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  • Presentazione del libro di Massimo Fagioli “Left 2007″ (L’Asino d’oro edizioni)

    Sono intervenuti: Marcella Fagioli, Simona Maggiorelli, Giovanni Del Missier, Matteo Fago e Massimo Fagioli (venerdi 22 ottobre 2010, libreria Feltrinelli Appia di Roma) (Click sul logo per guardare)
  • Festa dell’Unità di Roma – 25 giugno 2010

    Presentazione dei libri "RU486 – Non tutte le streghe sono state Bruciate" e "La pillola del giorno dopo" (L’asino d’oro edizioni) di Carlo Flamigni e Corrado Melega. Oltre al ginecologo Flamigni, sono intervenuti: Annelore Homberg, psichiatra Francesco Dall’Olio, magistrato Massimo Fagioli, psichiatra. Ha moderato l'incontro Simona Maggiorelli, capo servizio del settimanale Left Avvenimenti (Click sul logo per guardare) ______________________________________________
  • La sinistra che sbasaglia

    Nel trentennale della morte di Franco Basaglia cosa resta di una rivoluzione necessaria, ma non sufficiente, che portò alla chiusura dei manicomi. A Radioleft interviene il professor Massimo Fagioli, intervistato da Ilaria Bonaccorsi, Simona Maggiorelli e Federico Tulli. (Radioradicale, 14 novembre 2009 - click sul logo per ascoltare)
  • Un capolavoro chiamato mente

    Evoluzionismo, Darwin, neuroscienze e teoria della nascita umana. Dopo l'inchiesta di Simona Maggiorelli su Left (n.42 del 17 ottobre 2008) ne discutono a Radioleft Federico Tulli (in studio) il coordinatore di Genova Scienza, l'epistemiologo Telmo Pievani, la neonatologa Gabriella Gatti e lo psichiatra Massimo Fagioli (in collegamento). Conduce Luca Bonaccorsi.
  • La donna e il serpente

    La matrice culturale e psichiatrica della violenza sulle donne. Ragione, religione e filosofia occidentale sanciscono la discriminazione sulle donne. Per Radioleft in studio Simona Maggiorelli, caposervizio cultura e scienza del settimanale left avvenimenti, Elisabetta Amalfitano, professoressa e storica della filosofia, Elena Pappagallo, psichiatra e psicoterapeuta. Conduce Luca Bonaccorsi (21 novembre 2008)
  • Tutti pazzi per gli embrioni

    La presentazione del reportage di Simona Maggiorelli sul numero di Avvenimenti dedicato alla campagna referendaria contro la legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita. Roma, Casa delle Culture (27 maggio 2005).
  • Dossier: La pedofilia, i suoi profeti e il Vaticano

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Come nascono i popoli

Pubblicato da Simona Maggiorelli su aprile 9, 2012

Ultimo giorno oggi, 9 aprile, per visitare la mostra Homo Sapiens al Palaexpo di Roma.  Dal 28 aprile la bella rassegna curata da Telmo Pievani e Cavlli Sforza si trasferisce al Museo della scienza di Trento. Intanto l’antropologo e docente di filosofia della scienza dell’ Università Bicocca pubblica  per Laterza una nuova Introduzione a  Darwin

di Simona Maggiorelli

Mostra Homo sapiens

Le società umane non sono monoliti, ma organismi in evoluzione, le cui radici nel tempo sono tutte intrecciate fra loro» fa notare Telmo Pievani, anticipando i contenuti della conferenza che il 30 marzo il docente di filosofia della scienza dell’Università di Milano-Bicocca ha tenuto a Genova, nell’ambito de festival la Storia in piazza. Una rassegna dedicata alla storia passata e presente dei migranti, con interessanti finestre sul passato più remoto della specie umana e sulle prime migrazioni dei Sapiens, di cui in questa occasione parleranno Cavalli Sforza e altri noti antropologi e genetisti. «Grazie all’inedita convergenza di dati scientifici differenti, dai geni ai fossili alle lingue, è oggi possibile indagare le tante storie nascoste che hanno preceduto la Storia con la maiuscola che abbiamo studiato a scuola» approfondisce Pievani.

«Scopriamo così che il movimento nello spazio geografico ed ecologico è stato il processo alla base della nascita dei popoli e il principale motore della diversità umana». E non solo. «Da un piccolo gruppo di pionieri africani», sottolinea lo studioso, «è scaturito il più sorprendente esperimento di diversificazione culturale mai registrato nell’evoluzione, con più ondate di popolamento a partire dal Corno d’Africa, espansioni di piccoli gruppi, oscillazioni demografiche, improvvise fiammate di innovazione culturale, catastrofi ambientali che hanno messo a repentaglio la nostra sopravvivenza, convivenze con altre forme umane fino a tempi recenti, colonizzazioni di nuovi mondi, in uno scenario inedito che promette di modificare profondamente la nostra concezione della “preistoria”».

 Un tema, quello dell’evoluzione umana, che Telmo Pievani di recente ha affrontato anche in una mostra al Palazzo delle Esposizioni di  Roma  fino al 9 aprile ( e dal 28 aprile al 4 novembre al Museo delle Scienze di  Trento  e in un nuovo libro, Introduzione a Darwin. Uscito lo scorso febbraio per Laterza, il volume, che si avvale di lettere, diari e documenti inediti, offre un ritratto personale e “intimo” del padre dell’evoluzionismo (nato il 12 febbraio del 1809) presentandolo come «un uomo schivo che riuscì a cambiare per sempre il nostro modo di intendere la natura, e il posto della specie umana in essa». Mettendo insieme biografia e pensiero di Charles Darwin, Pievani evoca la giovinezza spensierata (senza troppa voglia di studiare) del futuro scienziato, raccontando poi di quel viaggio avventuroso di cinque anni che lo portò attorno al mondo e di un secondo viaggio londinese, questa volta tutto mentale, all’inseguimento di un’intuizione rivoluzionaria e inconfessabile. E che si tradusse in venti lunghi anni di silenzio operoso nella campagna del Kent.

Poi la scomparsa della figlia amatissima e un precipitare di eventi fino alla imprevista lettera di un potenziale rivale, che aveva tutta l’aria di volergli rubare le idee più innovative. Un fatto che, se non altro, spinse Darwin ad affrettarsi a pubblicare i risultati dei suoi studi. Nel raccontare i contenuti delle ricerche dello scienziato britannico, Pievani non trascura tuttavia la cronaca del successo mondiale dell’Origine delle specie, né tanto meno lo scandalo che suscitò nella “buona società” dell’epoca, religiosa e conservatrice. Il fatto è, ricorda Pievani in questo agile libro, che Darwin ha dato il via a una rivoluzione non solo scientifica, ma anche filosofica e culturale. Una rivoluzione che ancora oggi trova nei seguaci delle religioni monoteiste i suoi più accaniti (e anacronistici) oppositori.

da left-avvenimenti

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Babilonia, la prima metropoli cosmopolita

Pubblicato da Simona Maggiorelli su marzo 18, 2012

di Simona Maggiorelli

Babylon, gate of Ishtar

Culla della civiltà e straordinario melting pot di culture diverse, la Mesopotamia nella storia è stata duramente attaccata dall’Occidente. Tanto che per secoli cronache e dipinti l’hanno raccontata come il Male, come terra di peccato e di perdizione. Negando il valore della civiltà babilonese e le sue straordinarie realizzazioni in campo architettonico e culturale. Ma anche quell’intelligente lavoro di riassorbimento del passato sumerico e di reinvenzione delle altre tradizioni che, invece, aveva permesso a Babilonia di crescere rapidamente, diventando fra il II e  il I millennio a C., la capitale di Hammurabi e faro di tutto il Medio Oriente.

