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  • Dossier: La pedofilia, i suoi profeti e il Vaticano

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Archivio per la categoria ‘Ricerca scientifica’

Eterologa, una sentenza pilatesca

Pubblicato da Simona Maggiorelli su maggio 26, 2012

Corriere 23.5.12
Consulta, rimane il divieto della fecondazione eterologa
Salva la legge 40, atti ai tribunali. Roccella: caso chiuso
di Margherita De Bac

ROMA — Il fronte del sì alla fecondazione eterologa ci sperava e si diceva ottimista. Invece i giudici della Corte costituzionale che ieri si sono riuniti per discutere la legittimità del divieto previsto dalla legge italiana non si sono pronunciati nel merito.
Hanno rinviato la decisione ai tribunali ordinari di Firenze, Catania e Milano che, nel valutare i ricorsi di tre coppie, avevano avanzato richiesta di incostituzionalità di quel divieto alla Consulta. In pratica, tutto resta come prima. Le coppie infertili non potranno utilizzare nei nostri centri la tecnica che impiega gameti (ovociti e spermatozoi) appartenenti a individui estranei alla coppia.
Saranno necessari almeno dodici mesi, secondo la previsione degli avvocati coinvolti in questa battaglia legale, per sapere se potrà essere abbattuto l’ultimo pilastro della legge 40 che dal 2004 regola il sistema della procreazione medicalmente assistita in Italia. La rigidità del provvedimento è stata via via ammorbidita a colpi di sentenze. Prima è saltato il limite di fecondare tre ovociti, poi quello di fare diagnosi sull’embrione prima di trasferirlo nell’utero e di conseguenza è stato riammesso il congelamento degli ovuli fecondati e non utilizzati subito. Ma per il definitivo ed eventuale ultimo colpo di spugna bisogna aspettare. Ieri la Corte ha richiamato in gioco i giudici civili ritenendo che spetti a loro «valutare la questione alla luce della sentenza, risalente allo scorso novembre, dunque successiva ai ricorsi, pronunciata dalla Corte Europea sui diritti dell’uomo di Strasburgo». Ora i tre tribunali dovranno riformulare la richiesta di illegittimità del divieto. Gli atti esaminati ieri dalla Consulta non prendevano infatti in considerazione la sentenza della Grande Camera di Strasburgo (una specie di Corte costituzionale europea), che accogliendo un ricorso del governo austriaco appoggiato da quello italiano, aveva affermato la legittimità del divieto (parziale) di eterologa. E aveva raccomandato di rivalutare comunque la legge alla luce delle recenti evidenze scientifiche sulle tecniche. Un invito vincolante per gli Stati membri.Per i sostenitori del no all’eterologa è un successo: «Avrebbero potuto respingere le nostre obiezioni», commentano con ottimismo in una nota congiunta Filomena Gallo, vicepresidente dell’associazione Luca Coscioni, Giandomenico Caiazza e Gianni Baldini, gli avvocati che assistono le coppie dei ricorsi a Milano, Catania e Firenze. La ginecologa Mirella Parachini, vicepresidente di Fiapac (Federazione internazionale degli operatori dell’aborto e della contraccezione) è soddisfatta: «Sono stati tutelati i diritti delle coppie sterili, costrette ad emigrare per realizzare i progetti di famiglia». Secondo Livia Turco, deputata del Pd, «è evidente che il Parlamento deve assumersi la responsabilità di rivedere la legge 40. La politica non può permettere che l’equilibrio di quel testo sia trattato dai tribunali». Tutto il contrario per Eugenia Roccella, ex sottosegretario alla Salute, che sostiene la validità dell’impianto originario delle norme del 2004: «La questione è nella sostanza chiusa. Noi avevamo affiancato l’Austria presso la Corte di Strasburgo. Un nuovo ricorso non avrebbe basi. Certo resto sempre sorpresa dalla capacità dei tribunali di arrampicarsi sugli specchi con interpretazioni creative su leggi che non piacciono».

l’Unità 23.5.12
Eterologa, la Consulta salva la legge 40
La Corte Costituzionale ha rinviato il quesito ai tribunali: «Valutate la sentenza di Strasburgo», per la quale il divieto è legittimo
I legali delle coppie: «Non è un sì, ma neppure un no. La strada è ancora aperta». E intanto 5mila italiani vanno all’estero
di Mariagrazia Gerina

Le coppie che chiedono di poter accedere alla fecondazione eterologa, nonostante il divieto imposto dalla legge 40, non hanno ottenuto un sì dalla Corte Costituzionale. Ma neppure un no. «È una sentenza interlocutoria e dunque positiva», li incoraggiano gli avvocati, che li hanno assistiti in questo lungo percorso legale giunto fino alla Suprema Corte.
I giudici della Consulta, dopo due ore di udienza e una camera di consiglio meno lunga del previsto, infatti, per ora, non si sono pronunciati sulla compatibilità con la Costituzione di quell’articolo 4 comma 3 della legge 40 che recita: «È vietato il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo». Ma con la sentenza di ieri sera si sono limitati a rinviare nuovamente il quesito sulla legittimità del divieto imposto dalla legge 40 ai magistrati che, sollecitati dalle stesse coppie, lo avevano formulato. Nella richiesta delle coppie, inoltrata dai magistrati alla Consulta nei primi mesi del 2010, infatti, ci si appellava tra l’altro a un pronunciamento della Corte europea a favore del “diritto all’eterologa”, poi però come fanno notare i Supremi giudici corretto dalla Grande Chambre. Dunque, in sostanza, i giudici della Consulta chiedono ai magistrati di riconsiderare il loro quesito alla luce di quella sentenza.
Severino Antinori parla di una decisione «pilatesca». Ma i difensori delle tre coppie una di Catania, una di Firenze, l’ultima di Milano -, che, in tempi diversi, due anni fa, al no ricevuto dai centri di procreazione assistita avevano risposto facendo ricorso ai rispettivi tribunali, sono decisamente meno tranchant. Il divieto imposto dalla legge 40 vive. Non è stato corretto dalla Corte Costituzionale. Ma la strada per le coppie che chiedono di rimuoverlo non è sbarrata. «Si tratterà solo di riformulare meglio il quesito», spiega l’avvocato Filomena Gallo, uno dei legali delle coppie. Che incassa: «La Corte non ha rigettato la nostra richiesta». Mentre la stessa sentenza della Grande Chambre, citata dai Supremi giudici spiega non pregiudica nulla.
La vicenda è complessa. L’11 marzo 2010 la Corte europea, a cui si erano rivolte due coppie austriache, aveva dato loro ragione e si era pronunciata contro il divieto all’eterologa imposto anche dalla legge austriaca (che consente però la cosiddetta eterologa «in vivo»). Ma quella sentenza a cui avevano fatto riferimento le coppie italiane era stata poi corretta il 13 novembre 2011 dalla Grande Chambre della stessa Corte europea, a cui si era appellata con l’Austria anche l’Italia, ottenendo ragione. «Vietare l’eterologa è legittimo», avevano esultato i sostenitori nostrani del no all’eterologa. «Quella sentenza ha stabilito la autonomia legislativa degli Stati membri e la plausibilità di vietare la fecondazione artificiale eterologa», ha ripetuto ieri Scienza e Vita.
E però «come abbiamo fatto notare durante l’udienza spiega l’avvocato Giandomenico Caiazza, legale di una delle coppie quella sentenza della Corte va storicizzata: il caso sollevato dalle due coppie austriache risaliva alla fine degli anni 90,oggi 39 Paesi del Consiglio europeo consentono l’eterologa, mentre il divieto assoluto resta solo per l’Italia, la Lituania e la Turchia».
Oltretutto fa notare Filomena Gallo la Grande Chambre in quella sentenza invitava anche gli Stati membri a legiferare «tenendo conto dell’evoluzione scientifica delle tecniche e delle rispettive Costituzioni nazionali». E proprio dalla Costituzione italiana spiega citando il diritto all’uguaglianza, alla famiglia e alla salute dovrà essere riscritto a suo avviso il nuovo quesito. «Si tratta di attendere ancora qualche mese», dice. Le coppie che hanno fatto ricorso sono giovani. Almeno altre 5mila nel 2011 sono andate oltrefrontiera per fare quello che in Italia non si può, ma all’estero sì.

Repubblica 23.5.12
Lo spiraglio della Corte
di Stefano Rodotà

La decisione della Corte costituzionale sulla legge in materia di procreazione assistita lascia aperta la questione della legittimità del divieto della fecondazione eterologa. Infatti, invitando i tribunali che avevano sollevato la questione a riesaminarla tenendo conto di una recente sentenza della Corte europea dei diritti dell´uomo, i giudici della Consulta hanno ritenuto necessario un ulteriore approfondimento, così mostrando di considerare insufficienti gli argomenti di chi aveva chiesto una sentenza che riaffermasse senz´altro la costituzionalità di quel divieto.
Come si sa, il divieto di ricorrere alla procreazione assistita è all´origine di un consistente «turismo procreativo», che obbliga ogni anno migliaia di donne italiane a recarsi in altri paesi per ricorrere ad una tecnica ormai accettata quasi ovunque. Non volendo continuare a subire questo stato delle cose, alcune coppie si sono rivolte ai tribunali che, non ritenendo infondata la questione di illegittimità riguardante quella norma, hanno investito del problema la Corte costituzionale.
L´ulteriore approfondimento richiesto ieri è basato su una sentenza della Corte di Strasburgo che, modificando un suo precedente orientamento, in un caso riguardante l´Austria ha riconosciuto agli Stati la possibilità di vietare la fecondazione eterologa.Molte sono le ragioni che inducono a ritenere che questo rinvio non possa essere inteso come il segno di un orientamento comunque negativo della Corte costituzionale di fronte alla richiesta di rimuovere quel divieto dal nostro ordinamento. Nella sentenza europea, tecnicamente assai complessa e che si è attirata critiche ben argomentate, si trova infatti più di un elemento che consente di darle una lettura non necessariamente preclusiva della possibilità di allineare il nostro agli altri sistemi giuridici, con una decisione rispettosa dei diritti fondamentali delle persone. Interpretando quella sentenza, e chiedendosi fino a che punto possa essere ritenuta vincolante in Italia, non si può dimenticare che, «laddove una aspetto particolarmente importante dell´esistenza e dell´identità dell´individuo sia in gioco, il margine consentito ad uno Stato sarà di norma limitato».
Queste sono parole contenute in altre sentenze della Corte europea, che i giudici di Strasburgo questa volta sembrano aver dimenticato e che, tuttavia, consentono di utilizzare brani dell´ultima sentenza in modo da poter giungere alla conclusione che essa non debba essere intesa come un via libera a qualsiasi divieto che il legislatore italiano voglia imporre. Pur non potendo qui analizzare nei dettagli tecnici quella decisione, si può ricordare che proprio la Corte di Strasburgo ha riconosciuto che le scelte procreative sono espressione del diritto al rispetto della vita privata e familiare, affermato dall´articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell´uomo. E che, in materie caratterizzate da forti dinamiche determinate dalle innovazioni scientifiche e tecnologiche, è indispensabile tener conto del contesto e della sue variazioni. Argomento non trascurabile in via generale, e che appare particolarmente rilevante in questo caso, visto che la legge austriaca era del 1999 e che in questi anni molte cose sono radicalmente cambiate nel mondo della procreazione assistita.
Ma vi è un altro punto, davvero essenziale, che non può essere trascurato.
Il riferimento alla sentenza di Strasburgo e il suo necessario approfondimento non cancellano il fatto che la legittimità del divieto impugnato deve essere valutata alla luce dei principi fondamentali della Costituzione italiana.
Principi che, questa volta, riguardano in particolare l´eguaglianza e il diritto fondamentale alla salute. L´eguaglianza è violata perché il divieto della fecondazione eterologa discrimina le coppie alla cui infertilità può essere posto rimedio solo con questa particolare tecnica, che offre loro la possibilità di rendere concrete le loro scelte procreative al pari di ogni altra coppia. La legge 40 sulla procreazione assistita, peraltro, è concepita come strumento per la «soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità e dalla infertilità umana», ed è dunque collocata nel quadro della tutela della salute.
Poiché l´articolo 32 della Costituzione qualifica la salute come diritto «fondamentale», il divieto di accesso a determinate tecniche viola proprio questo diritto. Si deve aggiungere che, con la sentenza n. 151 del 2010, che ha dichiarato illegittime altre norme della stessa legge 40, la Corte ha ricordato che «la giurisprudenza costituzionale ha ripetutamente posto l´accento sui limiti che alla discrezionalità legislativa pongono le acquisizioni scientifiche e sperimentali, che sono in continua evoluzione e sulle quali si fonda l´arte medica; sicché, in materia di pratica terapeutica la regola di fondo deve essere l´autonomia e la responsabilità del medico che, con il consenso del paziente, opera le necessarie scelte professionali». Le pretese del legislatore-scienziato, che vuol definire che cosa sia un trattamento terapeutico, e del legislatore-medico, che vuol stabilire se e come curare, vengono esplicitamente dichiarate illegittime.
La Corte non ha deciso di non decidere, ma di avviare una fase di ulteriore riflessione, durante la quale le questioni qui accennate potranno essere meglio approfondite. Ma un Parlamento degno di questo nome, consapevole della continua delegittimazione che gli deriva dal fatto che una sua legge obbliga le persone ad aggirarla per far valere i propri diritti, dovrebbe esso stesso porre fino a questo stato delle cose. Che mortifica le persone e fa rinascere la cittadinanza «censitaria», perché solo chi è fornito di adeguate risorse finanziarie può recarsi all´estero e rendere effettivo un proprio diritto.

