poi quando si parla di uomo diventa tutto ancora più complicato». Da dove origina questa situazione? «La scienza è sempre più frammentata – spiega la biologa – perché più specializzata, mancano collegamenti interdisciplinari. E capita che si parli molto dell’ultimo progetto annunciato come di grande importanza per l’uomo, anche se siamo ancora lontani dalla sua realizzazione. Mentre informazioni che possono dare un buon contributo alla comprensione di processi fisiologici e di patologie invece non ricevono adeguata attenzione». Così anche per cominciare a invertire questo processo scienziati e ricercatori di diverse discipline hanno deciso di uscire dai propri laboratori e si sono dati appuntamento all’università Roma Tre, il 19 settembre per un incontro pubblico in cui cominciare a riallacciare i fili di un dialogo interdisciplinare su ciò che caratterizza l’umano e rende la nostra specie assolutamente diversa dalle altre.

Un discorso di chiarezza scientifica che diventa quanto mai urgente in una temperie politico culturale come quella di oggi, intossicata dalle sempre più violente esternazioni del papa che lancia anatemi contro i farmacisti che vendono anticoncezionali pretendendo che il Parlamento italiano faccia leggi contro l’aborto, in difesa dell’embrione e via di questo passo. Anche per questo il convegno di Roma Tre, con il biofisico Pier Luigi Luisi ripercorrerà l’origine della vita sulla terra, a partire dalla materia inanimata (e non per creazione divina) e poi con l’antropologo molecolare Gianfranco Biondi, l’evoluzione dell’homo sapiens dagli ominidi. La neonatologa Gatti, il bioeticista Mori e lo psichiatra Masini, invece, affronteranno in termini specifici le caratteristiche che fanno l’unicità della specie umana. La novità del discorso proposto fa leva in particolare sulle nuove acquisizioni scientifiche riguardo alla trasformazione radicale che avviene alla nascita, quando – come scrive Maurizio Mori nel libro Il caso Eluana Englaro (Pendragon) «per ognuno di noi comincia il tempo biografico».

«I dati neurobiologici oggi ci permettono di distinguere nettamente lo stato fetale dallo stato neonatale e di chiarire i vari passaggi del cambiamento che scandisce la transizione dall’uno all’altro. La distinzione fra i due stati – spiega la neonatologa Maria Gabriella Gatti – non è mai stata storicamente delineata. Anzi tutt’oggi si cerca di annullarne il significato fondamentale per comprendere l’ontogenesi della vita umana». Sulle pagine di left-Avvenimenti  la neonatologa dell’università di Siena aveva spiegato in altre occasioni che riguardo allo stato fetale non si può parlare di vita umana ma soltanto di esistenza biologica, «perché nell’utero il feto ha solo un accrescimento di organi e di apparati, mentre la vita umana corrisponde all’inizio della vita psichica che avviene alla nascita. Detto in altre parole – aggiunge oggi la professoressa – il cambiamento biologico del feto sottostà alla trasformazione che avviene alla nascita che è legata alla comparsa della vita psichica». Allora ci aveva spiegato anche che il feto non può, per esempio, percepire della musica perché ha una struttura cerebrale immatura e fino alla nascita il suo sistema neurologico risulta deconnesso. Approfondendo quel discorso oggi aggiunge: «è deconnesso dal punto di vista dei neurotrasmettitori ma anche perché ci sono delle sostanze, dei neuromodulatori, che deprimono l’attività cerebrale. In estrema sintesi- conclude la Gatti – le ricerche mediche più nuove, specie quelle sullo sviluppo dei sistemi neurotrasmettitoriali, confermano che l’inizio dell’attività psichica è alla nascita e avvalorano l’idea che la stimolazione luminosa sia il fattore  importante nel modificare le proprietà funzionali, locali e sistemiche della realtà biologica del neonato. Ricerca neurobiologica e ricerca psichiatrica trovano qui un punto di convergenza».