Così, mentre i testi cuneiformi la raccontano come città del bene, della convivenza pacifica fra i popoli, ma anche come luogo delle meraviglie, fucina delle arti, della letteratura, della poesia, della astronomia e della medicina, la tradizione biblica  ne ha  tramandato un’immagine deformata, frutto di una perversa rivisitazione ideologica.

E negli affreschi medievali, ma anche in opere di maestri come Bruegel o Rembrandt, gli svettanti ziqqurrat della capitale pagana appaiono tramutati in diroccate torri di Babele su cui si scaglia la maledizione divina, i ricchi palazzi diventano oscuri harem dove si consuma ogni tipo di violenza, i luminosi giardini pensili appaiono inquietanti e labirintici. E questo è accaduto per un arco di tempo lunghissimo, che va dai Salmi fino a Borges con la sua metafisica Biblioteca di Babele. E ancora oltre.

Ishtar/Inanna

Ishtar/Inanna

Come ricostruisce l’archeologo Paolo Brusasco nel libro Babilonia. All’origine del mito (Raffaello Cortina). Un affascinante lavoro multidisciplinare in cui il docente di storia dell’arte del Vicino Oriente dell’Università di Genova ricostruisce la verità storica di Babilonia, mostrando come il mito che l’Occidente ha costruito sia servito «ad esorcizzare le proprie paure» e continui a gettare ombra sul presente. Non a caso uno dei primi capitoli del libro è dedicato a una «autopsia del disastro in Iraq», dopo un ventennio di guerre e l’invasione anglo-americana.

La missione “civilizzatrice e democratica” targata Usa, come è noto, si è tradotta anche nell’occupazione militare del sito di Babilonia, distruggendo ogni possibilità di leggere filologicamente la stratigrafia. Un po’ come se i talebani fossero sbarcati a Pompei, suggerisce il professore. E senza che da parte degli organismi internazionali ci sia stata adeguata attenzione. E oggi, dopo che le truppe anglo-americane hanno lasciato il Paese, cosa sta realmente accadendo? «La situazione è ancora molto inquietante – denuncia Brusasco – Anche perché è impossibile stimare la reale entità dei danni che migliaia di siti archeologici stanno tuttora subendo. Una mia analisi del commercio telematico di antichità mesopotamiche dimostra la presenza di numerosissimi reperti sumerici e assiro-babilonesi verosimilmente finiti sul web in modo illegale. Anche le contrapposizioni etnico-confessionali (tra curdi, sciiti e sunniti etc.) hanno un peso nella mancata tutela del patrimonio culturale: sia la ricognizione dei Carabinieri del nucleo per la tutela che quelle del British Museum sotto l’egida dell’Unesco hanno messo in luce il perdurante saccheggio dei siti sumerici e babilonesi dell’alluvio meridionale (il biblico Eden) da parte di tribù sciite impoverite da anni di embargo e guerre. Per tacere dell’ennesima riapertura “propagandistica” dell’Iraq Museum, cinque mesi fa, in occasione di una mostra sulla scrittura cuneiforme, senza una preventiva messa in sicurezza delle strutture espositi

Tavoletta di argilla babiloneseNel libro Cultural cleansing in Iraq un gruppo di intellettuali scrive che l’invasione anglo-americana è stata un deliberato attacco all’identità storica dell’Iraq. E ha comportato «l’annientamento del patrimonio iracheno e della sua classe». Ma quale minaccia può mai rappresentare Babilonia oggi?

«Questo ed altri importanti siti antichi del Paese- spiega Brusasco-«sarebbero una minaccia in quanto simboli della grandezza del regime sunnita dell’ex dittatore Saddam Hussein che ne aveva fatto delle icone della sua propaganda politica :la cosiddetta mesopotamizzazione dell’Iraq. Distruggere questi simboli, con una vera e propria operazione di pulizia culturale, permetterebbe una riformulazione del concetto di nazione irachena più in linea con gli interessi Usa, per il petrolio e il controllo geopolitico del Medio Oriente. Una nazione che, privata della fierezza della propria memoria storica, diverrebbe uno stato vassallo, asservito agli interessi anglo-americani; i quali del resto non possono vantare un passato altrettanto straordinario.

Nella storia occidentale affiora l’immagine di un Oriente seducente e misterioso. Più spesso però il pregiudizio è stato violento. Il mito della torre di Babele lo testimonia?

I Greci lo vedevano come esotico, non senza una forte seduzione. Le invettive dei profeti contro Babilonia, «la madre delle prostitute», sono state amplificate a partire dalla cattività babilonese dal 597 al 538 a.C. E Babilonia è stata investita dal mito della confusione delle lingue dei popoli costruttori della torre di Babele, nella realtà la ziqqurrat Etemenanki, la “Casa delle fondamenta del cielo e della terra”. Fu un ribaltamento effettivo della realtà storica: la torre era il simbolo della prima città cosmopolita della storia alla cui costruzione cooperarono le migliori maestranze dell’impero, che, al contrario, si comprendevano grazie alla lingua franca dell’epoca, l’aramaico. Ma per gli esuli ebrei la torre era un idolo pagano dedicato al dio Marduk e un affronto al dio unico Jahvè.

Babilonia era la grande meretrice. E Semiramide era la lussuria. L’Occidente era scandalizzato dall’immagine e dall’identità che la donna aveva nella cultura babilonese, dove la stessa dea Ishtar rappresentava una sessualità femminile più libera e “attiva”?

babilonia secondo Brueguel

La «figlia di Babilonia» dei profeti si materializza in una donna in carne e ossa, «la grande prostituta». Vedere Babilonia come di genere femminile, e come corrotta e peccatrice, è una equazione rivelatrice della mentalità che echeggia nella Bibbia. L’esistenza di donne di grande potere in Mesopotamia doveva avere colpito anche i Greci che costruirono il mito della licenziosa Semiramide, la femme fatale costruttrice di Babilonia. L’eroina è un personaggio leggendario, un concentrato di valenze storiche, ispirato alle regine assire (Shammuramat e Nakija) e mitiche, dietro la quale si cela l’energia sessuale e guerriera della dea Ishtar, assai cara alla tradizione popolare babilonese. I profeti ebrei e i sapienti greci, tra cui anche Erodoto, rimasero scandalizzati anche dal costume babilonese della prostituzione sacra: in realtà si trattava di una unione sessuale (la ierogamia) di carattere apotropaico celebrata a Capodanno per rigenerare le forze stagionali della natura. E sottendeva al potere erotico del femminile come elemento culturale primario, lontano da una semplice valenza istintuale: le prostitute erano considerate le principali educatrici degli uomini non civilizzati, e i miti mostrano una sostanziale simmetria tra i sessi, entrambi emersi dalla terra o da un corpo” androgino” (amilu, “essere umano”).

Che differenziava l’ Afrodite greca, Ishtar/ Inanna sumerico accadica e Astarte fenicia?

Originano tutte da una primigenia divinità madre preistorica, la cui valenza sessuale attiva e procreatrice si unisce ad aspetti distruttivi e ctonii, legati all’oltretomba, man mano che si sviluppano civiltà sempre più complesse. L’Inanna/Ishtar babilonese è l’archetipo da cui si generano tradizioni fenicie, greche, romane ed etrusche indipendenti. L’Astarte fenicia è la trasposizione tout court della Ishtar babilonese, l’Afrodite greca ha una valenza legata alla spuma del mare primigenio, mentre Ishtar è anche la stella del pianeta Venere e ha quindi forti connotazione astrale.

Paolo Brusasco

Nel libro lei si occupa del poema d’Agushaya e della danza sfrenata che le era associato. Alcuni aspetti della cultura babilonese possono aver influenzato, direttamente o indirettamente, regioni del nostro Meridione?