Repubblica 23.5.12
Il ginecologo Flamigni: la società civile italiana è più avanti della politica
“Ma la norma è destinata a saltare non possiamo isolarci dall’Europa”
Anche qui il concetto di genitorialità è cambiato. Essere padre o madre non è soltanto una questione di gameti

ROMA – «Mi sa che vado a vivere a san Marino. Siamo un paese assurdo, siamo l´unica nazione in Europa, a parte forse Andorra, a vietare qualsiasi tipo di eterologa». Il professor Carlo Flamigni, tra i pionieri dalla fecondazione assistita e tra i primi a fare l´eterologa in Italia quando non c´era ancora la legge 40, scherza ma non troppo.
Cosa pensa della sentenza?
«Credo sia un modo di prendere tempo, vista la situazione internazionale l´Italia non può restare così al di fuori dell´Europa con una legislazione cosi profondamente diversa e lontana dalla società civile. Sono convinto che alla fine il divieto di eterologa salterà».
Società più avanti della politica?
«Non solo all´estero, anche qui è ormai cambiato il concetto di genitorialità, insomma essere padre o madre non è mica questione solo di gameti».
Ora cosa accadrà?
«Ripartiranno, a migliaia andranno all´estero con alti costi finanziari e umani, col rischio di finire in centri poco seri, come quella coppia che si è ritrovata sola in difficoltà con un figlio malato forse perché non gli hanno fatto gli esami giusti. E invece noi come Stato abbiamo l´obbligo di tutelare i nostri concittadini e non solo».
Non solo?
«Quando ci decideremo ad essere un stato veramente laico in cui i cittadini hanno diritti e libertà di scelta?»
E a chi parla di vendita di ovociti?
«All´estero in alcuni casi è vero. Da noi, prima che la legge 40 la vietasse, a Bologna per anni abbiamo fatto l´eterologa e le donazioni erano tutte gratuite, nessuna donna ha mai preso una lira. C´era il senso del dono, della solidarietà nel dare gli ovociti in sovrannumero, regalare speranza. Le venete erano le più generose».
(c.p.)

Repubblica 23.5.12
Roccella (Pdl): per chi vuole ribaltare la legge 40 la strada è in salita
“Troppa ideologia in quelle richieste ora non ci sono più appigli giuridici”
Può ancora accadere di tutto: da noi i magistrati pretendono di fare le norme invece di limitarsi ad applicarle
di Elena Dusi

ROMA – «Decisione molto ragionevole» è il commento a caldo di Eugenia Roccella, deputato del Pdl. «È la dimostrazione che i tribunali da cui il ricorso era partito hanno agito con troppa fretta. Una fretta che dimostra tutte le loro motivazioni ideologiche».
In realtà la Consulta non è entrata nel merito. Perché allora definisce la decisione ragionevole?
«Perché i tribunali avevano fatto ricorso sulla base di una sentenza della Corte Europea che nel frattempo è stata ribaltata. La prima decisione era favorevole all´eterologa, quella finale contraria. Come avrebbe potuto la Consulta accogliere il ricorso alla luce della nuova situazione? È logico che abbia restituito la palla ai giudici».
Però la Corte Costituzionale non ha chiuso definitivamente la porta all´eterologa.
«È vero, la porta non è chiusa, ma la strada per chi volesse presentare un nuovo ricorso si presenta ora molto in salita. Ribaltata la decisione della Corte Europea, non esistono più appigli giuridici per rimettere in discussione il divieto di fecondazione eterologa».
Perché si è arrivati a questo stallo?
«È evidente che i tribunali ricorrenti hanno agito su base ideologica. Altrimenti non avrebbero avuto tanta fretta e avrebbero atteso la sentenza definitiva della Corte Europea. Da noi i tribunali pretendono di fare le leggi, invece di limitarsi ad applicarle».
Forse i giudici volevano solo tutelare l´interesse di coppie per le quali il tempo è un fattore importante.
«Forse, ma non mi pare che ci siano riusciti. E comunque avrebbero dovuto agire seguendo la legge».
Cosa si aspetta ora?
«In questo paese dove i tribunali hanno tale eccesso di creatività può accadere di tutto. Ma ne sono convinta: per loro la strada ora è tutta in salita».

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Fertile laicità

Pubblicato da Simona Maggiorelli su maggio 26, 2012

I nuovi risultati di cura ottenuti con le staminali embrionali  impongono di ripensare l’agenda della biotica imposta dal governo Berlusconi. Il senatore Pd Ignazio Marino riapre la discussione su fecondazione assistita biotestamento e ricerca

di Simona Maggiorelli

Il senatore e chirurgo Ignazio Marino

Ospedale San Filippo Neri, uno dei centri più importanti fra quanti nel Lazio, fra pubblico e privato, praticano la fecondazione assistita. Il 27 marzo scorso un addetto alla gestione della sala di crioconservazione si è accorto che la temperatura toccava i venti gradi invece dei meno 190 previsti per i 94 embrioni, i 130 ovociti e i 5 campioni di liquido seminale lì  conservati. Un incidente, si è detto. «Questa è una vicenda che mi ha lascia sbigottito. Come presidente della Commissione d’inchista sulla sanità del Senato ho avviato un’inchiesta» racconta il senatore Pd e luminare della chirurgia Ignazio Marino. «Dalla relazione dei Nas ho appreso che il San Filippo Neri, come altre strutture analoghe del Lazio da otto anni lavoravano senza che vi sia stato un sopralluogo delle autorità amministrative. Proprio nella regione dove i conflitti su questi temi sono stati accesissimi queste strutture non hanno sentito l’esigenza di accreditarsi dal punto di vista strutturale e professionale». Ma non è tutto.

«Leggendo l’istruttoria», prosegue Marino, «mi sembrava di avere in mano un romanzo a cui mancava l’ultimo capitolo. Erano descritti tutti gli aspetti dell’incidente. Che fine avevano fatto quegli embrioni? Ebbene, con mio grande stupore, ho saputo che sono ancora lì sigillati, a marcire. E allora come  medico e ricercatore ma anche come senatore presidente di una commissione di inchiesta mi chiedo perché non hanno detto una parola tutti coloro che fino all’altro ieri hanno alzato barricate nel sostenere le loro idee sulla vita, sulla ricerca scientifica, contro l’uso di cellule staminali embrionali che oggi sappiamo possono guarire malattie finora incurabili». Una questione, questa della ricerca sulle staminali embrionali che in Italia è particolarmente scottante, visti i molti paletti legislativi e ideologici che sono imposti ai ricercatori che lavorano in questo settore. Di questo tema Ignazio Marino parla anche nel suo nuovo libro Credere e conoscere (Einaudi); inaspettatamente, visto che si tratta di un dialogo con il cardinale Carlo Maria Martini. «Il 31 dicembre 2011, chiudendo le bozze del libro, pensavo a cosa poteva accadere se fosse andato a buon fine uno degli esperimenti che stavano facendo in Inghilterra con embrioni abbandonati nelle cliniche di infertilità nel tentativo di curare persone paralizzate da un trauma della colonna vertebrale e  rese cieche da una maculopatia della retina», ricorda Marino. Poi la notizia a lungo attesa, in primis dalle persone affette da questa patologia invalidante. Sulla rivista medica The Lancet di recente è apparso uno studio in cui si riporta il caso di una donna che è tornata a vedere dopo che in California le sono state iniettate nella retina cellule derivate da staminali embrionali. «Adesso riesce a contare le dita di una mano e a percepire il contrasto dei colori» sottolinea Marino. «Quello che mesi fa era solo un’ipotesi ora e scientificamente provato. Non possiamo più continuare ad affrontare in Italia questi temi con l’idea di tifoserie opposte riottose ad affrontare l’urgenza delle persone che soffrono e che ora possono avere una cura con queste preziosissime cellule. Dove è la nostra etica se non ci scandalizziamo per il fatto che gli embrioni abbandonati non possano essere usati a a scopi terapeutici e anzi vengono lasciati a spegnersi nel freddo? Quando dei ciechi chiederanno di poter riprendere a vedere grazie all’uso delle embrionali, gli diranno che eticamente è più giusto che essi rimangano ciechi?».

