Articoli

© riproduzione riservata

  • Presentazione del libro di Massimo Fagioli “Left 2007″ (L’Asino d’oro edizioni)

    Sono intervenuti: Marcella Fagioli, Simona Maggiorelli, Giovanni Del Missier, Matteo Fago e Massimo Fagioli (venerdi 22 ottobre 2010, libreria Feltrinelli Appia di Roma) (Click sul logo per guardare)
  • Festa dell’Unità di Roma – 25 giugno 2010

    Presentazione dei libri "RU486 – Non tutte le streghe sono state Bruciate" e "La pillola del giorno dopo" (L’asino d’oro edizioni) di Carlo Flamigni e Corrado Melega. Oltre al ginecologo Flamigni, sono intervenuti: Annelore Homberg, psichiatra Francesco Dall’Olio, magistrato Massimo Fagioli, psichiatra. Ha moderato l'incontro Simona Maggiorelli, capo servizio del settimanale Left Avvenimenti (Click sul logo per guardare) ______________________________________________
  • La sinistra che sbasaglia

    Nel trentennale della morte di Franco Basaglia cosa resta di una rivoluzione necessaria, ma non sufficiente, che portò alla chiusura dei manicomi. A Radioleft interviene il professor Massimo Fagioli, intervistato da Ilaria Bonaccorsi, Simona Maggiorelli e Federico Tulli. (Radioradicale, 14 novembre 2009 - click sul logo per ascoltare)
  • Un capolavoro chiamato mente

    Evoluzionismo, Darwin, neuroscienze e teoria della nascita umana. Dopo l'inchiesta di Simona Maggiorelli su Left (n.42 del 17 ottobre 2008) ne discutono a Radioleft Federico Tulli (in studio) il coordinatore di Genova Scienza, l'epistemiologo Telmo Pievani, la neonatologa Gabriella Gatti e lo psichiatra Massimo Fagioli (in collegamento). Conduce Luca Bonaccorsi.
  • La donna e il serpente

    La matrice culturale e psichiatrica della violenza sulle donne. Ragione, religione e filosofia occidentale sanciscono la discriminazione sulle donne. Per Radioleft in studio Simona Maggiorelli, caposervizio cultura e scienza del settimanale left avvenimenti, Elisabetta Amalfitano, professoressa e storica della filosofia, Elena Pappagallo, psichiatra e psicoterapeuta. Conduce Luca Bonaccorsi (21 novembre 2008)
  • Tutti pazzi per gli embrioni

    La presentazione del reportage di Simona Maggiorelli sul numero di Avvenimenti dedicato alla campagna referendaria contro la legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita. Roma, Casa delle Culture (27 maggio 2005).
  • Dossier: La pedofilia, i suoi profeti e il Vaticano

  • Meta

Archivio per la categoria ‘Archeologia’

Come nascono i popoli

Pubblicato da Simona Maggiorelli su aprile 9, 2012

Ultimo giorno oggi, 9 aprile, per visitare la mostra Homo Sapiens al Palaexpo di Roma.  Dal 28 aprile la bella rassegna curata da Telmo Pievani e Cavlli Sforza si trasferisce al Museo della scienza di Trento. Intanto l’antropologo e docente di filosofia della scienza dell’ Università Bicocca pubblica  per Laterza una nuova Introduzione a  Darwin

di Simona Maggiorelli

Mostra Homo sapiens

Le società umane non sono monoliti, ma organismi in evoluzione, le cui radici nel tempo sono tutte intrecciate fra loro» fa notare Telmo Pievani, anticipando i contenuti della conferenza che il 30 marzo il docente di filosofia della scienza dell’Università di Milano-Bicocca ha tenuto a Genova, nell’ambito de festival la Storia in piazza. Una rassegna dedicata alla storia passata e presente dei migranti, con interessanti finestre sul passato più remoto della specie umana e sulle prime migrazioni dei Sapiens, di cui in questa occasione parleranno Cavalli Sforza e altri noti antropologi e genetisti. «Grazie all’inedita convergenza di dati scientifici differenti, dai geni ai fossili alle lingue, è oggi possibile indagare le tante storie nascoste che hanno preceduto la Storia con la maiuscola che abbiamo studiato a scuola» approfondisce Pievani.

«Scopriamo così che il movimento nello spazio geografico ed ecologico è stato il processo alla base della nascita dei popoli e il principale motore della diversità umana». E non solo. «Da un piccolo gruppo di pionieri africani», sottolinea lo studioso, «è scaturito il più sorprendente esperimento di diversificazione culturale mai registrato nell’evoluzione, con più ondate di popolamento a partire dal Corno d’Africa, espansioni di piccoli gruppi, oscillazioni demografiche, improvvise fiammate di innovazione culturale, catastrofi ambientali che hanno messo a repentaglio la nostra sopravvivenza, convivenze con altre forme umane fino a tempi recenti, colonizzazioni di nuovi mondi, in uno scenario inedito che promette di modificare profondamente la nostra concezione della “preistoria”».

 Un tema, quello dell’evoluzione umana, che Telmo Pievani di recente ha affrontato anche in una mostra al Palazzo delle Esposizioni di  Roma  fino al 9 aprile ( e dal 28 aprile al 4 novembre al Museo delle Scienze di  Trento  e in un nuovo libro, Introduzione a Darwin. Uscito lo scorso febbraio per Laterza, il volume, che si avvale di lettere, diari e documenti inediti, offre un ritratto personale e “intimo” del padre dell’evoluzionismo (nato il 12 febbraio del 1809) presentandolo come «un uomo schivo che riuscì a cambiare per sempre il nostro modo di intendere la natura, e il posto della specie umana in essa». Mettendo insieme biografia e pensiero di Charles Darwin, Pievani evoca la giovinezza spensierata (senza troppa voglia di studiare) del futuro scienziato, raccontando poi di quel viaggio avventuroso di cinque anni che lo portò attorno al mondo e di un secondo viaggio londinese, questa volta tutto mentale, all’inseguimento di un’intuizione rivoluzionaria e inconfessabile. E che si tradusse in venti lunghi anni di silenzio operoso nella campagna del Kent.

Poi la scomparsa della figlia amatissima e un precipitare di eventi fino alla imprevista lettera di un potenziale rivale, che aveva tutta l’aria di volergli rubare le idee più innovative. Un fatto che, se non altro, spinse Darwin ad affrettarsi a pubblicare i risultati dei suoi studi. Nel raccontare i contenuti delle ricerche dello scienziato britannico, Pievani non trascura tuttavia la cronaca del successo mondiale dell’Origine delle specie, né tanto meno lo scandalo che suscitò nella “buona società” dell’epoca, religiosa e conservatrice. Il fatto è, ricorda Pievani in questo agile libro, che Darwin ha dato il via a una rivoluzione non solo scientifica, ma anche filosofica e culturale. Una rivoluzione che ancora oggi trova nei seguaci delle religioni monoteiste i suoi più accaniti (e anacronistici) oppositori.

da left-avvenimenti

Pubblicato in: Archeologia, Filosofia | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

Il vino lucente degli Etruschi

Pubblicato da Simona Maggiorelli su aprile 6, 2012

Ponte verso il Mediterraneo, ma anche aperti a contatti con i popoli del Nord. Gli Etruschi furono i primi ad unire culturalmente la penisola. Lo ricostruisce un’ampia mostra ad Asti

di Simona Maggiorelli

Tarquinia, Tomba della scrofa nera 450a.C circa

Tarquinia, Tomba della scrofa nera 450a.C circa

Non solo ponte verso il Mediterraneo, aprendo la penisola italiana alla cultura greca e orientale. Ma anche cerniera verso il Nord e le regioni dei Celti con cui ebbero diretti contatti, come dimostra l’elmo etrusco in bronzo che fu ritrovato a fine Ottocento nelle acque del fiume Tanaro e che ora è al centro della mostra Etruschi, l’ideale eroico e il vino lucente, aperta in Palazzo Mazzetti ad Asti, fino al 15 luglio (catalogo Electa).

«Più precisamente in questo caso bisognerebbe parlare di elmo villanoviano risalente all’VIII secolo a.C», precisa Alessandro Mandolesi dell’Università di Torino. «Si tratta di una importante testimonianza dei contatti, non solo militari, che ci furono fra le popolazioni del Nord e quelle dell’Etruria che giunsero in queste zone per aprire nuovi sbocchi al commercio etrusco. Probabilmente l’elmo fu proprio un dono da parte di un capo etrusco alle autorità locali della zona del Tanaro»  aggiunge il curatore di questo evento astigiano realizzato in collaborazione con Maurizio Sannibale dei Musei Vaticani, che per l’occasione hanno concesso in prestito ben 140 reperti della collezioni del Museo Gregoriano Etrusco. E il direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci nel presentare la tesi e gli obiettivi scientifici di questa mostra si spinge ancora oltre: «Gli Etruschi furono i veri precursori dell’unificazione dell’Italia, almeno sul piano culturale come testimoniava la diffusione di reperti etruschi nei musei nell’Ottocento, da Chiusi e Firenze a Roma, fino a Palermo».
E se l’elmo villanoviano proveniente dai Musei di Torino ci parla di un’antica fase della società e della cultura etrusca basata sul culto del valore militare, splendide anfore dipinte e lacerti di affreschi ci raccontano di una cultura etrusca più matura che aveva fatto proprie, ricreandole, tradizioni  orientali aperte ai piaceri della musica, della lirica e del banchetto conviviale. Una cultura  quella del simposio che (come ha ricostruito Maria Luisa Catoni nel libro Bere vino puro uscito due anni fa per Feltrinelli) si diffuse fra l’VIII e il VII secolo a.C, nel contesto di una forte recettività del mondo greco verso la cultura orientale, ma in varianti diverse la ritroviamo anche in ambito romano ed etrusco. Qui, in particolare, il vino e il banchetto erano un tramite di socializzazione arricchito da echi del culto orientale di Dioniso ma anche della tradizione lirica e omerica. Le anfore istoriate, di foggia greca, in mostra ad Asti, ma anche affreschi da poco restaurati come la straordinaria  scena detta “della scrofa nera”,  che raffigura un banchetto aristocratico del V secolo a.C. (e in cui si possono vedere sia uomini che donne intenti a libagioni) ci dicono che nella società etrusca i simposi non erano per “soli uomini” , come invece avveniva nella tradizione ateniese, dove «fra discorsi, canti e giochi, le bevute insieme preludevano al corteggiamento omoerotico». Così scrive   Maria Luisa Catoni. Che aggiunge: «Il vino in queste occasioni veniva utilizzato per “educare” i più giovani, in un rapporto fra maestro e che comprendeva la pederastia».