«Il leone di Ishtar si è calmato, il suo cuore si è placato». Così chiude il poema dedicato alla Ishtar guerriera, ovvero Agushaya, dal sovrano babilonese Hammurabi (1792-1750 a.C.), dopo avere conquistato il mondo allora conosciuto. Il rito aveva lo scopo di placare il furore bellico del sovrano, come pure appianare le tensioni sociali esistenti all’interno della comunità, dal momento che prevedeva una danza catartica collettiva del popolo in festa. Non possiamo postulare un collegamento diretto con rituali del nostro meridione quali, per esempio, il tarantolismo pugliese, anche se la forma cristianizzata del tarantolismo richiama l’antichissimo sottofondo pagano della Magna Grecia, probabilmente debitore di influssi orientali. Negli ultimi anni risulta sempre più chiaramente la profonda ricchezza di contatti nel mondo antico. Per non fare che un esempio: la recentissima scoperta nel santuario fenicio di Astarte a Tas-Silg (Malta) di un amuleto babilonese di agata, recante un’iscrizione cuneiforme del 1300 a.C., testimonia di incredibili contatti tra Oriente e Occidente la cui natura e dimensione restano in via di definizione. Certo non si può disconoscere il ruolo giocato dai marinai e mercanti fenici nell’esportazione verso il Mediterraneo occidentale di culti orientali quali quello di Astarte/Ishtar, con tutte le implicazioni culturali che ne derivano.

da left-Avvenimenti

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I passi silenziosi di Chen Zen

Pubblicato da Simona Maggiorelli su settembre 15, 2011

Negli spazi  della galleria arte Continua a San Gimignano, fino a gennaio, una importante retrospettiva del cinese Chen Zen. Artista “cult” che negli anni di esilio a Parigi ha molto riflettuto sui temi esistenziali e di gande respiro filosofico Tra Oriente e Occidente

di Simona Maggiorelli

chen zen

Somparso prematuramente a Parigi nel Duemila e presto diventato una figura quasi mitica dell’arte contemporanea internazionale, Chen Zen è ricordato ora in una intensa retrospettiva organizzata da Galleria Continua a San Gimignano: lo spazio d’avanguardia che per primo l’ha portato in Italia facendo conoscere il lavoro di questo schivo e appartato artista cinese anche da noi.
Con il titolo Les pas silencieux - che ben rappresenta l’attraversamento di Chen Zen, quasi in punta di piedi, della scena di fine Novecento – questa antologica riunisce (dal 10 settembre al 28 gennaio) alcune delle opere più significative realizzate fra il 1990 e il 2000. Così, nel suggestivo spazio dell’ex cinema teatro dell’Arco dei Becci – sul palcoscenico, in platea, nelle sale attigue e nel giardino – si ritrovano disseminate sculture emblematiche come la serie di ideogrammi di cera che, in forma di fragili casette,  evocano poeticamente una lingua madre da abitare, ma anche ormai lontana e quasi irreale, come fredda e astratta risuonava la parola “patria” alle orecchie di Chen Zen che dal 1986  viveva esule in Francia.

chen zen house

Ma qui a San Gimignano si ritrovano anche gli strani strumenti musicali costruiti con materiali poveri, con cui Chen Zen, riprendendo antiche tradizioni della Cina pre-imperiale, invitava idealmente il pubblico a crearsi un proprio percorso di “musicoterapia” utilizzando il contrasto fra le risonanze scure e profonde di tamburi e  quelle chiassose delle campane. Che si tratti di sculture sonore (come Un interrupted voice del 1988 o come la Biblioteche musicale del 2000) o che si tratti di aeree installazioni luminose (come Le bureau de change del 1996, ricreato in questa mostra) oppure di strane creature di vetro, leggere e trasparenti, come quelle della collezione Pinault, troviamo sempre un filo rosso di riflessione filosofica ed esistenziale a legarle in un percorso unitario. Un pensiero che Chen Zen attingeva alla più antica tradizione culturale cinese riletta alla luce di un’esperienza personale spesso anche dura, fatta di sradicamento e poi anche di lotta contro la malattia dopo che, all’età di venticinque anni, gli fu diagnosticata una anemia emolitica.

Negli ultimi tempi, in modo particolare, l’opera di Chen Zen cercò di nutrirsi anche di questa esperienza tentando di darle un significato. Mentre accanto alla dialettica bipolare fra  yin e yang, si affacciavano sempre più spesso temi della filosofia buddista. Come racconta l’opera Six Roots/Memory del 2000 qui riproposta e che rappresenta i sei stadi della vita secondo la tradizione  buddista.

da left -avvenimenti

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Ferraris: Shakespeare era un fuoriclasse

Pubblicato da Simona Maggiorelli su agosto 27, 2011

Fussli, Calibano

Fussli, Calibano

Il pazzo, l’amante e il poeta, sono impastati di immaginazione recita il sottotitolo della lectio magistralis che Maurizio Ferraris tiene il 19 settembre a Sassuolo. Con un chiaro omaggio al Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare e più in generale agli artisti che certamente, nei secoli, hanno frequentato la fantasia assai più dei filosofi. «Comunque sia – chiosa il professore – i filosofi hanno scritto sull’immaginazione più di qualunque altra categoria professionale».
Anche lei, anni fa, ha dato il suo contributo scrivendo l’Immaginazione (Il Mulino). Mi incuriosiva la sua distinzione fra un’immaginazione riproduttiva e un’immaginazione che si pone come atto creativo originale.
L’immaginazione puramente riproduttiva, intesa come memoria, è certo un’altra cosa dall’immaginazione produttiva. Ma il grande creatore è anche uno che dispone di vasti archivi nella propria mente. Una volta Eco ha detto una frase che trovo molto giusta:«Non è vero che il genio non ha regole, ne ha molte più degli altri». Il genio è uno che ha più memoria di altri. C’è un passo di Leibniz nei Nuovi saggi sull’interesse umano in cui dice: «Chi ha visto più figure di piante e di animali, di fortezze e di palazzi, di navi e di strumenti, sa più cose di chi non ha mai visto queste figure». Se la prendeva con Cartesio che diceva che se tu non hai un’idea chiara e distinta di qualcosa e hai solo un’impressione vaga non sai nulla.
Anche Shakespeare conosceva molti canovacci, molte storie antiche che poi abilmente rimestava, però i suoi testi teatrali hanno una forte originalità. La trasformazione dei materiali è totale.
Sì certo. È che tutti abbiamo due gambe, poi uno solo fa il record dei cento metri. Pensiamo ai due personaggi più privi di immaginazione che la letteratura abbia immaginato: Bouvard e Pécuchet. Sono agli antipodi di don Chisciotte, due archivisti del tutto privi di immaginazione. Eppure in quel gioco fantastico che Flaubert gli fa fare di recuperare tutte le scemenze dell’universo e di archiviarle rivelano una genialità assoluta.
Fra i filosofi chi ha cercato di riscattare la fantasia dalla condanna platonica e aristotelica?
Sono stati in molti a parlar bene della fantasia, in realtà. In primis i romantici.
Anche se la sua ricerca si ferma all’analisi del cosciente, Husserl ha dato un contributo positivo quando ha parlato di intenzionalità alludendo alla possibilità di una visione più profonda delle cose?
È stato il grande filosofo dell’immaginazione. Le ha dedicato 500 pagine durissime e però illuminantissime. Dove fa vedere che in fondo se possiamo concepire delle azioni morali è anche perché disponiamo di immaginazione. Perché se non ne avessimo e ci ricordassimo solo quello che abbiamo fatto non potremmo immaginare quello che avremmo potuto fare. Sarebbe una sorta di determinismo indotto dalla mancanza di immaginazione. Sul piano teoretico poi ci ha fatto vedere come l’immaginazione sia fondamentale per arrivare all’essenza delle cose.
Bachelard parla della potenza dell’immaginazione, ma poi resta prigioniero di schemi ipostatizzati di archetipi. Qual è stato il suo contributo?
Il suo merito è stato l’aver lavorato molto su come delle immagini contino all’interno della produzione scientifica. È una cosa ovvia: gli scienziati non sono mica macchine. Sono esseri umani come tutti gli altri che si fanno guidare dall’immaginazione. Sappiamo che addirittura ci sono invenzioni tecniche sognate dagli inventori. Simona Maggiorelli