Ma in Italia, si sa la legge 40/2004 anche se non vieta direttamente di fare ricerca sulle embrionali, ipocritamente, costringe i ricercatori a lavorare solo su linee cellulari derivate all’estero. Intanto il caso di una coppia che andata a Creta a sottoporsi alla fecondazione eterologa pee non trasmettere al figlio una malattia genetica ha scritto al presidente della Repubblica per raccontare l’odissea delle coppie costrette ad “emigrare” per affermare i propri diritti. Talvolta, come in questo caso, senza successo. Di fronte alla tragedia della coppia che dopo la terapia a Creta non è riuscita a evitare la trasmissione della malattia al nascituro l’Avvenire non ha trovato di meglio che parlare di «illusione eugenetica della provetta eterologa» stigmatizzando i media che hanno sollevato il caso della coppia, come fosse un tentativo di pilotare la decisione dei giudici della Consulta che il 22 maggio si  dovrà pronunciare sulla legittimità costituzionale del articolo 4 (comma 3) della legge 40 che vieta l’eterologa. Secondo i dati rilevati dall’Osservatorio del turismo procreativo riportati in Fecondazione e(s)terologa, firmato per L’Asino d’oro dai ginecologi Carlo Flamigni e Andrea Borini, risulta evidente che la legge 40 con i suoi diktat ha costretto molte coppie a scegliere di cercare fuori dall’Italia la via per una gravidanza. Da un’indagine sul 2005 risulta che nel primo anno dopo l’entrata in vigore della norma sono state ben 3610 le coppie italiane che si sono rivolte a centri specializzati esteri. Per rendersi conto di cosa ha determinato la norma basti dire che nel 2003, il ricorso alla eterologa fuori dai confini era stato scelto solo da 1318 coppie che si potevano permettere di spendere fino all’equivalente di 30mila dollari nelle cliniche Usa o britanniche. «Devo dire la verità», commenta il senatore Marino, «Io sono favorevole alla eterologa, ma mi sentirei di avanzare una proposta, ovvero che si possa evitare che i bimbi nati con questa metodologia poi da adolescenti possano andare a cercare i loro genitori biologici. Dal mio punto di vista è importante proteggere i rapporti e gli affetti con cui il ragazzo è cresciuto, quella che è realmente la sua famiglia». Quanto invece alle linee guida della legge 40 (e peggiorative della norma), varate fuori tempo massimo dall’ex sottosegretaria Eugenia Roccella, quando il governo Berlusconi era già caduto, il chirurgo e senatore Marino ha pochi dubbi: «C’erano già delle linee guida accettabili varate sotto il governo Prodi, mi auguro che il governo Monti ne faccia tesoro». Ignazio Marino collaborò alla loro stesura, come e ancor più si è impegnato negli anni a mettere a punto una buona legge sul testamento biologico. Come è noto, però, l’ex governo Berlusconi ha fatto di tutto per far passare in fretta e furia alla Camera un disegno di legge che lo stesso Marino definisce «contro il testamento biologico e contro la libertà di scelta». «Stiamo parlando di un testo che imponeva a ciascuno di noi di sottoporci a terapie come l’idratazione e l’alimentazione forzata anche contro la nostra volontà. Il governo Berlusconi era determinato ad approvarla entro il dicembre 2011. Ma con l’insediamento del governo Monti quel testo deve essere finito in qualche polveroso cassetto del Senato e ho la sensazione che non riemergerà per questa legislatura. «Questo fa maliziosamente pensare», conclude Marino,«che l’urgenza del governo Berlusconi non fosse legata ad un irrefrenabile e appassionato desiderio di dotare il Paese di una legge importante sulle terapie del fine vita ma che fosse uno strumento ideologico da usare all’interno del dibattito politico e parlamentare. Spero proprio che quel disegno di legge finisca nel dimenticatoio. Lo dico come persona che crede nella laicità dello Stato e nei diritti delle persone».

da left avvenimenti del 19 maggio 2012

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Il pensiero che fa la differenza

Pubblicato da Simona Maggiorelli su ottobre 30, 2011

 ”Negli ultimi anni le conoscenze embriologiche sono progredite in modo sorprendente”, dice  Maria Gabriella Gatti, neonatologa dell’Università di Siena: “Parlare di vita umana fin dal concepimento, come fa la Chiesa, ma anche certa politica, va contro le acquisizioni della scienza

di Simona Maggiorelli

Maria Gabriella Gatti

La recente sentenza della Corte Europea che, in base a un ricorso di Greenpeace , è arrivata a decretare la non brevettabilità di farmaci ricavati da embrioni, ma ancor più le vicende di casa nostra con i cattolici, dopo il meeting di Todi, lanciati alla reconquista della politica italiana, al grido di “difesa della vita” e dei “principi non negoziabili, ci invitano a cercare di fare chiarezza, chiedendo lumi alla scienza. Proprio mentre nuovi attacchi alla le 194 si preparano da parte di questo governo di centrodestra che, dopo aver osteggiato la commercializzazione e l’uso in Italia della Ru486, stigmatizzata dal sottosegretaria Roccella come “aborto chimico”, ora cerca di ostacolare perfino la commercializzazione della cosiddetta pillola dei cinque giorni dopo, nonostante un primo via libera dell’Aifa. Un sistema di contraccezione di emergenza che l’Avvenire definisce “controverso” perché avendo effetto nelle 120 ore successive al rapporto, la pillola agirebbe “sull’ambiente uterino impedendo l’attecchimento di un embrione concepito, con un’azione abortiva”. Dietro alle parole del giornale dei cattolici, così come dietro quello della sottosegretaria alla Salute c’è, con ogni evidenza, il pensiero religioso che la vita umana cominci fin dal concepimento. A questo si lega anche l’intervento sull’Avvenire di Assuntina Morresi che il 10 ottobre deprecava la nascita di pochi bambini down in Italia. Colpa dell’amniocentesi, scrive Morresi, “test invasivo” che ” ha fatto diminuire la presenza di bambini down fra noi” inducendo le donne ” a sopprimere la persona prima che nasca”.

“L a ricerca non può ignorare la verità sulla natura umana” grida il quotidiano dei Vescovi. Proprio per questo abbiamo chiesto alla neonatologa e docente di neurologia neonatale dell’Università di Siena Maria Gabriella Gatti di spiegarci le acquisizioni scientifiche in questo ambito.

Professoressa Gatti, le norme sull’interruzione volontaria di gravidanza approvate in tutto il mondo più avanzato dicono che abortire non è uccidere una persona. Lo affermano in termini di legge. La scienza cosa dice su questo punto?

È chiaro che perché si possa parlare di vita umana si deve far riferimento a un’attività di pensiero. Ora qualunque sia la forma che questo pensiero assume, consapevole o inconsapevole, esso presuppone un substrato biologico.Il substrato biologico è l’attività cerebrale che deve corrispondere a criteri maturativi e funzionali. Sotto la 22esima settimana non c’è possibilità di vita fuori dall’utero perché non si sono ancora formate le strutture cerebrali necessarie per assicurare una capacità di reazione allo stimolo esterno. La risposta agli stimoli esterni è un punto chiave nella valutazione dell’idoneità del feto alla vita in caso di nascita prematura. Considerare il feto persona prima che abbia una possibilità di sopravvivenza fuori dall’ambiente intrauterino è contrario a quanto la scienza medica ha acquisito in termini di conoscenze di neurofisiologia fetale.

 Nella sua relazione parla di nuovi studi di misurazione dell’attività endogena del feto. Quali risultati hanno portato?

Negli ultimi 4 o 5 anni le conoscenze embriologiche sono progredite in modo sorprendente, consentendoci di rispondere con certezza a quesiti che prima rimanevano in sospeso o erano suscettibili di risposte solo ipotetiche. Le nuove tecniche di registrazione EEG (attività elettrica dell’encefalo, ndr) e la magnetoelettroencefalografia ci consentono di correlare i dati ottenuti con le caratteristiche neurobiologiche indagate attraverso le metodiche della biologia molecolare. Si è accertato che l’attività cerebrale del feto è endogena e mira solo alla costruzione della struttura anatomica e funzionale del sistema nervoso. Alla 23-24esima settimana si stabiliscono le connessioni talamo corticali con una progressione dalla periferia alla corteccia. A ciò corrisponde la comparsa di un’attività che viene denominata Sats (Slow activity transients) individuata in base a nuove metodiche di monitoraggio. La comparsa della Sats è secondaria alla presenza di una struttura chiamata “subplate” . Quest’ultima orienta le connessioni che giungono dalla periferia e si dirigono verso la corteccia. Si è scoperto recentemente che l’assenza della subplate, dovuta a malformazioni, è incompatibile con la sopravvivenza.Se il bambino viene alla luce intorno alla 23-24esima settimana, dato che le connessioni principali si sono in questa fase stabilite fra recettori periferici sia cutanei che degli organi di senso e sistema nervoso centrale, si ha la capacità di reazione allo stimolo esterno.

Alla nascita poi c’è una radicale trasformazione, specifica della specie umana, con una netta cesura fra il prima e il dopo. Che cosa avviene? E qui torniamo alla prima domanda, perché solo alla nascita si può parlare di persona?

Per tutta la gravidanza qualunque stimolo viene tradotto in attività endogena e diventa funzionale ad un processo maturativo. Per esempio i movimenti fetali, automatici e riflessi sono una ricca fonte di informazione sensoriale che influenzano le connessioni dei circuiti neuronali che vi partecipano. In questo caso la fonte del movimento è endogena, midollare, mentre lo stimolo tattile che ne consegue viene considerato esogeno. Alla nascita le caratteristiche dell’EEG si modificano anche in virtù del fatto che gli stimoli sensoriali provenienti dall’ambiente esterno evocano risposte specifiche nella corteccia cerebrale: si può dire che il neonato comincia a elaborare informazioni che provengono dal mondo che lo circonda.L’attività cerebrale del neonato è completamente diversa da quella del feto in quanto in essa si esprime una reattività e una connettività globale resa possibile da un cambiamento dei sistemi neurotrasmettitoriali. La stimolazione luminosa della retina interviene nel determinare un immediato “switch” funzionale con un effetto a cascata che interessa tutta la corteccia. La Sats viene sostituita da un regime controllato dagli stimoli sensoriali esterni.

 Spesso dai media si sente che il feto prova dolore. È possibile?

Certamente no: il feto ha movimenti riflessi indipendenti dalla natura dello stimolo. In utero le stimolazioni sensoriali sono di tipo prevalentemente tattile cioè a bassa soglia contrariamente a quelle dolorifiche che inoltre maturano soltanto dopo la 28esima settimana. Bisogna aggiungere che nella situazione intrauterina nel cervello fetale sono presenti sostanze come l’adenosina ed alcuni derivati del progesterone, neuropeptidi che innalzano notevolmente la responsività ed esercitano un’effetto protettivo su un eventuale eccesso di stimolazione. La concentrazione di tali sostanze subisce un rapido decremento alla fine del travaglio quando viene liberata una enorme quantità di catecolamine e viene stimolata una zona specifica del cervello (il locus ceruleus) che innesca la cosiddetta reazione di “arousal” ovvero l’attivazione della corteccia cerebrale.

da left -avvenimenti

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Testamento biologico. Daremo battaglia

Pubblicato da Simona Maggiorelli su febbraio 6, 2011

Proprio nell’anniversario della morte di Eluana il Consiglio dei ministri vara una strumentale giornata nazionale degli stati vegetativi. E dal 21 febbraio torna in Aula la proposta di legge Calabrò che limita  il diritto di autodeterminazione. E la presidente dell’Associazione Luca Csocioni, la deputata Maria Antonietta Coscioni promette: ” non resteremo in silenzio”

di Simona Maggiorelli

Onorevole Coscioni Il Tar della Lombardia ha bocciato come “illegittima” la disciplina varata nel 2008 dalla Giunta Formigoni perché il termine fissato delle 22 settimane contrasta con la legge la 194 sull’aborto. il Presidente della Regione Lombardia ha commentato: «questa sentenza è antiscientifica». Che dire?
Il commento del presidente della Regione Lombardia è ridicolo e neppure da prendere in considerazione. Roberto Formigoni non credo abbia alcun titolo per stabilire quello che è o non è scientifico. La sentenza comunque stabilisce non tanto la scientificità della “disciplina” Formigoni, quanto il fatto che ha prevaricato i suoi compiti e funzioni. Non è materia che debba e possa essere disciplinata dalle Regioni, ma dallo Stato.

