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Il caso Ellen West. Fu istigazione al suicidio?

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 9, 2011

Ludwig Binswanger, il padre dell’analisi esistenziale, dimise la giovane donna sapendo che si sarebbe uccisa. Un drammatico fallimento terapeutico. Che viene fatto passare per il suo contrario. Sulla scorta della filosofia di Heidegger che molte responsabilità ha avuto nel dare fondazione teorica al nazismo. La denuncia della psichiatra Annelore Homberg

di Simona Maggiorelli

la psichiatra Annelore Homberg

“La recensione firmata da Pietro Citati de Il caso Ellen West di Ludwig Binswanger apparsa su Repubblica il 17 marzo, fa indignare molto noi psichiatri perché scorretta come metodo e delinquenziale nel pensiero che esprime». Non usa circonlocuzioni la psichiatra e psicoterapeuta Annelore Homberg (Università di Chieti Pescara e di Foggia) nel commentare il modo in cui il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari ha presentato la nuova edizione Einaudi del famoso saggio dello psichiatra svizzero padre della Daseinsanalyse, “analisi esistenziale”.

Dottoressa Homberg perché parla di scorrettezza?

Perché Citati tratta il testo di Binswanger come se fosse un’opera letteraria che ha una protagonista, Ellen West, e nella recensione riassume gli stati d’animo come se fosse una eroina. Ora, la figura di un romanzo può essere affascinante quanto si vuole ma sappiamo tutti che è inventata e che lo scrittore esprime una sua visione soggettiva delle cose: ogni lettore deciderà poi da sé se condividerla o no. Lo scrittore Pietro Citati, invece, dopo aver trattato quello che sarebbe un testo scientifico come se fosse un romanzo, repentinamente torna alla scienza. All’improvviso nel suo pezzo Binswanger torna ad essere «un grande psichiatra» che pronuncia ciò che sarebbe una verità scientifica: ovvero quanto può essere bello e libertario suicidarsi. E non parla del gesto di una persona affetta da una malattia del corpo allo stadio terminale, parla del suicidio di una paziente psichiatrica. Messaggio cinico, fatuo e falso perché non c’è storia più dolorosa e fallimentare di una persona che si toglie la vita per motivi psichici. Citati e con lui La Repubblica si sono mai chiesti che cosa provano i familiari di un suicida, spesso segnati a vita?

Con Cecilia Iannaco lei ha tradotto e pubblicato in Italia un lavoro dello psichiatra tedesco Albrecht Hirschmüller che, a proposito degli psichiatri che si occuparono della giovane donna, parla esplicitamente de Il fallimento di tre terapie. Cosa avvenne?

Nel 2002 il noto storico della psichiatria Albrecht Hirschmüller pubblicò una ricostruzione del caso Ellen West (pubblicata in Italia nel 2005 sulla rivista Il sogno della farfalla) che evidenzia in maniera inequivocabile quanto Binswanger abbia mentito sui fatti e quanto le posizioni da lui espresse siano ideologiche e “controtransferenziali”. In base a documenti inediti tra cui il diario di Ellen, Hirschmüller dovette criticare non solo la diagnosi di schizofrenia fatta da Binswanger ma anche tutta l’impostazione di fondo. Ellen West fu tutt’altro che una donna «destinata a realizzarsi nel suicidio». Era una paziente difficilissima ma il suo intento di guarire che c’era, fu brutalmente demolito dai suoi medici e dal marito.

Kirchner, Dr. Ludwig Binswanger

Nella prefazione de Il caso Ellen West ora edito da Einaudi si legge che lei «considerava esasperante l’analisi, ma anche l’unico mezzo che possa tirarla fuori dal baratro nel quale è precipitata»…