Left 38/08 19 settembre 2008

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Quando l’artista diventò un’icona

Pubblicato da Simona Maggiorelli su agosto 9, 2011

A proposito della querelle aperta dal critico Jean Clair sulla morte dell’arte contemporanea, ridotta a gadget di lusso da artisti come Murakami, Hirst, Koons and Co.: nei mesi scorsi abbiamo affrontato più volte questo tema sulle pagine del settimanale Left-Avvenimenti. Per proseguire la discussione ecco alcune riflessioni a proposito del lavoro del filosofo Arthur Danto sulla fine dell’arte.

di Simona Maggiorelli

Andy Warhol

La morte delle arti visive così come si sono sempre intese è un fatto evidente ed acclarato secondo il filosofo Arthur C. Danto (classe 1924), che ha elaborato questa tesi in libri come Andy Warhol (Einaudi) e Dopo la fine dell’arte (Bruno Mondadori). Secondo l’analisi del pensatore e critico d’arte americano negli anni Sessanta si è compiuto un drastico cambio di paradigma nel mondo dell’arte.

Non solo un certo tipo di narrazione per immagini di tipo ottocentesco si è esaurita ma, secondo Danto, è finita anche la spinta propulsiva delle avanguardie. Fino ad arrivare a un vero e proprio dissolvimento di un certo modo di fare ricerca.

«L’arte doveva morire per poi rigenerarsi con nuovo pensiero», scrive Danto. Individuando in Andy Warhol il killer che con il suo nihilismo riuscì a fare tabula rasa. «l’arte morì quando la Pop art reputò ogni oggetto e ogni forma comunicativa degna di essere considerata arte», nota ancora il filosofo.

Più di Duchamp che con i suoi orinatoi da museo cercava la bizzarria, lo choc, lo spiazzamento del pubblico, Warhol con le sue gigantografie di dive e banconote minuziosamente riprodotte, cercava il consenso di un pubblico vasto e in particolare di quella middle class che, negli anni del boom economico non aveva aspirazioni culturali ma solo di consumo. Lui l’accontentò operando la trasfigurazione dell’ordinario e del banale. In più, portando nell’arte le istanze del “supercapitalismo” occidentale, diventò egli stesso un’icona pop, un personaggio che negli Usa richiamava folle da rockstar.

Nel 1965 questa metamorfosi, in Warhol, era già compiuta, anticipando il ‘68. Analisi stringente, ficcante quella che ci propone Danto, ma anche leggendo la monografia Arthur Danto, un filosofo pop (Carocci) di Tiziana Andiana viene da chiedersi se si renda conto, fino in fondo, delle conseguenze di ciò che ha scritto.

Per Warhol esisteva solo la superficie delle cose, secondo un suo famoso motto. Non c’era nulla di latente da intuire oltre la materia. E su questa base rottamò i suoi inizi da pittore espressionista e ogni ricerca sull’inconscio. Ma con il suo brutale positivismo come avrebbe potuto inaugurare una nuova fase e un nuovo pensiero nell’arte? L’impostazione razionale da filosofo analitico qui sembra impedire a Danto di immaginare ogni possibile superamento della crisi delle arti visive e degli standard raffreddati e iperazionali imposti dall’attuale sistema dei musei.

dal settimanale left-avvenimenti

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La filosofia del copia incolla

Pubblicato da Simona Maggiorelli su giugno 12, 2011

Con stringente analisi documentale, Francesco Bucci denuncia in un libro appena uscito per Coniglio Editore come Umberto Galimberti scrive i suoi saggi e i suoi articoli: riusando (senza citare) brani propri e altri. Eccone l’incipit

di Francesco Bucci

Umberto Galimberti

Gli scritti di Umberto Galimberti celano un segreto che questo libro svelerà. Galimberti sapeva da sempre, ne sono convinto, che ciò prima o poi sarebbe accaduto. Anzi rendendo il segreto nel corso del tempo sempre meno nascosto, lasciandolo sempre più intravedere, fornisce l’impressione di aver addirittura voluto creare le condizioni per la sua scoperta. Come se volesse liberarsene. Eppure il segreto resiste da oltre trent’anni. Indurre a ragionare sul perché di questo fatto singolare è uno degli obiettivi del libro. L’altro è far emergere le implicazioni filosofiche del suo disvelamento. Ritengo infatti che l’analisi che faremo dei testi galimbertiani possa fornire spunti di un qualche interesse per una riflessione sul linguaggio e sul significato di certa filosofia contemporanee, fatta su basi del tutto originali, perché di tipo esclusivamente documentale.

Scioglierò subito la suspense ricorrendo a una sorta di apologo. Un fedele un giorno si accorge che il parroco ripete nei suoi sermoni, ad intervalli di tempo più o meno lunghi (anche a distanza di poche settimane) gli stessi discorsi. Non già gli stessi argomenti, ma proprio le stesse frasi, magari solo in un ordine diverso. Incuriosito il fedele inizia a seguire le prediche con più attenzione, finendo così per fare sorprendenti scoperte: il parroco trae dalle stesse premesse conclusioni diverse; dice le stesse cose a proposito di cose diverse…o cose diverse a proposito della stessa cosa. Attribuisce a San Tommaso ciò che altre volte ha attribuito a Sant’Agostino e così via. Il fedele volge allora lo sguardo attorno per cogliere sul volto degli altri l’espressione dello stesso stupore che egli prova. Ma con meraviglia si rende conto che essi non solo non manifestano nessuna reazione, ma continuano ad ascoltare con interesse le parole del parroco. S’insinua quindi nella mente del fedele il dubbio che forse è lui a sbagliarsi… Ma dopo averlo ascoltato con la massima attenzione per qualche altra settimana, si convince definitivamente che sono proprio i sermoni del parroco che non vanno. Decide per tanto di andare a parlargli per chiedergli spiegazioni… entrando senza preavviso in sagrestia lo scorge intento a rovistare in una vecchia cassapanca. Avvicinandosi silenziosamente vi vede dentro centinaia di fogli e foglietti ammucchiati alla rinfusa contenenti appunti che – scritti in passato – il sacerdote usa e riusa per le sue prediche, pescandole dalla cassapanca poco prima dell’inizio della messa. Il fedele così nel trovare conferma di essere nel giusto scopre anche la causa delle strane prediche del parroco. Gli resta però da capire non tanto i motivi del comportamento di questi (che afferendo alla sfera privata non gli interessano), quanto perché le assurdità delle sue prediche non suscitino sconcerto nell’uditorio. Piano piano comincia a formulare delle ipotesi. Forse le strampalate chiacchiere del sacerdote vengono prese per dotte disquisizioni teologiche, talmente sofisticate da non consentire di coglierne un significato; forse l’oscurità viene considerata frutto di profondità e di complessità di pensiero; forse le contraddizioni vengono ritenute solo apparenti, non essendo concepibile che un uomo così colto cada in banali errori logici: ma se così fosse si dovrebbe concludere, si chiede il povero fedele in crescente difficoltà, che il discorso religioso è in sé tale da poter accogliere impunemente nel suo ambito parole vane o prive di senso? Ebbene ecco svelato il segreto: U.G. nei suoi scritti si comporta spesso non molto diversamente dal parroco del racconto. E la mia scoperta è avvenuta in modo non molto dissimile da quella del parrocchiano. Anch’io ho iniziato a percepire nei discorsi di U g quanto non andava, leggendo settimanalmente la sua rubrica di corrispondenza sul settimanale del sabato de La Repubblica. Anch’io a quel punto ho iniziato a leggere con attenzione ciò che andava scrivendo e ciò che aveva scritto in passato (articoli, libri, recensioni ecc.). Anch’io, infine, ho così scopertola cassapanca di U. G:, l’archivio storico dei suoi scritti. E’ da lì che egli ha assai spesso attinto materiali per la costruzione di scritti successivi con esisti , sul piano dei contenuti, del tutto analoghi a quelli del racconto.