Ignorante anche della tradizione cattolica di seppellire i feti abortiti in terra sconsacrata, il presidente Formigoni gli fa il funerale con tutti i crismi. Cosa è accaduto in Lombardia? Ci sono altre Regioni che ne seguono l’esempio?
Anche il “nuovo” Piemonte del leghista Roberto Cota, se non sbaglio, segue la strada formigoniana. Speculazione? Demagogia? In Lombardia, ad ogni modo, è stata sistematicamente occupata la sanità, militarmente vorrei dire, da parte di Comunione e Liberazione e del suo braccio economico, la Compagnia delle Opere. E la sanità, è noto, costituisce un lucrosissimo affare: cliniche e ospedali devono soggiacere ai diktat di Comunione e Liberazione, come documenta il libro La lobby di Dio (Chiarelettere), di Ferruccio Pinotti, un giornalista peraltro cattolico. Lettura illuminante (vedi Left n.46 del 26 novembre 2010) su quello che accade in Lombardia e non solo in quella Regione.

La neonatologia ha dimostrato scientificamente che solo dalle 24 settimane il feto ha possibilità di vita autonoma. (La Carta di Firenze dice addirittura da 25 settimane). Perché la sinistra e le forze politiche progressiste stentano a fare proprie le acquisizioni della scienza lasciando che si continui a dare dell’assassina a chi abortisce?
Bella domanda. Però, riguarda il PD, e se si vuole Di Pietro e Vendola, non certo noi Radicali, che abbiamo promosso e animiamo un’associazione, la “Luca Coscioni”, che ha per suo obiettivo e ragione costitutiva la libertà di ricerca. Ricordo che il nostro slogan-programma è: “Dal corpo del malato al cuore della politica”, e questo significa appunto che crediamo che i cosiddetti temi scientifici, al pari di quelli che oggi si dicono etici, sono questioni sociali. Siamo anche gli unici ad aver organizzato due congressi mondiali, proprio per rendere “politici e sociali” queste questioni.

Per Mimesis sono appena usciti gli Atti del secondo congresso mondiale per la libertà di ricerca scientifica che avete organizzato al Parlamento Europeo. Anche in base a quell’iniziativa di respiro internazionale cosa pensa di certi media italiani che trasmettano servizi per dire che il feto in utero ci vede e che il feto di pecora sogna? Per non parlare poi dei casi di risveglio dal coma che sulla stampa vengono contrabbandati per miracolosi risvegli da stati vegetativi permanenti?
I danni che determina questo modo di procedere sono sotto gli occhi di tutti. La sistematica e pervicace disinformazione fa sì che queste questioni, che sono in realtà semplicissime e comprensibili da tutti, diventino ostiche. Lo abbiamo visto anche in occasione del referendum sulla legge 40 in materia di fecondazione assistita, ma potrei fare tantissimi altri esempi. Ma del resto, per tornare al caso Lombardia di cui parlavamo prima, si lascia che in certi ospedali siano affissi manifesti del sedicente Movimento della vita, dove si fa vedere un feto con fattezze ormai umane e la scritta: “Mamma, non uccidermi”. Ecco, se questa è la semina, il raccolto non può che essere quello che è. Il problema fondamentale è garantire e tutelare la volontà del paziente, dell’interessato; che al contrario è quotidianamente minacciata e pregiudicata.

Nel Libro bianco stilato dal sottosegretario alla Salute Roccella si equiparano gli stati vegetativi a una grave disabilità. Cosa ne pensa?
L’educazione e il buon gusto mi impediscono di dire cosa penso delle esternazioni e delle iniziative del sottosegretario Eugenia Roccella. Sono un quotidiano insulto all’intelligenza. Francamente mi riesce incomprensibile capire la ragione per la quale, con una furia sistematica demolisce tutto quello che ha caratterizzato e “segnato” i suoi primi vent’anni….

Il tribunale di Firenze il 12 gennaio ha detto sì al testamento biologico accogliendo il ricorso di un cittadino e sottolineando che la libertà di scegliere a quali trattamenti sottoporsi è garantita dalla Carta. Ma Casini chiede di calendarizzare il voto sul biotestamento. E per il 9 febbraio, anniversario della morte di Eluana, il Consiglio dei ministri ha indetto la Giornata nazionale degli stati vegetativi. Come  risponderete?
Posso dire che con le mie compagne e i miei compagni radicali e dell’Associazione Luca Coscioni, dentro e fuori le istituzioni continueremo a dare battaglia, come abbiamo fatto finora; centuplicheremo i nostri sforzi. Il problema sarà quello di riuscire a coinvolgere i partiti di opposizione ma non solo: anche nel centrodestra ci sono personalità laiche sensibili a questi temi. Penso, per esempio, alla collega Chiara Moroni e ai tanti come lei, che mal sopportano la deriva clericale e vaticana di cui è preda il PdL o quello che ne resta. Per il 9 di febbraio, in particolare, nella sala Mappamondo della Camera dei Deputati con i colleghi Livia Turco, Ferruccio Saro,  e la stessa Chiara Moroni presenterò il libro Gli ultimi giorni di Eluana (Biblioteca dell’immagine) del professor Amato De Monte e Cinzia Gori che hanno accompagnato Eluana negli attimi finali. Fondamentale riguardo a questa battaglia  sarà il ruolo giocato dai mezzi di informazione: è il presupposto fondamentale, una corretta informazione. Non per un caso noi Radicali, Marco Pannella per primo, siamo preclusi dai programmi di approfondimento politico della RAI e di Mediaset. Se la ricorda l’ultima volta che ha visto Pannella a Porta a porta o a  Ballarò?.

dal settimanale left-avvenimenti

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Un altro sano colpo alla legge 40

Pubblicato da Simona Maggiorelli su ottobre 17, 2010

Fonte: ANSA 2010

Il tribunale di Catania ha sollevato la questione di legittimità costituzionale sulla parte della legge 40 che vieta la fecondazione eterologa, quella con seme o ovuli che arrivano da donatori esteri. Un sentenza che ricalca in parte quando già stabilito con sentenza del tribunale di Firenze due settimane fa. A spiegarlo è stata l’avvocato Marilisa D’Amico, docente di diritto costituzionale all’università di Milano, del collegio di difesa della coppia che ha fatto ricorso. “Non si può discriminare una coppia in ragione del grado di sterilità”: una coppia che non ha ovuli o seme in base alla legge italiana, spiega l’avvocato Marilisa D’Amico che ha seguito il ricorso assieme agli avvocati Costantini, Clara e Papandrea, non può infatti fare uso delle tecniche di fecondazione assistita perché è vietato l’utilizzo di materiale genetico (appunto ovuli o seme) esterni alla coppia. E’ sulla base anche di questa considerazione che è stato presentato il ricorso urgente che ha portato al rinvio della legge 40 all’esame della Corte Costituzionale, per la seconda volta in pochi giorni e sempre sul tema della fecondazione eterologa, caposaldo della legge italiana. “Il tribunale di Catania ha sollevato la questione di legittimità costituzionale del divieto assoluto di fecondazione eterologa – ha aggiunto il legale – rispetto al principio di eguaglianza, diritto alla saluta e conformità delle norme italiane a quelle europee”. Il ricorso era stato impostato non solo rispetto alla sentenza della Corte Europea che aveva condannato la legge austriaca, simile a quella italiana, ma soprattutto riguardo ai principi costituzionali italiani.

LEGALI COPPIA FIRENZE, MASSIMA SODDISFAZIONE - “Esprimiamo massima soddisfazione perché sulla scia del tribunale di Firenze anche il tribunale di Catania ha sollevato la questione di costituzionalità relativa al divieto di fecondazione eterologa della legge sulla fecondazione assistita”. Così gli avvocati Filomena Gallo e Gianni Baldini – che hanno già seguito il caso della coppia di Torino che ha ottenuto dai giudici di Firenze il rinvio alla Consulta della legge 40 in relazione al divieto di fecondazione eterologa – commentano il secondo rinvio alla Corte Costituzionale sul divieto di eterologa della legge 40/04. “A dispetto delle obiezioni e delle critiche di taluni all’indomani dell’ordinanza fiorentina – afferma Baldini – il tribunale di Catania con analoghe argomentazioni rinvia la legge 40 alla Consulta “. Con l’ordinanza di Firenze, sottolinea inoltre Gallo, anche vice segretario dell’associazione Coscioni, “abbiamo aperto una strada di affermazione giuridica di diritti per coppie che hanno perso irrimediabilmente il loro potenziale riproduttivo; la Corte Costituzionale è chiamata a verificare non solo che siano rispettati i diritti costituzionalmente rilevanti ma anche l’affermazione di diritti riconosciuti dalla Carta Europea dei diritti dell’uomo”.

COSCIONI, ENNESIMA VITTORIA DEL DIRITTO – “Sta accadendo quello che avevamo ampiamente previsto: una legge malfatta, il cui unico intento è quello di vietare e punire, che non ha riscontro con la legislazione europea, che viola i principi costituzionali e le elementari norme del buon senso e non regge al peso delle sue stesse contraddizioni”. Maria Antonietta Farina Coscioni, deputata radicale e co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, saluta come “un’importante vittoria del diritto e delle ragioni dell’umanità” la decisione del tribunale di Catania. “Ora attendiamo fiduciosi il pronunciamento della Corte Costituzionale – aggiunge Coscioni – E’ però evidente che la risposta ‘politica’ a una questione aperta non può che venire dalla politica stessa. In Parlamento ci sono, sia nell’ambito del centro-sinistra che del centro-destra, forze autenticamente liberali e laiche e non asservite a logiche clericali. E’ a loro – conclude – che rivolgo un appello perché questa legge medioevale e assurda sia modificata”.

ROCCELLA, PROSEGUE ATTACCO IDEOLOGICO – “E’ evidente che prosegue l’attacco ideologico alla legge sulla procreazione assistita che invece ha già resistito perché è stata sostanzialmente confermata dalla pronuncia della Corte Costituzionale del 2009 e ha ormai dimostrato di dare buoni risultati”. Così il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella, commenta a margine di un convegno il nuovo rinvio alla Corte Costituzionale della LEgge 40 da parte del Tribunale di Catania. Roccella si è detta comunque “fiduciosa” rispetto alla nuova pronuncia che dovrà arrivare dalla Suprema corte “che già ha mantenuto l’impianto della legge. La Corte Costituzionale, ha proseguito Roccella, “penso vorrà tener conto delle intenzioni del Legislatore e della volontà popolare visto che la legge è stata confermata dal referendum, che erano quelle di mettere le coppie infertili nella stessa condizione di quelle fertili, non di usare la procreazione medicalmente assistita come forma di procreazione”. La fecondazione eterologa, attualmente proibita dalla legge e punto sul quale la coppia di Catania ha fatto ricorso, “provoca – ha sottolineato il Sottosegretario – moltissimi problemi a partire della compravendita degli ovociti, passando per lo sfruttamento delle donne” con le pratiche dell’utero in affitto, oltre a “mettere in discussione il diritto del bambino a conoscere e avere informazioni sui propri genitori biologici che è anche un rischio per la salute”. Non bisogna poi “sottovalutare e considerare le ricadute sociali di alcuni fenomeni come la fecondazione eterologa e vedere la questione solo in termini ideologici e ‘diritti’”. “Questa legge – ha concluso Roccella – è molto saggia e riesce a equilibrare le garanzie dei diversi soggetti coinvolti”.