da left-avvenimenti

Pubblicato in: Archeologia, Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

Babilonia, la prima metropoli cosmopolita

Pubblicato da Simona Maggiorelli su marzo 18, 2012

di Simona Maggiorelli

Babylon, gate of Ishtar

Culla della civiltà e straordinario melting pot di culture diverse, la Mesopotamia nella storia è stata duramente attaccata dall’Occidente. Tanto che per secoli cronache e dipinti l’hanno raccontata come il Male, come terra di peccato e di perdizione. Negando il valore della civiltà babilonese e le sue straordinarie realizzazioni in campo architettonico e culturale. Ma anche quell’intelligente lavoro di riassorbimento del passato sumerico e di reinvenzione delle altre tradizioni che, invece, aveva permesso a Babilonia di crescere rapidamente, diventando fra il II e  il I millennio a C., la capitale di Hammurabi e faro di tutto il Medio Oriente.

Così, mentre i testi cuneiformi la raccontano come città del bene, della convivenza pacifica fra i popoli, ma anche come luogo delle meraviglie, fucina delle arti, della letteratura, della poesia, della astronomia e della medicina, la tradizione biblica  ne ha  tramandato un’immagine deformata, frutto di una perversa rivisitazione ideologica.

E negli affreschi medievali, ma anche in opere di maestri come Bruegel o Rembrandt, gli svettanti ziqqurrat della capitale pagana appaiono tramutati in diroccate torri di Babele su cui si scaglia la maledizione divina, i ricchi palazzi diventano oscuri harem dove si consuma ogni tipo di violenza, i luminosi giardini pensili appaiono inquietanti e labirintici. E questo è accaduto per un arco di tempo lunghissimo, che va dai Salmi fino a Borges con la sua metafisica Biblioteca di Babele. E ancora oltre.

Ishtar/Inanna

Ishtar/Inanna

Come ricostruisce l’archeologo Paolo Brusasco nel libro Babilonia. All’origine del mito (Raffaello Cortina). Un affascinante lavoro multidisciplinare in cui il docente di storia dell’arte del Vicino Oriente dell’Università di Genova ricostruisce la verità storica di Babilonia, mostrando come il mito che l’Occidente ha costruito sia servito «ad esorcizzare le proprie paure» e continui a gettare ombra sul presente. Non a caso uno dei primi capitoli del libro è dedicato a una «autopsia del disastro in Iraq», dopo un ventennio di guerre e l’invasione anglo-americana.

La missione “civilizzatrice e democratica” targata Usa, come è noto, si è tradotta anche nell’occupazione militare del sito di Babilonia, distruggendo ogni possibilità di leggere filologicamente la stratigrafia. Un po’ come se i talebani fossero sbarcati a Pompei, suggerisce il professore. E senza che da parte degli organismi internazionali ci sia stata adeguata attenzione. E oggi, dopo che le truppe anglo-americane hanno lasciato il Paese, cosa sta realmente accadendo? «La situazione è ancora molto inquietante – denuncia Brusasco – Anche perché è impossibile stimare la reale entità dei danni che migliaia di siti archeologici stanno tuttora subendo. Una mia analisi del commercio telematico di antichità mesopotamiche dimostra la presenza di numerosissimi reperti sumerici e assiro-babilonesi verosimilmente finiti sul web in modo illegale. Anche le contrapposizioni etnico-confessionali (tra curdi, sciiti e sunniti etc.) hanno un peso nella mancata tutela del patrimonio culturale: sia la ricognizione dei Carabinieri del nucleo per la tutela che quelle del British Museum sotto l’egida dell’Unesco hanno messo in luce il perdurante saccheggio dei siti sumerici e babilonesi dell’alluvio meridionale (il biblico Eden) da parte di tribù sciite impoverite da anni di embargo e guerre. Per tacere dell’ennesima riapertura “propagandistica” dell’Iraq Museum, cinque mesi fa, in occasione di una mostra sulla scrittura cuneiforme, senza una preventiva messa in sicurezza delle strutture espositi

Tavoletta di argilla babiloneseNel libro Cultural cleansing in Iraq un gruppo di intellettuali scrive che l’invasione anglo-americana è stata un deliberato attacco all’identità storica dell’Iraq. E ha comportato «l’annientamento del patrimonio iracheno e della sua classe». Ma quale minaccia può mai rappresentare Babilonia oggi?

«Questo ed altri importanti siti antichi del Paese- spiega Brusasco-«sarebbero una minaccia in quanto simboli della grandezza del regime sunnita dell’ex dittatore Saddam Hussein che ne aveva fatto delle icone della sua propaganda politica :la cosiddetta mesopotamizzazione dell’Iraq. Distruggere questi simboli, con una vera e propria operazione di pulizia culturale, permetterebbe una riformulazione del concetto di nazione irachena più in linea con gli interessi Usa, per il petrolio e il controllo geopolitico del Medio Oriente. Una nazione che, privata della fierezza della propria memoria storica, diverrebbe uno stato vassallo, asservito agli interessi anglo-americani; i quali del resto non possono vantare un passato altrettanto straordinario.

Nella storia occidentale affiora l’immagine di un Oriente seducente e misterioso. Più spesso però il pregiudizio è stato violento. Il mito della torre di Babele lo testimonia?

I Greci lo vedevano come esotico, non senza una forte seduzione. Le invettive dei profeti contro Babilonia, «la madre delle prostitute», sono state amplificate a partire dalla cattività babilonese dal 597 al 538 a.C. E Babilonia è stata investita dal mito della confusione delle lingue dei popoli costruttori della torre di Babele, nella realtà la ziqqurrat Etemenanki, la “Casa delle fondamenta del cielo e della terra”. Fu un ribaltamento effettivo della realtà storica: la torre era il simbolo della prima città cosmopolita della storia alla cui costruzione cooperarono le migliori maestranze dell’impero, che, al contrario, si comprendevano grazie alla lingua franca dell’epoca, l’aramaico. Ma per gli esuli ebrei la torre era un idolo pagano dedicato al dio Marduk e un affronto al dio unico Jahvè.

Babilonia era la grande meretrice. E Semiramide era la lussuria. L’Occidente era scandalizzato dall’immagine e dall’identità che la donna aveva nella cultura babilonese, dove la stessa dea Ishtar rappresentava una sessualità femminile più libera e “attiva”?

babilonia secondo Brueguel

La «figlia di Babilonia» dei profeti si materializza in una donna in carne e ossa, «la grande prostituta». Vedere Babilonia come di genere femminile, e come corrotta e peccatrice, è una equazione rivelatrice della mentalità che echeggia nella Bibbia. L’esistenza di donne di grande potere in Mesopotamia doveva avere colpito anche i Greci che costruirono il mito della licenziosa Semiramide, la femme fatale costruttrice di Babilonia. L’eroina è un personaggio leggendario, un concentrato di valenze storiche, ispirato alle regine assire (Shammuramat e Nakija) e mitiche, dietro la quale si cela l’energia sessuale e guerriera della dea Ishtar, assai cara alla tradizione popolare babilonese. I profeti ebrei e i sapienti greci, tra cui anche Erodoto, rimasero scandalizzati anche dal costume babilonese della prostituzione sacra: in realtà si trattava di una unione sessuale (la ierogamia) di carattere apotropaico celebrata a Capodanno per rigenerare le forze stagionali della natura. E sottendeva al potere erotico del femminile come elemento culturale primario, lontano da una semplice valenza istintuale: le prostitute erano considerate le principali educatrici degli uomini non civilizzati, e i miti mostrano una sostanziale simmetria tra i sessi, entrambi emersi dalla terra o da un corpo” androgino” (amilu, “essere umano”).

Che differenziava l’ Afrodite greca, Ishtar/ Inanna sumerico accadica e Astarte fenicia?

Originano tutte da una primigenia divinità madre preistorica, la cui valenza sessuale attiva e procreatrice si unisce ad aspetti distruttivi e ctonii, legati all’oltretomba, man mano che si sviluppano civiltà sempre più complesse. L’Inanna/Ishtar babilonese è l’archetipo da cui si generano tradizioni fenicie, greche, romane ed etrusche indipendenti. L’Astarte fenicia è la trasposizione tout court della Ishtar babilonese, l’Afrodite greca ha una valenza legata alla spuma del mare primigenio, mentre Ishtar è anche la stella del pianeta Venere e ha quindi forti connotazione astrale.

Paolo Brusasco

Nel libro lei si occupa del poema d’Agushaya e della danza sfrenata che le era associato. Alcuni aspetti della cultura babilonese possono aver influenzato, direttamente o indirettamente, regioni del nostro Meridione?