E arriviamo così al nocciolo del discorso sull’umano che è specificamente psichiatrico. Il direttore della rivista di psicoterapia e psichiatria Il sogno della farfalla Andrea Masini nel convegno esplorerà con un metodo di indagine nuovo, il pensiero come caratteristica e funzione esclusivamente umana. «Il punto da cui sono partito è che il pensiero non cosciente è ciò che distingue la specie umana da quella animale, che non ce l’ha. Nella mia relazione cercherò di dire che cosa è il pensiero non cosciente e da che cosa possiamo dedurlo». In parole povere? «Fondamentalmente possiamo dedurlo dal bambino e dagli artisti – spiega lo psichiatra – Anche se ovviamente parliamo di due realtà diverse». Nella storia, anche quella più recente, la fantasia del bambino e la creatività dell’artista stentano a essere pienamente riconosciute. Illuministi e razionalisti vecchi e nuovi faticano a riconoscere la potenza del linguaggio non cosciente delle immagini. «Questo mi verrebbe da dire – commenta Masini – per colpa dei filosofi. Ma ancor più per colpa del pensiero religioso. C’è una antitesi inconciliabile fra questa realtà inconscia delle immagini di cui parliamo e il pensiero religioso. Perché la religione non può accettare che il pensiero abbia un’origine biologica e non abbia nulla di trascendente, di sovrannaturale. è stata la religione a negare la realtà di fantasia di immagini del bambino, dell’uomo, della donna e dell’artista». E questo si è tradotto in un deficit della cultura dominante. «Assolutamente sì, bisogna confrontarsi con il pensiero religioso, forti delle conoscenze scientifiche acquisite che ci dicono che la mente umana in nessun modo può essere materia di pertinenza religiosa. è realtà umana. E come tale va studiata, va capita». Farpassare questo messaggio nel dibattito pubblico implica che chi fa ricerca debba assumersi il compito anche di fare divulgazione, di parlare ai non addetti ai lavori, alla politica, come impegno civile. «Penso sia fondamentale in questo momento – sottolinea Masini -. Sia perché in politica ci sono in ballo questioni grosse che possono cambiare la vita delle persone, come la legge sul testamento biologico. Ma più in generale anche per un discorso culturale. L’incontro del 19 settembre è nato anche per incontrare  i politici. La mia speranza è che vengano e che siano disposti a dialogare perché credo che la scienza, in particolare questa ricerca scientifica, possa aggiungere qualcosa di molto nuovo al dibattito politico, dargli delle chiavi di lettura della realtà umana e per le decisioni che ne possono conseguire». Allora perché secondo lei la politica di sinistra, per definizione quella più progressista, si è dimostrata fin qui timorosa, esitante, nel far proprie le scoperte e le acquisizioni della ricerca scientifica? «Perché è tutta concentrata nell’andar d’accordo con il pensiero cattolico, che è sempre più feroce nelle sue espressioni», risponde Masini. La speranza è che prima o poi i politici di sinistra si sveglino rivendicando maggiore laicità delle istituzioni? «Questo è il grande scontro. La nostra ricerca può dare argomenti, sostenere culturalmente e scientificamente questa esigenza di laicità».

«Da parte degli studiosi e dei ricercatori oggi c’è bisogno di dare un’indicazione pubblica – aggiunge il presidente della Consulta di bioetica Maurizio Mori -. Le idee qualche volta hanno bisogno di legittimazione pubblica perché altrimenti non si radicano. Il nostro problema è assumere una dimensione pubblica. Oggi l’università è declinata come istituzione, la tv e la stampa fanno fatica, dovrebbero esserci dei partiti politici con questa funzione ma la situazione dei partiti di sinistra è ancora complicata. Nella società civile – conclude il bioeticista dell’università di Torino – c’è stata un’espansione delle esigenze di laicità su tutta una serie di tematiche. Non così dal punto di vista dei politici chiamati a fare le leggi. E questa è la condanna italiota».

da left-avvenimenti 18 settembre 2009

COSA CI RENDE ESSERI UMANI

Al Festival di Genova, neuroscienziati a confronto sulla domanda delle domande. In Italia,  psichiatria e neonatologia , su questo tema danno un contributo d’avanguardia di Federico Tulli

Guardando all’essere umano, alla sua nascita, al suo sviluppo e alla sua morte, è in pieno sviluppo un dibattito che affonda le sue radici nella filosofia greca e che oggi coinvolgendo le più disparate branche – alcune delle quali legate a filo doppio con la teoria evoluzionistica di Darwin – si sta facendo sempre più profondo e affascinante. Il confronto, s tutto raggio senza confini geografici, coinvolge neuroscienziati, antropologi, psichiatri, filosofi e storici della scienza e della medicina, e si pone l’obiettivo di dare una risposta coerente a quale sia lo specifico dell’uomo, vale a dire ciò che lo differenzia dalle altre specie.