tratto dal libro Francesco Bucci Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale, Coniglio Editore

L’INTERVISTA . Francesco Bucci: ” Il successo dell’autore de La casa di psiche  nasconde una totale  assenza  di pensiero”

DIETRO? C’E’ IL VUOTO

di Simona Maggiorelli

Capita che un lettore appassionato di filosofia e che da anni, ogni mattina, compra il quotidiano La Repubblica, vedendosi proporre sovente elzeviri e articolesse a firma di Umberto Galimberti, sia stato preso dal ghiribizzo di provare a leggerne qualcuno. Accorgendosi, via via con crescente stupore, di trovarvi  un coacervo di contraddizioni, di brani riciclati, già pubblicati altrove e riproposti, anche a breve distanza di tempo, cambiando solo qualche parola chiave. E non solo. Di articolo in articolo il romano Francesco Bucci (dirigente della pubblica amministrazione che nel tempo libero ama leggere «soprattutto saggi») scopre che il professor G., docente universitario e facondo autore per Feltrinelli, non solo copia da sé e da altri autori, ma manipola pesantemente i testi. Clona,  decontestualizza, stravolge. Facendo lo specchio ad altri e anche a se stesso. Giocando con le parole senza più rapporto con le cose. Con un manierismo che sembra imitare Heidegger ma anche il gusto per il neologismo ossimorico, per i corto circuiti di senso alla Jacques Lacan. Alla fine, facendo precipitare quel lettore che cerchi un senso in quegli scritti in un labirinto senza via di uscita. «Galimberti è il funambolo delle parole, ne fa un uso  “ludico” finendo per svuotare di contenuti ciò che dice», commenta Bucci che abbiamo raggiunto al telefono mentre il suo Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale (Coniglio Editore) sta andando in stampa.
Nel suo libro, con una straordinaria messe di prove documentali, fa emergere come Galimberti componga i suoi testi. Cosa si nasconde dietro un imbarazzante procedere per “copia-incolla”?
Un vuoto assoluto di pensiero. Dopo aver letto e studiato praticamente tutto di Galimberti sono giunto alla conclusione che il suo sia un pensiero parassitario che si nutre in modo paradossale di altri autori.
Nel libro lei scrive che La casa di psiche contiene testi riciclati all’80%, L’ospite inquietante quasi al 100% e nell’ultimo I miti del nostro tempo appaiono “prestiti” non dichiarati da Aime, Basaglia, Baudrillard, Brogna, Rovatti , Yunis  e molti altri.
«Che male c’è, filosofare è un po’ copiare» ha detto Gianni Vattimo. Diversamente da lui io penso che sia necessario un apporto di proprie elaborazioni. Nei libri di Galimberti, invece, si trova il nonsense, un patchwork senza costrutto. L’ospite inquietante, per esempio, è un libro privo di qualsiasi filo logico. La casa di psiche poi è davvero sorprendente: recupera e accosta opere anche di dieci anni prima e in cui si sostengono tesi completamente diverse, addirittura opposte. Quelli di Galimberti sono dei libri Frankenstein, dei mostri. E la cosa assurda è che a questi testi vengono dedicate  recensioni da illustri intellettuali e, a quanto pare, quei libri poi vengono acquistati in centinaia di copie. Altrimenti perché Feltrinelli li pubblicherebbe?
Come spiega questo successo di vendite?
La vedo legato alla forza mediatica, ai passaggi in tv di Galimberti, ma anche e soprattutto alla sua dilagante presenza su La Repubblica. Dispiace dirlo ma Eugenio Scalfari è il principale responsabile di tutto questo, avendo dato fin dal 1995 a Galimberti uno spazio enorme. Ed è durato fino a pochi mesi fa. Per anni, insomma, paginate e paginate su una delle testate italiane più importanti. Così Galimberti è diventato una sorta di guru.
L’illuminista Scalfari ha scritto encomi sperticati dei libri dell’heideggeriano Galimberti. Nel libro lei scrive anche: «A Scalfari è completamente sfuggita la “dissociazione intellettuale” manifestata da Umberto Galimberti»….
Paradosso emblematico; mi domando ancora come sia possibile. Che Scalfari abbia frainteso? Secondo me, banalmente, non ha letto i libri del Nostro. E qui il discorso si amplia all’industria culturale e a come funziona . Dall’altra parte mi è capitato di parlare con intellettuali che ammettono di aver letto qualche articolo di Galimberti ma non  i suoi libri. Perlopiù non entrano nel merito, non lo criticano, lo ignorano, non lo valutano, non leggono 600 o 700 pagine di Psiche e techne, piene di oscurità e contraddizioni,
E’ stato difficile trovare un editore per questo suo libro-denuncia?
Il libro è pronto da quasi due anni, ho bussato a molte porte.
Continuerà il lavoro di collazione dei testi galimbertiani e di affini?
Questo lavoro è stato estenuante…
Cosa si aspetta dall’uscita del libro?
Spero che ci siano reazioni molto accese, il caso merita che si apra un dibattito. Ma anche perché si toccano aspetti che riguardano il mondo accademico chiuso in un sistema di autodifesa. E per quanto riguarda la filosofia ancora segnato dal postmodernismo, dal decostruzionismo, da un certo bla bla da cui anche Galimberti ha tratto vantaggio.
Da lui ha avuto qualche risposta?
Nel 2008 ho scritto via mail al direttore di Repubblica Ezio Mauro facendogli presente, con lettere documentate, cosa andavo scoprendo sugli scritti di Galimberti. Benché non abbia avuto risposta, ho continuato a informarlo. Ad un certo punto mi arriva una mail del professor G. che recita pressapoco così: “Il direttore mi dice che lei si lamenta del fatto che io riproduca testi già editi. Quando i temi sono più o meno gli stessi è si giunti a una riformulazione completa è inutile rimettereci le mani”…Poi aggiungeva complimenti alla mia acribia di lettore concludendo con un “le prometto che non lo rifarò più”. Da rimanere basiti. Siamo al surreale…

DA LEFT-AVVENIMENTI 13 aprile 2011

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Cercare l’assoluto. La follia di Ingeborg Bachmann

Pubblicato da Simona Maggiorelli su ottobre 8, 2010

di Simona Maggiorelli

Ingeborg Bachmann

Mentre l’editore Einaudi pubblica i versi disperati e splendidi della raccolta Oscurato del poeta Paul Celan, Guanda presenta una biografia di Ingeborg Bachmann scritta da un illustre germanista come Hans Höller. Nel libro La follia dell’assoluto lo studioso dell’università di Salisburgo – che il 18 ottobre presenterà questo suo ultimo lavoro nella biblioteca comunale di Trento – ripercorre tutta l’opera filosofico-letteraria di Ingeborg Bachmann ( Klagenfurt 1926- Roma 1973), leggendola in filigrana con la sua tormentata vicenda esistenziale, segnata dalla guerra, dal maschilismo dell’ambiente intellettuale, ma anche da un corrosivo male di vivere a cui la scrittrice oppose una inesausta ricerca sul linguaggio poetico e letterario.

Una ricerca che, dopo i tentativi giovanili di smascherare la violenza del pensiero di Heidegger, divenne l’assoluto della sua vita, mangiandosi tutto il resto. Al contrario del razionale Malina, protagonista dell’omonimo romanzo pubblicato in Italia da Adelphi, Ingeborg Bachmann aveva lasciato che l’inquietudine scandisse i suoi giorni e i suoi pensieri. Diversamente da molti uomini che aveva incontrato nella vita e sulle pagine dei libri di filosofia, lei si era lasciata contagiare dalla vita, finendo però per abitare soprattutto il dolore.