«Il leone di Ishtar si è calmato, il suo cuore si è placato». Così chiude il poema dedicato alla Ishtar guerriera, ovvero Agushaya, dal sovrano babilonese Hammurabi (1792-1750 a.C.), dopo avere conquistato il mondo allora conosciuto. Il rito aveva lo scopo di placare il furore bellico del sovrano, come pure appianare le tensioni sociali esistenti all’interno della comunità, dal momento che prevedeva una danza catartica collettiva del popolo in festa. Non possiamo postulare un collegamento diretto con rituali del nostro meridione quali, per esempio, il tarantolismo pugliese, anche se la forma cristianizzata del tarantolismo richiama l’antichissimo sottofondo pagano della Magna Grecia, probabilmente debitore di influssi orientali. Negli ultimi anni risulta sempre più chiaramente la profonda ricchezza di contatti nel mondo antico. Per non fare che un esempio: la recentissima scoperta nel santuario fenicio di Astarte a Tas-Silg (Malta) di un amuleto babilonese di agata, recante un’iscrizione cuneiforme del 1300 a.C., testimonia di incredibili contatti tra Oriente e Occidente la cui natura e dimensione restano in via di definizione. Certo non si può disconoscere il ruolo giocato dai marinai e mercanti fenici nell’esportazione verso il Mediterraneo occidentale di culti orientali quali quello di Astarte/Ishtar, con tutte le implicazioni culturali che ne derivano.

da left-Avvenimenti

Pubblicato in: Archeologia | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

Alle origini dei Sapiens

Pubblicato da Simona Maggiorelli su gennaio 15, 2012

Alla settima edizione del festival della scienza di Roma dedicato al tema del tempo, l’antropologo Ian Tattersall, attento studioso di arte rupestre,  il 21 gennaio terrà una lectio magistralis sul” tempo profondo dell’evoluzione”. Left lo sentito in anteprima

di Simona Maggiorelli

La grotta di Lascaux

«I nostri antenati Cro Magnon avevano una sensibilità matura, pienamente sviluppata» afferma Ian Tattersall, direttore del dipartimento di antropologia dell’American Museum of Natural History di New York e autore di libri come Becoming human (curiosamente tradotto da Garzanti con il titolo Umanità in cammino) e Il mondo prima della storia, dagli inizi al 4000 a. C. uscito nella collana di Raffaello Cortina diretta dal filosofo Giulio Giorello.
«Furono loro, i primi Sapiens, 40mila anni fa a creare le straordinarie pitture rupestri della zona franco-cantabrica», racconta l’antropologo americano che il 21 gennaio alle 16 terrà al Festival della scienza di Roma con una lectio magistralis dal titolo Il tempo profondo dell’evoluzione. In questa settima edizione della rassegna dedicata all’idea di tempo, Tattersall non poteva trascurare quel particolare momento della storia umana che l’archeologo inglese Colin Renfrew definisce «Il Big bang della creatività» nel libro Preistoria, l’alba della mente umana (Einaudi). «Non è una frase ad effetto, ma una definizione appropriata – commenta Tattersall -, perché l’emergenza di questa caratteristica specificamente umana non è avvenuta in maniera graduale né lineare. Fu un enorme salto in avanti, accaduto in tempi brevissimi e rivoluzionari se comparato alla storia lunghissima dell’evoluzione. Ma bisogna ricordare anche che la nostra specie si è sviluppata, con grande probabilità, a partire da una minuscola popolazione vissuta in Africa circa 200mila anni fa. In quei tempi lontani il nomadismo era anche dettato dai capricci del clima, dalle avversità ambientali e dalle specie concorrenti. Così dall’Africa la nostra specie poi si diffuse nel continente euroasiatico e sino in Australia e infine nel Mondo Nuovo e nelle isole del Pacifico».

impronta , grotta di Chauvet

A quando si fa risalire questo balzo in avanti antropologico?
A circa 100mila anni fa. I primi segnali li troviamo in Africa. In particolare a Blombos in Sud Africa sono stati ritrovati oggetti con protodisegni e conchiglie ornamentali risalenti a circa 77mila anni fa. Ma la vera grande esplosione è avvenuta 40mila anni fa. Fra i primi grandi esempi, come accennavamo, ci sono le magnifiche rappresentazioni di animali, inframezzate a una quantità di segni geometrici e dal significato ancora oscuro, che campeggiano nella grotta di Chauvet nella Francia meridionale e risalenti a più di 32mila anni fa. Così i Cro Magnon, ovvero i primi Sapiens, inaugurarono una tradizione artistica destinata a durare più di 20mila anni e che comprende alcune delle opere artistiche più potenti ed espressive di tutta la storia umana.
Lei scrive di una differenza radicale fra i Sapiens e i Neanderthal. Suggerendo che forse fu proprio un deficit di creatività a portare questi ultimi  all’estinzione…
I Neanderthal avevano un cervello di grandi dimensioni, all’incirca tra 1200 e 1740 cm cubici ( il nostro è compreso fra 1000 e 2000 cm cubici). E padroneggiavano tecniche raffinate di lavorazione della pietra, importanti anche per la caccia. Inoltre, già prima di 50mila anni fa seppellivano i morti e avevano un certo grado di organizzazione di gruppo. Insomma, per lungo tempo furono la specie più complessa e sviluppata mai esistita prima sulla faccia della terra. Anche per questo riuscirono a sopravvivere a periodi difficili e a condizioni ambientali del tutto ostili. Ciò detto, nel lungo corso, i Neanderthal non furono in grado di competere con i Sapiens. Probabilmente – questa è la mia ipotesi – perché non avevano un pensiero simbolico. E a differenza dei Cro Magnon non facevano arte. Non hanno lasciato tracce di incisioni, notazioni, statuette o altri manufatti simbolici. In sintesi i neandertaliani furono un’entità evoluzionistica del tutto distinta da noi. Devono essere interpretati in termini neandertaliani e non umani. Avevano una diversa identità.

Il bisonte fatto di impronte, Chauvet

I nostri antenati che dipingevano le grotte del paleolitico avevano un linguaggio articolato?
Nei miei studi sono giunto alla conclusione che i Cro-Magnon avessero un linguaggio simbolico e articolato. Anche se ancora non ne sappiamo molto.
La loro creatività si esprimeva anche attraverso la musica?
Attraverso la musica e la danza. Che forse praticavano nei ritrovi di gruppo, immaginiamo, nelle grotte e intorno al fuoco. Lo dimostrano vari reperti e il  ritrovamento di strumenti musicali, assimilabili a flauti, capaci di emettere sonorità complesse.
Ma cosa spingeva i primi Sapiens ad avventurarsi in grotte buie che potevano nascondere molti pericoli per “affrescarne” le pareti?
Questo resta  un grande mistero. Visto dal punto di vista razionale, delle difficoltà da superare, della fatica, del rischio  è un comportamento alquanto bizzarro.

Ma a ben vedere l’Homo Sapiens è una creatura assai imprevedibile e sorprendente, mossa com’è da pulsioni creative e desideri che nulla hanno a che fare con automatismi dettati dall’istinto. La mia idea è che a spingerli fosse un’esigenza espressiva, mi sentirei di parlare di “arte per l’arte”.

Nell’epoca glaciale, quando i Sapiens non conoscevano ancora

Ian Tattersall

l’agricoltura e vivevano di caccia e di raccolta, erano le donne a dipingere le grotte?
Sembra che anche i bambini fossero portati nelle caverne più oscure e profonde. Lo dimostrano impronte di mani infantili e ditate. Dopo tanti anni di studi e di ricerche sono portato a pensare che le realizzazioni creative nelle caverne siano state il frutto di una attività di gruppo.

Nei suoi scritti lei racconta che quando, da nomadi, i Sapiens diventarono stanziali e scoprirono l’agricoltura tutto cambiò radicalmente. Che cosa accadde?
Cambiò quasi del tutto il modo in cui gli esseri umani considerarono se stessi e il proprio modo di relazionarsi fra loro e con il mondo. Per la prima volta la vita umana diventò una lotta per avere la meglio sulla natura e per dominarla. Non sembra un caso che in questo quadro si iscriva il perentorio ordine biblico: “riempite la terra, soggiogatela e moltiplicatevi”. Servivano molte braccia per lavorare i campi. I cacciatori-raccoglitori, invece, tendevano a limitare le dimensioni dei gruppi, non solo per la penuria di risorse, ma anche per la difficoltà a trasportare i figli. Alcuni studi che riguardano in particolare popolazioni africane affermano che nelle più antiche società nomadi le donne allattavano i propri piccoli anche per tre o quattro anni. Si è ipotizzato anche che questo lungo allattamento sottintendesse una prole numericamente ridotta.

da left-avvenimenti

Pubblicato in: Archeologia, Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

Arte rupestre. Il Big bang della creatività

Pubblicato da Simona Maggiorelli su gennaio 8, 2012

Presentazione del libro di Ugo Tonietti l’Arte di abitare la terra, l’Asino d’oro edizioni. 11 dicembre 2011, Fiera dell’editoria Più libri più liberi

di Simona Maggiorelli

Grotte di Chauvet

Comincerei da un sincero ringraziamento all’architetto Ugo Tonietti, docente di Scienza delle costruzioni all’Università di Firenze. per aver presentato sul settimanale left la sua ricerca man mano che andava avanti mettendoci a parte del suo lavoro, man mano che andava avanti, quando era ancora in fieri. Un libro, questo di Tonietti, che apre molte strade di ricerca perché esprime un modo originale di intendere l’arte, l’architettura e perfino la letteratura di viaggio, raccontandoci, come fosse un romanzo di formazione, le scoperte e le “frustrazioni” che il soggetto narrante sperimenta quando entra in contatto con culture diversissime da quelle occidentale e che lo interrogano radicalmente rispetto al suo sapere e alla sua formazione, (ma anche rispetto al compito di “restauratore” che gli hanno affidato istituzioni universitarie e internazionali).

Uno dei meriti del libro di Ugo Tonietti è quello di avvicinarsi al mondo dell’arte e dell’abitare degli antichi con sguardo nuovo. E’ come se Tonietti ci incitasse a proseguire una ricerca sull’espressione artistica da lui già tratteggiata partendo da una concezione dell’uomo e della sua creatività libera da quel pensiero razionale e religioso che ha contrassegnato la storia occidentale. Senza l’aridità e la miopia di quel Logos che ha portato all’impossibilità di fare una vera ricerca sul senso originario dell’arte preistorica. O a un suo pesante stravolgimento. Fin dal coraggioso abate Breuil al quale dobbiamo l’esplorazione di settantatre caverne diverse in Spagna, Francia e Italia e suggestive copie a mano delle pitture rupestri, ma che tuttavia – in quanto uomo del clero- finì per darne una lettura in chiave religiosa.