Al centro dell’attenzione di tutti c’è il funzionamento del nostro cervello e, con esso, la nascita, lo sviluppo e la “morte” del pensiero, con la morte biologica dell’individuo. A questi temi, l’organizzatore di Genova Scienza, Vittorio Bo, ha deciso di dedicare tre importanti lectio magistralis tenute da alcuni tra i più noti neuroscienziati al mondo, Sebastian Seung, Stanislas Dehaene e Michael Gazzaniga. I loro interventi toccano temi affrontati da una ricerca molto vivace nel nostro Paese, che il settimanale left segue da sempre con attenzione.

Al fstival di Genova sabato 24 ottobre2009, nell’incontro dal titolo “La foresta del cervello: addomesticare la giungla della mente”, Seung, che è docente di Neuroscienza computazionale al Mit di Boston, racconta le ultime ricerche sulla natura “informatica” del cervello umano, che «come un computer – secondo Seung- appare in grado di variare automaticamente la propria configurazione durante lo sviluppo». Per osservare questa modificazione si ispira al principio secondo cui per capire il funzionamento di una macchina occorre farla a pezzi. Il cervello, però, ovviamente non può essere disassemblato. I neuroni si estendono in rami, avviluppati l’uno all’altro. Dividerli significherebbe distruggerli, così “curiosamente” i neuroscienziati si affannano a fare il cervello in “fettine” sottilissime, le fotografano e analizzano questi scatti  con software ricercati. Il risultato finale? Una mappa a tre dimensioni dei neuroni e delle sinapsi, così elaborata che in passato è stato possibile effettuarla soltanto per i cervelli dei più minuscoli invertebrati. Secondo l’esperto del Mit, ci staremmo comunque affacciando a un’epoca la cui rivoluzione tecnologica sarà tale da farci produrre mappe per cervelli sempre più grandi e, chissà, forse un giorno anche del nostro.