BIANCHI (UDC), NON DECIDANO I TRIBUNALI – “E’ un paradosso Made in Italy: quando ci sono delle buone leggi, si fa di tutto per scardinarle”. Così Dorina Bianchi, vicepresidente dei senatori Udc e correlatrice della legge 40, la legge sulla procreazione medicalmente assistita, commenta la sentenza del tribunale di Catania. “Se proprio bisogna rivedere la legge – afferma l’esponente centrista – la strada migliore è quella che passa per il Parlamento, non certo per i tribunali. E questo vale soprattutto se si deve decidere sui delicati temi di bioetica”.

Ansa 22 ottobre 2010

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Ignazio Marino: lenti nuove per la sinistra

Pubblicato da Simona Maggiorelli su settembre 1, 2010

Il senatore del Pd e chirur racconta al settimanale Left-avvenimenti le priorità della politica in Italia, in un impietoso confronto con l’America di Obama: la svolta Usa sulle staminali. E le ricadute sociali della ricerca. Di fronte al progresso della scienza la politica non può chiudere gli occhi. E anche nel Pd serve una svolta

di Simona Maggiorelli

Ignazio Marino

Sembrava fatta. Barack Obama pareva riuscito a far digerire a cristiani e conservatori quella che il senatore Pd Ignazio Marino definisce «una svolta epocale». Ovvero un forte investimento pubblico su un promettente settore scientifico come la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Ma per tentare di fermare i test clinici appena avviati con l’ok della Food and drug administration, le lobbies religiose Usa si sono rivolte ai tribunali. E con una sentenza di 15 pagine un giudice distrettuale, pochi giorni fa, ha disposto il blocco dei finanziamenti federali alla ricerca con embrionali, perché in contrasto con una legge del 1996 contro «la distruzione di embrioni umani».

Una sentenza che, secondo Irving Weissman, direttore dello Stanford institute for stem cell biology and rigenerative medicine, intervistato dal Los Angeles Times rischia di imporre un nuovo, duro, stop alla ricerca Usa. Di fatto il presidente Obama, che dopo la sentenza ha ribadito di non voler abbandonare questo ambito di ricerca al privato, ora ha di fronte due strade: o ricorrere in appello o rivedere le linee guida.

Convinto sostenitore di Obama, ilsenatore Marino che da chirurgo ha lavorato a lungo negli Usa, commenta: «C’era da aspettarsi una reazione negativa della parte più conservatrice del Paese. E l’eco che sta avendo sui giornali oltreoceano prova quanto là le questioni di scienza tocchino la società e facciano discutere pubblicamente». Dunque non teme una retromarcia? «Non ho elementi per dirlo, ed è tutto da valutare quanto questa sentenza di tribunale possa incidere davvero. Ma soprattutto – sottolinea Marino – c’è ancora molto da riflettere sulla straordinaria svolta avviata il 9 marzo 2009 dalla decisione di Obama di eliminare le restrizioni sulla ricerca sulle staminali embrionali, fin lì esclusa dai finanziamenti pubblici. Una decisione presa in forte discontinuità con Bush, e nata anche per non far perdere agli Usa il ruolo di leader nella ricerca »
Intanto Berlusconi millantava: batteremo il cancro!
Lo ha scritto addirittura nel suo programma di governo. Obama firmando l’atto esecutivo pronunciò ben altre parole: «Non possiamo assicurare con certezza che troveremo le cure che cerchiamo». Nessuna promessa fallace, pur avendo la consapevolezza che bisogna cercare nuove cure con urgenza per quei malati che non hanno speranza. Con decisione e senso di responsabilità dobbiamo percorrere le acque “senza mappa” della ricerca.
La ricerca con embrionali a che punto è negli Stati Uniti?
In California la Geron corporation ha fatto molti test su roditori. Ma perlopiù avevano dato risultati negativi: si erano formate come delle cisti nei punti in cui erano state iniettate staminali embrionali. Poi questa complicanza è stata superata. Da ambienti scientifici americani so che queste cellule sembrerebbero trasformarsi in cellule di supporto neurale, ovvero cellule che servono per la continuità del nostro sistema nervoso. Iniettate in giovani pazienti costretti su sedie a rotelle da un trauma alla spina dorsale dovrebbero riuscire a ripristinare la comunicazione tra i nervi. Dovrebbero permettere, cioè, il percorso del segnale nervoso attraverso il midollo spinale e dunque portare al miglioramento quando non proprio alla guarigione.
Queste ricerche hanno ricadute sociali che la politica non può eludere?
All’assemblea nazionale del Pd il 21 maggio scorso ho cercato di dirlo: un partito moderno, come forza intellettuale e di pensiero, dovrebbe avere un’attenzione specifica ai drivers del futuro, scientifici e tecnologici. Scoperte o percorsi scientifici come questo di cui stiamo parlando devono interrogarci. Così come ci devono stimolare domande e progetti come la cellula artificiale di Craig Venter. L’ho incontrato di recente, sta lavorando con l’obiettivo ambiziosissimo di costruire nuove forme di vita biologica, in particolare microrganismi capaci di metabolizzare sostanze tossiche come quelle diffuse, per esempio, da una dispersione di petrolio. E ancora: come politici in Italia dovremmo domandarci quale è la decisione giusta da prendere sulle migliaia di embrioni congelati che si trovano nelle cliniche d’infertilità e che non verranno mai utilizzati per far nascere bambini.
Che fine ha fatto la costosa biobanca per embrioni congelati dell’ex ministro della Salute, Sirchia?
Quella biobanca ebbe un finanziamento importante e doveva raccogliere a mo’ di anagrafe tutti gli embrioni congelati sparsi nelle varie cliniche. Il finanziamento  fu varato ma il progetto è rimasto sulla carta. C’è da chiedersi: è più logico, intelligente o morale lasciarli così a perdere ogni vitalità o prelevarne cellule che potrebbero, forse, permettere a pazienti oggi immobilizzati di alzarsi? è sciocco far finta che tutto questo non esista. O pensare che si tratti di un dibattito fra Washinghton e Manhattan. Sono  temi di un dibattito con caratteristiche globali, epocale. Non si potrà impedire che migliaia di malati riprendano a sperare in una cura. E sarà difficile biasimare chi vorrà continuare a lottare contro la sua malattia cercando scientificamente una terapia.
In Italia non c’è una legge che proibisca la ricerca con embrionali ma i finanziamenti pubblici vanno solo a progetti con  staminali adulte...
è una situazione  paradossale: la legge 40 impedisce agli scienziati che si occupano di embrionali di prelevarle da embrioni. Ma non gli impedisce di importarne dall’estero. è incredibile l’ipocrisia di chi ha voluto la legge 40. E lascia sbigottiti il modo di procedere del governo Berlusconi. Perché un atto o è immorale e allora non si può chiedere a un altro di compierlo per te, oppure è un atto lecito e allora deve essere consentito. Io ho cercato di dare un contributo. Ma in questa estate di occhi puntati sulle liti interne al Pdl, è passato sotto traccia. Nella legge Gelmini siamo riusciti a inserire un articolo a mia firma che permetterà di assegnare fondi pubblici alla ricerca non più su base discrezionale ma con il meccanismo internazionale della peer review. Significa che non saranno più ministri o altri a distribuire a piacimento i soldi. Le ricerche saranno valutate in base a un giudizio “fra pari”. Le commissioni giudicheranno anonimamente i progetti. Inoltre il 30 per cento dei “giudici” saranno scienziati stranieri. Insomma, la peer review porta un criterio di trasparenza che impedirà che si verifichino situazioni in cui, su base personale o ideologica, un governo o un ministero decide a chi dare o non dare i finanziamenti.
Come è accaduto in Italia.
Il Comitato nazionale di bioetica (Cnb) raccomanda di inserire la bioetica nelle scuole superiori. Ma che tipo di
insegnamento passerebbe?

Sono sbigottito di questa proposta. Il Cnb è un organismo di nomina politica, designato dal governo in carica. La laicità contenuta nella nostra Costituzione  dovrebbe essere la nostra stella polare… non vorrei che nelle scuole, viste le politiche di questo governo, si spacciassero per nozioni scientifiche giudizi di natura etica. Sarebbe sbagliato, in ogni caso, indipendentemente da chi è al governo. Al contrario è fondamentale che siano finanziati programmi che diano agli studenti la possibilità di conoscere le scoperte scientifiche, come funzionano i laboratori di ricerca e i centri avanzati che esistono in Italia nonostante i feroci tagli ai finanziamenti.  E invece ecco cosa vorrebbe finanziare il governo di centrodestra, con una legge a primo firmatario La Russa, con Meloni e Tremonti: hanno chiesto fondi per 20 milioni di euro per aumentare il contatto dei nostri giovani con le caserme, perché vi trascorrano una settimana per imparare a sparare con la pistola.
E l’opposizione?
Ecco, noi di sinistra dovremmo dire che tipo di visione immaginiamo. Io immagino un tipo di società che usi la scienza per aiutare le persone che soffrono per malattia, per rispondere a chi si trova in difficoltà sociale, per offrire energia pulita…
Insomma, a sinistra serve una decisa svolta culturale?
Una sinistra che lavora e legge il nostro pianeta con le lenti e il dizionario del secolo passato è una cultura destinata a fallire. Abbiamo bisogno di lenti nuove e forse anche di dirigenti nuovi.

da left- avvenimenti del 27 agost0 2010

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Lo psichiatra bifronte

Pubblicato da Simona Maggiorelli su febbraio 14, 2010

Abdicando alla sua formazione medica, Basaglia si fece “pensatore”. In un cortocircuito da Sartre a Heidegger

di Simona Maggiorelli

Franco Basaglia

Il direttore della clinica universitaria di Padova lo accusava di fare della filosofia. Invece di dedicarsi alla psichiatria, come suo dovere. Lo ricorda anche la fiction C’era una volta la città dei matti. E forse non è solo un aneddoto marginale. Di fatto per Franco Basaglia la filosofia non fu solo una passione passeggera ma un interesse che diventò addirittura preponderante rispetto alla sua formazione di medico. Negli anni giovanili e poi dalla metà degli anni Cinquanta a interessare l’autore de L’istituzione negata furono soprattutto la fenomenologia e l’esistenzialismo. In particolare quello di Sartre con cui strinse un sodalizio documentato negli Scritti (Einaudi). Dall’autore de L’essere e il nulla Basaglia mutuò un’idea di libertà come valore assoluto, incurante del fatto che liberare i matti dall’istituzione manicomiale non significava di per sé liberarli dalla malattia e dal dolore psichico. Questi elementi di fondo della prassi basagliana, come è noto, maturarono anche in rapporto con Foucault che nel 1961 pubblicò la sua Storia della follia.