Grotta di Altamira

Dando una sguardo alla storia, è lunghissima la serie di scoperte di arte preistorica duramente attaccate da religiosi che non accettano che la creatività sia un fatto umano. E da illuministi, positivisti e lombrosiani e freudiani che identificavano nel primitivo tare ataviche (nota 1).
Lo scopritore di Altamira, Marcelino Sanz de Sautuola, non fu mai creduto finché era in vita e fu accusato di aver fatto un falso e di aver portato pittori contemporanei a dipingere la grotta.
Mentre fu addirittura assassinato da operai egiziani di religione copta l’archeologo greco Spyridon Marinatos che sotto la cenere di Santorini, nel 1967, scoprì un’intera città sepolta dalla lava e più antica di diciassette secoli rispetto a Pompei e che si suppone essere una città minoica. Il mito della creazione, la credenza cristiana nella genealogia dell’umanità stabilita di racconti del’Antico Testamento impediva di pensare che il genere umano esistesse da più di seimila anni. E Marinatos, secondo i fondamentalisti locali doveva essere eliminato per fermare la blasfemia.

Ma tantissimi altri sono stati i casi di disconoscimento dell’arte preistorica. Perfino studiosi come Levi Strauss (2) e Leroi Gourhan (3), alla fine, hanno contribuito a portarci fuori mano… Per non parlare di Jean Clottes (4) e della sua molto propagandata teoria sull’origine sciamanica dell’arte preistorica come allucinazione. Che nega totalmente l’eccezionale talento degli artisti della preistoria.

Lascaux, cavallo "cinese"

Molte sono le concezioni che si sono succedute nel tempo a partire dall’idea di un’attività puramente ornamentale resa possibile da un mondo di abbondanza, un vero e proprio giardino dell’Eden l’arte per l’arte, sarebbe nata per una disposizione al gioco e al carpe diem.
Interpretazioni magico-venatorie, totemiche, simbolico-sacrificali hanno tentato di sondare i segreti delle prime linee tracciate dai sapiens, in un’alternanza di prospettive in cui ciascun ricercatore vedeva il passato attraverso la lente, più o meno deformante, della propria concezione dell’uomo. Le ricerche scientifiche, nel frattempo, hanno sondato in modo sistematico i reperti, i contesti archeologici, in aride tassonomie, e si sono inoltrate in comparazioni etnografiche con i cosiddetti selvaggi moderni studiando gli aspetti strutturali della cosmologia preistorica così come traspare dalle grotte e dai reperti en plein air.
Nessuno, però, è giunto a conclusioni certe ed inequivocabili con i soli procedimenti della scienza che localizzano e catalogano i reperti ma lasciano aperto l’enigma del senso dell’arte preistorica e, soprattutto, non permettono di comprendere la realtà psichica dei nostri progenitori nel creare forme e dare loro un colore.

Ruffignac, mammuth e altri animali

Ben più interessante appare il contributo che hanno dato gli artisti. Non solo con riflessioni suggestive. Ma soprattutto attraverso le risonanze che le prime espressioni artistiche hanno suscitato nelle loro opere moderne. E’ suggestivo pensare che gli artisti abbiano applicato spontaneamente quel metodo che il filosofo Karl Jaspers, agli inizi del Novecento, aveva chiamato “comprensione genetica”: comprendere cioè l’umano attraverso l’umano, l’arte attraverso l’arte, risalendo così ai sentimenti, alle immagini dei primi sapiens indagando la fenomenologia degli stati d’animo che, a distanza di quarantamila anni, ancora sono capaci di suscitare in noi emozioni profonde attraverso l’irrazionalità dell’espressione artistica. La forza evocativa e la grande sensibilità estetica che le donne e gli uomini della preistoria hanno saputo esprimere nell’affrescare caverne o nell’incidere la roccia ci fa pensare che l’essere umano era già pienamente tale.

E gli artisti più ribelli all’accademia, più sensibili e innovativi fin dall’Ottocento sembrano aver colto la linea rossa di continuità che ci connette ad un passato incredibilmente remoto. Questo modo profondo di rapportarsi all’arte preistorica, che Ugo Tonietti coglie in più punti del suo libro, contraddice ogni estetica di derivazione heideggeriana che parte dalla negazione dell’esistenza di un universale umano. Secondo i cultori di Heidegger ogni espressione artistica potrebbe rimanere chiusa nel suo particolarismo, nella sua inattingibile diversità mancando un criterio unanimemente accettato per definire ciò che è bello ed esteticamente valido.
Ma, di fatto noi cogliamo intuitivamente non solo la grande potenza espressiva delle pitture preistoriche ma distinguiamo ciò che è formalmente più riuscito da ciò che lo è meno: appunto come se la nostra sensibilità non fosse dissimile da quella dei nostri progenitori.

Picasso Les-deimoiselles-dAvignon

E che gli artisti siano riusciti ad avvicinarsi all’arte preistorica senza filtri e preconcetti razionali, lo si legge in filigrana nell’opera di maestri come Picasso, come Matisse, come Modigliani, come Brancusi, come Fontana, Moore e molti altri che hanno saputo leggerne e ricrearne il senso più profondo. Non sembra un caso che uno dei più interessanti studiosi di arte preistorica fosse anche un artista: il pittore Barnett Newman,nel saggio The first man was an artist (1947) sosteneva che all’origine dell’espressione dell’uomo non ci fu l’ansia o la necessità di comunicare, ma “un sentimento estetico”. Un sentimento della bellezza, un’esigenza di libera espressione prevaleva in quelle pitture rispetto ai bisogni materiali e alle istanze religiose. Sottolineando l’importanza del sogno, dell’arte per immagini e della parola poetica, Newman romanticamente arrivò a dire: “La prima espressione dell’uomo fu creativa, come il suo sognare. Fin dall’inizio della storia dell’umanità ci fu espressione estetica. Lo stesso uso del linguaggio, all’inizio fu un grido poetico più che una richiesta di comunicazione”. Per Newman, l’artista e il poeta erano coloro che avevano di più in comune con la creatività dell’uomo primitivo. Le riflessioni di Newman negli anni Quaranta del Novecento, come è noto, stimolarono la ricerca di Pollock di Rohtko di molti altri artisti coevi I segni tracciati nelle caverne dagli uomini della preistoria, secondo Newman, avevano un valore artistico, più che magico rituale e propiziatorio. Un sentimento della bellezza, un’esigenza di libera espressione prevaleva in quelle pitture rispetto ai bisogni materiali e alle istanze religiose.

Picasso, 1946

“Dopo Altamira solo decadenza” si tramanda che Picasso abbia detto. Ciò che è certo è che decise di andarvi dopo aver visto rilievi dell’abate Bruil. Parte della critica d’arte dà per acquisito che Picasso fosse stato influenzato dalle pitture rupestri. E tutti ricordiamo le serie di tori in cui la figura dipinta, via via sempre più ridotta all’essenziale, diventa quasi segno inciso, diventa graffito acquisendo maggiore intensità con l’affievolirsi della analogia realistica. E c’è chi ha notato addirittura che il disegno picassiano Dora e il minotauro mostra una somiglianza sorprendente con un’opera di arte rupestre che Picasso, certo, non potè vedere, ovvero lo stregone scoperto nel 1994 nella grotta di Chauvet risalente a più di 30mila anni fa. Più in generale c’è un’assonanza evidente fra il modo di tratteggiare figure con linee molto marcate tipicamente picassiana e il modo di esprimersi degli artisti di una delle più importanti caverne del Paleolitico, quella di Altamira, specialmente nel soffitto dei bisonti, scoperto nel 1868 da una bambina di otto anni, Maria, che era riuscita a infilarsi nel cunicolo che portava alla grotta. Si racconta che la bambina si mise a gridare “toros, toros!” al padre, lo studioso dilettante Marcelino Sanz de Sautuola che l’accompagnava. Alzando lo sguardo, d’un tratto, le erano comparsi davanti animali rossi, gialli, in colori vivi. Che parevano dipinti di fresco. Tratteggiati con pochi segni, in modo sintetico. Con un forte dinamismo, sprigionando un’energia e un’espressività che gli animali in natura certamente non hanno. Ugo Tonietti nota qualcosa di analogo, quando scrive dei puledri di Foz Coa che sembrano baciarsi o della mucca “che piange”. Come se in quelle figure si potesse cogliere l’immagine interiore degli artisti che le hanno realizzate. Altrove, come di fronte alle ragazze di Jabbaren, Ugo Tonietti evoca la leggerezza della Danza di Matisse e l’incisiva essenzialità cubista e picassiana. Sottolineando con emozione come certe pitture rupestri possano risultare modernissime.

L'uomo stilizzato di Lascaux

Il nostro pensiero allora corre alla grotta paleolitica di Lascaux: ricordando il forte senso estetico dello spazio che denota la disposizione di cavalli, mammut, uri, orsi lupi ma anche fiammeggianti bisonti e immaginari liocorni, dalla suggestiva evidenza tridimensionale e come in movimento. Sulle aspre pareti di quelle grotte i magdaleniani (i cro-magnon che vivevano in Europa tra i18 gli 11mila anni fa) seppero creare vivide pitture e incisioni che tengono conto della distanza dall’osservatore. Deformando le proporzioni degli animali affinché risultassero corrette se viste da terra. Un po’ come la Madonna dell‘Annunciazione di Leonardo il cui braccio ritorto e sproporzionato risulta perfetto se visto nella collocazione originaria della tela su una parete obliqua rispetto allo spettatore.