Sabato 31 ottobre, nella conferenza dal titolo “I neuroni della lettura”, il docente di Psicologia cognitiva sperimentale al Collège de France, Stanislas Dehaene, si occuperà del «funzionamento del nostro cervello nell’elaborazione concettuale ed emotiva attraverso la lettura».  Come fa un cervello da primate come il nostro a imparare a leggere? Che cos’è la dislessia? Ci sono metodi di insegnamento della lettura migliori di altri? Dehaene risponderà a queste domande nella lectio che prende il titolo dal suo ultimo libro in uscita per Raffaello Cortina Editore, mostrando come nel corso dell’evoluzione l’acquisizione della capacità di leggere sia stata lenta, parziale e non priva di difficoltà «come indicano i ripetuti scacchi cui vanno incontro i bambini». Anche  la lectio magistralisdi Gazzaniga del 25 ottobre prende il titolo dalla sua ultima fatica. Il neuroscienziato, tra i primi a teorizzare la separazione degli emisferi cerebrali, svilupperà i temi affrontati in Human. Quel che ci rende unici (Raffaello Cortina Editore). Con particolare attenzione alle dinamiche mentali umane, il direttore del Sage center for the study of the mind alla university of California, analizza ciò che rende unico il nostro cervello e lo differenzia da quello degli altri animali, quale importanza hanno nel definire la condizione umana il linguaggio e l’arte e quale sia la natura della coscienza umana.
Un punto che merita discutere è la tesi di Gazzaniga sull’abilità a imitare che sarebbe  propria dei neonati umani. Abilità che, secondo lo studioso, sarebbe «innata». Molti studi, spiega nel suo libro il direttore del Sage, hanno mostrato che i neonati da 42 a 72 minuti dopo la nascita sono in grado di imitare accuratamente le espressioni facciali. «Pensateci bene – sottolinea Gazzaniga -. Si può solo restare meravigliati di fronte a ciò che il cervello è in grado di fare a poco più di un’ora dalla nascita. Vede che c’è un volto con una lingua che fuoriesce, in qualche modo sa anche lui di avere un volto con una lingua sotto il suo controllo, decide che imiterà l’azione, trova la lingua nella lunga lista di parti del suo corpo a sua disposizione, fa una piccola prova, gli ordina di uscire fuori – ed ecco che esce fuori la lingua. Come fa a sapere che una lingua è una lingua e come fa a sapere come muoverla? Perché si preoccupa di fare una cosa del genere? Ovviamente non lo ha imparato a fare guardandosi allo specchio, né qualcuno glielo ha insegnato. L’abilità di imitare – ne deriva lo scienziato – dev’essere innata. L’imitazione è l’inizio dell’interazione sociale del neonato. I neonati imiteranno le azioni umane ma non quelle degli oggetti inanimati; capiscono che sono come le altre persone. Imitare gli altri è un potente meccanismo nell’apprendimento e nell’acquisizione della cultura. Di contro, l’imitazione “volontaria” del comportamento sembra rara nel regno animale».
Altro punto nodale della teoria di Gazzaniga è che questa imitazione è legata alla percezione visiva dell’“oggetto” e può anche non essere cosciente, nel senso che può avvenire in maniera inconsapevole. Inoltre, il cognitivista ricorda che all’università di Amsterdam sono stati condotti esperimenti che «hanno dimostrato che gli individui che sono stati mimati sono più pronti ad aiutare e più generosi, non solo verso coloro che li hanno mimati ma anche verso le altre persone presenti che non sono state mimate». Questa dinamica, scrive ancora Gazzaniga, «attraverso un rafforzamento del comportamento diretto al sociale, potrebbe avere un valore per l’adattamento, agendo come collante sociale che tiene insieme il gruppo e rafforza la sicurezza del numero. Tali conseguenze comportamentali offrono un suggestivo sostegno a una spiegazione evoluzionista della mimica».
Profondamente divergente da quella di Gazzaniga, in relazione alla capacità di rapporto interumano del neonato – e quindi a ciò che è specifico della nostra specie – è la teoria della nascita elaborata nel 1970 dallo psichiatra Massimo Fagioli con la pubblicazione di Istinto di morte e conoscenza.

Nel riferirsi alle ultime scoperte in campo neurobiologico, la neonatologa dell’università di Siena Maria Gabriella Gatti ha mostrato in diverse occasioni le evidenze che distinguono il feto dal neonato sottolineando l’importanza della trasformazione che avviene alla nascita dell’essere umano, confermando così la teoria di Fagioli. «Gli studi sullo sviluppo dei sistemi neurotrasmettitoriali – racconta a left la scienziata – confermano che nel feto tali sistemi sono finalizzati al trofismo e all’accrescimento del cervello mentre la connessione e l’attivazione delle varie aree cerebrali e quindi l’emergenza del pensiero avvengono con la nascita. Premesso ciò – prosegue la Gatti – quella del neonato non è mai imitazione ma è una ricreazione con fantasia del rapporto vissuto ed è legata alla sua realtà interna». Questa capacità di rielaborare non è razionale e cosciente come quella della specie animale. Che invece fa un apprendimento finalizzato alla sopravvivenza e alla prosecuzione della specie. «A partire dalla nascita e nel primo anno di vita – aggiunge la neonatologa – il neonato ha, sì, un rapporto con la madre legato alla sopravvivenza perché prole inerme, però questo rapporto non è cosciente ma inconscio, cioè fatto, soprattutto, di immagini e affetti».
Il bambino  non è una tavoletta di cera che si modella alla madre. «Quando il bambino si mette seduto non è perché vede gli altri sedersi. È vero, quel movimento del corpo fa parte di un timing di sviluppo innato, però tutto ciò che è “apprendimento”, tutto quello che è “cognitivo” è rielaborazione interna di un rapporto». E questo vale sia nel comportamento che nel linguaggio.
«Chiaramente – continua la dottoressa – parole come “pane” o “acqua” vengono appresi da un’altra persona, però l’uso che il bimbo ne fa ha un proprio connotato interno, una sua individualità. Può ripetere il suono ma non ripete il contenuto del suono». Questa impostazione teorica è fondamentale anche per comprendere come l’uomo può diventare artista e creativo. «Possiamo dire che l’artista è colui che riesce a rappresentare un’immagine che è inconscia, e quindi a ricreare la fantasia che si realizza alla nascita e si sviluppa nel primo anno di vita», conclude la neonatologa.