Come è noto nel 1920 la West iniziò con molte speranze un trattamento analitico con Victor von Gebsattel (che più tardi avrebbe aderito alla filosofia di Heidegger). Purtroppo, dopo pochi mesi costui andò incontro ad una crisi mistica: interruppe l’analisi e portò la sua paziente con sé ai sermoni del suo predicatore. La West, mostrando in questo segni di notevole equilibrio mentale, non gradì ed iniziò una seconda analisi, con un analista che le spiegava tutto con «l’erotismo anale». Quando la West ha una crisi durante le vacanze del suo medico, il marito la convince a farsi ricoverare nella Clinica di Binswanger. Arriviamo così al gennaio del 1921: Binswanger evita ogni rapporto profondo con Ellen ma suona spesso il violino insieme al marito di lei, Karl. Anche se qualche miglioramento c’è il marito continua a dire che lei dovrebbe “porre fine alle proprie sofferenze”. Mossa finale: Binswanger invita per un consulto decisivo il professor Hoche che l’anno prima aveva pubblicato un bestseller sulla necessità di eliminare «vite indegne di essere vissute». Solo dopo Ellen crolla e Binswanger e marito decretano l’incurabilità della paziente. Quando viene dimessa nel marzo 1921, Binswanger “sa” che si suiciderà. In effetti, Ellen prende i barbiturici – avuti da chi? – e lo fa in presenza del marito. Per proteggerlo giuridicamente, lascia per iscritto che lui non ne sapeva niente.

Raccontato cosi, sembra un’istigazione al suicidio…

Ciò che colpisce è che da parte di questi medici non c’è stata essuna autocritica, solo un freddo dire: era incurabile. Nei suoi diari, Binswanger non nomina Ellen, nemmeno una volta.

Nella lettera che Binswanger scrisse a Karl West dopo il suicidio di Ellen, lo psichiatra arriva a dirsi sollevato. Poi , molti anni dopo , nel 1944, scrive il famoso saggio, in cui sostiene che suicidandosi Ellen West avrebbe realizzato il suo Dasein. Quale influenza ha avuto su di lui il pensiero di Heidegger?

Il contatto con la filosofia di Heidegger gli permise di rileggere ciò che era stata un’allucinante negazione della sua impotenza umana e professionale, come necessità esistenziale e autorealizzazione del malato. Ellen era «nata per la morte». Hirschmüller sospetta che fosse il tentativo binswangheriano di discolparsi di un altro suicidio, quello del figlio maggiore nel 1928. Ciò che colpisce sono però i tempi. Binswanger concepisce questo saggio su una sua paziente ebrea a partire dal 1941-42 quando la Germania nazista che sembra ancora vittoriosa, ha già iniziato lo sterminio degli ebrei. E’ solo cattivo gusto o sotto c’è una micidiale connivenza con il nazismo, mediata dal pensiero di Heidegger? E qui torniamo all’articolo di Repubblica firmato da Citati: mi preoccupa che tramite la glorificazione del suicidio e di Binswanger si voglia proporre di nuovo il pensiero di Heidegger le cui responsabilità di pensatore nel nazismo sono ormai ben note.

IL LIBRO . Il medico e il filosofo

Dopo l’edizione SE uscita nel 2002, ora Einaudi propone una nuova edizione de Il caso Ellen West dello psichiatra Ludwig Binswanger (Kreuzlingen 1881-1966). Al centro, la storia di una giovane donna ebrea che nel 1921 si tolse la vita dopo aver tentato di curarsi con vari tentativi di analisi. L’ultimo fu appunto con il fondatore della Dasainsanalyse, Binswanger che poi considerò quel caso paradigmatico del suo fare psichiatria. Ma chi era la donna che lo psichiatra svizzero chiamò Ellen West sulla scorta di Rebekka West di Rosmersholm di Ibsen?

Studentessa modello, brillante, Ellen ebbe un primo crollo nel 1907, “probabilmente durante un viaggio in Italia, ma le sue cause ci sono ignote” scrive Albrecht Hirshmuller. Ma già da tempo nei diari “dava segni di una personalità premorbosa”. Poi anni di disturbi alimentari e autodistruzione. Con idee esplicitamente suicide. Nonostante tutto questo e altri segni di grave patologia mentale, Binswanger scrisse che con il suicidio Ellen realizzava se stessa. Il consenso alla dimissione della paziente che voleva morire, da parte sua, fu “un segno di ammirazione e di rispetto” chiosa il curatore de Il caso Ellen West Stefano Mistura, senza rilevare la violenza insita in quella “ammirazione”. E aggiunge: “Montaigne, Montesquieu, Hume, Schopenhauer e Heidegger, Binwanger considerva il suicidio un atto di libertà estrema”. Anche quello di una malata di mente. E’ stato scritto da eminenti psichiatri che Heidegger stesso, filosofo di riferimento della Daseinsanalyse era affetto da una particolare forma di schizofrenia. Come è possibile, viene da chiedersi, che Binswanger abbia fatto riferimento all’autore di Essere e tempo, al teorico dell'”essere per la morte”, cioè per l’annullamento e l’eliminazione dell’altro, per comprendere la schizofrenia, ritenendo così di dare una fondazione rigorosa alla psichiatria? Ciò che ci appare evidente è che per questa via Binswanger finì per pensare che la malattia fosse la vita stessa e che la cura della malattia fosse la morte. s.m.