 

Venus Chauvet

Ogni periodo della preistoria, e ogni area geografica,sembra aver avuto uno stile, oserei quasi dire un canone condiviso, un “progetto comune”. Senza contare che molti esempi di quella misteriosa pratica di fare arte in grotte profonde che nella zona franco-cantabrica e nel Mediterraneo durò 20.000 anni risultano singolarmente multistrato. Nella Galerie profonde di Ruffignac, la rappresentazione polifonica di cervi, stambecchi e mammut, qui in bianco e nero, lascia intravedere molteplici stratificazioni di pittura, un palinsesto di immagini opera forse di successivi flussi di gruppi nomadi. Mani diverse concorrono a una rappresentazione corale in cui figure di animali, realizzate in momenti differenti, talora si sovrappongono, ma curiosamente senza quasi mai cancellare il precedente, tanto che, nonostante i differenti timbri e accenti, l’insieme rivela una singolare armonia.

 

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che grotte affrescate come quella di Chauvet o come quella di Pech Merle fossero punti di ritrovo, di scambio, di rappresentazione collettiva. Le prime figurazioni di animali che conosciamo in questa parte della Dordogna non sono affatto mimetico -realistiche. Lo diventeranno successivamente. Mentre le prime Veneri preistoriche (gravettiane e quelle steatopigiche dai grandi seni e fianchi, a poco a poco lasceranno il posto a figure femminili estremamente stilizzate. Come se,verrebbe quasi da dire, non ci fosse più l’esigenza di alienare la propria immagine interiore in eleganti e vitali rappresentazioni di animali.

I cavalli di Pech Merle

Così gli eleganti e immaginifici cavalli a puntini rossi di Peach Merle dipinti 22.600 anni fa e circondati tutt’intorno da impronte di mani nere, nella stessa grotta, campeggiano insieme a simboli sessuali e nudi femminili stilizzati. Questo per dire che entro uno stile nato nelle caverne trentamila anni fa e che ai nostri occhi appare dominante e unitario per duecento secoli si registra una compresenza di modi di rappresentazione originali e diversi. Anche se, a ben vedere, l’arte paleolitica rende capziosa la distinzione fra arte figurativa e astratta. Dal momento che nell’arte primitiva-, non essendo né narrativa né aneddotica – la figura è sempre segno che rimanda a qualcosa di più profondo.

“Gli artisti del paleolitico erano assai creativi e sapevano dominare le loro tecniche in maniera eccezionale” scrive lo studioso Amir Aczel. Usavano strumenti in pietra acuminati per intagliare le immagini sulle pareti e pennelli ricavati da piante e animali. Attraverso una cannuccia soffiavano il colore fresco sulla parete. E adoperavano le dita per stenderlo. Per non parlare poi della loro abilità nell’uso del carbone e di pigmenti resistenti a base di metalli, per ottenere tinte differenti. Perlopiù utilizzate in maniera espressiva e non naturalistica. Basta pensare allo spazio rosso sangue in cui campeggia il bisonte di Altamira, solo per fare un esempio o ai cavalli punteggiati di rosso di Peach Merle.

Pollock, She wolf

Un uso primitivo ed evocativo del colore che affascinò anche Pollock. Come accennavamo all’inizio, risonanze profonde legano l’arte preistorica (che nasce già matura) alla ricerca delle moderne avanguardie. Attraverso lo studio di Picasso e la lettura di saggi come l’Arte primitiva e Picasso di John Grahm, Pollock si interessò, non solo all’arte preistorica, ma anche a quella cosiddetta “primitiva”. Su questa scia dipinse quadri come The she wolf collegandosi direttamente alle iconografie tracciate dai primi artisti nelle caverne.

Ma fondamentale nella sua scelta di abbandonare del tutto la figura, superando Picasso, fu la ricerca sull’arte primitiva dei nativi americani risalente a 12mila anni fa.

Pollock, variazione sull'arte indiana

Il tentativo era quello di affacciarsi sull’ignoto, di aprire una ricerca sull’irrazionale, che nella visione di gran parte degli artisti della Scuola di New York coincise con la riscoperta del primitivo e del mito, alla ricerca di un linguaggio artistico capace di esprimere l’universale dell’uomo.

Nel 1947 Pollock arrivò a dire che la tecnica del dripping può essere considerata “un metodo simile a quello degli indiani dell’Ovest che lavorano sulla sabbia”. L’allusione è alle pitture di sabbia che gli indiani navajo realizzavano per terra durante danze rituali e alle quali attribuivano una funzione magico-curativa. Con questa azione intendevano creare forme nel contatto con i segni e le forze evocate. Tralasciando qui la ricerca di archetipi universali di matrice junghiana che Pollock sovrapponeva poi, ideologicamente a tutto questo, quello che appare evidente è che proprio attraverso il rapporto con l’arte primitiva indiana l’inventore dell’action painting superò la necessità di ricorrere a referenti formali riconoscibili e, mettendo al centro l’immediatezza irriflessa del gesto artistico si avviò sulla strada di una nuova pittura astratta. Come tentativo di ricreazione degli albori della propria creatività, della propria nascita.

Jackson Pollock,(1948) impronte di mani,

Forse l’analogia più profonda fra la pittura di Pollock e quella degli artisti preistorici è che in essa si esprime un nucleo generatore comune che è la fantasia, un universale antropologico che si afferma oltre ogni condizionamento e particolarismo storico . Fantasia…pulsione-fantasia… linea …
E qui, la tentazione di leggere l’arte presitorica attraverso la lente di ingrandimento della teoria della nascita di Massimo Fagioli, come lui stesso a più riprese ha suggerito, è grande. E direi, inevitabile. Perché senza di essa non riusciremmo a penetrare nei processi generativi ed originari del pensiero.

Come non vedere nell’arte delle caverne o nei graffiti di Foz coa o di Jabbaren raccontati da Tonietti, un modo di lasciare un segno ( in armonia con l’ambiente) affermando e realizzando un’identità umana che fin dall’inizio è irrazionale? Creazione attraverso l’arte di un’identità umana. Forse qui è la risposta all’interrogazione sul perché dei disegni e dei graffiti presitorici sparsi in tutti i continenti del mondo. Forme irrazionali, immagini della veglia come trasformazione di sogni, che prendono vita sulla tela attraverso le linee tracciate con il movimento della mano e non semplici ricordi di sogni come sembra suggerire il titolo un po’ ambiguo del documentario di Herzog su Chavet Cave of forgotten dreams (5).

Nel dipingere l’animale, l’uomo esprime la sua distanza da esso; non solo per la capacità di idearlo mentalmente, di immaginarlo, ma anche di rappresentarlo concretamente. Nelle immagini dei mammuth e dei rinoceronti ci sono in filigrana quelle degli uomini che li hanno dipinti e graffiti. E le raffigurazioni teromorfe-l’uomo toro di Chavet per esempio – potremmo immaginare che ( lungi dall’alludere all’animalità che il Logos greco vorrebbe annidata nell’irrazionale) alludano proprio al pittore primitivo che mentre dipinge ha nella testa l’animale che poi compare, per effetto della sua creazione, nella superficie della roccia? Ma come ci raccontava l’archeologo Raffaele De Marinis nel 2008 su left (6) , fin dall’inizio l’immagine maschile compare accanto a quella femminile e in rapporto con essa.

Lo raccontano le tante impronte di mani, maschili, femminili e di bambini che punteggiano le grotte della preistoria, ma anche i triangoli pubici nella grotta Chauvet e un’immagine femminile associata all’ “uomo-bisonte” nel cosiddetto pannello dello stregone. Ed è davvero seducente pensare, come ha suggerito lo psichiatra Massimo Fagioli (7), che nei gruppi nomadi del paleolitico (che archeologi come Colin Renfrew descrivono come società ancora egualitarie e non scisse), le donne esprimessero la propria creatività non solo facendo figli, ma facendo arte. Prima che il Logos occidentale, il pensiero maschile razionale e scisso si arrogasse tutta la scena, per negarle.

Grazie per l’attenzione

note:

1) “Nessun quadro generale degno di tale nome è stato delineato. In passato fulgide opere di sintesi- da Hegel a Fukuyama si sono generalmente rivelate il riflesso dei preconcetti dei loro autori piuttosto che un contributo duraturo alla comprensione dei modelli del passato” dice Colin Renfrew in Prestoria (Einaudi, 2007). Quanto a Vico- nota il pittore e filosofo Emilio Villa ne L’arte dell’uomo primordiale (Abscondita, 2005) – ha tramandato lo schema di un uomo primordiale che ha, come fondamento della sua esistenza una manifestazione di carattere nevrotico, basata sulla paura. L’uomo primitivo sarebbe stato in balia del terrore, tremante e fuggitivo come un Caino allo sbaraglio, in climi torbidi, nebulosi. Comunque la si voglia chiamare quella paura, paura dell’essere al mondo o angoscia primaria non si può ritenerla una manifestazione di psicopatia originaria e generale dell’uomo remotissimo, ma caso mai ansia reattiva e motivata da reali pericoli e avversità.

2) Levi Strauss ha finito per accentuare la lettura strutturalista e per dare una valenza mitica al pensiero dei cosiddetti primitivi. Per quanto nominalmente abbia criticato il totemismo di Frazer e Freud, basato sull’idea dell’orda e dell’assissinio primitivo, in fondo non si affrancò mai dalla visione freudiana di un incoscio perverso filogeneticamente ereditato

3)iLeroi Gourhan, a sua volta , ha finito per sostenere che durante tutto l’arco di tempo in cui le grotte furono frequentate l’arte rupestre avesse valenza religiosa( vedi il suo Le religioni della preistoria, Adelphi,1993). Quando non c’è nessuna prova certa in questa direzione. Anche l’idea che la rappresentazione di animali nelle grotte fosse parte di un rito propiziatorio di caccia trova un elemento di disconferma nel fatto che rare sono le raffigurazioni di renne di cui gli uomini della preistoria si cibavano, mentre abbondano immagini di altri animali “non commestibili” e perfino di animali immaginari. Inoltre Leroi Gourhan con libri come Il gesto e la parola (Einaudi, 1977 in francese 1964) ha sostenuto che l’opponente del pollice fosse la prima e più importante discriminante fra la specie umana e quelle animali.