GenovaScienza, cinque strade verso il Futuro

Quali effetti eserciteranno le ultime scoperte e teorie scientifiche sulla nostra vita quotidiana? Riusciremo a riprendere contatto con un futuro che è sfida, sogno, libertà, fantasia e possibilità per il domani? Un futuro dove scienza, arte, letteratura e filosofia si lascino andare a contaminazioni che solo la collaborazione e l’impegno collettivo possono realizzare? A questi e molti altri interrogativi il gotha della ricerca internazionale è chiamato a rispondere nel corso della settima edizione del festival della Scienza, in programma da oggi al primo novembre prossimo a Genova. Con un programma di grande spessore culturale e scientifico allestito dal direttore della manifestazione Vittorio Bo, che ruota intorno al tema del “Futuro” e nel quale si intrecciano una lunga serie di eventi studiati per stimolare l’interesse del pubblico di qualsiasi età, livello di conoscenza, matrice sociale. Mostre, laboratori, exhibit fotografici, conferenze, tavole rotonde, workshop, spettacoli teatrali, performance musicali e proiezioni cinematografiche – suddivisi in cinque percorsi tematici: il Futuro della tecnologia; il Futuro della vita; il Futuro dell’universo; il Futuro della natura; il Futuro delle idee – costituiscono un corpus capace di superare la tradizionale contrapposizione tra cultura scientifica e umanistica, interpretando e raccontando la scienza con un approccio contemporaneo, grazie alla sperimentazione di format e linguaggi inediti (Info: www.festivalscienza.it). Grandi protagonisti sono senza dubbio Galileo e Darwin. Il primo “celebrato” sia dal nuovo libro di Enrico Bellone, Galilei e l’abisso (Codice edizioni), sia dal matematico Piergiorgio Odifreddi che commenterà Dialogo de Cecco di Ronchitti da Bruzene, attribuito al genio pisano, e letto per l’occasione dal premio Nobel Dario Fo. Il secondo, dal paleontologo Niles Eldredge nella sua lectio magistralis e in due conferenze spettacolo che vedranno protagonisti Elio di Elio e le Storie tese a fianco dello storico della scienza Emanuele Coco in un incontro dal titolo “Il Teatro dell’evoluzione”, e Luca Bizzarri e Patrizio Roversi che portano in scena “Darwin e Fitzroy, viaggiatori per caso”, testo ispirato al libro Questa creatura delle tenebre (Nutrimenti Editore) di H. Thompson per una lezione insolitamente divertente tra scienza e storia. Da segnalare poi Historie d’H, un’anticipazione del nuovo documentario sull’Hiv presentato in anteprima mondiale a Genova e accompagnato da una conferenza a cui partecipa il più importante studioso del virus, il premio Nobel 2008 per la Medicina Luc Montagnier, fortemente critico nei confronti delle ultime scoperte in questo campo. Nell’anno internazionale dell’Astronomia YA2009 non può infine mancare il contributo di National geographic channel a questo evento. Con un’anteprima del documentario in alta definizione “Mondi alieni”, uno straordinario viaggio nello spazio più profondo alla scoperta dei pianeti che si trovano fuori dal nostro sistema solare, e una rassegna di documentari su scienza e tecnologia. Un modo originale per capire i diversi aspetti della realtà in cui viviamo, i cambiamenti in atto e il futuro che si prospetta all’umanità. left 42/2009

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Enrico Pieranunzi, eclettismo sulla pelle

