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    Sono intervenuti: Marcella Fagioli, Simona Maggiorelli, Giovanni Del Missier, Matteo Fago e Massimo Fagioli (venerdi 22 ottobre 2010, libreria Feltrinelli Appia di Roma) (Click sul logo per guardare)
  • Festa dell’Unità di Roma – 25 giugno 2010

    Presentazione dei libri "RU486 – Non tutte le streghe sono state Bruciate" e "La pillola del giorno dopo" (L’asino d’oro edizioni) di Carlo Flamigni e Corrado Melega. Oltre al ginecologo Flamigni, sono intervenuti: Annelore Homberg, psichiatra Francesco Dall’Olio, magistrato Massimo Fagioli, psichiatra. Ha moderato l'incontro Simona Maggiorelli, capo servizio del settimanale Left Avvenimenti (Click sul logo per guardare) ______________________________________________
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    Nel trentennale della morte di Franco Basaglia cosa resta di una rivoluzione necessaria, ma non sufficiente, che portò alla chiusura dei manicomi. A Radioleft interviene il professor Massimo Fagioli, intervistato da Ilaria Bonaccorsi, Simona Maggiorelli e Federico Tulli. (Radioradicale, 14 novembre 2009 - click sul logo per ascoltare)
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  • Dossier: La pedofilia, i suoi profeti e il Vaticano

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Testimoni di giustizia. Conto l’omertà di Stato

Pubblicato da Simona Maggiorelli su maggio 10, 2002

La legalità si afferma con il coraggio di molti piccoli imprenditori che si ribellano alla mafia. Ma lo Stato non sempre li protegge. Ecco la denuncia di Giuseppe Verbaro.

di Simona Maggiorelli

“Una vita dorata in alberghi a quattro stelle, ti può far impazzire, se te ne devi stare lì senza far niente, campato dallo stato, lontano dagli affetti, senza poterti cimentare in un’attività di lavoro”. Giuseppe Verbaro, smania in questa situazione di impotenza in cui si trova: protetto ma, al tempo stesso, anche confinato nella piccola cittadina di Prato dove lo ha destinato il programma di protezione previsto dalla legge 82-91.

E’ un testimone di giustizia che una decina di anni fa ebbe il coraggio di denunciare taglieggiamenti e minacce da parte della cosca dei Labate.
La sua è una storia che parte dal 1987 quando in società con il fratello Domenico decise di mettere in piedi a Reggio Calabria una piccola azienda alimentare di produzione di farine e pane biologico. “Ci eravamo accorti che la qualità del pane nella nostra città era scarsa e ci siamo dati a produrne di qualità- racconta- Abbiamo avuto riscontri positivi e a poco a poco la nostra attività si è allargata. Da prima con accordi con reti di supermercati calabresi, poi provando a conquistare anche il territorio siciliano. Ma alla mafia non piaceva che noi riuscissimo a lavorare su un mercato così ampio”.

Di lì a un passo le pressioni si fanno così forti che i due imprenditori calabresi decidono di affidare a un’impresa collegata alla famiglia malavitosa dei Labate la ristrutturazione del proprio capannone, sperando in questo modo di poterli acquietare: i lavori vengono fatti male, devono essere pagati cifre raddoppiate e in più, i Labate chiedono pegni sempre più altri. Esasperati i due fratelli decidono di rivolgersi alla giustizia, di denunciare la banda di taglieggiatori che rischiava di farli finire sul lastrico. Qualche anno dopo, arriva finalmente il processo.

Grazie alla testimonianza dei Verbaro i Labate il 16 giugno del 2000 vengono condannati: diversi ergastoli comminati, assieme a ingenti pene pecuniarie. Il peggio sembra passato. “Eravamo soddisfatti avevamo il nostro dovere di testimoni e la giustizia ci aveva dato ragione – ci racconta ancora Giuseppe nello studio del suo avvocato fiorentino Giampaolo Curandai. “Ma qui doveva, invece, cominciare il nostro calvario quotidiano per le disfunzioni, per la mancata applicazione da parte della polizia del servizio centrale di protezione del programma che il ministero degli Interni ci riconosceva”.

Un programma di protezione civile, ci spiega lo stesso avvocato Curandai, che garantiva a Giuseppe e Domenico la possibilità di avere una scorta per spostarsi, un sussidio di mantenimento, assistenza sanitaria e soprattutto la possibilità di reintegrarsi dal punto di vista sociale, al tenore di vita precedente. “Di fatto invece – spiega Verbaro – il servizio di scorta è sempre stato insufficiente, oltretutto con auto non blindate, vecchie e mal funzionanti, non posso andare a trovare mio figlio che studia all’università a Piacenza, non mi viene data la possibilità di tornare a fare il mio lavoro. Voglio tornare a campare con i miei soldi, per ripartire in un’altra città mi basterebbe una cifra assai inferiore a quella che lo Stato spende per mantenermi in questa condizione”.

Sempre più logorato dalla sordità delle istituzioni , dopo varie interpellanze andate a vuoto, Giuseppe è arrivato a un gesto provocatorio come quello di gettare benzina intorno all prefettura di Prato. Voleva essere solo un gesto dimostrativo, dice, non avrebbe mai appiccato il fuoco. Processato si è beccato sei mesi di carcere. Uscito con la condizionale, qualche settimana fa ha preso la macchina per andare a consegnare dei volantini di protesta direttamente nelle mani del presidente Ciampi in visita a Firenze, ma gli è stato sequestrato il mezzo.

Ora la sua unica speranza e che altri testimoni di giustizia – in Italia in questo momento in tutto sono 56 – decidano di venire allo scoperto per denunciare la propria situazione, mettendo a parte l’opinione pubblica di quanto poco la collaborazione dei testimoni di giustizia, nonostante la legge 82 venga di fatto valorizzata e incentivata. Qualcuno, come il pugliese Mario Nero, che ora vive a Pistoia lo ha già fatto e la sua storia è perfino finita in uno sceneggiato tv con Raul Bova. Tutto serve, anche la spettacolarizzazione, sembra dire, purché si cominci a riflettere sulla questione testimoni di giustizia e su quanto possano essere importanti per rompere quell’omertà che è da sempre terreno di coltura della mafia.

da Avvenimenti, maggio 2002

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