In sintonia con la critica antistituzionale del pensatore francese (che non era medico) Basaglia attaccava il paradigma medico in quanto «paradigma di potere» e rifiutava «le etichette» di sanità e patologia «perché rinserrano vincoli e divieti di potere». D’accordo con la rivolta antiscientifica di Foucault e poi del ’68, riteneva che la diagnosi fosse uno stigma e non uno strumento medico e dinamico per individuare la cura. «Per questo ce l’aveva con chiunque facesse un discorso nosografico» ricordava Pier Aldo Rovatti nel 2008 in occasione di un convegno sui rapporti di Basaglia con la filosofia del Novecento. Sartre, Merleau Ponty, Husserl, ma anche Goffman per la critica sociologica all’istituzione psichiatrica contenuta in Asylum, e poi curiosamente Jaspers che parla di delirio come fatto di natura e della sua assoluta incomprensibilità.

Ma più ampiamente Heidegger a cui Basaglia era arrivato attraverso la lettura Binswanger. I riferimenti dello psichiatra veneziano erano piuttosto eterocliti, quando non apertamente contraddittori. Emblematico appare in questo senso Ansia e malafede (1964) in cui Basaglia parla della crisi della psichiatria e della sua «incapacità di affrontare l’enigma che sta alla sua base: la soggettività umana». «Per questo – scriveva – psicologia e psichiatria vanno alla ricerca del loro significato nella filosofia, la sola in grado di far comprendere alla radice l’uomo, il problema del senso e del non senso della sua esistenza, il suo modo di costruire il suo Dasein, la sua possibilità di essere autentico o meno, di scegliere o meno». Basaglia sposa qui e altrove il pericoloso gergo dell’autenticità di marca heideggeriana e nazista. E con il filosofo che accettò il rettorato offertogli da Hitler nel ’33 pronunciando un funesto discorso, Basaglia discetta di «condizione umana originaria di inautenticità e di angoscia». Per lui la psicosi sarebbe «un Dasein mancato» e la nevrosi il risultato di una «non scelta». Abdicando alla sua formazione psichiatrica, la malattia mentale diventa per lui una condizione esistenziale di tutti. Alla clinica e alla ricerca dell’eziopatogenesi della malattia mentale Basaglia ha sostituito l’idea cristiana e immutabile di peccato. Sordo alle riflessioni di alcuni psichiatri di ispirazione fenomenologica sui pericoli insiti nel trasporre tout court concetti filosofici in psichiatria, Basaglia ribadisce ancora una volta che psicologia e psichiatria «ritrovano il loro senso nella filosofia». «L’impiego di queste discipline per lui – scrivono Mario Colucci e Pierangelo Di Vittorio in Franco Basaglia (Bruno Mondadori) – non può essere ristretto alla definizione di una diagnosi e di una terapia, ma deve consentire un’analisi delle problematiche esistenziali dell’uomo». Con tutta evidenza non gli interessa un discorso di cura della pazzia. Basaglia «cerca un metodo filosofico per prendere posizione politica, non solo per un’indagine sull’uomo. Cerca una filosofia di supporto alla sua azione di rovesciamento pratico del manicomio».

FRANCO BASAGLIA: “Una cosa è considerare il problema una crisi, e una cosa è considerarlo una diagnosi, perché la diagnosi è un oggetto, la crisi è una soggettività’.” ed ancora: “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’ essere”

da left-avvenimenti del 12 febbraio 2010

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Il ritorno del crociato

Pubblicato da Simona Maggiorelli su dicembre 4, 2009

di Federico Tulli

Sbattuto fuori dalla porta nel 2004, il creazionismo all’italiana sta tentando di rientrare dalla finestra dei luoghi in cui si sviluppano la cultura e la scienza del nostro Paese. Fu in quell’anno che l’allora ministro della Pubblica istruzione Letizia Moratti assoldò un manipolo di esperti incaricandoli di trovare il grimaldello per fare spazio nei programmi scolastici di biologia alla favoletta cristiana che vuole il mondo creato tremila anni fa e l’essere umano privo di identità, incapace cioè di formulare pensieri e privo di fantasia, in quanto “tavoletta di cera” da plasmare in base ai dettami della cultura dominante. Che nella fattispecie, ovviamente, è e deve essere quella cristiana. Nei piani dell’attuale sindaco di Milano, tutto doveva avvenire eliminando l’insegnamento della teoria evoluzionistica di Darwin. Il progetto fallì miseramente nel più imbarazzante dei modi. Dopo le dure accuse di antiscientismo mosse dall’Accademia dei Lincei, il ministro affidò a Rita Levi Montalcini la presidenza di una commissione incaricata di decidere sull’utilità dell’insegnamento di Darwin. Al termine dell’indagine il colpo di scena: Vittorio Sgaramella, docente di Biologia molecolare dell’università della Calabria e membro della commissione Montalcini denuncia (anche al nostro settimanale) una pesante manomissione del testo finale. Un’ignota mano aveva tentato di far passare la teoria del naturalista inglese per un’ipotesi come un’altra, annacquando le conclusioni degli scienziati.

Ora facciamo un salto indietro. Tra gli esperti incaricati in prima battuta dalla Moratti, che con le loro posizioni ideologiche antidarwiniane avevano provocato la reazione sdegnata degli accademici dei Lincei, c’era il vicepresidente del Cnr, lo storico Roberto De Mattei, “il crociato”, ideatore della Fondazione Lepanto che da 27 anni si impegna in «campagne pubbliche al servizio della Chiesa e della Civiltà cristiana». E’ lui che oggi (come allora) afferma che «dal punto di vista della scienza sperimentale entrambe le ipotesi sulle origini, sia l’evoluzionistica che la creazionista, sono inverificabili. Su questi temi ultimi non è la scienza, ma la filosofia, a doversi pronunciare». Questo scrive De Mattei in Evoluzionismo: il tramonto di un’ipotesi, che contiene gli atti da poco pubblicati di un workshop svoltosi al Consiglio nazionale delle ricerche lo scorso febbraio. Quali siano i “filosofi” di riferimento di De Mattei è presto detto. In primis c’è Joseph Ratzinger. È il papa, infatti, la punta di sfondamento di quella “scuola” che mira a svuotare di significato la teoria evoluzionistica. Che questa non sia «ancora una teoria completa e scientificamente verificata», sono parole sue. L’obiettivo è chiaro. Declassificando il corpus di intuizioni e scoperte che hanno stimolato lo sviluppo delle più moderne discipline scientifiche, vien da sé che, al pari dei darwinisti, i genetisti o i biologi molecolari possono essere chiamati al confronto con l’ideologia cristiana sul campo delle semplici correnti di pensiero. Dove per incanto troviamo, insieme ai creazionisti, sia chi sostiene che l’embrione è un essere umano, sia chi vieta la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Tutti fautori di un non meglio identificato concetto di vita, che sicuramente tutto è tranne che umana, come è stato dimostrato. Non è un caso che il creazionismo punti a far passare l’idea che l’origine della vita, cioè la nascita umana, sia indimostrabile. A tal proposito torniamo ai filosofi graditi a De Mattei. Per esempio Hans Jonas, che sostiene l’impossibilità di verificare «dove si trovi l’esatto confine tra la vita e la morte», tesi che aleggiava in un altro convegno diretto da De Mattei a inizio 2009. Il titolo era: “La morte cerebrale è ancora vita?”. La risposta in estrema sintesi fu: «Sì». D’altronde, dice Jonas: «Chi può sapere che quando il bisturi comincia a tagliare non si causi uno shock, un ultimo trauma a una sensibilità diffusa, non cerebrale, ancora in grado di sentire il dolore». In poche parole, Hans Jonas credeva nell’esistenza degli zombie. Ma De Mattei non se ne cura. Forse perché, specie per chi resuscita c’è sempre un posto nel favoloso “progetto della creazione”. Dove, se non esiste la morte, pure la nascita diviene un concetto opinabile. Di qui a spacciare per un’ipotesi possibile “la vita eterna”, cioè l’esistenza di un creatore di tutto, il passo è breve. left 48/09

da left-avvenimenti del 4 dicembre 2009

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Un crociato al Cnr

Pubblicato da Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2009

Un ritratto di Roberto De Mattei il subcommissario fondamentalista dell’ente nazionale di ricerca. Consigliere di Gianfranco Fini, fa parte delle milizie cattoliche preconciliari

di Simona Maggiorelli

Della vicenda del commissariamento del Cnr e dell’attacco alla ricerca mosso dal governo Berlusconi Avvenimenti si è occupato spesso nei mesi scorsi cercando di indagarne logiche, metodi, retro pensieri. Ora, scorrendo i nomi dei comissari e subcommissari appena nominati siamo andati a vedere il loro profilo.

Spinti anche dall’appello di dodici eminenti storici pubblicato da Repubblica il 28 giugno. Fra i firmatari ci sono Adriano Prosperi, Rosario Villari, Massimo Firpo, Giuseppe Galasso, Armando Petrucci e molti altri. Ma veniamo ai fatti. In una lettera indirizzata ai direttori d’Istituto, il 31 luglio, il commissario straordinario Adriano De Maio rivendica un potere pieno e assoluto nella ristrutturazione del Cnr, dispensando consigli e minacce, lasciando intendere che non ci si potrà opporre alla sua manovra, finché non sarà interamente compiuta. Se il suo piano dovesse fallire, avverte de Maio,il Cnr potrebbe chiudere.

Senza clamori, lontano dai riflettori, invece, è partito il lavoro dei subcommissari. Fra questi troviamo Roberto De Mattei, in questi giorni presenza assidua e discreta nelle stanze del quartier generale del riordino. Figura chiave, la sua, soprattutto per il ruolo politico che ha il professore. De Mattei è il consigliere per le questioni istituzionali del vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini. Caratteristica pregnante dello storico De Mattei sono le scelte “forti” in campo ideologico. Il nostro è un battagliero cattolico preconciliare, avverso ad ogni moderatismo centrista.

Quando sono state rese pubbliche le nomine ci si è domandati chi fosse questo oscuro professore associato di storia moderna dell’Università di Cassino assurto a subcommissario con delega per le scienze umane. Se De Maio è ben noto come rettore della facoltà della Confindustria (la Luiss), fin qui, di De Mattei si conoscevano solo alcune violente prese di posizione contro il Gay pride fiorite, nel 2000, in pesanti iniziative pubbliche organizzate con Forza Nuova. Così volendo mettere meglio a fuoco la sua figura, accanto ai fatti evidenti – ovvero che è cresciuto in ambienti di Alleanza cattolica molto vicina ad An e che è stato allievo di Augusto Del Noce – si scoprono altri più in ombra come il suo lavoro come guida dell’associazione Lepanto e il suo legame con il cattolicesimo confessionale e oscurantista professato dalla associazione brasiliana Tradizione Famiglia Società fondata dal teologo Plinio Correa de Olivera, sostenitore di due dittature militari, quella brasiliana e quella cilena. Di de Olivera, De Mattei è il biografo ufficiale, di lui il Nostro si dice discepolo e da lui ha ampiamente mutuato la visione manichea di un mondo in cui si fronteggiano le forze del Bene e del Male. Come si legge nelle pagine pubblicate da De Mattei sul sito www.lepanto.org e nella più esplicita versione brasiliana, che un amico che di mestiere fa lo storico ci ha utilmente suggerito di visitare (www.lepanto.org.br). Il Bene, vi si legge, è la civiltà cristiana, il Male il barbaro islam che mirerebbe alla conquista dell’Occidente con i mezzi dell’invasione demografica per poi imporre le proprie leggi. Cristianità contro islam, in contrapposizione rigidamente dualistica, riesumando medievali fantasmi di guerra santa.