Poi distillato in versi brucianti, irti di accenti gutturali e insieme capaci di una segreta armonia. Il suo tedesco austriaco, come ricostruisce Höller in questo suo libro, si vestiva di malinconia, con infinite, delicate sfumature. Versi di una bellezza assoluta che Ingeborg Bachmann scriveva nella continua fuga da una città all’altra: Zurigo, Roma, Berlino. E poi di nuovo Roma.

Era il 1965 ed era «la quarta volta che si stabiliva nel suo paese primigenio per un periodo lungo – racconta Höller – questa volta senza la speranza di un nuovo inizio, «perché non si riesce ad andar via da un luogo su cui si è investito così tanto», come scriveva la Bachmann stessa. In lei non c’era più l’entusiasmo della giovane studentessa viennese, anche se ora viveva in una specie di casa-castello vicino a piazza di Spagna, circondata da amici. Ai quali cercava di nascondere i segni di una violenta autodistruzione.

A Roma, Bachmann lavorò intensamente al ciclo Todesarten, che considerava la sua opera più ambiziosa. Continuando a rimandare la consegna del manoscritto all’editore che ormai lo attendeva da anni. Il libro era finalmente finito quel tragico 17 ottobre 1973 quando la scrittrice morì per le ustioni che si era procurata addormentandosi con la sigaretta accesa. Il suoi amici di sempre, fra cui il compositore Hans Werner Henze, l’11 novembre sporsero una denuncia alla Procura di Roma per sospetto omicidio: come era possibile procurarsi ustioni così gravi senza svegliarsi? Ma alcool e farmaci, probabilmente le avevano abbassato la soglia del dolore, dissero i medici. Il caso Bachmann venne archiviato con la dichiarazione che non sussisteva alcuna responsabilità di terzi: «deceduta a seguito di gravi ustioni riportate  accidentalmente». Una coincidenza: «Ma quando ci sono di mezzo le coincidenze deve trattarsi di qualcosa che ha radici molto lontane», come aveva appuntato la scrittrice austriaca.

da left-avvenimenti

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Sulla pelle di Ipazia

Pubblicato da Simona Maggiorelli su marzo 15, 2010

di Simona Maggiorelli

Ipazia di Raffaello nell'affresco La scuola di Atene

La Chiesa copta in Egitto ritiene che i secoli che precedettero il 640 d.C e la nascita dell’Islam siano solo di propria ed esclusiva competenza. Un fatto inaccettabile e insensato. Non vedo perché un musulmano  non possa dedicarsi alla storia del proprio Paese, compresa quella preislamica». Con queste parole lo scrittore egiziano Youssef Ziedan rispondeva  un paio di anni fa agli strali che la Chiesa egiziana lanciava contro il suo  Azazel, il romanzo storico, vincitore del Premio internazionale della letteratura araba (in Italia  è pubblicato da Neri Pozza) in cui lo studioso, direttore del fondo manoscritti arabi della biblioteca di Alessandria, racconta il vivace intreccio di culture che animava la città nel V secolo, ma anche la ferocia con cui i cristiani imposero il proprio credo come religione ufficiale, distruggendo il patrimonio culturale preesistente e uccidendo barbaramente intellettuali come Ipazia.

Professor Ziedan in Azazel il padre del monaco Ipa viene ucciso dai cristiani. Nonostante questo lui assisterà impassibile all’assassinio della donna amata. Quali sono le radici di tanta ferocia cristiana?
Gli uomini, purtroppo, possono essere capaci di distruzione e violenza. La storia lo insegna. Ma quando qualcuno arriva a dire che la violenza è giustificata da dio, allora è illimitata. Può accadere qualsiasi cosa. Si arriva a  torturare e uccidere altri esseri umani nascondendosi dietro il fatto che sia per volontà divina. Il romanzo parte dalla prima metà del V secolo d.C e percorre un lungo periodo  punteggiato di efferate violenze. E tutto perché un giorno un uomo è venuto e ha detto io parlo in nome di dio.

Azazel di youssef Ziedan

Un capitolo è dedicato ad Ipazia. Al fondo cosa scatenò la sua uccisione?
La scuola pitagorica di Samo faceva studiare anche le donne. E questo fu il suo “crimine” . Perciò fu costretta a trasferirsi ad Alessandria che, con la sua enorme biblioteca era un vivo centro culturale. Di generazione in generazione la scuola alessandrina dette un contributo importante allo sviluppo dell’astronomia, della geografia, della matematica. E non solo. Qui fu completato il lavoro di Pitagora. Ed in questo contesto si formò questa straordinaria figura di scienziata e di filosofa, che  i suoi contemporanei dicono essere stata anche una bella donna. Ma nel V secolo il cristianesimo aveva intrapreso  la strada del potere.  E personaggi come il vescovo Cirillo furono campioni di violenza. Non solo distruggendo il Museo di Alessandria e le statue di Apollo, ma anche con campagne di pulizia etnica a danno di chi non era cristiano.  Così gli uomini di fede condannarono Ipazia sbranandola pezzo a pezzo. Nel romanzo ho cercato di raccontare questa enorme tragedia.

In Italia il film che Amenabar ha dedicato a Ipazia non è ancora arrivato:  ha incontrato molte “difficoltà di distribuzione”. Che cosa ne pensa?
è accaduto qualcosa di analogo in Egitto: il film ha avuto una circolazione molto limitata. La Chiesa ha cercato di screditarlo dicendo che contiene molte bugie. Io l’ho visto  in uno di quei piccoli circoli culturali che ancora lottano perché il film possa essere distribuito nelle sale. Quello che posso dire è che  c’è un solo errore.

Ovvero?
Il regista mostra Ipazia mentre viene uccisa da un suo servo di nome Davus. Un’invenzione che diviene un grave errore storico. Molti documenti dicono che le cose non andarono così. Che motivo c’era per cambiare la verità del suo assassinio per mano di un gruppo di monaci? Nonostante questo finale il  film è stato attaccato pesantemente dalla Chiesa.

Hanno fatto lo stesso con il suo libro?
Sì, ma non sono riusciti a bloccarlo vista la grande attenzione che ha ricevuto da letterati e media  in Egitto. Un vescovo copto ha scritto ben quattro volumi contro Azazel. Per giunta dei libroni! Un altro ha detto che questo libro distruggerà la Chiesa cristiana. In che modo? Ho chiesto. Se un romanzo può distruggere la religione cristiana allora basta davvero poco. Comunque sia non sono riusciti a fermare la curiosità dei lettori. Siamo già alla diciassettesima edizione.

Nel libro ci sono immagini femminili particolarmente belle. Per esempio Ottavia che tenta di aprire gli occhi di Ipa sulla misoginia di Aristotele e sulla crudeltà cristiana. L’imposizione della Madonna come modello di vergine e madre uccide donne così?
La religione cristiana indubbiamente non favoriva la libertà delle donne che erano sottoposte  agli uomini e a dio. Prima dell’Antico testamento, in tutta l’area del medioriente, dall’Egitto alla Mesopotamia,  il culto più diffuso era quello delle dee. Ishtar, Hinanna, Atena, in ogni regione c’erano dee. Ma con la Bibbia cominciò la storia che le donne dovevano consacrarsi alla famiglia, altrimenti diventavano il “male”. Una spaccatura tipica del pensiero cristiano. Nel mio primo romanzo The shadow and the serpent ho cercato di raccontare come, a poco a poco,  la donna sia “diventata  il diavolo” anche nella nostra cultura. La religione occupa un posto di rilievo in Egitto . Anche da noi c’è “una questione della donna”. Ma si pone in modo diverso da come si articola nella cristianità. Oserei dire che, sotto certi aspetti, l’islam tiene in maggiore considerazione il femminile.