4) vedi intervista a Jean Clottes apparsa nel 2008 su left e riprodotta qui di seguito

5) Nel film Cave of forgetten dreams, con immagini poetiche e sicuramente suggestive, Werner Herzog sviluppa il tema heideggeriano del vagheggiamento di una natura incontaminta e intonsa versus il delirio faustiano della tecnica che porta alla distruzione. Lo fa raccontando di una centrale atomica che crea un pericoloso microclima tropicale nei pressi della grotta.Con un finale apocalittico, da fine della storia, con due coccodrilli albini nati nelle vasche in cui decantano le acque delle centrali. Mentre i sogni sarebbero dimenticati dall’uomo, in primo piano attraverso questa allegoria finale, dall’aura metafisica, la mostruosità di un presente che finisce per apparire nel film come il ritorno di una mostruosità primordiale

6) vedi l’intervista all’archeologo Raffaele De Marinis apparsa su left nel 2008 e riprodotta qui di seguito

7) Oltre alla tetralogia di libri di Massimo Fagioli,il riferimento è agli articoli dello psichiatra Massimo Fagioli pubblicati sul settimanale left e in particolare, fra i molti che hanno ispirato le tematiche qui sviluppate, ricordiamo qui: Ho visto una nanetta 20 ott 2006), Mele qualche perla una donna ( 10 nov 2006), Le ragazze di Jabbaren ( 23 nov 2007), L’immagine inventata (18 dic 2009), La linea invisibile (19 marzo, 2010), La grotta (8 ottobre 2010), Pensiero e sensibilità ( 5 nov 2010), I tre volti ( 21 genn 2011), Die Vorstellung ( 25 marzo 2011), Vietato sapere ( 27 maggio 2011), La libera espressione (11 nov 2011) , Pulsione fantasia ( 18 nov 2011), Percezione fantasia (25 nov 2011), Forse sono soltanto parole (6 genn 2012),

Pubblicato in: Archeologia, Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

Nuove scoperte di arte paleolitica in Romania

Pubblicato da Simona Maggiorelli su gennaio 7, 2012

pitture rupestri Coliboaia

Dopo la recente scoperta delle pitture rupestri nella grotta di Coliboaia in Romania, lo studioso francese Jean Clottes interviene sulla loro datazione, sostenendo che dai risultati degli esami al radio carbonio si possano far risalire a un torno ampio di tempo che va 32.000 a 35.00o anni fa. Dunque si tratterebbe di pitture rupresti fra le più antiche, mai ritrovate finora in Europa. “La datazione di questi ritovamenti  di cui si è cominciato a parlare nel 2010 – ha dichiarato Clottes al bimestrale Archeology (gennaio-febbraio 2012) ci permettono di affermare con ancora maggiore certezza che la specie umana è stata creativa fin dai suoi inizi”.

Dopo aver visitato il sito, Jean Clottes racconta di aver potuto osservare almeno otto immagini di animali,  di rinoceronti, cavalli e orsi, in uno stile pittorico analogo a quello delle grotte di Chauvet. “La datazione delle grotte di Coliboaia- spiega Clottes alla rivista inglese – è particolarmente importante perché dimostra che fin dal’inizio dell’arte rupestre i nostri antenati avevano le stesse pratiche culturali in tutto il continente. Tutto questo rinforza la tesi dell’unitarietà dell’arte rupestre nell’era glaciale”. Intanto sono in cantiere nuovi studi e rivievi sulle otto pitture riportate alla luce e nuove campagne per far emergere altre pitture rupestri che ancora sono  ricoperte da calcare e sedimenti.

Pubblicato in: Archeologia, Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , | Lascia un commento »

L’archeologo De Marinis: “La trance non genera arte”

Pubblicato da Simona Maggiorelli su gennaio 7, 2012

 di Simona Maggiorelli

Lady with a Hood, France,Tolosa

L’arte sembra essere nata già matura a giudicare dalla morbidezza del tratto e dall’espressività delle pitture rupestri di Chauvet e di altri esempi del paleolitico. Come si spiega professor de Marinis*?
L’infanzia dell’arte non è l’arte dell’infante, mi verrebbe da dire con l’abate Breuil.Alle origini non vengono dipinti solo animali, ma anche esseri umani. Quando compare l’immagine femminile?
Le figure umane sono nettamente minoritarie nell’arte parietale paleolitica, ma compaiono fin dall’inizio, come dimostra la grotta Chauvet con alcuni triangoli pubici nella galleria dei Megaceri e un’immagine femminile associata all’ “uomo-bisonte” nel cosiddetto pannello dello stregone.
La donna appare rappresentata in modo meno realistico rispetto agli animali. Come se chi dipingeva inconsapevolmente raccontasse di un rapporto razionale, per la sopravvivenza, con gli animali e di un rapporto più emotivo, passionale, con l’immagine femminile?
L’immagine femminile cambia nel corso dello sviluppo dell’arte paleolitica. In età gravettiana c’è l’esagerazione degli elementi che si riferiscono alla fecondità: seno, ventre, pube. In seguito, le figure femminili diventano schematiche. Le figure animali, al contrario, diventano sempre più naturalistiche. Picasso diceva (esagerando): dopo Altamira può esserci solo decadenza.

Gratte di Lascaux

Le nuove rilevazioni al radiocarbonio hanno messo in crisi l’idea eurocentrica dell’Europa culla dell’arte? Da altri Paesi potrebbero venire scoperte che retrodatano la”nascita dell’arte”?
Per l’arte il più antico documento è quello della caverna Blombos in Sudafrica (77000 BP). Oggi conosciamo arte rupestre anteriore alla fine dell’ultima glaciazione in Africa, Asia e soprattutto Australia. Tuttavia, l’arte parietale in grotta rimane concentrata nell’ovest dell’Europa. Qui le grotte sono state sigillate da pietrisco e detriti alla fine dell’ultima glaciazione per cui all’interno si sono mantenute condizioni stabili di temperatura e umidità, altrove l’arte parietale in grotta è andata quasi completamente distrutta a causa della severità dei fenomeni crioclastici e dell’esfoliazione delle rocce. L’arte è strettamente connessa all’uomo anatomicamente moderno, tuttavia è solo nell’Europa occidentale che possiamo studiare a fondo l’arte paleolitica per l’abbondanza della documentazione.
Uno studioso come Jean Clottes sostiene la tesi di un’origine religioso sciamanica dell’arte rupestre. Le pitture nelle grotte sarebbero allucinazioni da deprivazione sensoriale. Ma come si spiega allora il fatto che le pitture di Chauvet ci appaiano come immagini d’arte, dal valore universale?
L’ipotesi che l’arte parietale paleolitica rappresenti l’esperienza dello stato di trance da parte dello sciamano, formulata brevemente da Mircea Eliade nel ’51, è stata ripresa, ampliata e sviluppata da J.D. Lewis-Williams e A.T. Dowson a partire dal 1983. Applicata in un primo momento all’arte rupestre del Sud-Africa, è stata poi estesa all’arte paleolitica europea. La collaborazione tra Jean Clottes e Lewis-Williams (1996) ha poi assicurato una vasta notorietà internazionale a questa interpretazione. Lewis-Williams, Dowson e Clottes presuppongono che lo sciamanesimo fosse universalmente diffuso in tutte le popolazioni di cacciatori-raccoglitori attuali e passate. Inoltre, hanno fatto ricorso alle scienze neuro-psicologiche per comprendere gli stati di coscienza alterati che producono allucinazioni visive. Secondo questi autori, vi sarebbero tre tappe nello stato di trance: la prima in cui il soggetto percepisce forme geometriche luminose e mutevoli, griglie, zig-zag, spirali, fenomeni entoptici, interni al sistema ottico e indipendenti da fattori esterni. Il secondo in cui il soggetto costruisce forme conosciute con le immagini entoptiche. Il terzo in cui agli elementi entoptici vengono associati immagini di animali, uomini, mostri, che derivano dalla mente e dalla cultura del soggetto. Lo stato di coscienza alterato poteva essere raggiunto dallo sciamano per via naturale (danze, ritmi ossessivi e quant’altro) oppure attraverso l’uso di sostanze allucinogene.
Cosa pensa di questa tesi la comunità internazionale degli studiosi di preistoria?
L’interpretazione sciamanica dell’arte parietale paleolitica è diventata di moda, e ha conseguito un notevole successo mediatico, motivo per cui forse la maggior parte degli studiosi non sono intervenuti apertamente a contrastarla. Poi hanno reagito mostrando la mancanza di fondamento di molte delle tesi sostenute, come per esempio i tre stadi dello stato di trance. Questi tre stadi sono stati osservati solo presso chi fa uso di mescalina o di Lsd. La mescalina è un alcaloide allucinogeno tratto da un cactus messicano, quindi non poteva essere conosciuto dai paleolitici europei.

*docente di Preistoria, Protostoria e Metodologia della ricerca archeologica; Università degli Studi di Milano

Left-Avvenimenti 39/2008

Pubblicato in: Archeologia, Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

Jean Clottes:” Per nulla primitivi”

Pubblicato da Simona Maggiorelli su gennaio 7, 2012

di Simona Maggiorelli

pitture rupestri Chauvet

Nella sua lunga carriera universitaria il francese Jean Clottes ha scritto più di trenta libri ed è considerato uno dei massimi studiosi di arte preistorica. Piuttosto curiosamente, però, della sua poderosa opera, è stato tradotto in italiano solo l’agile volumetto La preistoria spiegata ai miei nipoti (Archinto). Anche per questo la recente uscita in Italia del suo Cave art (Phaidon) – anche se in inglese – ci è sembrata una notizia cui dedicare un ampio servizio (left n. 39, 2008). Di ritorno da un lungo viaggio Clottes ci ha offerto l’occasione per riprendere il filo del discorso, raccontandoci gli ultimi sviluppi del suo lavoro. «Con il collega David Coulson che fa scavi in Kenya e Alec Campbell che lavora in Botswana, in questi mesi abbiamo lavorato sui ritrovamenti d’arte a Dabous, sulle montagne Aïr nel Niger del Nord – racconta Clottes -. Lì abbiamo registrato e studiato più diottocento graffiti, risalenti a 5-6mila anni fa».
Che tipo di immagini offrono quei graffiti?
Perlopiù sono figure di bovini, giraffe, ostriche e antilopi ma anche immagini di esseri umani. Pitture che risalgono tutte al neolitico.
Negli studi come è cambiato il modo di pensare la nascita dell’arte?
Alla fine del XIX secolo, gli studiosi non pensavano che ci fosse arte nelle epoche più antiche. Perché gli uomini del Paleolitico erano considerati in tutto“primitivi”. Poi nel XX secolo, anche con importanti ritrovamenti, si è pensato che l’arte avesse avuto un’evoluzione graduale, dai primi rozzi inizi 30-35mila anni fa fino alle superbe raffigurazioni di Lascaux. Con la scoperta delle magnifiche pitture della grotta di Chauvet (30-32mila anni fa) ci siamo resi conto che già allora la sensibilità artistica dei nostri antenati era perfettamente sviluppata. Allora il paradigma è cambiato: l’arte non si è sviluppata gradualmente, si è detto, ma ci sono sempre stati alti e bassi, a seconda dei tempi e dei luoghi.