Il manifesto del centro studi Lepanto del resto avverte: “Fondato nel 1982 con lo scopo di difendere i valori tradizionali, richiamandosi al magistero immutabile della Chiesa cattolica”, “sostenuto da una rete di amici con la preghiera, con l’azione, con il sacrificio anche finanziario”. Sfogliando le pagine web si fa sempre più chiara l’idea che non di convinzioni solo private si tratti. Lo precisa lo stesso Roberto De Mattei propagandando esplicitamente “un’idea di religione non come dimensione intimistica, ma come proiezione sociale”. Pensando alla carica istituzionale a cui è stato chiamato viene difficile pensare che il suo possa essere davvero solo un ruolo tecnico. E ancor più, tremano le vene e i polsi quando si leggono brani in cui de Mattei ripudia ogni radicale separazione fra ordine religioso e civile. Folgorante il passaggio sul semestre europeo affidato all’Italia. Per de Mattei non sembra contare molto che la Convenzione abbia deciso di tagliare dalla costituzione europea ogni riferimento alle radici cristiane d’Europa. “e’ significativo – scrive- che sia un premier italiano a ricevere il testo, si tratta di una coincidenza di forte valore simbolico… l’esecutivo vuole introdurre il riferimento alla religione e questo sarà un punto qualificante”.

Fra due anni in Francia si festeggerà il centenario della separazione fra stato e Chiesa come importante momento per la storia europea. De Mattei invece preferisce radicare il suo pensiero fuori dalla storia, sull’astratta trascendenza. La domanda quindi ritorna: ancoraggi metafisici di questo genere come potranno coniugarsi con un’idea di promozione della libera ricerca? E il quadro si fa ancora più scuro quando nei suoi scritti – emblematico il libro Guerra santa, guerra giusta Islam e Cristianesimo in guerra (Piemme, 2002) – si incontrano apologie della figura del “Cavaliere di cristo che uccide con la tranquilla coscienza e muore con ancor maggiore sicurezza… senza temere in alcun modo di peccare per l’uccisione del nemico”. E poi deprecazioni della tolleranza, mescolate ad operazioni di revisionismo storico che arrivano a negare i genocidi compiuti in nome della croce sostenendo che una cristianizzazione forzata non sarebbe mai esistita e che il cattolicesimo si è sempre diffuso attraverso la pacifica conquista dei cuori. A questo punto appaiono assai più chiare le affermazioni forti della lettera degli storici pubblicata da La Repubblica e rilanciata dal sito www.scienzaviva.wnet.it/osservatorio ricerca.

Senza soffermarci sul valore del professor De Mattei come studioso- recita la lettera- non possiamo fare a meno di constatare come la matrice fondamentalista di alcune sue asserzioni su momenti essenziali della democrazia occidentale così come sui valori della laicità dello Stato e del dialogo fra culture si collochi non solo in contrasto coi principi fondanti della nostra Costituzione ma anche in conflitto con le premesse della collaborazione scientifica internazionale e coi caratteri originari della ricerca storica come strumento di conoscenza e di comprensione di culture diverse”. Un passaggio che valeva la pena di riportare integralmente e a cui lo storico Rosario Villari, fra i primi firmatari della lettera ( a cui poi si sono aggiunti i nomi di altri trecento intellettuali, ricercatori, docenti universitari) aggiunge:”E’ anche il metodo di questa nomina che non convince, la comunità scientifica non è stata minimamente consultata e coinvolta nella decisione”. E più in là:”Non è la sola ricerca storica ad essere un pericolo- denuncia il professore-. E’ una faccenda che riguarda tutte le discipline e lw branche di specializzazione. C’è un clima di incoltura generale che va dal governo ai mass media, manca sempre più la cultura dell’approfondimento, basta guardare il tenore dei programmi televisivi”.

La ricerca sta subendo un attacco durissimo in questo momento in Italia” commenta Rino Falcone, coordinatore dell’Osservatorio sulla ricerca, fondato e promosso da una serie di scienziati e intellettuali di chiara fama, da Margherita Hack a Tullio Regge, per monitorare il campo, vigilare e denunciare, ma anche per fare concrete controproposte ai “riformatori”. “Gli istituti di ricerca pubblica- spiega Falcone- sono sempre più depauperati di risorse, l’autonomia progressivamente ridotta, chi ci lavora dentro è spinto verso una sempre maggiore precarietà e questo mentre, di pari passo, aumentano le sovvenzioni a istituti privati”. L’esempio più eclatante nelle ultime settimane è stato certamente quello dell’Istituto di studi politici San Pio V di Roma: una piccolissima istituzione privata che ha avuto la qualifica di ente di ricerca “non strumentale”al pari di prestigiose e storiche istituzioni pubbliche di ricerca. Questo governo prevede di dare all’università privata San Pio V, dove insegna il ministro Rocco Buttiglione, una cifra fra un milione e mezzo di euro (solo per il 2003). “ Un fatto indecente – sottolinea Falcone- anche perché diversamente dagli enti come il Cnr, il San Pio V non ha nel proprio statuto l’obbligo di fare ricerca”. Ma c’è di più, tutta l’operazione di commissariamento del Cnr è stata anche un pesante tentativo di screditarne l’immagine”. “De Maio pone molta enfasi sulle prove di valutazione e noi non ci opponiamo- spiega- ma la continua verifica non deve essere usata per irretire, come mezzo per mettere il Cnr sotto tutela. Dati alla mano, e sono notizie pubbliche e verificabili, abbiamo dimostrato di essere del tutto competitivi con gli istituti analoghi al nostro in altri paesi”. Sono i report della Commissione europea, della National science foundation e di altri istituti internazionali a sostenerlo. 2In questo quadro nomine come quella di Roberto De Mattei, di persone poste in ruoli chiave della riforma del Cnr non per meriti scientifici – prosegue Falcone- diventano segnali davvero preoccupanti. Il rischio è che si vada verso una occupazione politica del Cnr. Nel consiglio di amministrazione ci sono sempre stati dirigenti di nomina politica, ma al contempo c’erano organismi interni che facevano da contrappeso. Adesso non è più così quegli organismi sono stati svuotati di potere e il rischio che perfino negli istituti di ricerca siano nominate persone per motivi non strettamente scientifici”. L’Osservatorio sulla ricerca intanto promette di dare battaglia con iniziative, dibattiti pubblici, assemblee. Sei mesi fa a Roma fu il promotore di una significativa protesta. Ricercatori di differenti ambiti del sapere andarono a Montecitorio per riconsegnare simbolicamente gli strumenti della ricerca. A ottobre ci sarà una nuova iniziativa e all’università un’assemblea di tutti i ricercatori di istituti pubblici e privati. “La cultura,la libera ricerca sono le leve fondamentali dell’innovazione, ma anche della crescita civile e sociale- ribadisce Falcone- non possiamo accettare che siano imbavagliate, sarebbe un danno enorme per il paese”.

I libri del crociato De Mattei:

Roberto De Mattei è autore del volume Il crociato del secolo XX Plinio Correa de Oliveira (Piemme, 1996) e di Guerra santa guerra giusta. Islam e cristianesimo in guerra (Piemme, 2002). E ancora 1900-2000 due sogni si succedono: la costruzione e la distruzione (Centro culturale Lepanto, 1990) in cui si può leggere la summa delle campagne tradizionaliste dell’associazione Lepanto. In questo libro De Mattei condanna le opere di Prygogine e di altri filosofi del caos, colpevoli come Giordano Bruno di ammettere “la pluralità dei mondi e l’infinità dell’universo… contro l’insegnamento cristiano”. Ha anche scritto un libro sui fatti di Genova. Invece nel volume La responsabilità della classe dirigente cattolica analizzata dopo la lettera ai vescovi italiani di Giovanni Paolo II (Edizioni fiducia,1994) accusa la Dc di aver contribuito al processo di “scristianizzazione” dell’Italia attraverso le legislazione sull’aborto e l’abolizione della potestà maritale.

E ancora fra le pubblicazioni promosse dall’associazione Lepanto: Chiesa e omosessualità, le ragioni di una immutabile condanna e poi Islam, anatomia di una setta di Stefano Nitoglia con prefazione di Roberto De Mattei ( dopo la sua nomina ai vertici del Cnr queste pubblicazioni sono state tolte dal sito). Il centro culturale Lepanto pubblica anche una rivista. Fra i numeri “manifesto” in promozione sul sito c’è Comunismo , il crimine impunito del XIX secolo. Abbonarsi, si legge sul sito dell’associazione, “è un atto di amore alla verità”.

Da Avvenimenti 22 agosto 2003

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Ignazio Marino, la partita è ancora aperta

Pubblicato da Simona Maggiorelli su settembre 25, 2009

di Luca Bonaccorsi e Simona Maggiorelli

Ignazio Marino

Ignazio Marino

Da medico ha permesso di fare chiarezza sul caso Englaro. Poi politicamente era inciampato sulla “questione morale” dello stupratore romano. Ma il chirurgo “americano”, il cattolico laicissimo, non si è scoraggiato e ha continuato a battersi. E non dà segni di voler cedere il passo.
Bersani oggi sembra avere la vittoria in tasca. La struttura del vecchio Pci sembra reggere e l’Opa sulla Margherita, l’operazione Pd, riuscire. Che segretario crede sarà?
Fossi in lui non sarei così sicuro. Il 25 ottobre, col voto alle primarie, il risultato potrebbe sorprendere. Bersani è vincente su 300mila votanti nei circoli. Non ci vuole uno scienziato per dire che i 4 milioni di persone, che mi auguro voteranno alle primarie, potrebbero esprimere un voto diverso. Comunque, se dovesse vincere speriamo faccia un partito inclusivo e non solo di una parte. Spero che pensi a un Pd laico, democratico e di sinistra. Che attragga le forze laiche che vogliono un Paese moderno.

I sondaggi la danno terzo. In tempi di “voto utile”, perché dovrebbero scegliere lei?
Perché sono l’unico che può dire dei sì e dei no. Chiari. Ed è importante perché il Pd deve avere un’identità. Pensate alla recente questione dei respingimenti in mare: il Pd rispose con tre posizioni diverse. Ma come fa un elettore a capire “cosa” vota, così? Noi siamo chiari e netti: no al nucleare, sì alle rinnovabili, no ai respingimenti, sì alle unioni civili, eccetera.
Se vince Bersani usciranno dal Pd i cattolici integralisti alla Binetti/Rutelli per formare un nuovo centro?
Non credo. Sono io quello incompatibile con personaggi come la Binetti, che ha già annunciato la sua uscita nel caso vincessi. Non ha mai detto che lascierebbe il Pd con Bersani. Comunione e liberazione ha appoggiato spesso Bersani, mai il sottoscritto. Bersani ha dalla sua gente come Letta che sul biotestamento vota con Berlusconi.
Cosa pensa del “grande centro cattolico” di Casini?
Non disturberebbe il Pd di Bersani che ha una visione anni 80, quella in cui le segreterie dei partiti fanno accordi e alleanze sulla testa degli elettori. Io immagino un Pd grande e aperto. In queste settimane ho incontrato un numero incredibile di persone che mi hanno detto: «Ero dell’Idv o socialista o repubblicano, mi sono iscritto al Pd per sostenerla». Lo fanno per la mia visione laica dello Stato. Il partito che immagino porta dentro di sé tutte queste energie e risorse. Io vorrei dentro i Socialisti, i Radicali.