da left-avvenimenti 2011

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Si alza la febbre dell’indignazione

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 9, 2011

Con Odio gli indifferenti di Antonio Gramsci nasce una nuova collana  Chiarelettere di instant book tratti da classici. Per riflettere sul presente. E  per la casa editrice diretta da Lorenzo Fazio l’ex partigiano Massimo Ottolenghi scrive Ribellarsi è giusto, dedicandolo ai giovani

Simona Maggiorelli

Antonio Gramsci

«Odio gli indifferenti. Credo…che vivere vuol dire essere partigiani…Chi vive veramente non può non essere cittadino e parteggiare, indifferenza è abulia, è parassitismo, non è vita…». Suona così, accalorato, l’attacco di un pezzo che Antonio Gramsci scrisse nel febbraio del 1917 e intitolato Prima di tutto. E su quell’articolo è tornato a riflettere ora l’editore Lorenzo Fazio scegliendolo come incipit di una incisiva raccolta di scritti gramsciani e di una nuova collana di instant book che d’ora in avanti affiancherà i libri d’inchiesta di Chiarellettere più legati all’attualità.

Una collana agile e incisiva, ma ad alto tasso di passione civile, fatta di testi di grandi autori del passato ma che aiuta a riflettere sul presente. «Non ci interessava pubblicare i grandi classici del pensiero, atri lo fanno già autorevolmente- spiega Fazio -. Ma collane come i Meridiani sono pensate in primis per gli studiosi, mentre noi vorremmo che i classici fossero davvero letti e offrire degli strumenti che tutti possano usare anche per orientarsi nel presente».

Da qui la scelta di questo testo che in un momento di ripresa di attenzione verso le opere gramsciane (Einaudi, per esempio, ha appena ripubblicato le Lettere dal carcere con la prefazione di Michela Murgia) tocca temi di “stringente attualità” come i politici inetti, il diritto alle cure mediche, i privilegi della scuola privata, i professionisti della guerra, e molto altro, permettendo di leggere in profondità i nodi rimasti irrisolti nell’Italia di oggi.

«Il libro Odio gli indifferenti presenta anche un Gramsci diverso da quello pensoso che pure è stato importantissimo per la nostra storia politica. Dagli scritti che abbiamo selezionato – prosegue Fazio – emerge un Gramsci arrabbiato, indignato, un Gramsci che ha una temperatura emotiva molto alta. Un Gramsci che si indigna, che si schiera. Un Gramsci che nel 1917-18 vive la tragedia della guerra come un normale cittadino che deve fare i conti con l’emergenza. Un Gramsci, insomma, che fa i conti con un’Italia molto simile a quella che viviamo chiusa nel “particulare”, senza attenzione al bene pubblico, al futuro dei giovani».