La riflessione sull’amore e sul rapporto fra uomo e donna sono al centro dei poemi e del misticismo sufi?
La tradizione sufi dice che il divino si esprime nella bellezza della donna e che il sesso  femminile è la porta per la bellezza divina. Fu in particolare una poetessa a fare dell’amore il fulcro del sufismo islamico. Ma, come ben sappiamo il pensiero sufi rappresenta solo una piccola parte della galassia islamica.

da left-avvenimenti 12 marzo 2010

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Lo psichiatra bifronte

Pubblicato da Simona Maggiorelli su febbraio 14, 2010

Abdicando alla sua formazione medica, Basaglia si fece “pensatore”. In un cortocircuito da Sartre a Heidegger

di Simona Maggiorelli

Franco Basaglia

Il direttore della clinica universitaria di Padova lo accusava di fare della filosofia. Invece di dedicarsi alla psichiatria, come suo dovere. Lo ricorda anche la fiction C’era una volta la città dei matti. E forse non è solo un aneddoto marginale. Di fatto per Franco Basaglia la filosofia non fu solo una passione passeggera ma un interesse che diventò addirittura preponderante rispetto alla sua formazione di medico. Negli anni giovanili e poi dalla metà degli anni Cinquanta a interessare l’autore de L’istituzione negata furono soprattutto la fenomenologia e l’esistenzialismo. In particolare quello di Sartre con cui strinse un sodalizio documentato negli Scritti (Einaudi). Dall’autore de L’essere e il nulla Basaglia mutuò un’idea di libertà come valore assoluto, incurante del fatto che liberare i matti dall’istituzione manicomiale non significava di per sé liberarli dalla malattia e dal dolore psichico. Questi elementi di fondo della prassi basagliana, come è noto, maturarono anche in rapporto con Foucault che nel 1961 pubblicò la sua Storia della follia.

In sintonia con la critica antistituzionale del pensatore francese (che non era medico) Basaglia attaccava il paradigma medico in quanto «paradigma di potere» e rifiutava «le etichette» di sanità e patologia «perché rinserrano vincoli e divieti di potere». D’accordo con la rivolta antiscientifica di Foucault e poi del ’68, riteneva che la diagnosi fosse uno stigma e non uno strumento medico e dinamico per individuare la cura. «Per questo ce l’aveva con chiunque facesse un discorso nosografico» ricordava Pier Aldo Rovatti nel 2008 in occasione di un convegno sui rapporti di Basaglia con la filosofia del Novecento. Sartre, Merleau Ponty, Husserl, ma anche Goffman per la critica sociologica all’istituzione psichiatrica contenuta in Asylum, e poi curiosamente Jaspers che parla di delirio come fatto di natura e della sua assoluta incomprensibilità.

Ma più ampiamente Heidegger a cui Basaglia era arrivato attraverso la lettura Binswanger. I riferimenti dello psichiatra veneziano erano piuttosto eterocliti, quando non apertamente contraddittori. Emblematico appare in questo senso Ansia e malafede (1964) in cui Basaglia parla della crisi della psichiatria e della sua «incapacità di affrontare l’enigma che sta alla sua base: la soggettività umana». «Per questo – scriveva – psicologia e psichiatria vanno alla ricerca del loro significato nella filosofia, la sola in grado di far comprendere alla radice l’uomo, il problema del senso e del non senso della sua esistenza, il suo modo di costruire il suo Dasein, la sua possibilità di essere autentico o meno, di scegliere o meno». Basaglia sposa qui e altrove il pericoloso gergo dell’autenticità di marca heideggeriana e nazista. E con il filosofo che accettò il rettorato offertogli da Hitler nel ’33 pronunciando un funesto discorso, Basaglia discetta di «condizione umana originaria di inautenticità e di angoscia». Per lui la psicosi sarebbe «un Dasein mancato» e la nevrosi il risultato di una «non scelta». Abdicando alla sua formazione psichiatrica, la malattia mentale diventa per lui una condizione esistenziale di tutti. Alla clinica e alla ricerca dell’eziopatogenesi della malattia mentale Basaglia ha sostituito l’idea cristiana e immutabile di peccato. Sordo alle riflessioni di alcuni psichiatri di ispirazione fenomenologica sui pericoli insiti nel trasporre tout court concetti filosofici in psichiatria, Basaglia ribadisce ancora una volta che psicologia e psichiatria «ritrovano il loro senso nella filosofia». «L’impiego di queste discipline per lui – scrivono Mario Colucci e Pierangelo Di Vittorio in Franco Basaglia (Bruno Mondadori) – non può essere ristretto alla definizione di una diagnosi e di una terapia, ma deve consentire un’analisi delle problematiche esistenziali dell’uomo». Con tutta evidenza non gli interessa un discorso di cura della pazzia. Basaglia «cerca un metodo filosofico per prendere posizione politica, non solo per un’indagine sull’uomo. Cerca una filosofia di supporto alla sua azione di rovesciamento pratico del manicomio».

FRANCO BASAGLIA: “Una cosa è considerare il problema una crisi, e una cosa è considerarlo una diagnosi, perché la diagnosi è un oggetto, la crisi è una soggettività’.” ed ancora: “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’ essere”

da left-avvenimenti del 12 febbraio 2010

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Scrivere per immagini

Pubblicato da Simona Maggiorelli su novembre 18, 2009

di Simona Maggiorelli

In the mood for love di Wong Kar Wai

L’ Atlante delle emozioni,  con cui Giuliana Bruno ha vinto nel 2004 il premio internazionale Kraszna-Krausz come migliore libro sulle immagini in movimento, è davvero uno dei saggi più sorprendenti degli ultimi anni per chi si occupa di arte contemporanea e di estetica. Non solo per l’affascinante cartografia di percorsi e di nessi che tesse viaggiando fra architettura, arti visive e cinema. Ma anche per il linguaggio con cui  queste cinquecento pagine sono scritte.  Fondendo discorso accademico e racconto, teoresi e linguaggio rapsodico, «con il piacere – annota l’autrice stessa – di selezionare e organizzare il discorso in forma di travelogue visivo».
Laureata all’Orientale di Napoli e dal 1990 professore di Visual and enviromental studies a Harvard con il suo monumentale Atlante delle emozioni e con libri come Pubbliche intimità, anch’esso uscito in Italia per Bruno Mondadori, Giuliana Bruno ha “imposto” una voce radicalmente diversa nel rigido panorama internazionale della critica dominato da scelte razionaliste, gelidamente concettuali, astratte.

Ci è riuscita “partendo da sé,” dal proprio sentire, rifiutando uno sguardo oggettivante e recuperando alla scrittura immagini e affetti. «E’ vero – ammette la studiosa che in questi giorni è a Roma per la due giorni di studi che ha inaugurato il MAXXI  ( e che ha visto la presenza di Aaron Betsky- e della stessa Hadid) ho cercato un modo di guardare differente, uno sguardo nuovo, per così dire “tattile”. La maniera classica di guardare ci ha insegnato una fredda distanza fra noi e le persone che guardiamo.

A me sembra, invece, che ci sia un modo un po’ più carezzevole di avvicinarsi e di essere toccati dalle immagini. In modo che l’occhio non sia di un voyeur ma di un voyager, per me declinato al femminile, come voyageuse. Insomma mi interessava una modalità più fluida di entrare e di guardare attraverso le cose e di rapportarsi agli ambienti che attraversiamo, a quei luoghi che raccolgono le nostre emozioni, le nostre memorie. Niente è neutro, tanto meno gli spazi della rappresentazione.