Pubblicato da Simona Maggiorelli su giugno 15, 2009

di Simona Maggiorelli

Klimt, Il bacio 1907

Klimt, Il bacio 1907

Tra originali “incursioni” nella musica classica, progetti di ricerca e di scrittura e un suo trio stabile, praticamente in ogni capitale del jazz, Enrico Pieranunzi ha trovato anche modo di tornare sulle strade del Nord Europa, per registrare Oslo un disco nato dalla collaborazione con il bassista norvegese Terje Gewelt. Un cd registrato nell’agosto 2008 negli studi dell’etichetta norvegese Resonant music che lo produce e che, con l’aggiunta della batteria di Anders Kjellberg, rinnova l’esperienza del primo incontro fra il maestro romano e l’allora trentenne Gewelt. «Tutto è cominciato nel 1990 quando andai per la prima volta in Norvegia- ricorda Pieranunzi -. Dopo alcuni passaggi in radio andai a suonare in un club per conoscere un po’ i musicisti locali. Gewelt racconta ancora di essere rimasto «scioccato» dal mio modo di suonare, così diverso dal loro. Quando ci siamo rivisti di recente è nato questo cd che è anche un curioso incontro fra Nord e Sud.
La sensazione, ascoltando il cd, è di una particolarissima sintonia fra voi.
Gewelt ha un bel suono ed è un basso da Trio con molta capacità di interagire con gli altri. Ma anche il  batterista è molto bravo.
I pezzi sono in parte suoi, in parte di Gewelt?
Lui ha scritto dei brani e ha chiesto anche a me di contribuire.  “Suspension Points” e “World of wonders” portano la mia firma.
Ma c’è anche una intensa suite, totalmente libera e improvvisata.
Amo l’improvvisazione integrale. E’ come creare in tre una breve pièce teatrale. Uno butta là una frase, un accordo, un motivo. Un altro lo riprende e lo sviluppa.  È liberatorio. Se suoni dei pezzi devi passare attraverso la mediazione dello spartito, che può essere frenante in situazioni così.  Nell’improvvisazione c’è un rapporto diretto fra il corpo e il sentire interno. Ti relazioni con la figurazione che l’altro lancia, la riprendi liberamente. Ti lasci andare all’altro,  con fantasia.
Dalla Norvegia ci aspetteremmo una musica un po’ cerebrale, molto fredda. Jazzisti come Jan Garbarek, invece, ce ne hanno fatto conoscere anche un lato  poetico.
Il jazz è una musica universale, ma all’interno ha molte differenze di colore e di calore. Vado spesso al festival di Copenhagen e i musicisti di là, ho notato, trovano me e altri musicisti italiani calorosissimi. Ma anche all’interno dei paesi scandinavi non tutto è  uguale. I norvegesi, per esempio, hanno una cifra più estatica. Hanno un rapporto speciale con la natura, con i boschi, con il mare, che è molto più duro del nostro. Il loro è una sorta di misticismo pagano.
Una cifra che si ritrova anche nella letteratura norvegese…
Sì, c’è una sensibilità forte, ma talora anche una certa deriva misticheggiante. Penso per esempio a un disco di Garbarek come Officium (Ecm). Anche se probabilmente fu il produttore Manfred Eicher a spingere in quella direzione. Lo ha fatto anche Keith Jarrett.
Come se il musicista dovesse avere un’ aura?
Come se, oltre che a un tono meditativo, il musicista in questi Paesi dovesse avere un ruolo da officiante. Una cosa che piace ai borghesi. Capita poi che qualche musicista ci creda davvero a questo ruolo. Allora per lui può essere anche un bel problema. Altri, invece, cercano di suonare attingendo al proprio sentire. Alla fine, però, per fortuna si suona. E quando si suona  si tace e l’unica cosa che conta è interagire con sensibilità.
L’importanza dell’«improvissar componendo» e del «comporre improvvisando» ci riporta al suo Pieranunzi plays Scarlatti (CAM jazz). Il 12 giugno lo ripropone in una cornice straordinaria: nella basilica dei Frari a Venezia, fra opere di Tiziano e di Bellini…
A Venezia porto nelle dita e nella mente quindici brani di Scarlatti, in scena poi decido su quali improvvisare.
Con questo progetto, che ha avuto grande successo, ha anche incontrato un pubblico nuovo?