Il cavallo"cinese" di Lascaux

Perché il repertorio d’immagini ha così poche variazioni nei secoli?
C’erano delle variazioni, ma c’è anche una indiscutibile unitarietà, dovuta a un fatto: il sistema dei valori degli uomini della preistoria rimase a lungo lo stesso.
Nei dipinti di Chauvet la forma del disegno e la potenza espressiva appaiono diverse, da una mano all’altra.
Ci sono sempre differenze fra un artista e un altro, anche se condividono gli stessi valori e convinzioni. Trentamila anni fa i nostri antenati erano esseri umani come noi oggi. Avevano le stesse capacità, fantasia e possibilità emotive.
Dipingevano non solo animali ma anche immagini di donna.

Nelle prime pitture naturalistiche che conosciamo, quelle di Chauvet, ci sono molte raffigurazioni del sesso femminile ma anche una figura non finita di donna. L’immagine umana compare lì contemporaneamente ai disegni di animali.
Nel suo studio Les chamanes de la prehistoire ipotizza che gli sciamani, nelle grotte, avessero allucinazioni causate da deprivazione sensoriale. “Allucinazione” e “visione”, per lei sembrano sinonimi. Ma un’allucinazione schizofrenica può essere paragonata a un’immagine artistica?
La deprivazione sensoriale può essere stata una delle tecniche per entrare in trance. Ma ce ne sono molto altre, come ho scritto nel mio libro. Le loro visioni possono aver ispirato alcune immagini artistiche, ma certamente non tutte; immagini in ogni caso trasformate dalla mente e dell’abilità degli artisti.
È possibile pensare che, per esempio in Australia, ci siano tracce di un’arte più antica di quella europea?
Possiamo e dobbiamo pensarlo. Quello che vale per l’Australia, vale anche per l’Africa e parte dell’Asia. Perché quei continenti sono stati abitati dall’uomo prima de

Intervista integrale a Jean Clottes in occasione dell’uscita in Italia per Pahidon del suo libro Cave art, realizzata per left numero 46 del 2008:

Jean Clottes

Professor Jean Clottes, In wich way the discovery of prehistoric decoreted caves in western Europe transformed the way we think about the development of art?

Firstn at the end of the XIXth century, most scholars did not want to believe there could be such ancient art, because Palaeolithic people were supposed to be so “primitive”. Then, in the course of the XXth century, after the great antiquity of the art had been admitted,  the current paradigm was that it evolved gradually, from very crude beginnings in the Aurignacian (about “30,000/35,000 years ago) to the superb art of Lascaux and others. Finally, with the discovery of the Chauvet Cave, whose magnificent art is dated to 30,000/32,000 BP, we realized that at such early dates the art was already fully developed. Therefore the paradigm had to be changed: art did not develop gradually, but there have always been high moments and low moments, varying with time and space.

Why, according to your studies, the repertoire of images remained almost the same for centuries and centuries?
It was not exactly the same: there were variations, but there still is an undisputable unity which can only be due to one cause: the fundamental framework of those peoples’ beliefs remained the same.

In the same time, for istance in the Chauvet cave, the shape of the lines and the emotinal temperature of the pictures are clearly different from an artist to another, from an hand to another. How can we explane such mature and “modern” way of painting 35.000 or 22.000 years ago?
There are always changes from an artist to another, even if they share the same beliefs and conventions. 30,000 years ago, they were the same humans as we are, so their abilities were the same.

In that age they did not make pictures only of animals. When human figure, and in particular female figure, took birth in cave art?
The earliest naturalistic paintings we know of are in the Chauvet Cave, where we have several representations of the female sex and also the lower body of a woman. So, the human figure was right there as early as animal representations.

In your study “Les chamanes de la prehistoire” you say that the shaman’s allucination are caused by the sensory deprivation in the caves. You use the term “allucination” like a synonymous of ” vision”. But, can a schizophrenic allucination be the same of a creative image of an artist?
No. Sensory deprivation may have been one of the possible means of getting into trance, but there are many others as we have said in our book. Their visions may have inspired some of their images, but certainly not all and they may have been transformed through the minds and expertize of the artists.

Can we hypothesize that in Australia for istance there could be art examples older than the ones we have founded untill nowadays in Western countries?

Yes, we certainly can and should. The same is valid for Africa and parts of Asia because modern humans peopled those continents before Europe.

I read that your working on a new book about Niger can you anticipate us something about your new discoveries in that area?

With my colleagues David Coulson from Kenya and Alec Campbell from Botswana, and with the help of Yanik Le Guillou and Valérie Feruglio, we have worked on the art of a place called Dabous, in the Aïr mountains of
northern Niger. We recorded and studied more than 800 engraved images, mostly of bovids, giraffes, ostriches and antelopes, with also a number of humans, belonging to a Neolithic period (perhaps 5,000 to 6,000 years ago.

Pubblicato in: Archeologia, Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 Commento »

Lode alla passione di Semiramide

Pubblicato da Simona Maggiorelli su aprile 18, 2010

Ecco perché il fondamentalismo cristiano se la prese con la scienziata alessendrina Ipazia. A margine dell’uscita nelle sale italiane del film Agorà del regista cileno Amenàbar, il filosofo Giulio Giorello invita riscoprire le grandi figure femminili che il Vicino Oriente ci ha tramandato. E che l’Occidente cristiano stigmatizzò come “dee false e bugiarde”

di Simona Maggiorelli

Gustave Moreau, Salomé 1876

il regista Amenábar racconta Ipazia come una filosofa neoplatonica ma anche come una grande matematica impegnata nel rileggere in modo critico la tradizione di Tolomeo. Fino a farne una precorritrice di Copernico e addirittura delle orbite ellittiche di Keplero. Chiaramente – sottolinea Giulio Giorello, fra i relatori del convegno su Ipazia che si è tenuto il 14 aprile a Roma su iniziativa dalla Treccani – nel film Agorà c’è un tocco di immaginazione riguardo a questo punto.  A mio avviso, una licenza legittima nella reinterpretazione poetica di Ipazia che Agorà ci offre. Ma va detto anche – prosegue il filosofo della scienza – che il film di Amenábar è molto preciso nella ricostruzione del fanatismo cristiano visto in due momenti: nella lotta contro i pagani al tempo del vescovo Teofilo e poi sotto suo nipote Cirillo che fece ancora peggio: un figuro che poi è stato fatto santo e addirittura è stato schierato fra i padri della Chiesa.

E il fondamentalismo cristiano dei parabolani?

Il film è molto coraggioso nel mostrare come le bande cristiane che linciarono Ipazia fossero “parenti strette” delle squadracce fasciste o, se vogliamo, delle bande comuniste di Pol Pot. «Il ventre che ha partorito l’intolleranza è ancora fecondo», diceva Brecht. E Agorà mette bene in luce il ruolo nefasto dell’intolleranza cristiana. Gli stessi cristiani che si batterono per una politica più lungimirante furono sconfitti. Quanto a Cirillo, a me ricorda i costruttori del totalitarismo, la «banalità del male», per dirla con Arendt; una banalità del male che i cristiani rivolgono verso gli altri… Alla fine, anche nel film la scienza, comunque sia, andrà avanti lo stesso, nonostante i lutti, le tragedie, le usurpazioni.

Ipazia fu calunniata dai cristiani che ne alterarono ferocemente l’immagine?

Fra le accuse che le furono mosse c’era anche quella di stregoneria, di praticare la magia nera, un reato che era odioso non solo ai cristiani ma anche fortemente represso a Roma. I parabolani, manipolati e manipolatori, praticarono sistematicamente la disinformazione. Ecco un altro tratto che avvicina il loro cristianesimo alle forme di totalitarmo che abbiamo conosciuto nel secolo breve.

Alessandria d’Egitto era una città multiculturale. I parabolani vollero colpire anche una certa libertà che lì le donne avevano?

La cultura greca e romana aveva una componente misogena. E quella del cristianesimo, poi, è più che evidente. In una cultura come quella alessandrina, invece, alle donne eccezionali veniva riconosciuto un prestigio intellettuale e politico, una sorta di status, che altre tradizioni invece negavano. Alessandria era stata, non dimentichiamolo, la città di Cleopatra nel I secolo a.C. Per Roma era una lussuriosa ma per gli orientali era la risposta all’imperialismo romano. Ci vorrà Shakespeare per riconoscere questo tratto politico di Cleopatra. Per molti versi, Ipazia fu il contrario. Mentre Cleopatra fu regina dai grandi amori, Ipazia fu una “virgo”, una vergine che si dedica alla contemplazione filosofica.

Allora perché colpirla?