Odio gli indifferenti, Chiarelettere

Ma anche quando si alza la febbre del j’accuse Gramsci non perde mai di vista il fatto che non basta indignarsi. Così come non smette di analizzare le ragioni di un’indifferenza che non è semplice “non fare” ma «opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera». All’indifferenza in questo vibrante pamphlet Gramsci oppone la forza dell’intelligenza. Alla boria e la stupidità violenta di padroni e tiranni oppone l’«autorevolezza dell’intelligenza». «Recuperare questa intelligenza- chiosa il fondatore di Chiarelettere- è veramente un atto rivoluzionario; come lo è recuperare il senso pieno di certe parole». Anche per questo, per stimolare pensieri nuovi su questa Italia dei partiti che non sembra trovare una via d’uscita dalle pastoie del berlusconismo, Lorenzo Fazio ha deciso di pubblicare un titolo oggi praticamente introvabile in Italia: il Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie (1530 – 1563), in cui al fondo, ci si domanda: come è possibile che una massa di persone segua il tiranno? Come è possibile che un tiranno riesca a farsi seguire su una strada che va contro l’interesse dei più? «Sono domande del 1500 ma rimbalzano oggi moltissimo», sottolinea Fazio, che accanto all’attenzione per la storia e per la filosofia politica coltiva anche un’interesse per la memorialistica egagé. Proprio mentre in Francia emergeva il fenomeno Indignatevi! del novantacinquenne partigiano Stephane Hessel, Fazio metteva in cantiere il libro di un altro ex partigiano, Massimo Ottolenghi, avvocato torinese e tra i fondatori di Giustizia e Libertà dopo essere stato allontanato dall’insegnamento universitario con le leggi razziali. Il suo  Ribellarsi è giusto uscirà a maggio per Chiarelettere. «E’ una lettera aperta ai giovani – conclude Fazio – da parte di un uomo che, a 95 anni, ammette che la propria generazione ha fallito certi obiettivi di libertà e giustizia, e dice ai giovani: ora tocca a voi; voi non dovete fallire».

FRANCIA. La rivolta del partigiano Stephane Hessel

Uscito il 20 ottobre 2010 in Francia, Indignez vous!, a gennaio 2011 aveva venduto già  oltre cinquecentomila copie, collezionando ristampe e richieste di traduzione da tutto il mondo (Brasile, Polonia, Turchia, Giappone, Grecia, Stati Uniti). con circa trenta pagine di testo, oltre alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ( Onu 10 dicembre 1948), il libro di Stéphane Hessel è da dicembre in Italia dove, come è accaduto ovunque e come scrive Eric Aeschimann su Liberation ” è diventato un fatto di società e non solo un caso editoriale”.  Per leggere Indignatevi! (Pubblicato in Italia da Add editore) si impiegano poche decine di minuti. Tanto basta per far passare l’incisiva analisi, il programma politico e il discorso sul metodo dell’ex partigiano, oggi novantacinquenne,  che ci stimola a non rimanere inerti di fronte alle ingiustizie.

La sua analisi, come accennavamo, è ficcante e spietata.  Se dopo il 1948 sono stati fatti fatti importanti passi avanti, come la  deconolonizzazione e la fine dell’apartheid o la caduta del muro di Berlino,a partire soprattutto dagli anni duemila, la tendenza si è invertita ” i primi anni del ventunesimo secolo sono stati un periodo di regressione” scrive Hessel.  In anni di globalizzazione si sono determinate “cose insopportabili” dice Hessel censurando “l’indifferenza” di questa società che genera sans-papiers, che ricorre alle espulsioni”. Ma non solo. Questa regressione che stiamo vivendo secondo Hessel è legata anche  in parte alla presidenza di George W. Bush, all’11 settembre e alle disastrose decisioni Usa per l’intervento militare in Iraq”. E aggiunge: ” Siamo in una fase di transizione, tra gli orrori del primo decennio del nuovo secolo e le possibilità dei decenni futuri. Ma bisogna sperare, bisogna sempre sperare”.

Con Nelson Mandela e Martin Luther King Hessel fa sua la strategia della non violenza e invoca «una insurrezione pacifica». Hessel si dice convinto che il futuro appartenga alla non violenza, Hessel rifiuta di gistificare i “terroristi che mettono le bombe”. Non tanto e non solo per valori morali, ma anche perché “la violenza non è efficace”. (In questo prende le distanze da Sartre).

«L’impulso di scrivere il libro è stata la sensazione che i valori ereditati dalla Resistenza siano ancora oggi indispensabili», ha detto Hessel a La Stampa occasione della conferenza che ha tenuto alla Biennale Democrazia di Torino. «Sono principi calati, dopo la guerra, nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo», che Hessel contribuì nel 1948 a scrivere.

da left-avvenimenti

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