Per fortuna ormai le divisioni nel pubblico sono molto sfumate, gli ascoltatori si sono fatti più recettivi verso generi diversi. Le stagioni classiche non includono più solo Brahms  o Beethoven, ma anche proposte più aperte al crossover. Che è sempre una bella sfida, anche se comporta qualche rischio. Quanto alle improvvisazioni su Scarlatti sono andate molto al di là delle mie aspettative. Forse perché per una parte del pubblico è stata una scoperta, essendo un autore purtroppo poco frequentato.
Il suo percorso nella classica continuerà?
Mi piace sperimentare filoni diversi, offrire sfaccettature nuove. Così con mio fratello Gabriele (primo violino del San Carlo di Napoli  e vincitore del premio Paganini ndr) e con un virtuoso di clarinetto come Alessandro Carbonari di S. Cecilia abbiamo formato un trio classico che suona musica dei maestri del ‘900, con alcuni elementi jazz e blues.
Dunque, ricapitolando, lei ha un trio classico e un trio jazz a Roma. Un trio in Francia e un altro, molto prestigioso negli Usa…
Eclettismo sulla pelle o se vogliamo assoluta poligamia. Mi piace cambiare, ogni musicista offre un colore, un tempo, un’intensità diversa. Ogni musicista si mette in rapporto diversamente con la mia musica.
Con un musicista come Paul Motian lei ha una lunga storia. Uscirà  un vostro nuovo lavoro?
L’anno prossimo uscirà un album che ho registrato lo scorso ottobre al Birdland.  Con Paul suoniamo insieme dal  1992 e volevo che nella registrazione dal vivo lui ci fosse, ha una forte identità  ma mi piace anche perché è un musicista scomodo: non fa mai quello che ti aspetti. Così, a tua volta,  sei costretto  a cercare il nuovo.
Il suo libro su Bill Evans ha avuto molte edizioni. Tornerà a sperimentare con la parola scritta?
A dire il vero ho un paio di progetti che mi piacerebbe sviluppare. Il primo riguarda ciò che accadde nel mondo dell’arte e della musica fra il 1890 e il 1910. Curiosamente sono accadute autentiche rivoluzioni in entrambi gli ambiti. Una piccola notazione: Debussy e Klimt sono nati e sono morti nello stesso anno. Una casualità. Ma è vero che fra loro ci sono molte assonanze. Sono due artisti che hanno cambiato il modo di fare musica e di dipingere.
Quella di Klimt in certo modo fu anche una rivoluzione antimoderna. Basta pensare che nel 1907 Picasso dipinge le Damoiselles e Klimt un quadro come il Bacio.
Indubbiamente la rivoluzione di Klimt fu meno drastica, meno rumorosa, di quella di Picasso, ma la sua ricerca segnò comunque un nuovo modo in pittura. Lo stesso si può dire di Debussy che non fu un’impressionista come si dice di solito. Semmai fu un simbolista. Ma soprattutto  cambiò la grammatica del comporre. Dopo di lui il discorso musicale non avrebbe più avuto quella certa prevedibilità razionale che aveva in Brahms. Debussy faceva una ricerca  in certo modo aperta all’irrazionale.
E il suo secondo progetto?
Mi piacerebbe saper raccontare in un libro le emozioni e il senso più profondo che hanno avuto per me certi incontri artistici, che poi non sono stati mai solo rapporti fra colleghi, ma anche umani in senso pieno.Solo per fare un esempio ricordo ancora fortemente quello con Chet Baker, la sua fantasia potente, spiazzante. Fin da giovanissimo avuto la fortuna di suonare accanto a dei giganti, – io  nato a Roma, che apparentemente nulla avevo a che vedere con il mondo afroamericano -, così vorrei poter restituire qualcosa di quelle esperienze, che mi hanno offerto spunti nuovi.
Incontri che qualche volta le hanno cambiato la vita?
Be’ sì, basta dire che io non sono nato compositore. Ero un musicista, la possibilità di comporre l’ho scoperta molto più avanti, dopo aver fatto incontri, scoperte.  Un’altra svolta c’è  stata  durante la lavorazione del film Il cielo della luna, nel rapporto creativo  con il regista mi sono aperto a un tipo di ricerca e a possibilità per me del tutto nuove.

da left Avvenimenti del 12 giugno 2009

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