In quell’atto di ferocia avvenuto sotto Cirillo la Chiesa si rese colpevole di tre diverse violenze: contro la donna, contro la libertà religiosa e contro la libertà scientifica. Per questo Ipazia fu straziata in modo orribile; il film riguardo alla sua morte edulcora la storia reale. Non so se il suo assassinio fu il segno della fine della grande cultura classica e pagana, come dice lo storico Gibbon. Certamente fu un segno nefasto: dice che le religioni, e in particolare il cristianesimo, possono essere elementi non di pace ma di discordia sociale, tarpando la fioritura di personalità di donne e di uomini, diventando solo fanatismo, violenza, repressione. Nella storia, poi, la Chiesa cattolica non si è smentita. Ricordiamoci come è finito Giordano Bruno, come fu messo a tacere Galilei, pensiamo alle dure repressioni di pensatori eretici o libertini. Altro che radici cristiane dell’Europa! Se le nostre radici cristiane sono quelle piantate dai parabolani è ora di tagliarle. Senza dimenticare poi che gli umani non sono piante che hanno bisogno di radici. Piuttosto sono nomadi che vogliono camminare in libertà.

Nel suo libro Lussuria (Il Mulino) indaga la sessualità vista da Oriente e da Occidente e scrive che Cleopatra fu vista come «un ostacolo da eliminare nel cammino di Roma nel mondo civilizzato».

Ottaviano per gli storici classici fu il restauratore delle virtù repubblicane di Roma dopo le guerre civili. Shakespeare conosceva bene le fonti classiche! Cleopatra subì una demonizzazione come altre eroine del Vicino Oriente. Ipazia no. Fonti posteriori, sia pagane che cristiane, riconobbero il suo grande valore intellettuale.

Le dee dell’Oriente furono dette false e bugiarde…

Da Agostino ma anche da Dante. E la donna fu considerata in modo molto diverso da quanto accadeva nel mondo pagano. Il monoteismo cristiano in questo ha molte responsabilità. Furono dette false e bugiarde Hinanna dei Sumeri, Isthar degli Accadi, Astarte della Siria e Afrodite che, prima di essere associata alla Venere latina, era una divinità femminile molto potente: in Oriente non era solo la dea dell’amore ma rappresentava anche la potenza della natura che genera il nuovo. Una dea terribile verso chi la ostacola. Un aspetto ripreso meravigliosamente nei Cantos di Pound e che troviamo già in Euripide. E poi molte figure femminili che ci ha lasciato il Vicino Oriente (checché ne dica Dante) furono grandi regine. Penso a Didone e alla grande Semiramide che l’Occidente vuole colpevole di incesto e assassina. La tradizione orientale che il paziente lavoro degli assirologi ha fatto riemergere, invece, ce ne parla come di una regina che apportò importanti novità politiche. La vera Semiramide, come ha dimostrato Giovanni Pettinato, fu una grande legislatrice, una edificatrice di civiltà e si tramanda dicesse: «Siccome la natura mi ha dotata di un corpo di donna ho avuto anche il tempo per coltivare i miei amori». Nel mio libro ho cercato di raccontare che ciò che oggi si dice lussuria era considerata in Oriente una qualità creativa potente. Un’idea che fu normalizzata dal monoteismo cristiano. Tertulliano diceva che la donna era «porta del diavolo» attraverso la quale tutti i vizi irrompono nell’umanità. Gli effetti di questo paradigma occidentale li vediamo anche oggi: le donne sono oggetto di una “lussuria” molto bassa da parte di maschi che poi pubblicamente fanno come Ottaviano.

Nell’epopea di Gilgamesh l’incolto Enkidu ottiene l’intelligenza grazie al rapporto con una prostituta…

Quello che noi chiamiamo vizio di lussuria era in realtà passione della conoscenza. Questa è una componente molto radicata nella cultura dell’Antica Mesopotamia. La sessuofobia paolina cancellò tutto questo. Paolo di Tarso deve aver avuto non pochi problemi psico-fisici… Come si vede da Lussuria le mie simpatie vanno alle grandi dee, Isthar e Afrodite, ma vanno soprattutto a quelle donne che hanno cercato di liberarsi volendo seguire il desiderio, che una cultura stupidamente maschilista definisce «voglie». Un grande esempio fu l’inglese Harriett Taylor che lottò per i diritti delle donne facendone conquiste per tutti. Le sue intuizioni passarono nel libertarismo di John Stuart Mill.

dal settimanale Left-avvenimenti


Pubblicato in: Archeologia, Cinema, Filosofia | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

Pompei città (archeologica) senza legge

Pubblicato da Simona Maggiorelli su gennaio 30, 2010

da El Pais, Spagna 31.01.2010

Pompei

Pompei, la città romana sepolta dalla cenere del Vesuvio, Patrimonio dell’Umanità protetta dall’Unesco dal 1997, continua a soffrire, duemila anni dopo, per l’abbandono e l’imperizia delle autorità. A seguito della minaccia della camorra, che fa i suoi traffici nell’area e costruisce dove gli pare, la gestione di Pompei fu affidata la primavera scorsa dal Governo a un Commissario straordinario, manager dell’onnipotente Protezione Civile, dotato di poteri speciali. Giustificata come soluzione al “grave degrado” e allo “stato di pericolo” che minaccia l’area, nella gestione del commissario Marcello Fiori la spettacolarizzazione e la superficialità hanno fatto premio sulla qualità e la sicurezza, stando a quanto affermano esperti ed operatori del settore.

“Pompei, con 2.5 milioni di visitatori e 20 milioni di euro di entrate all’anno, è gestita oggi con uno stile volto alla spettacolarizzazione e populista non compatibile con i tempi quasi sempre lenti e poco gratificanti dell’archeologia” sintetizza un funzionario del sito che chiede l’anonimato.
Il sintomo più chiaro è che tra i 600 lavoratori di Pompei regna l’omertà. Solo i sindacalisti parlano, apertamente, con nome e cognome. Gli altri non rivelano la loro identità per paura di rappresaglie.
Un misterioso incidente è stato trasformato dalla Direzione quasi in un segreto di Stato. I lavoratori denunciano che si è voluto minimizzare dei danni molto gravi. E questo ha fatto salire nel sito archeologico una tensione che è latente da mesi.

Il 14 di gennaio un lavoro avviato in tutta fretta, a turni di sette giorni su sette, secondo i sindacalisti, per dar lustro all’imminente visita di un uomo politico (non è chiaro se si tratti del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano o del Primo Ministro Silvio Berlusconi) ha provocato il crollo di due muri, uno di 30 metri e un altro di 20. Due pareti di case antiche, secondo alcune fonti decorate con affreschi, son venute giù.
Il sindacalista della UIL Gianfranco Cerasoli spiega che l’opera fu decisa dal commissario Fiori e riguardava l’opera della via dell’Abbondanza, dove si trova la casa dei Casti amanti – scoperta nel 1987 e chiusa con impalcature da allora, e la casa di Giulio Polibio. “Hanno piazzato una gru molto grande sopra un terrapieno fragile, e con la pioggia la gru è caduta sopra il muro che circonda l’insula della casa dei Casti Amanti; questo a sua volta ha distrutto una parete contigua”, spiega Cerasoli.

Il commissario Fiori ha negato che i danni siano stati gravi, ha smentito che li avrebbe provocati una gru e li ha attribuiti alle forti piogge. Seguendo al millimetro la linea ufficiale, Fiori ha preferito annunciare che “in febbraio sarà possibile vedere lo scavo della casa dei Casti Amanti attraverso una parete in plastica trasparente e un sistema di telecamere”. Il direttore degli scavi di Pompei, l’archeologo Antonio Varone, ha accusato i sindacati di allarmismo e attenua la gravità dell’incidente, limitandolo a un “piccolo smottamento di terra”.
Tuttavia la denuncia parte dalla prestigiosa associazione privata Italia Nostra che veglia sul patrimonio culturale. Italia Nostra parla di omertà e di “distorsioni” nella gestione e ha richiesto una “trasparenza immediata”.

Una funzionaria del parco dà la sua versione allontandandosi dall’ufficio per parlare senza essere sentita “abbiamo paura, il clima qui è di intimidazione. Non sappiamo neppure quali danni realmente vi sono stati perché la consegna è di non parlare, e non hanno fatto nemmeno entrare i tecnici per fare foto”.
I sindacati spiegano che le opere in corso costeranno 33 milioni di euro e che il giorno 20 il commissario ha firmato un impegno di 200.000 euro per riparare i danni. Inoltre segnalano che 12 giorni dopo l’incidente non è stato inviato il prescritto rapporto al direttore generale del Ministero, Stefano De Caro.

Secondo Biagio de Felice del sindacato CGIL, “il comportamento di Fiori e la mancanza di reazione del ministero diretto da Sandro Bondi rivelano che lo Stato ha abdicato alla tutela del patrimonio di Napoli e Pompei e certifica il fallimento della politica culturale”.
“In questo deserto si fa strada la presunta efficacia della Protezione Civile, che a Pompei usa gli stessi sistemi che a L’Aquila. Tra noi circola questa battuta: siamo arrivati 2000 anni dopo l’eruzione, ora non c’è bisogno di affrettarci”.

Fiori è un uomo versatile e di provata capacità di lavoro. Ma i tecnici dubitano che sia l’uomo di cui Pompei ha bisogno. “E’ un luogo molto delicato, non puoi fare i lavori come se fosse un’autostrada” segnala Pietro Giovanni Guzzo, responsabile statale (soprintendente) dl sito dal 1999 al 2009. L’archeologo rileva che “a Pompei la cosa più importante è combattere l’infiltrazione della Camorra, che costruisce edifici illegali da cui osserva e controlla gli affari nella zona”.
Secondo il quotidiano l’Unità che segnalò per primo l’incidente un commerciante della zona Nicola Mercurio è diventato “il braccio destro di Fiori” Nel giugno del 2009 la polizia di Napoli scoprì un tunnel segreto di 30 metri pieno di oggetti rubati che andava dagli scavi fino a una abitazione civile.

Pubblicato in: Archeologia, Beni culturali | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , | 2 Commenti »

 
Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 147 other followers