In the mood for love

Possiamo leggerlo come un recupero delle emozioni ostracizzate dai filosofi?
Le emozioni non hanno nulla a che fare con il sentimentalismo. Sono una forma di conoscenza. E l’immagine ha un contenuto, un sostrato. Al di là di quello che mostra di per sé. Le immagini emotive si muovono nel tempo e non solo nello spazio.
Mentre lei scriveva il suo Atlante delle emozioni, il filosofo Remo Bodei sceglieva per il proprio lavoro  un titolo spinoziano come Geometria delle passioni, due diverse modalità?
Ho incontrato più volte Remo Bodei, è una persona straordinaria, sensibile. Però sul piano intellettuale, innegabilmente, esprime una forma di geometria, mentre, per dirla con Deleuze, il mio pensiero ha molte pieghe.
A proposito di cultura francese, lei prende le distanze dal discorso che Julia Kristeva ha fatto sull’«apparato cinematico». Perché?
Semiologia e  psicoanalisi si sono occupate dello sguardo filmico e lo hanno trattato non solo come testo ma come apparato di una forma di visione. Ho letto molto ma mi sembrava che mancasse qualcosa di fondamentale in quegli scritti. Ovvero che il modello applicato a questo apparato filmico fosse una sorta di trappola lacaniana da cui non si riusciva a uscire. La soggettività veniva rinchiusa in una forma di rappresentazione duplice e spaccata di fronte allo specchio. A mio modo di vedere lo schermo cinematografico è più di uno specchio o di una finestra.  E non mi corrispondeva lo sguardo trascendentale e incorporeo,  questo io-ego come grande occhio, che emergeva da questa lettura lacaniana del cinema che è stata a lungo dominante nella cultura francese.
Così si è rivolta al filosofo Hugo Münsterberg, collaboratore di William James. Un curioso personaggio che riconosceva forza psichica alla rappresentazione cinematografica. Come l’ha scoperto?
Mentre cercavo di mettere a punto un mio diverso approccio al cinema scrivendo l’Atlante delle emozioni mi sono ricordata di avere un libriccino di questo filosofo ebreo tedesco che avevo letto molti anni prima. Münsterberg faceva ricerca agli inizi del XX secolo, in un periodo molto fertile, quando nasceva la psicologia sperimentale. E aveva dato vita a suo laboratorio filosofico sulle immagini.  Nel 1916, dunque molto presto, Münsterberg scoprì il cinema e scrisse  un libro assai interessante. All’epoca nessun filosofo si occupava  di cinema. Né tanto meno si pensava che fosse un’arte. Avendo lavorato molto sulla psiche, invece, Münsterberg riconosceva al cinema non solo la possibilità di rappresentare delle cose ma anche di rappresentare come pensiamo. Parlare di forza psichica del cinema per lui significava riconoscerne la forza emotiva, ma anche cognitiva. Naturalmente lui non andava oltre. Si trattava, invece, di leggere le forme di immaginazione e di rappresentazione cinematografica. Ma il suo pensiero mi è parso comunque importante. Tanto da dedicargli una monografia che sta per uscire negli Usa.
«L’indubbio progenitore del cinema è l’architettura», scriveva Ejzenštejn. è stato per lei una fonte?
Sono tornata a Ejzenštejn proprio per il rapporto che vedeva fra montaggio e architettura. Di  lui, ovviamente, si è scritto molto, ma  un suo saggio degli anni Trenta mi ha spinta a continuare una ricerca trasversale  che associa il cinema alla produzione di spazio in tutti i sensi, non solo  fisico. Come l’architettura anche il cinema è una maniera di “spaziare” in molti sensi. Il primo film, diceva Ejzenštejn,  è l’Acropoli di Atene. Non la caverna di Platone. Proponendo così un modello metaforico molto diverso. Il  cinema  richiama l’attraversamento di luoghi  in una città con una serie di visioni, di immagini in movimento. Lo spettatore non è più intrappolato nella caverna platonica. Ma l’accostamento fra l’architettura e il cinema funziona anche se si pensa al  solo fatto che l’architettura non si contempla. Si recepisce con il corpo, con la sensazioni.
Nel suo lavoro il cinema di Antonioni occupa un posto importante. Come regista capace di creare «uno spazio mentale» e di raccontare per immagini il mondo interiore dei  personaggi. Ci sono registi oggi ai quali riconosce una ricerca analoga?
Sì amo molto Antonioni, con il suo modo di filmare quasi minimalista riesce a tracciare personaggi a tutto tondo, non meri caratteri. Antonioni non parlava del personaggio attraverso l’azione, ma con l’introspezione che traspare dalle sue inquadrature. Talvolta anche di bellissime architetture vuote. Basta questo per restituirci il mondo interiore di un personaggio, il modo in cui sente e vive. Una cosa che ritrovo per esempio in Wong Kar Wai, regista di In the mood for love. Anche se  con un’estetica diversa, ritrovo nel suo cinema un certo modo di guardare il rapporto fra uomo e donna, lo spazio psichico, lo spazio della memoria, lo spazio dell’immaginazione, il tempo. Si ha la sensazione che questo spazio contenga una durata che non riguarda la  “velocità”. Questo sguardo differente torna anche in molte installazioni di arte. Lo trovo non di rado espresso nelle immagini in movimento che oggi si vedono nelle gallerie d’arte.
La videoarte, integrando più linguaggi d’arte, apre nuove possibilità espressive?
In Pubbliche intimità ho insistito molto su questo cambiamento che a me pare molto interessante. Non è la morte del cinema ma un’estensione dello sguardo filmico che entra nelle gallerie e nei musei proponendo un modo diverso di relazionarsi con le immagini. Non è più la contemplazione della pittura come immagine fissa, ma comprende il movimento dell’immagine, il movimento dello spettatore e il movimento di un tempo che direi interiore. Nella concitazione della vita metropolitana alcune opere di videoarte e installazioni offrono un modo di riappropriarsi del tempo,  dell’interiorità.  In un certo senso queste nuove forme di arte ci invitano a guardare le immagini guardandoci dentro e a guardarsi dentro per vedere meglio fuori e, spero, per cambiare.
Nel tempo breve, ellittico, di un’opera di videoarte le immagini talora ,possono arrivare ad avere un “calore” speciale, una deformazione quasi onirica, poetica.
E’ una dimensione che riguarda il “tenore” delle immagini ma non solo. Penso, per esempio, a certe opere sonore di Janet Cardiff: seguendo la sua voce si entra in uno spazio. Altre volte c’è una piccola videocamera che ti permette di percepire la forma di relazione che l’artista ha con il mondo. è come se ti facesse entrare nella sua mente, nella sua maniera di sentire. In una sua installazione realizzata dopo l’11 settembre, ricordo, aveva collocato delle casse in un luogo molto grande. Gli spettatori potevano muoversi e ascoltare dagli amplificatori oppure mettersi dove  volevano. L’atmosfera che si veniva a creare era molto particolare, intensa, partecipata. Ognuno in silenzio seguiva il filo delle proprie immagini interiori, ma al tempo stesso era vicino agli altri. In un momento molto duro per New York, in un museo, stranamente si aveva la sensazione di poter attraversare questo trauma in maniera anche pubblica, sociale. è un aspetto del cinema che mi ha sempre molto affascinato e che qui trovavo allo zenit. L’installazione di Cardiff permetteva di essere al contempo molto dentro di sé e insieme di condividere con altre persone  emozioni, sensazioni, pensieri, forme di discorso. Di nuovo a Berlino qualche mese fa ho incontrato una sua installazione. Ho notato che i più giovani avevano spento tutto, telefonini, iPhone e quant’altro e ascoltavano a occhi chiusi. La dimensione in cui si era trasportati non aveva nulla di nostalgico, niente di religioso. Era come se l’artista ci invitasse a fermarci un momento. Per non essere sempre spezzati tra le cose, per trovare un modo, anche solo per un istante, di connettersi con gli altri e con il nostro mondo interiore.

da left avvenimenti del 13 febbraio 2009-

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