Nella corsa per la segreteria c’è chi ha detto che la laicità “non basta” per dirigere un partito. La sua risposta è stata che la laicità è qualcosa di più ampio.
Conosco il sarcasmo su di me. Ma in questa campagna elettorale sono l’unico che ha sollevato con costanza temi come il diritto di cittadinanza per un bambino che nasce sul suolo italiano, il contratto unico di lavoro a tempo indeterminato con salario minimo garantito, il reddito di disoccupazione, il no al nucleare, la tutela dell’ambiente, la questione delle energie rinnovabili. Tante questioni puntuali su problemi che le persone oggi avvertono come importanti, a partire dal lavoro e dalla crisi economica. La questione della laicità non è il solo tema della nostra mozione. E poi la laicità non è solo un obiettivo, ma un metodo

In che cosa consiste un“metodo laico”?
Metodo laico significa che, quando si affronta un problema, ci si siede tutti intorno a un tavolo con l’idea che non si è portatori della verità. Vuol dire praticare il dubbio, cambiare idea. Dopo la discussione, “laico” significa impegno a sostenere con lealtà la linea che si è decisa insieme. Questo, fino a oggi, nel Pd è mancato.
Nel suo libro appena uscito per Einaudi Nelle tue mani scrive che il progresso della scienza oggi apre una sfida epocale. Ma norme come la legge 40 o il ddl Calabrò sul testamento biologico, in via di approvazione, legano le mani al medico, impedendogli di ricorrere alle terapie che ritiene più opportune.
Un medico oggi si trova ad affrontare sfide che prima non esistevano. Non solo la politica, ma tutta la società deve prepararsi a nuovi interrogativi. Ed è un bene, perché sono legati al fatto che la scienza e la tecnica stanno progredendo in modo straordinario. Rispetto al passato oggi disponiamo di tecniche che ci permettono di curare malattie che, solo quarant’anni fa, ci avrebbero fatto allargare le braccia rassegnati. C’era un solo modo per venire al mondo, si poteva fare poco per una coppia che aveva problemi di infertilità. Pochissimo si poteva fare se una persona smetteva di respirare o smetteva di nutrirsi. Oggi, per fortuna, esistono delle tecnologie che ci permettono di salvare tante vite. L’aspettativa di vita di una donna nata nel 1900 era di 45 anni, quella di una bambina del 2009 è quasi di 85 anni, una differenza straordinaria. Dovremo essere preparati a rispondere agli interrogativi di natura etica che il progresso della tecnica e della scienza ci pongono. Già oggi ci sono quelli che riguardano la ricerca sulle staminali, la possibilità di far nascere un bambino sano da una coppia che abbia delle malattie trasmissibili geneticamente. Sono le sfide intellettuali e culturali della nostra modernità.
Ma un Parlamento può dare delle risposte su questi temi a prescindere da ciò che dicono i medici?
Un Paese può decidere di non darsi una legge su una materia, ma quello che non può fare è darsi una legge che riguarda la scienza e la sanità senza tener conto dell’opinione scientifica e dell’opinione dei medici. Un’ovvietà? Non nel nostro Paese.
«Il dovere del medico – scrive nel nuovo libro – è non accanirsi. Deve sapersi fermare quando non c’è più nulla da fare anche se questo provoca sconforto». Ma lei racconta anche di una ragazza anoressica che rifiutava l’alimentazione artificiale. Un caso ovviamente del tutto diverso da quello di Welby e ancor più da quello di Eluana. Che cosa potremmo dire riguardo alla sospensione di terapie in questi tre casi?
Tre casi assolutamente differenti. Piergiorgio Welby, dopo molti anni di assistenza con un respiratore automatico, essendo arrivato a un punto in cui non poteva più nemmeno controllare la tastiera di un computer, dopo aver riflettuto e discusso tanto, dopo aver scritto una lettera al presidente della Repubblica piena di riflessioni profonde, decise di non avvalersi più di una tecnologia che riteneva “sproporzionata”. Anche senel Pd in molti, come Rosy Bindi e Paola Binetti, hanno detto che era eutanasia io penso invece che fosse un caso di libertà di scelta rispetto a una terapia. Una persona deve avere il diritto di scegliere se vuole utilizzare una terapia oppure no, l’esistenza di una tecnologia non deve costituire l’obbligo a usarla, come vorrebbe questo governo di destra con la legge sul biotestamento; una legge che rende obbligatorie idratazione e alimentazione artificiale a tutte le persone che entrano in uno stato di incoscienza. Welby era in una situazione in cui poteva e aveva il diritto di accettare o rifiutare le terapie. Una giovane donna anoressica che rischia di morire perché non si nutre è in una situazione diversa, perché ha un problema di natura psichica che dovrebbe essere affrontato con tutte le risorse possibili, aiutandola a superare la malattia. Qui bisogna usare tutto ciò che la medicina mette a disposizione per convincere la persona a curarsi. Comunque, non credo che una persona debba essere obbligata a una terapia. Per esempio non penso che una persona anoressica o un testimone di Geova che rifiuta una donazione di sangue per motivi religiosi debbano essere curati forzatamente.
Ma per certi casi è previsto il trattamento sanitario obbligatorio. E se Welby non poteva essere curato, e la morte sarebbe comunque sopravvenuta di lì a poco, diverso è il caso della ragazza anoressica che poteva essere curata con una terapia psichiatrica.
Io non sono uno specialista di malattie psichiche e nel libro scrivevo appunto della mia frustrazione di chirurgo, nel non saper aiutare qualcuno che volevo aiutare con tutto me stesso.
La Cei, il papa ed esponenti della Chiesa intervengono quotidianamente nel dibattito pubblico italiano su questioni bioetiche e sulle leggi. Ruini ha più volte ripetuto che la visione dell’uomo espressa dalla religione cattolica è un’antropologia e descrive la verità dell’uomo. Lei da medico cosa ne pensa?
Dal tempo di Galileo abbiamo appreso che tante verità sono relative.Da credente mi sento di dire che c’è una differenza fra la dottrina rivelata, le parole che può aver pronunciato Gesù e l’interpretazione che il mondo scientifico dà della natura; interpretazione che evidentemente evolve sulla base della nostra conoscenza. In altre parole io non credo che costituisca un problema il fatto di ambire a una conoscenza che si sviluppi continuamente. Un passo della prima lettera di San Paolo agli apostoli dice: «Conoscete come sarete conosciuti». Anche nella tradizione cristiana la conoscenza viene indicata per l’umanità come un bene supremo e quindi penso che conoscere di più ciò che ci circonda non debba mai costituire un problema. Semmai il problema può nascere dal modo in cui decidiamo di disporre di quella conoscenza.
Allora prendiamo l’esempio concreto del papa che in Africa scoraggia l’uso del preservativo. In un contesto in cui potrebbe salvare milioni di vite. Come commenta quelle prese di posizione che fanno inorridire i laici?
Non è mio costume commentare le affermazioni del papa. Per me non c’è contraddizione tra scienza e fede. Da medico, per me la risposta a certi quesiti è chiara. Ma capisco anche che nella Chiesa su molte questioni c’è un dibattito aperto.
Eppure gli esempi di contrasto tra scienza e religione abbondano. Prendiamo la disputa sulla natura dell’embrione, se questo sia o no persona. I medici, anche alla luce delle più recenti scoperte psichiatriche e di neonatologia, sanno ormai che solo intorno alla 24esima settimana il feto sviluppa una “possibilità” di vita autonoma, ma che solo alla nascita si attiva il cervello, nasce il pensiero, e si può parlare finalmente di persona. Lei, da medico, cosa ne pensa?
Voi tirate in ballo questioni complesse che riguardano la scienza, la filosofia, la religione e i rapporti tra queste. Direi solo che all’interno della comunità scientifica ci sono ancora posizioni diverse sul tema. Personalmente io non mi sento di immaginare una nuova vita se non c’è nuovo Dna. Per me le cose cambiano dal momento in cui avviene la fusione dei patrimoni genetici.
Ma questo accade prestissimo. Vuol dire di fatto che l’aborto è un omicidio.
Io credo che l’aborto sia sempre un dramma per una donna. E che si debba fare il possibile per evitarlo. Ciò detto, è fuori di dubbio che uno Stato laico deve avere una legge sull’aborto. Io mi sono laureato negli anni 70, prima che fosse legale. Ricordo bene le donne che arrivavano in ospedale distrutte dalle mammane. Non possiamo certo tornare a quelle aberrazioni, la salute delle donne è più importante.

da Left-Avvenimenti 25 settembre 2009

Il nostro diritto di scegliere

Qando aveva 36 anni Ignazio Marino era un chirurgo del centro trapianti di Pittsburgh e aveva 50 medici, infermieri e tecnici da coordinare per rispondere alla disponibilità improvvisa di un organo. «Nei trapianti – spiega Marino – non basta la perizia del chirurgo. Deve funzionare al meglio anche la macchina organizzativa». Ma quella notte del 1991, quando arrivò la telefonata, Marino aveva già molte ore di lavoro sulle spalle e non c’era chi potesse sostituirlo in sala operatoria. «Che fare? – si domandò – Avrei dovuto rinunciare a un organo e alla possibilità di salvare la vita di un paziente?» Così alle quattro decise di far arrivare in ospedale il paziente che, rispetto agli altri, era in condizioni complessive migliori, non sentendosi la forza e la lucidità per casi più complessi. La mattina dopo, ricorda Marino nel suo nuovo libro Nelle tue mani (Einaudi) lo tormentava il pensiero di aver scelto un malato piuttosto che un altro in base a fatti personali. Fu il direttore del Centro trapianti a dirgli: «Ma ti sei visto in faccia? Se tu avessi deciso di operare un paziente grave, in una situazione così complicata, non gli avresti salvato la vita comunque».
Scienza e rapporto con la realtà. Idee chiare e responsabilità di decidere. Queste cose fanno parte ogni giorno del lavoro medico. Nel libro che il senatore del Pd presenta a Torino spiritualità il 27 settembre (in Palazzo Carignano alle 18) di casi in cui un chirurgo si trova necessariamente solo nel decidere ne racconta molti. Interrogandosi su quale sia il confine che, in una terapia, un medico non può comunque valicare. Alla luce della sua esperienza di  chirurgo e dopo due anni di appassionata battaglia a favore di una legge sul biotestamento, oggi Marino ribadisce che «la volontà della persona circa le terapie a cui sottoporsi o meno deve essere rispettata». Salvaguardando il diritto di autoderminazione. Un diritto minacciato dal ddl Calabrò approvato dal Senato e in discussione alla Camera. Un testo di legge che, come ha più volte denunciato, va contro la letteratura scientifica considerando idratazione e alimentazione artificiale come sostegni vitali e non come terapie mediche. Ma forse, avendo a cuore una legge progressista sul biotestamento, il legislatore dovrebbe prestare orecchio anche agli psichiatri che avvertono: bisogna non sottovalutare la possibilità che il rifiuto delle terapie da parte del paziente sia legato a una patologia mentale.

dal quotidiano Terra 25 settembre 2009

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